DIZIONARIO
DI ERUDIZIONE
STORICO-ECCLESIASTICA
DA S. PIETRO SINO Al NOSTRI GIORNI
SPECIALMENTE INTORNO
AI PRINCIPALI SANTI, BEATI, MARTIRI, PADRI, AI SOMMI PONTEFICI, CARDINALI
E PIÙ CELEBRI SCRITTORI ECCIESIASTICI , AI VARII GRADI DELLA GERARCHIA
DELLA CHIESA CATTOLICA , ALLE CITTA PATRIARCALI , ARCIVESCOVILI E
VESCOVILI, AGLI SCISMI, ALLE ERESIE, AI CONCILII , ALLE FESTE PIÙ SOLENNI,
AI RITI, ALLE CEREMONIE SACRE, ALLE CAPPELLE PAPALI , CARDINALIZIE E
PRELATIZIE, AGLI ORDINI RELIGIOSI, MILITARI, EQUESTRI ED OSPITALIERI, NON
CUE ALLA CORTE E CURIA ROMANA ED ALLA FAMIGLIA PONTIFICIA, EC. EC. EC.
COMPILAZIONE
DEL CAVALIERE GAETANO MORONI ROMANO
SECONDO AIUTANTE DI CAMERA
DI SUA SANTITÀ PIO IX.
VOL. XLV.
IN VENEZIA
DALLA TIPOGRAFIA EMILIANA
MDCCCXLVII.
^ 5» ^ ^ •
,0
DIZIONARIO
DI EKUDIZIONE
STORICO -ECCLESIASTICA
n
MET
IVjETZ {Meten). Città con resi-
denza vescovile e forte di Francia
nella Lorena, capoluogo del dipar-
tiraento della Mosella, di circonda-
rio e di tre cantoni^ distante 3o
leghe da Strasburgo, e 6i da Pa-
rigi, in un bacino magnifìco, al
confluente della Mosella e della
Scilla. Capoluogo della terza divi-
sione militare, e della XXJI conser-
vazione forestale, è sede d' una cor-
te reale dalla quale dipendono i
dipartimenti della Mosella e delle
Ardenne; di tribunali di prima i-
stanza e di commercio. Avvi una
chiesa concistoriale riformala, ed
una sinagoga concistoriale, le dire-
zioni dei demani e delle contribu-
zioni dirette ed indirette, una con-
servazione delle ipoteche; camera,
borsa, direzione del genio; scuole
reggiraentarie e d'artiglieria, di pi-
rotecnica militare; accademia, col-
legio reale ; società delle lettere ,
scienze ed arti, d' incoraggimento
MET
d* agricoltura e industria, scuole gra-
tuite di diverse cose, società medi-
ca, d' arti e mestieri con conser-
vatorio, cassa di risparmio e di
prestiti^ ed altri stabilimenti. Giun-
gendo a Metz dal lato ovest, la Mo-
sella è divisa in due rami che co-
municano insieme mediante due ca-
nali che formano l' isola Sauley, e
scorrendo separatamente attraverso
il nord vi formano l' isola Cham-
bière. Il ramo occidentale è il più
considerabile, quello dell' est si di-
vide in due correnti, che formano
la piccola isola ov' è il palazzo della
prefettura e il teatro. La gelile che
viene dal sud è appena pervenuta
alle fortificazioni che si divide in
due rami, uno de' quali circonda la
piazza all'est, e l'altro percorre
l' interno di Metz, onde riunirsi
tosto al primo ; verso i trinciera-
menti di Guisa innalzati nel i552
dal duca di tal nome, la Seille si
congiuDge al braccio orientale della
6 MET
Mosella. Le diverse correnti di que-
ste due riviere sono attraversate da
venti ponti. Metz è una piazza di
guerra di prima classe assai impor-
tante, sia per la difensiva che per
l'offensiva; alle sue antiche forti-
ficazioni furono sostituite opere im-
mense, sotto gli ordini de' mare-
scialli Vauban e Belle-Ile. Si cita-
no fra le sue opere principali, il
forte della Double-Couronne e quel-
lo di Belle-Croix: Carlo V voleva
da principio tentare la presa di
Metz. L'antica cittadella, situala
sulla riva destra della Mosella al-
l' ovest, era vastissima ed assai for-
te; fu in parte smantellata nella ri-
voluzione, e le sue fosse si conver-
tirono in un bel giardino pubbli-
co ed in estese piantagioni. Al sud
della città evvi il Paté, fortificazio-
ne avanzata che occupa il sito del-
la naumachia che i romani aveano
stabilito a Metz. Si entra nella cit-
tà per nove porte, fornite di ponti
levatoi, Metz è eretta in parte so-
pra un poggio, che va a termina-
re all' estremità dell' angolo che
formano i corsi della Mosella e del-
la Seille, di cui la piazza di s. Cro-
ce segna la sommità. L'interno è
generalmente bello e di un vivo
aspetto; le strade sono larghe, di-
ritte e bene lastricate; la piazza
Quartier Coislin è bellissima, e la
spianata della cittadella offre uu
passeggio amenissimo ; altre piazzo
sono adorne di arcale, che danno
un'idea dell'antica Metz. Un gran
numero di edifìzi pubblici sono
degni di osservazione ; tali sono la
cattedrale, monumento gotico in-
cominciato nel 1064, di cui si am-
mira l' arditezza e la sorprendente
leggerezza, e eh' è sormontato da
una torre traforata alta SyS piedi;
U palazzo del governo cretto con
MET
gran spesa sotto Luigi XVI, e do-
ve risiedono i tribunali; il palazzo
pubblico, quello della prefettura,
il collegio reale, l* ospedale milita-
re, gli arsenali e le caserme di di-
verse armi, il mercato coperto e
nuovamente fabbricalo , le chiese
della Madonna, di s. Vincenzo e di
s. Simeone, il tempio riformato, la
casa di carità e di lavoro, la bi-
blioteca della città, ed il teatro la
cui facciata è adorna di portici di
ordine toscano. Vi sono altie quat-
tro biblioteche ; quella della città
contiene piìi di 3-2,000 volumi, le
altre sono quelle del vescovato, del-
l' artiglieria e genio, e dell' ordine
degli avvocati. Metz ha pure gabi-
netto di storia naturale e giardino
botanico, e ne' dintorni il vivaio
dipartimentale. Questa piazza rin-
chiude grandi stabilimenti militari;
la polveriera è una delle piii belle
del regno; il grande arsenale di co-
struzione, la fonderia reale di can-
noni, la fucina di artiglieria, ec.
Neil' isola di Chambière si trovano
il bel poligono dell' artiglieria, il
campo di manovra della guarnigio-
ne, una nitriera artifiziale e il por-
to della città. Vi fioriscono molte
manifatture, ed il commercio è im-
portante. Questa città è patria di
molti uomini illustri, fra gli altri
del maresciallo Fabert, di David,
Carlo e Giuseppe Ancillon, Carlo
Fieux, cav. di Mouhy, Beauregard
predicatoj'e, Ferry ministro prote-
stante, Buchoz medico e naturali-
sta, Giacomo le Ouchat scrittore,
Pilaslre Desrosiers lo sfortunato
primo areonauta , Sebastiano Le-
dere ingegnere, geografo e incisore,
i generali Gustine e Lasalle, Lacra-
telle il vecchio ec. Gli ebrei so-
novi numerosi. Presso il villaggio
di Jouy-aux-Arclies vi si vedono
MET
ancora 17 archi d'acquedotto ro-
mano, che conduceva Je acque del
villaggio di Gorze, distante da Metz
tre leghe, ad una naumachia esi-
stente verso la estremità sud di
questa piazza. Nel territorio si tro-
vano sorgenti salse.
Questa antichissima città che pri-
ma della rivoluzione era il capo-
luogo del paese Messio nella Lore-
na, fu fondata dai gaulesi in un'e-
poca assai rimota. Nel IV secolo in-
cominciò a prendere il nome del po-
polo de Medioniairicì, assai possen-
te nella Gallia Belgica, divenendo
la sua capitale, nome che fu adot-
talo sino agli scrittori del IX seco-
lo. Ciò non pertanto dal principio
del V il nome del popolo de Mc'
diomalrici e quello della città si
cangiarono nell'altro di Meltis o
Metae, la cui origine è sconosciuta.
Allorché se ne impadronirono i ro-
mani era già importantissima, dan-
dole Tacito il titolo di Socio-civi-
tas; essi vi scopersero hei monu-
menti. Fu chiamata pure Divodu-
rum Mediomairìconim, Civitas Me-
diomatricoriim. Fu una delle pri-
me città della Gallia, che depo-
nendo la sua antica barbarie, si sia
incivilita sul gusto de' romani, di-
stinguendosi per varie opere vera-
mente magnifiche. Fu interamente
rovinata nel ^5i dagli unni, allor-
ché sotto il comando d'Attila en-
trarono nelle Gallie, Divenne po-
scia la capitale del regno fianco
di Ostrasia o Aulrasia, spesso anco
chiamato regno di Metz, e che pre-
se verso l'anno 855 il nome di Lo-
rena [Fedi). Nel 928 Enrico l'Uc-
cellatore, imperatore d'Alemagna,
se ne impadronì, e rimase ai suc-
cessori di questo monarca sino al
secolo XI, in cui pervenne a go-
vernarsi colle proprie leggi, dividcn-
MET 7
do l'autorità col proprio vescovo,
ma sotto la protezione dell'impero,
e fu allora che divenne assai flo-
rida pel suo commercio coli' Ale-
magna. Nel i444 i' l'e Carlo VII
l'assediò, per Renato duca di Lo-
rena, ma conservò la sua prima
libertà sino al i552, in cui fu
presa dal contestabile di Montmo-
rency generale di Enrico II, il qua-
le vi fece erigere una cittadella e
fu riconosciuto come il ristaurato-
re e il difensore della germanica
libertà. Nell'ottobre dell' istesso an-
no fu Metz assediata con 100,000
uomini da Carlo V, che dopo 65
giorni d' inutili sforzi fu costretto
alla ritirata dal duca di Guisa che
n' era governatore. Però i vescovi
di Metz continuarono ad ammet
tere la sovranità degl* imperatori
ricevevano da loro le investiture
rendendo loro fede ed omaggio
ciò sussistette sino al i633, in cu
Luigi XIII dichiarossi signore so
vrano de' tre vescovati di Metz,
Toul e VerduHj^ lo che fu anche
confermato pel trattato di W^estfa-
lia nel 1648, e precisamente per
l'articolo 44' Dall'epoca della oc-
cupazione fatta da Enrico li , Metz
perdette i diritti di città libera, e
diminuirono il suo commercio e
la popolazione ; quel re vi eresse
un parlamento pei vescovati di Metz,
Toul e Verdun, godendo il vesco-
vo di Metz il titolo di principe
dell'impero. Metz fu ancora l'an-
tica sede de' re di Lorena.
La sede vescovile fu eretta nel
HI secolo nella provincia di Tre-
veri, della cui metropoli fu falla
sufFraganea, ma poscia lo divenne
di Besangon e lo è tuttora. Dice
Commanville, che il vescovo di Metz
prelese al titolo di arcivescovo o
di prototrono. Il primo vescovo di
8 MET
Metz fu s. Clemente romano disce-
polo di s. Pietro, secondo la tra-
dizione della chiesa, speditovi da
Roma, e morì verso l' anno gS.
Giuseppe Cajot nelle Antichità di
Metz, prova che s. Clemente non
ha potuto essere mandato da Roma
da s. Pietro, e che si recò nelle
Gallie verso la metà del III secolo.
I ss. Celestio o Celestino e Felice
che ve l'aveano seguito da Roma,
occuparono successivamente la sede.
II quarto vescovo s. Paziente gre-
co fondò fuori le mura della città
la chiesa di s. Giovanni Evangeli-
sta ; nel iigS si scoprirono le sue
reliquie nella chiesa di s. Arnolfo.
Gli successe s. Vittore, che fece o-
norevolissima comparsa nel concilio
di Colonia del 346 ; indi fiori s.
Simeone onorato nell'abbazia di Se-
pones, ove furono portate le sue
veliquie nel 770; e poi Sambacio
che fu come il predecessore sepol-
to nella chiesa di s. Clemente, ove
pure venne deposto il successore s.
Rufo, cioè nelle catacombe di Metz.
Dopo di lui e nei primi del V se-
colo divenne vescovo s. Adelfo, indi
s. Firmino greco, Legonzio, s. Au-
tore che fu testimonio nel 45i del-
la presa della città fatta dagli unni.
Degli altri vescovi di Metz notere-
mo Aigulfo, nato da una figlia del
re Clodoveo, che ampliò le rendite
della mensa , cui il Chenu, Ardi.
et episc. Galliae, dà per successo-
ci un s. Arnolfo o Arnoaldo ni-
pote del re Dagoberto, e Papulo
che eresse presso le mura la chie-
sa di s. Siniòriaiio; quindi regi^tra
8. Arnolfo o Arnoldo discendente
de' primi re di Francia, che sposò
Doda.da cui ebbe s. Clodolfo o Clo-
doaldo, che fu esso pure vescovo di
Metz; eletto dal popolo nel 6i4> la
QiogU^ si fece monaca, mei liaun»
MET
ziando nel 62q per ritirarsi nel rao»
nastero di Remiremond, vi morì nel
641, donde le sue reliquie furono
portate a Metz nell' abbazia del suo
nome, dal successore s. Quirico o
Goerico, il quale costruì la basilica
di s. Pietro. A questi il Chenu dà
per successole Dodo, poi Glodulfo,
o sia s. Clodoaldo figlio di s. Ar-
nolfo, che il Butler dice eletto ad
onta di sua ripugnanza vescovo di
Metz, ove morì nel 696, e parte di
sue reliquie furono poste nella chie-
sa del suo nome : il suo fratello
Ansegisio sposò Regga figlia di Pi-
pino da Landen, da cui nacque Pi-
pino padre di Carlo Martello cep-
po de' Ciu-Iovingi di Francia. Nel
742 divenne vescovo s. Crodegan-
go nipote di Pipino che lo spedì
ambasciatore al P&pa Stefano III
invitandolo in Francia, e poi ad
Astolfo re de' longobardi : nel 755
cangiò il capitolo della cattedrale in
una comunità regolare, e morì nel
766. Drogone figlio naturale deU
l' imperatore Carlo Magno, fu prii
ma monaco a Luxeuil, diventò po-
scia arcicappellano, ed ottenne il pa-
lio col titolo di arcivescovo, nella
qual qualità presiedette a molti
concilii : il Papa Sergia li lo stabi-
lì vicario apostolico in tutte le Pro-
vincie di là dalle Alpi; fu abbate
commendatario di Saint-Tron pres-
so Liegi, e morì uelT 855. S. Ben-
none primo canonico di Strasbur-
go, poi eremita sul monte d' Ercel
presso Zurigo, ottenne il vescovato
dall' imperatore Enrico, ma nel 928
alcuni malevoli lo sorpresero a
Metz, gli cavarono gli occhi ed aU
tre parti, e lo misero fuori di sta-»
to di esercitare le sue funzioni. U
concilio di Duinsburg punì gli au-
tori del delitto, e Rennone rinunt
ztato il vescoviito otlenne in com«
MET
penso un'abbazia per vivere. Teo-
dorico consobrino dell' imperatore
Ottone I, nel 984 dall' Italia tra-
sferì nella chiesa di s. Vincenzo
martire molli corpi di santi, e fon-
dò la chiesa cattedrale sotto l' in-
vocazione di s. Stefano. S. Teogero
figlio del conte di Metz, nel 1100
si fece cluuiacense. Il cardinal Ste-
fano del II 20 era nipote di Calli-
sto II. Giacomo figlio del duca di
Lorena, discendente di s. Arnolfo,
sontuosamente edificò V abbazia e il
monastero, accrebbe le rendite della
mensa, e morì nel 1260. Per mor-
te del vescovo Reginaldo de' duchi
di Bar, il capitolo elesse due, onde
Giovanni XXII sostituì in vece En-
rico. Il vescovo Ademario dichiaiò
esente dalla giurisdizione vescovile
l'abbazia di s. Arnolfo posta fuori
le mura, ciò che confermò il car-
ilinal Guglielmo legalo. Nei i384
fu nominato vescovo Pietro di Lii-
xembttrgo [P^edi) che l' antipapa
Clemente VII creò anticardinale,
beatificato nel 1527. Corrado Bayer
del i4i(ì eresse i conventi de' do-
menicani e carmelitani. Il cardinal
Giovanni di Lorena del i53o; il
cardinal Roberto di Lenoncourt,
morto nel i533; il cardinal Carlo
di Lorena, morto nel i574; il car-
dinal Carlo di Lorena, morto nel
1607; il cardinal Anna d' Escart
de Ginry, morto nel 161 2, cui suc-
cesse Enrico o Gastone Foix, figlio
naturale di Enrico IV. Quanto ai
cardinali, si possono vedere le loro
biografie. Gli ultimi vescovi furono
preconizzati ne' seguenti anni , se-
condo le Notizie di Roma. i'j33
Claudio de Saint-Simon di Parigi,
traslato da Noyon. 1761 cardinal
Lodovico Giuseppe de Lavai Mont-
morency, traslato da Condom. 1806
Gaspare Giovanni Andrea Giusep-
MET 9
pe Jauffiet della diocesi d' Aix.
1823 Giacomo Francesco de Bos-
sen o Bessgn della diocesi di Beily.
Per sua morte Gregorio XVI nel
concistoro de' 27 gennaio i843 di-
chiarò l'odierno vescovo monsignor
Paolo Giorgio Maria Dupont Des-
loges di Rennes, canonico della cat-
tedrale di sua patria, vicario gene-
rale d' Orleans.
La cattedrale, una delle più bel-
le chiese della Francia, è sacra a
Dio sotto r invocazione di s. Stefa-
no protomartire. Il capitolo si com-
pone di nove canonici, compreso il
teologo, il penitenziere e il mae-
stro del canto, di altrettanti cano-
nici onorari, oltre i pueri de cfioro;
intervenendo nelle solennità gli
alunni del grande e del piccolo se-
minario. Anticamente il capitolo a-
vea dodici dignità e ventililo ca-
nonici. Nella cattedrale vi è pure
la parròcchia, alcpianto distante dal-
la quale evvi l'episcojiio, amplissi-
mo e decente edifizio. Inoltre nella
città vi sono sei chiese parrocchiali
col battislerio, due conventi di re-
ligiosi, e cinque monasteri di reli-
giose, diverse confraternite. Ire ospe-
dali, grande e piccolo seminario, ed
il monte di pietà. La diocesi è va-
sta, comprendendo tutta la provin-
cia di Mosella. JVella città eianvi
Ire chiese collegiale, di cui la prin-
cipale era quella del ss. Salvo lore.
I benedettini della congregazione
di s. Vannes vi avevano quattro
abbazie, cioè s. Arnoldo, s. Vin-
cenzo, s. Sinforìano, ec. Allorché s.
Leone IX fu a Metz consacrò la
chiesa di s. Arnoldo. Nel 970 Teo-
dorico vescovo di Metz, ottenne dal
Papa Giovanni XIII, di poter l'ab-
bate di s. Vincenzo usare della dal-
matica e de' sandali. Anche le mo-
nache benedettine avevano tre an-
IO MET
tiche abbazie, s. Pietro, s. Maria
e s. Glossinola. Eravi un'ottava ab-
bazia, quella di Ponlifroy, trasferi-
ta in città nel iSya, la quale era
dell'ordine de'cisterciensi, e regola-
re. Tra le comunità religiose di
Metz, i domenicani insegnavano la
teologia. Nella diocesi, che prima
era più ampia, si contavano altre
dodici abbazie, con moltissimi sta-
bilimenti religiosi. Clemente IX con-
cesse a Luigi XIV re di Fran-
cia e suoi successori, di poter no-
minare le chiese, monasteri ed al-
tri benefizi della diocesi di Metz.
Avanti la rivoluzione il vescovo go-
deva 1 20,000 lire annue di rendita,
e pagava 6000 fiorini per le bolle.
Al presente i fi-ulti della mensa
sono tassati ne' libri della camera
apostolica in fiorini 870.
Concini di Metz.
Il primo fix tenuto nel 55o, e
fuvvi consacrato Cantino vescovo
di Alvernia. Regia t. XI ; Labbé
t. V; Arduino t. II.
Il secondo nel Sgo in ottobre
contro Egidio arcivescovo di Reims,
convinto di lesa maestà e deposto:
Crodielda e Basina monache ribel-
late contro r abbadessa, vi furono
ricevute alla comunione. Ivi; Ar-
duino t. III.
Il terzo nel 7^3 contro gì' ince-
stuosi, e furono statuiti i regola-
menti pei pedaggi de' ponti. Regia
t. XVU; Labbé t. Vi; Arduino
t. III.
Il quarto neir834> in cui fu as-
tolto Lodovico I il Pio, scomuni-
cato da Ebbone arcivescovo di
Reims. Regia t. XXI ; Labbé t. VII.
11 quinto neir 835. I vescovi a-
vendo celebrato la messa in s. Ste-
fano, sette arcivescovi recitarono
MEU
sette orazioni sull'imperatore Lo-
dovico I, cui era stato interdetto
r ingresso in chiesa, indi gli misero
la corona in capo, ed Ebbone di
Reims che aveva contribuito alla
deposizione del principe, sulla tri-
buna ad alta voce pubblicò che
r imperatore era stato ingiustamen»
te deposto. Arduino t. II.
Il sesto concilio nell' SSg a' 28
maggio, per riconciliare Carlo il
Calvo e Lotario suo nipote, eoa
Luigi il Germanico, il quale fu as-
solto dalla scomunica con divei'se
condizioni non accettate. Labbé
t. Vili.
Il settimo nell' 863 o concilia-
bolo e perciò non riconosciuto, a-
vendo approvato il matrimonio di
Lotario con Valdrude sua concubi-
na, perchè i legati non eseguirono
la volontà del Papa. Ivi.
L' ottavo neirSGg, in cui fu de-
ferita la corona di Francia a Carlo
il Calvo, a pregiudizio di Luigi II
fratello di Lotario. Regia t. XXII ;
Labbé t. Vili.
Il nono neir888, tenuto da Rat-
bodo arcivescovo di Treveri nella
chiesa di s. Arnoldo, per ristabilir
la pietà e la disciplina, e fu proi-
bito ai signori di prender parte al-
le decime delle chiese di giuspa-
trouato. Regia t. XXIV; Labbé
t. IX; Arduino t. VI.
Il decimo nel 1240, contro l'im-
peratore Federico II. Lenglet.
Il decimoprimo nel 1 252, presie-
duto da Giovanni cardinal legato.
Mansi, Sappi, t. 11, p. 479-
MEVN, Magcfunwn. Città di Fran-
cia, dipartimento di Loiret, capo-
luogo di cantone, in situazione a-
mena sulla riva destra della Loira.
Assai ben fabbricata, rimarcabile pei
suoi prodotti, seguì sempre la sor-
te di Orleans, fu molte volle pre-
MEZ
sa e ripresa tlagl' inglesi e dagli
ugonotti : il suo castello fu ristau-
rato sotto Luigi il Grosso. Nel-
1*89 1 vi fu tenuto un concilio, nel
quale venne determinato che l'ab-
bate di s. Pietro di Sens sarebbe
eletto dai sufiVagi liberi de'raonaci.
Labbé t. IX; Arduino t. VI.
MEVENNO (s.), abbate. La sua
leggenda gli dà comunemente il
nome di Conardo- MeK'enno. Usci
da nobile e ricca famiglia della
provincia di Gwent nel Soult-Wa-
les, e passò a predicare il vangelo
nell'Armorico con grande edificazio-
ne e buon successo . Fondò un
monastero sulle sponde del Meu,
di cui fu fatto abbate verso il
55o, e stabilì in esso una mirabile
osservanza. Altro monastero fondò
presso Angers , che popolò de'suoi
discepoli, e che visitava sovente
per mantenervi il fervore. Morì
verso r anno 617, e non pochi
miracoli resero celebre la sua tom-
ba. La sua festa è notata come
solenne nei calendari della maggior
parte delle diocesi di Bretagna,
sotto il giorno 2 1 giugno.
MEZO, Amyzon. Sede vescovile
della provincia di Caria, esarcato
d'Asia, sotto la metropoli di Slau-
ropoli, eretta nel V secolo, nell'A-
sia minore, tra Magnesia ed Ala-
banda, distante trenta miglia da
Mileto, presso il mare Egeo. Al
presente Mezo , Ainyzoneìi , è un
titolo vescovile in parlìbus sotto
l'arcivescovo pure in parlibus di
Stauropoli, che conferisce il Papa.
Per morte di Michele a Santander,
Gregorio XVI nel concistoro dei
i3 giugno 1844 i^e insignì monsi-
gnor Francesco Grossmann di Rob-
wen, diocesi di Warmia, canonico
capitolare di questa cattedrale, e
vicario generale, già parroco e i-
MEZ II
spettore delle scuole , che in pari
tempo dichiarò sufiraganeo di War-
mia nella Prussia orientale.
MEZZA LUNA, o Luna crescen-
lE. Ordine equestre. Si dice isti-
tuito nel 1269 da s. Luigi IX re
di Francia, anco col titolo del Na-
viglio, o della Doppia mezza luna,
di cui diede il collare ai suoi tre
figli, fratello e nipote, ed a molti si-
gnori francesi, per animarli ad accom-
pagnarlo nel suo secondo viaggio per
liberare i cristiani, e vuoisi che ter-
minasse colla morte dell' istitutore,
ma i critici lo credono chimerico.
Quelli che pretendono che abbia
esistito, dicono che il collare era in-
treccialo di conchiglie marine d'ar-
gento, e di doppie mezze lune di
oro, con un naviglio pendente bian-
co in campo rosso, e colla punta
screziata di bianco e verde. Piut-
tosto sembra questo essere stato
r ordine degli Argonauti ( Fedi ),
istituito da Carlo IH Durazzo re
di Napoli, che il p. Boiianni a p.
71 del suo Catalogo attribuì a
Carlo I d'Angiò re di Sicilia, e lo
dice estinto sotto Pio II; parlando
di quello della Nave o Naviglio di
s. Nicola vescovo di Mira, eh' è
appunto quello degli Argonauti, a
p. 86, e scrivendo ch'ebbe termine
dopo la morte di quel principe,
ovvero nel i448> perchè lo sop-
presse Renato d'Angiò cacciato dal
Irono di Napoli da Alfonso V d'A-
ragona. In tale anno bensì Renato
11 in Angers istituì o ripristinò
l'ordine dei cavalieri della Mezza
luna, sotto la protezione di s. Mau-
rizio martire, consistendo la deco-
razione in una mezza luna d'oixi
coir epigrafe Loz (lode) nel cre-
scere, in lettere di color celeste,
per significare che si acquista lode
nel crescere in virtù e in gloria.
la MEZ
Da questa mezza luna, che per
tre catenelle pendeva da collana o
catena d'oro a tre giri, si conosce-
va il valore e la generosità dei
cavalieri, perocché vi si attacca-
vano tante verghette d'oro trava-
gliate a maniera di cilindro, oppure
tanti puntali da stringa d'oro, quan-
te volte si erano trovati in batta-
glia e in assedi di città, dal nu-
mero de' quali si giudicava del
valore e gloriose azioni da essi
fatte. I cavalieri portavano il man-
tello di velluto cremisi rosso, e il
maresciallo di velluto bianco con
fodera e la sottana dello stesso
drappo, e sul braccio destro una
mezza luna d'oro pendente da una
catena pur d' oro, come si- vede
nella figura prodotta dal p. Bo-
nanni. Si compose l'ordine di cin-
quanta cavalieri, compreso il capo
col titolo di senatore o presidente.
]I re Renato mai assunse tal tito-
lo, ma solo quello di mantenitore.
Slabin pure che niuno fosse am-
messo nell'ordine se non era prin-
cipCj duca, marchese, conte, viscon-
te, o almeno non fosse nobile per
quattro generazioni, e ch'essi fosse-
ro esenti da eccezioni vili. L'assem-
blea dell'ordine, che appellavasi an-
co V Ordine di Anjou , si teneva
nella chiesa di s. Maurizio di An-
gers. Gli statuti prescrivevano diverse
pratiche religiose e regolamenti. La
seconda persona dell'ordine era il
cappellano o limosiniere, che dove-
va essere arcivescovo o vescovo, es-
sendone i primari ufficiali il cancel-
liere, il maestro delle suppliche,
il tesoriere, il registratore, ed il
re d'armi, alcuni de' quali porta-
vano differenti mantelli , come di-
stinto era qiidlo del senatore.
MEZZA ROTA SC ARAMPO Lo-
dovico, Cardinale. Lodovico Mezza-
MEZ
rota Scarampo ovvero dell'Arena,
padovano di basso e oscuro lignag-
gio, secondo alcuni, che altri dico-
no di Treviso; pel suo valore ed
egregie doti e gloriose azioni si re-
se chiarissimo al mondo, ed assai
utile alla Chiesa. Studiò in Padova
la medicina e le scienze naturali,
né trascurò le buone lettere, le qua-
li poscia nella sua vita formarono
il suo amore, sebbene quasi sem-
pre distratto da aflFari gravissimi
ed occupato. Portatosi in Roma,
dove a'quei tempi soprattutto era-
no in pregio le armi e gli uomini
di valore, a motivo degli usurpato-
vi e piccoli tiranni, che di frequen-
te infestavano lo stato ecclesiastico,
tutto si diede alla professione della
milizia, quantunque l'Ammirato Io
voglia medico di Eugenio IV e
suo cameriere segreto. Dopo molte
illustri imprese, sotto il comando
del cardinal Vitelleschi, in cui die-
de prove di marziale fortezza e
di coraggio superiore a quelle di
altri capitani, venne sostituito in
di lui luogo nel governo delle trup-
pe pontificie. La prima impresa,
che come capo dell' esercito gli ac-
quistò eccellente reputazione e no-
me assai celebre, fu quella di ac-
correre in aiuto de' fiorentini con-
federati col Pontefice, e di dare
una sconfitta totale al famoso Ni-
colò Piccinino capitano della Lom-
bardia, per cui vendicò dalla tiran-
nide di Francesco Sforza la Marca
d'Ancona, e ricuperò altre parti del-
lo slato della Chiesa da molti usur-
patori e nemici oppresso. Grato il
Pontefice a Lodovico, che già dal
vescovato di Tran avea trasferito
all' arcivescovato di Firenze, col pa-
triarcato di Aquileia nel 14^9, cui
il Sigonio aggiunge il vescovato di
Bologna, sebbene quel comune non
MEZ
volle mai riconoscerlo e riceverlo
per vescovo, a' 22 giugno o nel
primo luglio 144^* '^ *^''^^ cardina-
le prete di s. Lorenzo in Dam;iso
e camerlengo, sebbene altri dicono
vicecancelliere. II medesimo Euge-
nio IV Io incaricò della legazione
a Filippo Maria duca di Milano, al
doge di Venezia, ed alla repubbli-
ca fiorentina. Dopo la memorala
vittoria Eugenio IV non fece cosa
di momento senza consultarlo pri-
ma, e per la singolare destrezza e
prudenza ond' era fornito, gli affi-
dò la direzione di lutti gli affari s'i
ecclesiastici che politici del suo pon-
tificato, per cui sembrava eh' egli
solo lo amministrasse sotto il nome
del Papa. JNicolò V nel i^5^ gli
conferì l'abbazia di Monte Cassino,
di cui fu il primo comuiendatario,
e che poi unì alla mensa de' mo-
naci, ciò che approvò con sua bol-
la Calisto III. Questi lo spedì colle
truppe della Chiesa contro i turchi,
e capo della piccola flotta che per-
ciò pose in mare. Riportò quindi
diverse vittorie, poiché con piccolo
corpo di soldatesca diede agi' infe-
deli solenne sconfitta presso Bel-
grado, ove ne lasciò morti seimi-
la sul campo, colla perdita di ses-
santa pezzi di cannone, bagaglio e
stendardo militare. Lo stesso fece
presso Rodi, dove con poche navi
fugò e disperse una numerosa flot-
ta de' turchi, e tolse loro dalle ma-
ni tre isole dell'Arcipelago. Resti-
tuitosi a Roma, fu accolto dai ro-
mani con gioia e plauso universa-
le, e con sommo onore dal Papa
e dal sacro collegio. Avendo consi-
derato che la piazza di Campo dei
fiori stavasi negletta, e ridotta pa-
scolo e ricettacolo di cavalli, la fe-
ce lastricare di pietre. Adornò di-
versi edilìzi contigui alla basìlica
MEZ i3
del suo titolo, e con gran spesa ne
costruì de'nuovi. Ebbe alcune gravi
differenze col caidinal Barbo, poi
Paolo li, nipote di Eugenio IV,
perchè vedeva con gelosia la so-
verchia potenza che esercitava sotto
lo zio e a di lui preferenza. Giun-
to a notizia di Lodovico che il
cardinal Barbo bramava il vescova-
to di Padova, egli con pretesto di
condursi ai bagni, volò in quella
città e quindi a Venezia per attra-
versarne indarno l' edètto, mentre
r emulo presso lo zio Io poneva
in discredito. Il Papa Nicolò V lo
trasferì al vescovato di Albano, e
gii diede la pingue abbazia di Chia-
ravalle. Non potè il caidinale sfug-
gir la taccia degli storici contempo-
ranei, per avere pel primo tra i
porporati mantenuto in copia cani
e cavalli, numerosa famiglia e pre-
ziose suppellettili, imbandita men-
sa lauta e sontuosa, come altresì
di essere stato dedito a'conviti ed al
giuoco, in cui è fama che in una
sola notte perdesse con Alfonso re
di Napoli ottomila ducati, perdita
che niun pregiudizio gli dovette re-
care come il più ricco di quante
persone e famiglie private fossero
per tutta 1' Italia. Intervenne a
quattro conclavi, e per quello di
Paolo II concepì tal rammarico per
la sua esaltazione, che passati po-
chi mesi morì di affanno nel ì^65,
d'anni 64. Fu sepolto nella chie-
sa titolare di s. Lorenzo, dove il
canonico della medesima Antonio
Tocco ne ruppe la tomba, spoglian-
dolo per avidità delle sacre vesti
e dell' anello cardinalizio, per cui
il sepolcro restò negletto per qua-
ranta anni, finché la liberalità di
Enrico Ilunis arcivescovo di Taran-
to, segretario del sagro collegio e
tesoriere, per dare al defunto un
i4 MEZ
contrassegno di stima ed affetto, a
proprie spese gli fece costruire un
magnifico avello, lavorato sul gu-
sto antico, che poi fu trasferito nel-
la sagrestia de' canonici, con ele-
gante iscrizione. Il cardinale lasciò
tulli i suoi beni mobili, che monta-
vano a enorme somma, a Nicolò e
Luigi Scarampi suoi famigliari o
nipoti come li chiama il Novaes, i
quali presero la fuga. Ma Paolo
li che gli avea accordato la facoltà
di fare testamento, tuttavolla li le-
ce arrestare a Castelnuovo, cari-
chi d'oro e di argento. Li fece ri-
tenere sotto onesta custodia finche
non furono tutti insieme raccolti e
adunati i beni del cardinale, e da-
ti ad essi circa scudi duemila, ed
alla famiglia settemila, oltre il sa-
lario di due mesi, il Papa fece il
rimanente distribuire ai poveri, alle
chiese, e parte l'impiegò nella guer-
ra d' Ungheria. Gaspare Veronese
storico contemporaneo narra, che il
cardinale quando fece testamento
non avea più 1' uso libero della ra-
gione, e che il Pontefice giudicò
non essere convenevole che tante
ricchezze, che derivavano dalla Chie-
sa, dovessero passare in mano di
persone che non vi aveano alcun
diritto. Ne' beni immobili poi, e
nelle terre e possessioni che si va-
lutarono cinquemila rubbi di ter-
reno, istituì eredi un fratello e un
nipote, i quali in brevissimo tempo
dissiparono il ricco e pingue patri-
monio, fino a ridursi alla men-
dicità.
MEZZAVACCA Bartolomeo, Car-
dinale. Bartolomeo Mezzavacca, di
illustre famiglia bolognese, compiti
ì suoi studi nella scienza legale.
Tenne in essa laureato nel 1 369.
Passato indi a Roma, ottenne da
Gregorio XI un posto tra gli udì-
MEZ
tori di rota, e dal medesimo fu
promosso nel iSyS a vescovo di
Rieti. Sebbene assente, nell' istesso
anno a' 18 o 28 settembre Urba-
no VI lo creò cardinale prete del
titolo di s. Marcello, e per singola-
re distinzione gli trasmise a Bolo-
gna il cappello cardinalizio, il qua-
le fu da lui ricevuto con gran pom-
pa e solennità nella chiesa di s.
Domenico, da Giovanni di Lignano
insigne giureconsulto. Dotato essen-
do di coraggio superiore all'ordi-
nario, di sommo spirito e singolare
destrezza nel maneggio degli affari,
fu inviato a Napoli dal Pontefice
insieme coi cardinali di s. Ciriaco
e di Venezia, al re Carlo III Du-
razzo, che coli' aiuto di Urbano VI
occupato avea il regno di Napoli,
acciocché presso quel principe si
maneggiassero tutti d'accordo con
calore ed efficacia perchè si ese-
guisse quel tanto che il re aveva
promesso in corrispondenza dell'aiu-
to prestatogli, cioè di cedere il du-
cato di Capua e di Amalfi a Fran-
cesco Butilli nipote di Urbano VI.
Giunti i cardinali a Napoli, si avvi-
dero subito che il re faceva il sor-
do alle istanze de' rappresentanti,
non essendo disposto a compiacere il
Papa. Ciò non pertanto il cardina-
le di s. Ciriaco appoggiò con forza
le richieste del Papa, il veneto si
regolò con ambiguità, bilanciando
le ragioni delle parti, il solo cardi-
nal Reatino, così detto dal suo ve-
scovato, trovando indebite le preten-
sioni di Urbano VI, non seppe ri-
solversi a cooperare che acquistas-
se le nominate signorie un giovi-
nastro perduto nella mollezza e
nel lusso, che contribuiva non po-
co al discredilo del pontificato, on«
de piuttosto sostenne le ragioni del
re. Ritornati i cardinali a Roma
MEZ
senza aver nulla conchiuso, Urbano
VI ne fremè di sdegno, e preso in
grave sospetto il cardinale di Rieti,
montò in ira col re Carlo III, con-
tro del quale determinò di portarsi
armata mano per indurlo colla forza
a mantenergli le promesse, e inti-
mò ai cardinali di doverlo seguire.
Negando però questi di unanime
consenso di obbedire, intentò un ri-
goroso processo, per cui sarebbero
stali in seguilo riguardati come ri-
belli e contumaci se dentro un da-
to termine non si univano con lui,
minacciandoli inoltre di privarli
della porpora cardinalizia. Siccome
però il cardinal di Rieti era più di
ogni altro sospetto al Papa come
fautore del contegno di Carlo III,
e fomentatore della disobbedienza
degli altri cardinali, lo privò con
tutte le formalità della dignità car-
dinalizia, ed ai cardinali di s. Ci-
riaco e di Venezia assegnò il ter-
mine di quattro giorni a produrre
le loro difese; se non che interposti
parecchi ragguardevoli personaggi in
questa causa, furono ambedue ri-
messi in grazia del Papa. Solo del
cardinal Mezza vacca non volle sen-
tire ragione alcuna di difesa. Spa-
ventato esso dalla severità del Pon-
tefice, prima d'incappargli nelle ma-
ni, si involò con segreta fuga, e reca-
tosi in Avignone dall' antipapa Cle-
mente VII aderì allo scisma, e tramò
congiura contro Urbano VI, alla
quale presero parte cinque cardina-
li che furono puniti coli' estremo
giudizio in Genova. Bonifacio IX,
successore di Urbano VI, nel primo
anno del suo pontificato lo restituì
insieme con altri alla primiera di-
gnità col titolo di s. Martino ai
Monti, perchè il suo antico tito-
lo eia stato conferito ad altri, e de-
coroUo delle legazioni di Genova e
MIC iS
Viterbo. Narra il Gonlelorio che
alcuni cardinali adunati nel castel-
lo di Luzzara, alla morte di Urbano
VI, in disprezzo del suo carattere
violento, trattarono di eleggere in
successore il cardinale benché de-
posto. Mori dopo tante vicende tran-
quillamente in Romanci iSgG, ed
ebbe sepoltura nella basilica di s.
Maria Maggiore, dove in antica
tomba insieme col suo nome si
vedono scolpite le insegne di sua
famiglia.
MEZZODÌ', o/"f/i/ie equestre. Que-
st'ordine cavalleresco della croce del
mezzodì nel Brasile, venne istituito
nel dicembre 1 826 da Pietro I
imperatore del Brasile, per premia-
re que' sudditi che lo avevano eoa
zelo e valore assistito nel sottomet-
tere le Provincie ribelli del Brasile,
dopo le turbolenze scoppiate a Fer-
nambuco, e gli avevano appianato
la via al trono, venendo proclama-
to imperatore del Brasile nel 1822.
La decorazione consiste in una cro-
ce d' oro che si appende nella par-
te sinistra del petto.
MIC ARA Lodovico, Cardinale.
Lodovico Micara nacque in Fra-
scati a' 12 ottobre 1775, dotato di
pronto e felice ingegno, ben pre-
sto volle professare vita religiosa
tra i cappuccini, in cui meritò per
diversi gradi essere eletto ministro
generale del suo ordine, quando già
Pio VII per la sua dottrina ed e-
loquenza avealo promosso a predi-
catore apostolico. Divenuto Ponte-
fice l'antico suo amico Leone XII
[Vedi), gli affidò varie incumben-
ze, indi a'20 dicembre 1824 '^
creò e riservò in petto cardinale
prete, pubblicandolo a'i3 marzo
1826 con quell'onorevole elogio che
riportammo nel voi. XXVII, pag.
i5o e i5i del Dizionario, parlan-
i6 MIC
do ancora di sua famiglia, confe-
rendogli per titolo la chiesa de' ss.
Quattro. Lo abilitò per un tempo
ad esercitare il supremo magistero
del suo ordine, ed a continuare l'uf-
fizio di predicatore apostolico. In-
di Io annoverò alle congregazioni
dell'indice, delia disciplina regola-
re, dell'esame de' vescovi in sacra
teologia, degli affari ecclesiastici, e
poi lo fu pure a quella de' vescovi
e regolari, dichiarandolo presidente
della deputazione permanente dei
Conservatori di Roma [Vedi). Gre-
gorio XVI nel 1837 lo nominò
vescovo di sua patria, alla quale
facendo l'ordinaria dimora, con ze-
lo pastorale esercitò quelle benefi-
cenze che accennammo nel citato
voi. XXVn, p. 218. Divenuto nel
1843 sotto- decano del sacro colle-
gio, preferì restare nella chiesa di
Frascati, in vece di passare a quel-
le di Porto, s. Ruffina e Civitavec-
chia, ed il medesimo Papa gli con-
ferì la prefettura de' sacri riti.
Quando nel i844 successe al de-
canato del sacro collegio, Gregorio
XVI lo trasferì ai vescovati d'O-
stia e Velletri e alla legazione di
Velletri, colle prerogative e protet-
torie inerenti alla sua ragguarde-
volissima qualifica ; essendo stato
protettore anco di Frascati, del con-
servatorio pio e della confraternita
di s. Andrea de'pescivendoli. Inter-
venne ai conclavi in cui furono
eletti Pio Vili, Gregorio XVI e
Pio IX. Visse parcamente o nel
seminario di Frascati o nel conven-
to de' cappuccini di Roma, solo
breve tenjpo passò in Velletri. Fi-
nalmente dopo lunga e penosa in-
fermità, morì in Roma a*24 "^ag-
gio 1847, nell'almo 72 di sua età.
1 funerali si celebrarono nella chie-
sa della 6S. Concezione de' cappuc>
MIC
cini, in cui celebrò la solenne mes-
sa il cardinal Vannicelli, ed ivi fu
sepolto secondo la sua disposizione.
Nei Diari di Roma n. 46 e 47? ^
nelle Notizie del giorno num. 28,
si leggono gli onori funebri che gli
resero la città di Velletri, la città
e seminario di Frascati, con ora-
zioni necrologiche celebranti le sue
qualità, scienza e meriti. Amorevo-
le colla famiglia in gran parte la
beneficò con pensioni vitalizie, de-
stinando la principal porzione di
sua cospicua eredità in favore del
conservatorio di Frascati e di altri
pii istituti, ciò che meglio descri-
veranno i suoi biografi, quando gli
eredi fiduciari ne avranno pubbli-
cate le disposizioni. Di aspetto gra-
ve, con bella barba, egli vestì al
modo detto nel voi. XXVI, p. iS^.
MICHELE (s.), ordine equestre
di Portogallo. V. Aia di s. Miche-
le, che si estinse sotto il re Sancio
I figlio del fondatore, e ne tratta
pure il p. Bonanni nel Catalogo
degli ordini p. 80, riportandone la
figura.
MICHELE (s.), ordine equestre
di Napoli. Fedi Armellino, ordi-
ne non più esistente, di cui parla!
ancora il p. Bonanni nel Catalogo
degli ordini p. 84, riproducendo-
ne la figura.
MICHELE (s.), ordine equestre
di Francia. Pretendono alcuni scrit-
tori che Carlo VII re di Francia
avendo abolito l'ordine della Stella
[Fedi) istituito da Giovanni li, per
disprezzo impose il collare di tal
ordine al Bargello^ ed ordinando
che i suoi Birri portassero delle
stelle sulle casacche, avesse intenzio-
ne d'istituire un altro oidine sotto
r invocazione di s. Michele arcan-
gelo, antico protettore del regno di-
Francia, lo che a cagione di sua
MIC
morte non potè mandare ad effet-
to, e che Lodovico XI suo figlio
per effettuare le sue brame istituis-
se l'ordine in memoria dell'insi-
gne vittoria riportata dai francesi
contro gl'inglesi sul ponte d'Or-
leans ove è tradizione che s. Mi-
chele si fece vedere in aria a favo-
re de' francesi. Certo è che Lodo-
vico XI Io fondò nel primo d'ago-
sto i4^9 ^^^ castello d' Amboise,
composto di soli Ireiitasei cavalieri
gentiluomini, e che il re ne sarebbe
il capo; ne creò subito quindici, e
gli altri si riserbò nominarli nel pri-
mo capitolo, ma il numero mai
Io completò. Diede ai cavalieri per
decorazione un collare d' oro com-
posto di conchiglie intrecciate da
doppio legame, poste sopra una
catena d' oro da cui pendeva vma
medaglia rappresentante il santo ar-
cangelo in atto di cacciare il de-
monio, o atterrare un dragone. Que-
sto collaie i cavalieri dovevano
portarlo dovunque ogni giorno, tran-
ne quando erano coU'esercito, por-
tando allora la semplice medaglia
pendente da una catena d' oro, o
da un cordone di seta nera, e que-
sta mai potevano lasciare; la divi-
sa o motto poi era: Immensi (re-
mor Oceani, secondo la pia creden-
za, che il santo arcangelo con tem-
peste disperdesse i nemici della
Francia tutte le volte che si ap[iros-
simavano nell' Oceano al monte di
s. Michele, ove fu fondata un' ab-
bazia in suo onore, e per la sua
apparizione ivi accaduta ad Aut-
berto o Otberto vescovo d' Avran-
ches verso l' anno 706, per cui in
Francia se ne celebra la festa ai
16 ottobre. 11 gran collare dovea
pesare duecento scudi d'oro, ma
senza gioie, dovendosi in morte re-
stituire al tesoriere dell'ordine. I
MIC 17
cavalieri non potevano guerreggia-
re senza farne consapevole il con-
siglio, ed i francesi non potevano
servire principi stranieri e far lun-
ghi viaggi senza permesso del re.
Per eresia, tradimento o viltà i ca-
valieri venivano privati dell'ordine,
e quando a questo erano ammessi
doveano lasciar quelli che aveano,
tranne i ricevuti dai Papi, impera-
tori, re e duchi. Nell'ammissione
pagavano al tesoro dell'ordine ^o
scudi d'oro, o l'equivalente per ,
gli ornamenti della chiesa del Mon-
te s. Michele in Normandia, desti-
nata da Lodovico XI per celebrar-
vi i divini uffizi e ricevervi i be-
nefizi e le fondazioni in favore
dell'ordine ; ma poi dichiarò che
le cerimonie e le feste dell' ordi-
ne si celebrassero nella cappella di
s. Michele situata nella corte del
palazzo in Parigi ; tuttavolta non
pare che le assemblee e le fe-
ste si facessero in tali luoghi. Alla
morte d' un cavaliere ognuno do-
veva fargli celebrare venti messe.
Nella vigilia della festa di s. Mi-
chele i cavalieri doveano col ve
portarsi alla chiesa vestiti con man-
to di damasco bianco lungo, bor-
dato d'oro, ornato di conchiglie e
nodi d' amore fatti di ricamo, e fo-
derato di ermellino, e colla testa
coperta di cappuccio cremisi. Nel
di seguente alla messa presentava-
no i cavalieri all'offertorio una mo-
neta d' oro, indi pranzavano col re.
Assistevano al vespero in mantelli
neri con cappucci simili, violetto
essendo quello del re. Intervenivano
ancora al mattutino de' defunti per
l'anniversario, e nel giorno seguente
alla messa offrivano un cero d'una
libbra col proprio stemma. Nel dì
appresso assistevano alla messa can-
tata in onore della Beata Vergine.
i8 MIC
Nel 1496 Alessandro VI, ad istan-
za di Callo Vili, figlio di Lodovico
XI, confermò questo ordine.
In principio ufìfìzialt dell'ordine
erano il cancelliere, il registratore,
il tesoriere e 1* araldo, che porta-
vano vesti lunghe di ciambellotto
bianco foderate di panno celeste
con cappucci di scarlatto, ed il
cancelliere era semplice ecclesiasti-
co ; ma Francesco I variò il col-
lare, sostituendo ai doppi nodi un
cordoncino in memoria di sua ma-
dre Anna di Bretagna, istilulri-
ce dell'ordine della Cordeliera [Ve-
di). Enrico II nel j548 ordinò nel
capitolo di Lione che i cavalieri
portassero mantello di tela d' ar-
gento ricamato di tre mezze lune
intrecciate di trofei, seminati di
lingue e fiamme di fuoco, col cap.
puccio di veluto cremisi pure ri-
camato; che il cancelliere portasse
mantello di velluto bianco e cap-
puccio di velluto cremisi ; che il
preposto ed il maestro di cerimo-
nie, il tesoriere, il registratore e
r araldo avessero un mantello di
raso bianco ed il cappuccio di ra-
so cremisi , e che portassero una
catena d'oro con conchiglia simile
pendente ; e che lutti i cavalieri
presenti assistessero col re per la
solennità dell'ordine nella cattedrale
di Lione ai primi vesperi della fe-
sta di s. Michele, e nel seguente
giorno alla gran messa e secondi
vesperi ; altri dicono che Enrico
II volle che i divini uffizi si cele-
brassero nella santa cappella di
Vincenues, Avendo Francesco II
e Carlo IX per diverse circostanze
aumentato grandemente il numero
de'cavalieri, nel iSyS il re Enri-
co III fondò l'ordine dello Spirilo
Santo [Fedi)y principalmente per
ridurre a nuovo splendore questo
MIC
di s. Michele di molto decaduto e
comune, a cagione delie persone
ch'erano decorate, non essendovi
che pochissimi nobili , onde in
Francia si diceva per proverbio:
le collier de s. Michel à toutes bé-
tes, o l'ordre des bctes de sommej
ordinò dunque Enrico IH, che
chiunque venisse decorato della
croce dello Spirito Santo, dovesse
ancora prendere quella di s. Mi-
chele nel d'i precedente al conferi-
mento della prima, laonde le armi
degl' insigniti venivano ornate dei
due collari, ed essi chiamati cava-
lieri degli ordini del re. Tutlavol-
ta introdotti nell'ordine nuovi abu-
si, ed avvilito dai particolari che
lo avevano ricevuto senza dar pro-
vedi nobiltà e de' servigi prestati,
queste esigette nel 1661 Luigi
XIV quando operò la riforma com-
pleta dell'ordine; quindi nel i665
fece un nuovo regolamento, pre-
scrisse r osservanza degli statuti
compresi in sessantacinque capitoli,
e ridusse a cento il numero dei
cavalieri da lui scelli, oltre quelli
dello Spirito Sauto, e che tra essi
fossero compresi sei ecclesiastici co-
stituiti in dignità, e sei uffiziali del-
le compagnie reali, e ninno potesse
essere decorato dell' ordine di s.
Michele se non fosse cattolico, ben
costumalo , nobile per due genera-
zioni, con altri requisiti ; che ogni
anno tutti i cavalieri si riuniranno
capitolarmente nella sala de' fran-
cescani di Parigi, per- esaminare i
regolamenti necessari al manteni-
mento dell'ordine, presiedendo l'as-
semblea un cavaliere deputato dal
re ; e che la cnjce dell'aulica forma
e figura fosse |)ei' u)età più piccola
di quella dello Spiiilo Santo, u ri-
serva della culuiiibu che sta nel
mezzo di questo, iuvece dovendovi
MIC
essere r immagìue in ismaUo di >.
Michele, pendente da nastro nero;
tutti poi doveano portar la spada,
tranne i mentovati sei ecclesiastici
ed uHkiali, e le scarpe l)ianclie, co-
me si può vedere a p. 8i del p.
Bonanni, che ne riporta la figura
nel Catalogo degli ordini equestri.
Le regole dell' ordine le registrò
ancora il Sansovinn, e l'ultima edi-
rione degli slalnti fu stampata a Pa-
rigi nel 1725. Luigi XVIII desti-
nò quest'ordine per decorare i pri-
mari scienziati ed artisti, e quelli
che si fossero distinti con nuove
invenzioni ed intraprese utili allo
slato, avendolo ristabilito con ordi-
iiiM«a de' 16 novembre i8i6j ma
dopo la rivoluzione del i83o non
fu più conferito.
MICHELE (s.), ordine equestre
di Baviera. L'istituì a'29 settembre
1693 Giuseppe Clemente elettore
di Colonia, come duca di Baviera,
nella sua residenza di Monaco; in-
di venne solennemente confermato
dal re di Baviera Massimiliano Giu-
seppe, nella revisione degli oi'dini
reali, agli 11 settembre 1808. II
suo primiero scopo è il sostenere
la religione cattolica, e difendere
l'onore divino, cui si aggiunse il
dovere di soccorrere i difensori
della patria, ton decreto de'6 ago-
sto 18 IO nella nuova conferma e ri-
forma degli statuti dell'ordine, chia-
mandolo Ordine del merito di s.
Michele. In principio l'ordine si
compose di tre classi, cioè di gran
croci che formano il capitolo, de-
gli uftlziali e de' cavalieri , a cui
più tardi fu aggiunta la quarta
classe de' cavalieri onorari : per es-
sere ammesso ad una delle lie pri-
me classi bisogna daie prove di
nobiltà. Il gran maestro nomina ca-
valieri onorari di suo proprio moto
MIC
'9
e senza ammettere petizione, uomi-
ni di un merito distinto, non fa-
cendo differenza di nascita, di con-
dizione o di religione , e nessun
membro può essere eletto senza il be-
neplacito del re. Gli statuti prescris-
sero che vi debbono esseie dieciot^
to gran croci, otto ufliziali, trenta-
sei cavalieri, e dodici cavalieri o-
norari, tanto ecclesiastici quanto
laici. Pio VII col breve, Quoniani
iuler niilitares cquestres ordines, dei
5 febbraio 1802, Bull, Boni. Conti-
nualio t. XI, p. 284, dichiarò ad
onore di questo ordu>e, che quegli
ecclesiastici che ne fossero insigniti
godessero 1' abito prelatizio e lutti
i privilegi de' prelati domestici. Il
regnante Luigi Carlo Angusto, con
foglio governativo de' i4 settembre
1846, pubblicò il regio decreto col
quale stabilì, che quest'ordine del
merito di s. Michele si compones-
se di membri dell' ordine naziona-
le, di trentasei gran croci, di ses-
santa commendatori e di trecento-
venti cavalieri. La dignità di gran
maestro, coli' approvazione del re,
viene conferita ad un principe del
sangue, ed ultimainenle lo era il
duca Guglielmo di Baviera duca di
due Ponti Bii^kenfeld. Sullo scudo
di s. Michele, nella faccia della de-
corazione vi è l'epigrafe: Quis ut
Deus? Sulle quattro parti della cro-
ce vi sono le iniziali P. F. F. P.
che significano /7/e/rtJ, fidelitaSy far-
iitudo, perseverantia. Nel rovescio
vi è la leggenda ; Dominus potens
in praelio.
MICHELE e GIORGIO (ss.)
DELLE ISOLE JoNiE, Ordine equestre.
Pel trattato de' 2 3 maggio i8i4
fu ceduta l' isola di Malta e sue
dipendenze all' Inghilterra , e per
quello del 5 novembre 181 5 po-
ste le isole Jouie sotto la protezio-
I
20 MIC
ne del sovrano della gran Breta-
gna, il re Giorgio III eresse l'or-
dine di san Michele e di san
Giorgio a'27 aprile 1818, pubbli-
candosi gli statuti a' 12 agosto, indi
riformati da Giorgio IV li 5 aprile
1826, e poscia dal i"e Guglielmo
IV il 17 ottobre i832. 11 re del-
la gran Bretagna è sovrano del-
l'ordine; un principe del sangue
reale n'è il gran maestro, ed at-
tualmente è il duca di Cambridge
Adolfo Federico; in caso di assen-
za viene rappresentato dal lord pri-
mo commissario dello stalo libe-
ro e indipendente della repubblica
delle isole Ionie. L' ordine si com-
pone di tre classi, cioè di gran
croci, di commendatori e di cava-
lieri. Il numero de' gran croci è
stabilito di quindici, non compre-
so il gran maestro, quello de'com-
inendatori di venti, quello de' ca-
valieri di venticinque. Ciascuna di
queste tre classi piglia posto subilo
dietro quella del nome medesimo
dell'ordine del Bagno [Vedi); da ciò
e dal limitato numero de'cavalieri di
ogni classe, deriva che l'ordine di
s. Michele e di s. Giorgio sia di-
stintissimo. La placca della gran
croce che forma l'.insegna de'cava-
lieri, è composta di sette raggi di
argento, separati da piccole liste di
oro, e per di sopra si vede impressa
in rosso la croce di s. Giorgio : lo
scudo posto su tal croce ha 1' effi-
gie dell'arcangelo s. Michele, colla
epigrafe : /ìiispiciuni mclioris nevi.
I commendatori oltre la decorazio-
ne portano una placca d'argento,
e nella decorazione evvi l'immagine
di s. Giorgio sullo scudo, colla leg-
genda suddetta. La festa solenne del-
l'ordine suole celebrarsi con ma*
gnifjca pompa il 2 3 aprile, giorno
ia cui cade la festività di s. Giorgio.
MIC
MICHELE ARCAiTGEto (s.). La
Chiesa onora s. Michele come ar-
cangelo, od il primo e principale
degli angeli, come il capo dell'ar-
mata celeste ; il suo nome significa:
chi è simile a Dio ? Qitis ut Deus ?
Daniele parla di s. Michele nei ca-
pitoli X e XII : egli seppe nelle sue
visioni, che 1' angelo custode della
Persia erasi fortemente adoperato
in favore di questo paese, e che
Michele, al quale era affidata la
guardia degli ebrei, avea rimosso
tutti gli ostacoli che si franietteva-
no al loro ritorno dalla cattività.
Gabriele disse a Daniele, ch'egli
avea fatto per ciò grandi sforzi in
Persia per veotnn giorni, e che
Michele essendo venuto in suo soc-
corso, tutte le dillicoltà erano state
superate. Parlando Daniele della
crudele persecuzione di Antioco, si
esprime cosi: « Allora si leverà
Michele, questo gran principe, ch'è
il protettore dei (igli del tuo popo-
lo " ; il che significa che questo
arcangelo verrebbe in soccorso dei
Maccabei e degli altri difensori de-
gli israeliti. Credesi che sia stalo
Michele quell'angelo che condusse
gli ebrei nel loro viaggio nel de-
serto, e di cui dicesi nel cap. XIII
dell' Esodo : « Manderò il mio an-
gelo, il quale vada innanzi a te ".
L' apostolo s. Giuda riferisce la con-
tesa che Michele ebbe col demo-
nio per la sepoltura del corpo di
Mosè, e raccomanda la pietà, l'u-
miltà e la modestia coli' esempio di
questo arcangelo, che lasciando i
rimproveri e le maledizioni , con-
tentossi di dire al suo avversario :
»» Il Signore ti soggioghi ". S. Gio-
vanni nell'Apocalisse, cap. XII, ci
fa la descrizione di un altro com-
battimento tra Michele ed il de-
monio, a motivo della Chiesa figu-
MIC
rata dalla donna ch'era fuggita
nel deserto, dove Dio le aveva pre-
parato un ritiro. Fu da questo pas-
so che venne conchiuso, che l' ar-
cangelo s. Michele era il tutelare
ed il difensore della Chiesa cristia-
na. La festa di s. Michele si cele-
bra ai 29 di settembre dal quinto
secolo in poi. Essa era certamente
stabilita nella Puglia nel ^()3, e se
ne riporta l' istituzione nell'occiden-
te alla dedicazione della celebre
chiesa di s. Michele sul Monte
(largano, oggi Monte sant'Angelo
nel regno di Napoli ; per ciò è
detta la. Dedicazione di s. Mi-
chele nei martirologi di s. Giro-
lamo, di Beda, ec. Benché s. Mi-
chele sia non)inalo solo nel titolo
di questa festa, apparisce però dal-
le orazioni della Chiesa esserne og-
getto tutti i santi angeli. Celebra-
vasi nello stesso gioino in occiden-
te la dedicazione di molte altre
chiese intitolate del santo arcange-
lo, principalmente di quella ch'era
sulla mole Adriana. Il culto di s.
Michele e degli angeli non fu me-
no celebre in oriente posciachè Co-
stantino ebbe abbracciato il cristia-
nesimo. Sappiamo da Sozomeno che
questo imperatore fece fabbricare
in onore del santo arcangelo una
chiesa che si chiamò Michaelion
e nella quale Dio operò dei miraco-
li : era questa forse quattro miglia
lungi da Costantino[ioli. Nella stes-
sa città eranvi f|ualtro chiese dedi-
cate a s. Michele, e crebbe il nu-
mero di esse (Ino a quindici, tutte
di fondazione imperiale.
La Chiesa cristiana celebra inol-
tre tre apparizioni di s. Michele.
La prima è quella di Colossi nella
Frigia, della quale non si sa di-
stintamente il tempo, la cui festa è
fissata a' 6 di settembre in tutte le
MIC 2r
chiese di oriente. La seconda è
quella sul Monte Gargano, di cui
parlammo all'articolo Apparizioive
DI SAN Michele arcangelo . La
terza è quella che il santo ar-
cangelo fece ad Autberto od Ot-
berto vescovo d'Avranches, su di
uno scoglio chiamato la tomba od
il periglio del mare, nel golfo tra
la Normandia e la Bretagna, dove
tiovasi l'abbazia di s. Michele: que-
sta apparizione accadde verso l'an-
no 706, e la festa fu sempre di
poi celebrata in Francia ai 16 di
ottobre, f^. MANpnEDOMA.
MICHELE DE'SANTI (beato).
Nacque in Catalogna, nella città di
\ich, a' 29 seltembie i^gr, di
Enrico Augemit e di Margherita
di Monserrada, ambedue ragguar-
devoli per casato e per probità.
Essi si presero grandissima cura
dell'educazione del loro figliuolo,
il quale fino dai più verdi anni
mostrò molta inclinazione alla pie-
tà. Perduti i genitori, uno de'suoi
zii incaricossi della tutela di lui, e
lo allogò presso un mercante. Il
suo primitivo spirito di fervore e
di mortificazione non venne meno
fra le* occupazioni del commercio,
alle quali accudendo eziandio con
somma esattezza, si meritò l'ammi-
razione del suo padrone e di quan-
ti il conobbero. Sentendosi chiama-
to ad un genere di vita più per-
fetto, partecipò al padrone la sua
risoluzione di entrare nello stato
religioso ; si recò a Barcellona, e
andò a presentarsi al superiore di
un convento di trinitari, nel quale
fu ricevuto. Dopo tre anni di pro-
ve, fece professione a Saragozza, il
3o settembre 1607, in un'altra
casa dell'ordine. Nel 16 19 passò
ad Alcalà, e vi pronunziò di. nuo-
vo i suoi voti. I superiori Io man-
il MIC
darono a cominciare gli (tudi al-
l' università di Baez : a Salamanca
terminò il corso di teologia, e fu
ordinato sacerdote. Da quel momen-
to egli si occupò interamente in
tutte quelle opere che potevano
procurare la gloria di Dio e la
salute delle anime. 11 suo merito
e le sue virtìi indussero i suoi fra-
telli ad eleggerlo due volte supe-
riore del convento di Valladolid,
casa a cui egli rese assai grandi
servigi. Iddio lo innalzò ad un al-
to grado di contemplazione, gli
diede lo spirito di profezia ed il
potere di far dei miracoli. In capo
ad alcuni anni di fatiche a van-
taggio della religione, terminò la
sua santa carriera nel iGaS, tren-
tesimo quarto di sua vita. Il Papa
Pio VI lo beatificò nel 1779.
MICHELE, Cardinale. Michele
cardinale prete fu incaricato da Co-
stantino Papa del 708 di trasferir-
si in Costantinopoli, col carattere di
apocrisario all'imperatore Anastasio,
per congratularsi nel pontificio no-
me di sua assunzione al trono im-
periale, come ancora per confermar-
lo nella fede ortodossa, e per ri-
conciliare colla Chiesa molti vescovi
penitenti, ch'erano miseramente ca-
duti. Fu di tal facondia ed erudi-
zione fornito, che colla forza degli
argomenti e colia perspicacia e vi-
vacità dell'ingegno convinceva co-
loro che avevano opinioni contrarie
ed opposte alla caltolicn fede. Gre-
gorio Il immediato successore di
Costantino lo confermò nella antica
carica, quantunque il Baronio sia
d'opinione che un altro cardinale
dello stesso nome,- rliverso dal no-
stro, fosse da quel Pontefice spedi-
lo a Costantinopoli. Si crede però
che sia Io stesso, tanto più che gli
aatichì scrittori non fanno alcun
MIC
motto della partenza del nostro
cardinale dalla corte dell'impera-
tore in occasione del nuovo Papa.
D' ordine di 8. Gregorio II, il car-
dinal legata depose Giovanni pseu-
do patriarca costantinopolitano, e
di universale sentimento del clero
e popolo collocò sopra quella sede
Germano santissimo arcivescovo di
Cizico, soggetto insignemente zelan-
te della purità della cattolica fede.
Restituitosi a Roma dopo tante e
sì egregie azioni, vide il termine
de' suoi giorni verso l'anno 720.
MICHELI Giovanni, Cardinale.
Giovanni Micheli nobile veneziano,
uomo di gran talento e pari dot-
trina, nipote per canto materno di
Paolo II, fu da questi a* 2 i novem-
bre 1468 creato cardinale diacono
di s. Lucia in Scplisolio, quindi nel
1471 fatto vescovo di Verona, a
cui nel i485 Innocenzo Vili ag-
giunse la chiesa di Padova, dove
mostrossi padre de' poveri e mece-
nate de' letterali. Tuttavolta scrive
il Marcelli contemporaneo canonico
di Padova, che il cardinale rinun-
ziò subito alla chiesa di Padova, e
mai ne prese il possesso, quantun-
que r Ughelli ed il Ciacconio affer-
mino averla tenuta tre anni. Men-
tre governava quella di Verona,
Sisto IV restituì alla cattedrale la
dignità dell'arcidiacono, che godu-
to avea fino dai tempi i più re-
moti, e l'imperatore Federico HI,
essendo di ritorno da Germania,
passando per Verona prese alloggio
nell'episcopio. Innocenzo Vili lo
decorò del titolo di patriarca di
Costantinopoli, quindi Io incaricò
della legazione dell' esercito ponti-
ficio contro Ferdinando re di Na-
polij ed egli con ammirabile pru-
denza e destrezza si maneggiò co-
sì bene, che stabilì uell' Italia la
J
MIC
pace tanto desiderala. Siccome però
era assai ricco e dovizioso, pei ma-
neggi di Cesare Borgia che accu-
sollo ad Alessandro VI di falsi de-
litti, fu posto in Castel s. Angelo,
e vi perde miseramente la vita a
mezzo di nn potente veleno, ap-
prestatogli da un domestico, che
ne pagò la pena sotto Giulio II.
Morì il cardinale nel i5o3, in età di
5'/ anni, e 35 di cardinalato, essendo
vescovo di Porto, chiesa che avea
ottenuta da Alessandro VI nell'ago-
sto 1492. Rimase sepolto in Ro-
ma nella chiesa di s. Marcello,
presso al lato destro della porta, in
un magnifico e antico sepolcro, sul-
r urna del quale vedesi la statua
del cardinale vestito in abiti ponti-
ficali, e nella sua base si legge o-
norevole iscrizione. Lasciò per te-
stamento la somma di quattordici-
mila scudi per la fabbrica della
cattedrale di Verona, a cui inoltre
donò tutta la sua ricca suppelletti-
le da dividersi colla chiesa di Pa-
dova. Tutti convengono nell'elogio
di personaggio di gran dottrina,
protettore degli uomini eruditi e
letterati, e padre dei poveri.
MICHELINA (beata). Nata a
Pesaro d' illustre famiglia, fu ma-
ritata in età di dodici anni ad un
signore della casa dei Malatesta. A
vent'anni perdette lo sposo, e po-
co dopo l'unico figlio. Questa dop-
pia perdita, che vivamente la com-
mosse, la distaccò affatto dal mon-
do, e la decise ad entrare nel terzo
ordine di s. Francesco. La sua pie-
tà parve follia a' suoi genitori, i
quali la fecero rinchiudere in una
torre; ma rimasta in libertà, se ne
giovò per darsi alla pratica delle
opere di misericordia, e per fare
un viaggio alla Terrasanta. IMori
nella sua patria, in età di ciuquau-
MIC »3
tasei anni, a'ig giugno i356. La
santa Sede approvò il suo culto nel
1737, e ne fissò la festa al di del-
la sua morte.
MlCONE(Mconen). Città vesco-
vile, capoluogo dell'isola del suo no-
me nell'Arcipelago, nel dipartimen-
to greco delle Cicladi settentriona-
li, sulla costa occidentale, a 60 le-
ghe da Tripolitza, con porlo buo-
nissimo, e più di 4000 abitanti.
L'isola di Micone o Miconi, My-
conos, è di forma triangolare, che
al nord ha l'altro porto di Panor-
mo ; gli abitanti cogli idrioti sono
riputali i pili abili marini dell'Ar-
cipelago. Il prelato di Tine [Fedi)
si qualifica anche vescovo di Mico-
ne, ove all'occorrenza manda un sa-
cerdote, e vi rimane una chiesa
con pochissimi cattolici, almeno in-
digeni.
MICROLOGO. Operetta assai
stimata sui riti e sulle cerimonie
della Chiesa, che si attribuisce a
Giovanni scrittoi'e francese, o piut-
tosto italiano, del secolo XII, inti-
tolata: De ecclesiaslicis ohservalìo-
nibus, che il Berlendi, Delle oblazio-
ni all' altare, edizione seconda, chia-
ma libro ripieno di santa e vera eru-
dizione, e che merita in materia di
riti di essere ad ogni altro piepo.sto;
ma dice non potersi certamente as-
serire chi ne sia stato l'autore: ne
tratta a p. io3 e seg. riportando pu-
re le diverse opinioni, e parlando del
Micrologo, libro di musica compo-
sto da Guido d'Arezzo monaco pom-
posiano (su di che F. Musica), e
del Micrologo della vita di Carlo
Magno, Enrico Warthon, nel suo
supplemento all'Usserio sulle scrit-
ture, a pag. 35g cita un libro mss.
col nome d'ivone di Chartres, in-
titolato : Degli uffizi ecclesiàstici,
e dice, che questo libro è lo stesso
24 MIC MID
che il Micrologo stampato tante Micrologo ad Anversa nel i565,
volte, e di cui finora veiamenle ed annientò la sua edizione di /\.o
non se ne conosce bene l'autore; capitoli. Indi nel i56B Melchiorre
ma mentre negli stampati è desso Hittorp inserì il Micrologo nella
composto di soli 62 capitoli; nel sua Raccolta degli scrini liturgici .
rass. di Warthon in vece se ne Venne altresì pubblicato posteriore
contano 71. Gli otto primi, che mente nella Biblioteca de padri, e
mancano nelle nostre edizioni, trat- trovasi nel t. XVIII di nuella di
tano del mattutino e delle laudi, Lione. Si possono <listinguere due
delle ore di prima, terza, sesta, no- parti del Micrologo: la prima ri-
na, del vespero e della compieta, guarda la celebrazione della messa
11 nono capitolo è sull'introito del- secondo il rito romano; la seconda
la messa: è con questo capitolo che tratta delle diverse altre pratiche
comincia il Micrologo stampato ; in della Chiesa sotto il pontificato di
testa dell'opera del mss. di War- s. Gregorio VII. Vi sono riferite
thon leggesi il nome d'Ivone ve- dettagliatamente le parti dell'udizio
scovo di Chartres, locchè esclude delle quattro tempora e delle quat-
qualunque equivoco. Sì può ag- tro seguenti domeniche. Trovansi
giungere sull'asserzione di Warthon pure diverse osservazioni sulla dis-
che la scrittura del mss. corrispon- posizione degli ufìizi dell' avvento ,
de al tempo nel quale viveva Ivo- sulla notte di Natale, sull' ulhzio
ne, cioè alla fine del secolo XI od della festa di s. Stefano e degli
al principio del Xll. L'autore qual- Innocenti, sull'uffizio della domeni-
sìasi del Micrologo, si occupa della ca e dell'ottava della Natività, sul-
spiegazione delle cerimonie della la festa dell'Epifania, e sulle do-
chiesa romana, e si dà ad onore meniche che seguono.
di averne imparate molte dalla hoc- MIDA (s.). f^. Ita (s.).
ca stessa del dotto Papa s. Grego- MIDAIUM, Medaeuin, Medaiuin.
rio VII, eletto nel 1078, morto nel Sede vescovile della Frigia Saluta-
io85. La prima edizione del Mi- re, nell'esarcato d'Asia, sotto la
crologo è dovuta a Giacomo Le metropoli di Sinnada, eretta nel V
Fevre d'Etaples che lo fece stam- secolo. Ne furono vescovi Epifanio
pare a Parigi nel i5io, col nome che fu al concilio di Calcedonia;
di Bernone abbate di Richenou o Giovanni che intervenne a quello
Augiense. Ivi nel 1527 fu ristam- di Costantinopoli sotto Menna; Co-
pato insieme al trattato d' Eckio stantino che fu al V concilio ge-
sul sagrifizio delia messa. Giovanni nerale; Teodoro sottoscrisse ai ca-
Cochlee ne fece una terza edizione noni in IVulloj Giorgio fu al VII
a Magonza nel suo Specchio del- concilio generale; e Metodio a qiiel-
l'antica divozione verso la. messaj lo di Fozio, nel pontificato di Gio-
raa pubblicò i soli primi' 22 capito- vanni Vili. Oriens chrìst. tom. I,
li del Micrologo che riguardano p. 84 1.
particolarmente la celebrazione del- MIDDELBURGO , Middclbitr-
la messa ; su quella di Cochlee fu- gnni o Mediohurguni. Città vesco-
rono fatte l'edizioni di Venezia nel vile de' Paesi Bassi, capoluogo del-
iSay e di Roma nel 1590. Pame- la provincia di Zelanda, di circon-
lio fece nuovamente stampare il dario e di cantone, a 28 leghe da
MID
Aiusterdam, in mezzo all'isola di
Waiclicien, che si trova alle boc-
che dello Schelda sopra un largo
canale, e comunica col mare del
nord; canale scavato nel r8i6 e
1817 in sostituzione dell'antico por-
to delia città interamente colmo.
E residenza del governatore della
provincia e di altre autorità. Que-
sta città, di forma quasi semicirco-
liuc, è grande e bella ; le sue for-
tificazioni fiuono in parte distrutte,
n)a conservò de'ripari con bastioni,
cinti da una fossa larga e pro-
fonda. Il palazzo pubblico situato
nella gran piazza è osservabile per
la sua gotica architettura, e sopra
vi sta un'alta torre; la facciata è
adorna di venticinque statue degli
antichi conti e contesse di Zelanda.
La piazza Rotonda è circondata di
viali d'alberi, e di bei fabbricati
detti dell'abbazia, e cos\ pure del-
l'edilizio deiramiiiiragliato; sì os-
serva inoltre la chiesa di s. Pietro,
antica cattedrale, che contiene mol-
li bei mausolei, gii edilizi della
compagnia delle Indie e del com-
mercio, gli arsenali, i fabbricati del
pubblico peso, il quartiere Molen-
Water ed i pubblici passeggi. Vi
sono diversi stabilimenti scientifici ,
come la società zelandese per tutti
i rami di letteratura, arti e scienze,
che ha biblioteca, museo di storia
naturale, collezione di medaglie e di
oggetti rari. Un tempo il suo com-
mercio era assai considerabile; no-
mina otto membri agli stati di Ze-
landa, e tra gli altri fu patria del
{)octa Adriano Beverland, e del teo-
logo Melchiorre Leydeker. I din-
torni sono paludosi e pregiudizievo-
li, e l'uragano del iS-ìj cagionò
terribili guasti alla città.
Middelburg (piazza di mezzo)
prese il nome dalla sua situazione
MIE 25
nel mezzo di Walcheren. In ori-
gine era un piccolo villaggio, che
i signori di iJorsselle ingrandirono
poscia, e fecero cingere di mura
nel iiSa. Dopo un assedio di 22
mesi la città fu presa agli spagnuuii
nel i574, da Gugliehno i princi-
j>e d'Orange, capo de' confederati,
e riunita alle Provincie-Unite, di
cui fece parte sino al 16 inaggio
1795, in cui ceduta alla Francia
fu incorporata nel territorio fhm-
cese a' 2 ottobre. Compresa pri»
jiia nel dipartimento della Schel-
da, divenne poscia il capoluogo del
dipartimento delle Bocche delia
Schelda. GÌ' inglesi la presero nel
1809 nella loro spedizione contro
r isola di Walcheren, ma furono
costretti evacuarla nel medesimo
anno.
La sede vescovile, ad istanza di
Filippo li re di Spagna, fu istitui-
ta da Paolo IV a' 12 maggio loSg
culla bolla Super universa, dichia-
randola suliraganea della metropoli
d' Utrecht. Stabilì la diocesi nel ter-
ritorio di 56 niii^lia di lunghezza
e 33 di larghezza, ed al vescovo
gli assegnò tremila ducati d'oro
annui dalle decime, e millecinque-
cento ducati da detto re , cui die
il diritto di nominare a questa
chiesa. Ne fu primo vescovo Nico-
la Castro o de Castel, ma i suoi
successori non risiedettero mai a
Middelburg, perchè la città e tut-
ta la Zelanda avea abbracciato le
nuove fatali opinioni religiose della
pretesa riforma, onde il vescovato
durò soli tredici anni. Al presente
Middelburg è un decanato della
missione d'Olanda, con otto stazio'
ni, altrettanti pastori e più di 2000
cattolici con una chiesa.
MIESGIllERTO. Sede vescovile
armena sotto il cattolico di Sis, di
26 MIO
cui furono Tescovi Precursoi-e che
fu al concilio di Sis, e Wierse cui
scrisse il Papa Innocenzo XI. Oriens
christ. t. I, p. i436.
MIOAZZl Cristoforo, Cardina-
le. Ciislofoio de Migazzi de Valle a
Sullelturin, nacque da nobile fami-
glia in Trento a' 20 ollobrc 17 i4'
Educato nelle scienze, secondo la
sua distinta condizione, ben presto
mostrò desiderio di abbracciare lo
stato ecclesiastico, e ne effettuò po-
scia la vocazione. Benedetto XIV
lo dichiarò arcivescovo di Cartagi-
ne in parllbus, quindi colla riten-
zione del titolo arcivescovile, nel
concistoro de' 20 settembre lySG
lo traslatò al vescovato di Vacci»
in Ungheria, e nell'anno seguente
ali ma""io lo trasferì alla chiesa
arcivescovile di Vienna d'Austria.
Clemente XI lì nel concistoro de'2 3
iioven)bre 1761 lo creò cardinale
dell'ordine de' preti, rimettendogli
la berretta cardinalizia per monsi-
gnor Mantica di Udine, cameriere
segreto e segretario d' ambasciata
dello stesso Papa, poi cardinale.
Jntervenne successivamente ai con-
clavi di Clemente XIV e Pio VI,
ed ebbe per titolo la chiesa de' ss.
Quattro Coronati, divenendo poscia
primo cardinale dell'ordine de'preti.
Venne annoverato alle congrega-
7/ioni de'vescovi e regolari, di pro-
paganda fide, de' riti , delle indul-
genze e sacre reliquie, non clie
fatto protettore dell'ordine de' mo-
naci di s. Paolo primo eremita.
Allorché Pio VI nel 1781 si recò
n Vienna dall'imperatore Giuseppe
11, il cardinale si recò ud ineon-
Irarlo e ad ossequiarlo nel castel-
lo di Sluppach, e nella sua per-
inanen/.a in Vienna ricevcile testi-
monianze di particolare slima e be-
nevolenza dai Poulelìce. Assislclle
MIQ
alle «acre funzioni che vi celebrò,
e l'accompagnò in diversi luoghi
che Pio VI onorò di sua presen-
za, incedendo nella carrozza ponti-
ficia ; e nella messa pontificale che
celebrò nella metropolitana nel gior-
no di Pasqua, il cardinale fece da
vescovo assistente al trono ed all'al-
tare. Nella partenza di Pio VI si
trovò nell'abbazia di Molk, ove gli
celebrò la messa ed augurò pro-
spero viaggio. Per l'elezione di Pio
VII non potè il cardinal recarsi al
conclave di Venezia, e finalmente
giunto alla età grave d'anni ottan-
totto e mezzo circa, mori in Vienna
a'i4 aprile i8o3, venendo esposto
nella sua metropolitana decorosa-
mente, ed ivi restò sepolto, avendo
goduto quarantadue anni la dignità
cardinalizia. Fu compianta la sua
perdita per le virtù ed eccellenti
doti che lo fregiavano , pel zelo
pastorale , e pei benefizi da lui
fatti all' arcidiocesi.
MIGLIORATI Cosimo, Cardi-
nale. V. Innocenzo Vili Papa.
MIGLIORATI Giovanni, Cardi-
nale, Giovanni Migliorati di Sul-
mona, eccellente dottore nel dirit-
to canonico, Bonifacio IX lo sur-
rogò al di lui zio cardinal Cosimo
nell'arcivescovato di Ravenna l'an-
no i4oo, ove introdusse i carme-
litani, a'quali concesse il tempio di
s. Giovanni Battista. L'Agnello non
Solo diminuisce la sua dottrina, ma
aggiunge che giammai risiedè nella
sua chiesa, e non fu gran fatto
economo de' beni ecclesiastici. Di-
venuto lo zio Papa Innocenzo VII,
a' 12 giugno i4o5 lo creò cardi-
nale prete di s. Croce in Gerusa-
lemme, coir amministrazione per-
petua della sua chiesa. Intervenne
ol concilio di Pisa ed ai conclavi
eh' ebbero luogo ai suo tempo, ino-
MIG
rendo in Bologna nel i4'o> o fu
sepolto nella chiesa di s. Petronio
con semplice iscrizione.
MIGLIORATI Cosimo, Cardina-
le. Cosimo Migliorati romano, deno-
minato Orsini a cagione della ma-
dre ch'era di questa illustre fami-
glia, o come pretendono altri na-
poletano c|ual discendente d' Inno-
cenzo VII. Professò nell'ordine di
s. Benedetto, e fu abbate di Farfa,
quindi da Sisto IV fu nel i479
promosso ad arcivescovo di Trani,
ed a 5 maggio i48o a cardinale
prete del titolo di s. Sisto. Ma do-
^po venti mesi di cardinalato colpi-
to da fulminante apoplesia, termi-
nò il corso de' suoi giorni in Brac-
ciano nel i48i j e trasportalo al
monastero di Farfa fu ivi sepolto
in un mausoleo di marmo.
MIGNANELLI Fabio, Cardinale.
Fabio Mignanelli patrizio sanese, sog-
getto assai inoltrato nelle buone let-
tere e nelle scienze, laureato nell'una
e l'altra legge nell' università della
patria, nella quale lesse pubblica-
mente per alcuni anni, avendo
fatto molti progressi in quella fa-
colla. Trasferitosi a Roma, sposò
Antonina sorella del cardinal Ca-
podiferro, che ad esimia bellezza e
pari pudicizia univa la cognizione
delle lingue greca e latina, quale
dopo averlo fatto lieto di un figlio,
per mezzo di cui propagossi poi
in Roma la prosapia Mignanelli ,
essendo rapita dalla morte gli die-
de agio d'applicare l'animo alle
cose di chiesa. Ottenuto un luogo
tra gli avvocati concistoriali, colla
mediazione del cardinal Capodi fer-
ro fu destinato nunzio al senato
veneto, e poi alla corte di Vienna
a Carlo V, dove condusse ad ot-
timo fine le incumbenze delle qua-
li era stato incaricato. In appresso
MIL 27
venne trascelto al governo della
Marca,, e nei i5/\.i da Paolo HI
alla vicelegazione di Bologna, dove
essendo legato il cardinal Bonifacio
Ferreri, ricevè tal Pontefice che
ritornava da Lucca dopo il collo-
quio avuto in quella città con Car-
lo V, che nel i54o 1* avea nomi-
nato al vescovato di Lucerà. Con
tal carattere intervenne al concilio
di Trento, e fu uno de' vescovi che
si distinse per la sua dottrina, in
premio della quale e degli altri
suoi meriti Giulio HI a' 20 dicem-
bre i55i lo creò cardinale prete
del titolo di s. Silvestro in Capite.
Indi lo fece prefetto della segnatu-
ra di giustizia, e con felice successo
delegato a Siena per quietare i tu-
multi destatisi in quella città, che
trovavasi in gran pericolo per aver
cacciato il presidio spagnuolo di
Carlo V. Due anni dopo la sua pro-
mozione alla porpora fu dal vesco-
vato di Lucerà trasferito da Giu-
lio III a quello di Grosseto. Ven-
ne oltre a ciò deputalo, ma senza
successo, insieme col cardinale de
la Baume, a comporre una molesta
e spinosa controversia sui confini, e
su certi castelli occupati e molli
danni fatti nella Campagna romana
dalle truppe di Pietro di Toledo
viceré di Napoli sotto Paolo IV .
Mori in Roma nel iSSy in ripu-
tazione di gran cardinale, d'anni 61,
dopo aver col suo suffragio contri-
buito alle elezioni di Marcello H
e Paolo IV, e fu sepolto nella chie-
sa di s. Maria della Pace senza al-
cuna funebre memoria. Scrisse un
libro sul peccato originale e la giu-
stificazione, che dedicò ai padri con-
gregati nel concilio di Trento.
M 1 LAWO GiANiODovico, Cardina-
le. Gianlodovico Milano da Valen-
za nella Spagna, quantunque gio-
•28 MIL
vane di eia, ma di gran senno for-
nito e d'ultima indole, lo zio Ca-
listo IH lo fece vescovo di Segovia,
ed a' 20 febbraio 14^6 lo creò
cardinale prete, pubblicandolo a' j8
settembre, e conferendogli per tito-
lo la chiesa de' ss. Quattro. Dipoi
lo nominò vescovo di Lerida, lega-
to di Bologna e coramissiirio apo-
stolico per sedare le controversie
ch'eransi eccitale nel principato di
Catalogna e nella contea di Bar-
cellona, tra il comune di quelle
Provincie e Giovanni re d'Arago-
na. Dopo essere intervenuto ai con-
clavi di Pio II e Paolo II, es-
sendo slato assente da quelli di Si-
sto IV, Innocenzo Vili ed Ales-
sandro VI, morì nella Sj)agna in
età decrepita nel i5o8, dopo 52
anni di cardinalato, e fu sepolto in
Lerida nella chiesa di s. Anna dei
domenicani^ a norma di sua testa-
mentaria disposizione.
MìLk^O {Mecliolanen). Città con
residenza arcivescovile, antichissima
d' Italia, nobilissima e magnifica ca-
])itale del regno Lombardo- Feiieto
(f^edi), capoluogo del governo del
suo nome, di provincia e di quat-
tro distretti che rinchiudono no-
vanlotto comuni ; a 5o leghe da
Venezia, altra capitale di detto re-
gno, i4o da Vienna, i io da Ro-
ma, e 160 du Parigi. Longitudine
est 6', 5ì', 16"; latitudine nord
45", 8', -ì" . È posta in una pianura
fertile e ridente, circondata a qual-
che distanza da amene, ubertose e
deliziose collinette, e dolcemente in-
clinata dal nord ai sud, sulla riva
sinistra dell' Olona. Mediante tre
canali navigabili, il Naviglio grande,
che viene dal Ticino, il canale Mar-
tesana, che deriva dall' Adda e che
circonda la maggior parte della cit-
tà propriamente delta, e quello
MIL
di Pavia, questa città comunica
col Po, e quindi col mare Adriatico.
E residenza del viceré, d'uu coman-
do militare e di un governatore;
di nn magistrato camerale, di una
corte d'appello, di un tribunale ci-
vilcj di uno criminale ed uno di
commercio, di una congregazione
centrale, e di un istituto imperia-
le e reale di scienze, lettere ed ar-
ti, di un' accademia di belle ar-
ti, ec. Questa celebratissima città
ha la forma di un poligono irre-
golare. E cinta di mura con ba-
stioni, tranne lo spazio dai Por-
tello alla porta Tenaglia , dpve
non avvi che un semplice muro
di ciiconvallazione ; queste fortifi-
cazioni sono però deboli troppo per
servire di difesa. Un tale circuito
che rinchiude gli anticlii sobborghi
ha dodici porte, cioè sei principali
e sei minori. Fra le prime si di-
stinguono r Argentea della ora O-
rientale e Renza per corruzione ,
che dicesi anticamente dedicata al
sole; incominciata nel 1784 e co-
strutta in due spartili edilizi sui
disegni dei Piermarini_, non ebbe
alloia compimento: demulilisi que-
sti due fabbricali, venueio eretti
sul sito slesso due grandiosi corpi
ad uso di barriera, secondo il di-
segno dei Vantini; la Romana co-
strutta nei 1098 per condecorare
il ricevimento di Margherita d'Au-
stria, destinata sposa a l'ilippo HI
monarca di Spagna e duca di Mi-
lano, tutta in pietra e con Ijei la-
vori; la Ticinese, detta anche di
Marengo, di recente costruzione, e
d'architettura del marciiese Cagno-
la, decorata da un muestoso arco
isolato di magnifica costruzione. Le
altre porte maggiori sono la Ver-
cellina, disegno del Canonica, dei
i8o5; la Couiasiua, iabbricula in
MIL
pietra arenaria, e compita nel 1826
a spese de' negozianti ; e la Nuòva,
eretta nel 1812, sui disegni del
professore Zanoia, tutta ptuedi pie-
tra arenaria, e di elegante ordine
corintio. Sono le sei minori quelle
della Tosa o Tonsa, Vigentina, Lo-
dovica, Poilello del castello, 1' Arco
della piazza d'armi, Tenaglia. Dal
secolo XI sino al fine del passato
la città dividevasi in sei porte,
oltre le minori dette Pusterle, con
stemma proprio, quali vedonsi an-
cora nello stendardo di s, Ambro-
gio. Alle dette porte si possono ag-
giungere due altii accessi per le
barche del canale Caviglio, le cui
acque , derivale dall' Adda e dal
lago di Como, entrano in città pres-
so la porta JVuova, il qual canale
coli' altro Naviglio delle acque pro-
venienti dal Ticino e dal Lago Mag-
giore, oltre il beneficio dell' irriga-
zione neir adiacente pianura, e quel-
lo della navigazione felicemente con-
tinuata fino all' Adriatico, da dove
giungono le merci fino alla riva,
formano particolarmente il comodo
e la ricchezza della città per la fa-
cilissima comunicazione colla stessa
de' paesi e luoghi vicini ai canali
medesimi, massime pel trasporto dei
prodotti e materiali d'ogni genere,
come di massi di marmo e grani-
to, di cui tante belle colonne e nu-
merosissime adornano questa città.
Essa è fabbricala in generale con
poca regolarità ; le strade sono be-
ne lastricate, alcune larghe, tutte
con canali coperti e sotterranei che
ricevono le pioggie, senza l' incon-
veniente de' stillicidii, e s'immet-
tono ne' canali sotterranei maggio-
ri destinati allo spurgo della città
e comodo degli abitanti. Le case,
generalmente ben fabbricate, hanno
da tre a cinque piani; molte sono
MIL 29
bellissime e tneritano il pome di
palazzi, essendo fra questi osservabi-
le quello vastissimo e di giandiosa
architettura della famiglia Serbello-
ni, la cui facciata è imponente, ma-
gnifico l'atrio interno, ed elegante
il cortile adorno di portici, distin-
guendosi nel mezzo della facciata un
bellissimo pezzo architettonico con co-
lonne isolate, che forma una mae-
stosa loggia, decorata d' un grande
bassorilievo di stucco rappresentan-
te alcuni avvenimenti storici di Mi-
lano del teuìpo di Federico I. Fra
gli altri pubblici edifìzi, monumen-
ti principali, rami diversi di am-
ministrazione, e stabilimenti civili ,
militari e giudiziari sparisi per la
città, si distingue il palazzo della
corte rifabbricato nel passato se-
colo, sugli avanzi dell'antico palazzo
ducale, con facciata di ordine joni-
co moderno, disegno di Piermari-
ni, con vasto cortile, magnifico sca-
lone, adorno ne* suoi ricchi e co-
modi appartamenti di belle pittu-
re, distinguendosi soprattutto il gran
scalone di ordine corintio, detto
delle cariatidi. Il palazzo arcive-
scovile, dono dei duchi Visconti,
alla bramantesca, ristorato ed or-
nato dall'arcivescovo Guido Anto-
nio Arcimboldi, sul finire del XV
secolo nel i494> diviso in due se-
parati cortili, il più magnifico dei
quali d'ordine di s. Carlo venne
costrutto dal Pellegrini, di cui è
pure la facciata del palazzo, del
quale per altro non fu eseguita che
la sola porta maestosa, ed il suo
compimento lo ebbe dal ricordato
Piermarini : la bella galleria fu do-
nata dall'arcivescovo Monti, con a-
bitazione de' canonici maggiori, i
beneficiati minori abitando nell' o-
spizio parallelo all' arcivescovato
stesso, il quale sta annesso al duo-
3o MIL
tao. 11 palazzo del governo, il cui
interno consiste in un ampio qua-
drato arcato con colonne, e due
belle ed ornate scale, che mettono
a vari comodissimi appartamenti, i
quali servono di residenza al gover-
natore, e a diversi uffizi apparte-
nenti al governo, con gran facciata
adorna di una loggia grandiosa.
11 palazzo della contabilità, edifi-
zio di Fabio Magnone, altra volta
collegio Elvetico, e di cui s. Carlo fu
il primo a concepire V idea per la
educazione de' seminaristi svizzeri,
e per opporsi alla propagazione del-
l' eresia sotto la direzione degli u-
miliati. Ne fu benemerito Gregorio
XIII, che gli die nuova vita e lo
affidò per la istruzione scientifica
ai gesuiti in Brera nel iSyg, quin-
di dopo averlo sovvenuto col suo
asse privato, nel i584 gli assegnò
i frutti della commenda della Ma-
donna del Prusseno : oltre s, Carlo
che gli assegnò benefizi, il suo cu-
gino cardinal Altemps vi um la sua
commenda di Mirasele, acciocché
vi avessero posto 24 chierici della
diocesi di Costanza. Gli alunni ve-
stivano di saia rossa. Vi erano am-
messi i giovani grigioni , svizzeri,
vallesi, e specialmente di Friburgo
e Soletta, i cui cantoni nominava-
no quattro posti; sei posti vi avea
il vescovo di Coirà. Vi si studiava
teologia dommatica e scolastica, sa-
cra scrittura, santi padri, non che
le controversie per acquistare ca-
pacità di confutare gii errori di
Lutero, Zuiniglio e Calvino. Soppres-
so il collegio da Giusc'[)pe 11, fu
destinato ad uso di residenza del
governo di allora: 1' edifizio fu fat-
to dal magnifico cardinal Federico
Borromeo. La sua architettura è
bellissima, e non teme questa fab-
brica il confronto di qualunque mo*
MIL
numento dell' antichità, sia per la
purezza dello stile, sia per la in»-
ponente grandiosità che vi domi-
na ; vi si entra per due cortili cir-
condati da portici con colonnati di
granito roseo, che vengono riuniti
da uno de'suoi tre grandi vestiboli,
servendo gli altri, uno d'ingresso,
ed il terzo di comunicazione ed ac-
cesso ad una gran sala : le ampie
abitazioni tanto del piano terreno,
quanto del superiore servono ora
per gli uffizi della direzione gene-
rale della contabilità, ivi collocata :
la repubblica Cisalpina vi aveva po-
sto il corpo legislativo de'giuniori,
e il regno d'Italia il ministero del-
la guerra,' poi il senato. Gli elve-
tici nel giugno 1797 cessarono di
godere i posti nel collegio, e i beni
furono dati all' ospedale maggiore
in compenso de' soldati infermi che
avea mantenuti. Pei reclami degli
svizzeri, l'imperatore d' Austria ri-
slcibili ^4 posti per alcuni elvetici
nel i84t coir annuo assegno di
1000 lire, onde studiare in Milano
per sei anni la fisolofia e teologia.
La direzione generale delle pub-
bliche costruzioni, acque e strade
è in piazza s. Marta, colla stampe-
ria reale : prima era nel palazzo
detto la canonica. La stamperia
reale, già ducale, onorifico ed assai
vantaggioso stabilimento, con nu-
mero considerabile di torchi, cioè
trentasei, ove sonovi impiegali più
di cento trenta operai, oltre alle
persone addette agli uffizi di am-
ministrazione, con fonderia di scelti
caratteri, litografia, calcografia, car-
tiera, ec. L'introduzione della tipo-
grafia in Milano è generalmente
assegnata ul 1469, su di che dà
importante documento il Marini,
Archiatri t. II, p. 209 e seg., ret-
tifìcaudo il Sassi che dottameute
MIL
Sdisse dell'origine e de* progressi
dell'arie d'imprimere i libri in
Milano, in cui ora sonovi più di
4o lipogiafìe. La zecca è un gran-
dioso slabilitnenlo monetario , e-
relto nel 1778, considerato come
uno de' migliori esistenti, tanto per
la quantità delle macchine che
servono alla fabbricazione delle mo-
nete, quanto per l'ottimo sistema
inlrodollo, e per la scelta degli ar-
tefici ed operatori di ogni genere,
ammirandosi in esso tutti i conge-
gni necessari alla fusione e parti-
zione dei metalli : il suo gabinetto
numismatico fu trasferito a Brera
nel 1817. La zecca di Milano ri-
sale ai tempi dei romani, essendo
conosciute le due monete d' oro di
Luitprando e Desiderio re de' lon-
gobardi, ivi battute. Stabilita l'im-
munilà, Lotario diede privilegio di
batter moneta all' arcivescovo, come
conte della città, e con l'impronta
dell' imperatore ; costituitasi la cit-
tà a repubblica, rivendicò tal diritto
regio, battendosi monete colla cro-
ce patria e l'eflìgie di s. Ambro-
gio: Azone Visconti pel primo ne
impresse in pi-oprio nome. Osserva
il Muratori, diss. XXVII, che fino
da antichissimi tempi cominciò que-
sta nobilissima città a goder il pre-
gio della zecca e del batter mone-
ta, a fronte della vicinanza di Pa-
via ; poiché tanta sempre fu la di-
gnità e lo splendore di questa me-
tropoli dell' Iiisubria, che non me-
no i re longobardi, che gì' impera-
tori franchi e tedeschi, a riserva di
Federico I, vollero sempre in essa
conservato qucH' onore, perchè ivi
sovente i re ed imperatori posero
la loro sede, e vi piesero talvolta
la Corona ferrea ( l'ali) ; anzi an-
che sotto gl'imperatori cristiani nel
secolo IV, si trovano monete bat-
MIL 3*
tute in Milano; che parimenti in
tempi de' re goti continuasse ivi
la prerogativa della zecca, sembra
molto credibile. Veramente Federi-
co I distrutta Milano non soppres- ^
se la zecca, ma da s. Mattia alla
Moneta dove stava, la stabilì in '•
un vicino villaggio, dove si coniò
moneta imperiale, imitata per tut-
ta Italia, e che fra i milanesi ebbe
corso nominale fino al 1778. L'i-
stituto geografico-militare, grandio-
so ed utilissimo stabilimento eretto
e dalla sovrana munificenza protet-
to, in cui vedesi una ricca colle-
zione di mappe, carte geografiche,
stromenti relativi, e scelta bibliote-
ca. 11 monte del regno Lombardo-
Veneto, edifizio d'ordine jonico,
disegno di Piermarini, eretto sui
caseggiati dell' antica famiglia Mar-
liani, ed aperto il 5 settembre i753,
col nome di Monte s. Teresa, indi
riaperto nel i8o4 sotto quello del-
l'amministrazione de' fondi del de-
bito pubblico, nel luglio i8o5 de-
nominato Monte Napoleone, dal
18 «4 al 1821 provvisoriamente
chiamato Monte dello stato, e che
nel gennaio 1821 assunse la deno-
minazione presente di Monte del
regno Lombardo- Veneto : stanno in
questo locale riiuiiti vari uflìci ,
([uelli cioè della prefettura dei mon-
te, e della commissione liquidatri-
ce del debito pubblico. Di questo
monte, chiamato volgarmente Mon-
te di Milano, meglio ne parlammo
ai voi. XVII, p. 45 e seg., e XL,
p. i59 e 162 del Dizionario.
La direzione generale del censo
risiede in una porzione dell' antico
edificio del collegio de' gesuiti, a-
datta perciò ai vari suoi ullici, per
cui vennero disposte nel piano su-
periore vastissime gallerie, con co-
lonne isolate, e con grandi sale per
32 M I L
la formazione e riunione delle map-
pe, per gì' ingegneri geogiafì, ed
altre ad uso di archivio. Sul cele-
bre censimento milanese, tanto en-
comiato ed ammirato, diremo che
sotto Carlo V nel r543 fu ordi-
nato un estimo generale e reale
di tutto lo stato milanese, compito
nel i584, e posto in esecuzione nel
1599. Carlo VI nel 17 18 istituì
una giunta al censimento nuovo,
per compilare un nuovo e diligen-
te estimo generale e il valore di
<;iascun fondo; quindi Maria Tere-
sa nel 1749 ne ordinò la revisione
e compimento, operazione eh' ebbe
fine nel 175^7 ed esecuzione nel
1760. Aggregato al IMilanese il du-
cato di Mantova, ne fu ordinato
il censimento. Venute allo stato,
dopo la rivoluzione, le provincia
di Beigamo, Brescia, Crema e la
Valtellina, indi altre formanti il
regno italico, poi il Lombardo-Ve-
neto, fu voluto estendere a tutte
il censimento, che con lode si sta
ora perfezionando. L' uffizio del da-
zio grande, e quelli delie finanze e
tesoreria occupano il uìaesloso impo-
nente palazzo altre volte di Tomma-
so Marini, con facciata composta
di tre ordini d'architettura, ed il
cui interno, formato da portici con
colonne, fa risaltare una perfetta
armonia coli' esteriore, per la ric-
chezza e profusione degli ornali.
Diverse e grandiose sale nel piano
terreno ornate di buone pittiu-e,
servono per la cassa del tesoro e
delle finanze; il superiore essendo
destinato, come lo fu, per alloggio
de' principi. Il palazzo altre volte
Clerici è la residenza de' tribunali
civili di prima istanza, di appello,
di commercio, e della pretura ur-
bana o tribunale di conciliazione.
I vari appartamenti che lo coni-
MIL
pongono fornirono tutte le comodi-
tà necessarie agli uffici di tutti
questi tribunali. Il casino della no-
bile società, nella contrada di s.
Giuseppe, occupa un vasto fabhri-
cato, che le serve di adunanza sino
dal dicembre 18 15, e il cui dise-
gno è in origine del Bramante, ma
che il cav. Cagnola abbellìnell' in-
terno con elegante e ricca decora-
zione. Numerose sono le sale, ma
la più grandiosa è quella che serve
alle grandi accademie ed alla dan-
za, tutte però adorne di buone mo-
derne pitture. Fondata questa so-
cietà nel 1799, fu ripristinata nel
181 5: in questo luogo sorgeva il
palazzo de' Torriani. Il magnifico
palazzo innalzato da Leonardo Spi-
nola nel 1591, e che poscia passò
alia famiglia Cusani, fu di recente
acquistalo dalla società detta del
Giaidino. Il suo cortile è decoroso,
e le parti che compongono questo
edificio sono ricche, bene intese e
grandiose; i migliori artisti ebbero
parte agli ornati delle sale, di recen-
te accomodate, vedendosi unito al
fabbricato un giardino ridotto an-
ch' esso a vaga forma, con passeggi,
grotte, cascate d'acqua ec. Il casi-
no e società del Giardino origi-
nato nel 1793, nel 1818 acquistò
il palazzo di architettura Palladia-
na. Vi sono altri casini, come del-
l' Unione, del Commercio, ec.
Passando dalla strada detta Isara
e Marina, che da porta Orientale
mette a porta Nuova, presentasi
uno de' più ricchi e magnifici pa-
lazzi architettonici moderni, in tut-
te le sue parli decorosamente ador-
no, innalzato nel 1790 dal conte
Lodovico di Belgioioso. L' interno
e l'esterno annunziano la grandio-
sità di chi lo fece costruire, non
meno che il buon gusto del suo
MIL
al'chitelto Leopoldo Polack vienne-
se. Esso è adorno di statue, basso-
rilievi e pitture a fresco. Merita
pure particolare osservazione il bel-
lissimo giardino annesso sul dise-
gno dello stesso architetto, il quale
dacché fu dato in proprietà al prin-
cipe viceré , fu considerabilmente
ingrandito colla unione dell' orlo
die apparteneva alla cosi detta Ca-
nonica. Dei quattordici archivi sono
i più importanti quelli notarile, del-
lo stato, diplomatico, di giustizia,
della guerra, capitolare di s, Am-
brogio : quello della curia arcive-
scovile pati grave incendio poco
prima di s, Carlo. Fra le caserme
merita particolare menzione quella
magiiinca di s. Francesco, sulla
piazza dì s. Ambrogio, eretta nel
luogo del convento de' francescani,
anticamente basilica Naboriana, ed
una delle più grandiose e bene in-
tese che in questo genere di edifizi
veder si possa; ne fu architetto
r ingegnere militare Rossi, del cui
disegno è pure 1' altra caserma del
Castello nella piazza del Foro, e che
fa parte del fabbricato interno, stato
riservato dall'antica fortezza prima
della sua demolizione nel 1801 ; ha
una porla maestosa, d'ordine dorico,
costruita in granito rosso. La caser-
ma di cavalleria di s. Simpliciano
occupa il soppresso monastero di
tal nome, e presenta una ricca e
regolare facciata, grandiosi e co-
modi cortili ed ampie scuderie. Al-
tre grandiose e comode caserme si
sono stabilite, e trovansi distribuite
nella città dopo la soppressione dei
monasteri, e sono la caserma di
cavalleria e fanteria in s. Vittore
grande, quella dell' Incoronala nel
borgo di porta Comasina, l'altra
di s. Angelo nella piazza di tal
nome, quella di s. Euslorgio nella
voi. XLV.
MIL 33
piazza cosi nominata, ed il gran
corpo di guardia nella piazza dei
Mercanti. Le piazze in generale so-
no piuttosto piccole, tranne però
la vasta piazza d'armi, chiusa da
un muro di cinta, che separa la
città dalle campagne, e ,che serve
di passeggio amenissimo. Sul lato
sud-est di questa piazza ed al con-
fine delle antiche mura, Galeazzo II
signore di Milano fece erigere nel
i358 un castello che prese la de-
nominazione di Giove, dall'antica
porta Giovia soppressa ed incorpo-
rata nella fortilicazione del castel-
lo medesimo, il quale dopo la sua
morte fu demolito dai cittadini nel
1378. Il suo successore e figlio Gio-
vanni Galeazzo Io fece ricostruire
nello stesso luogo, assai più forte^
con alte muraglie e di profonde
fosse munito, e questo durò sino_
alla morte di Filippo Maria ultimo
de' Visconti, cioè sino al i447' Am-
mutinatasi la città col pensiero di
reggersi in repubblica, fu di nuovo
dal popolo rovinato e demolito;
IVel 1430 impadronitosi della città
Francesco Sforza marito di Bianca
Visconti, fu da esso col consenso
de' cittadini per la terza volta ri-
fabbricato con maggiore ampiezza
e solidità, avendo sostenuto in va-
ri tempi lunghi assedi. Finalmente
nel 1801, come si disse, vennero
atterrate tutte le esteriori fortifica-
zioni, e nel loro luogo formosti
una vastissima piazza detta del Ca-
stello o del ForOj e vi si sostitui-
rono al luogo delle antiche mura,
de' ben ordinati viali pei pubblici
passeggi, ombreggiali da piante «-
sotiche.
All' estremità della piazza d'Armi
nel i838 si terminò l'arco di trion-
fo ordinato nel i8o4) ma ioco-
minciato nel 1807 a capo della
3
34 MIL
strada del Sempione, di cui dovea
portare il nome, tutto noanno di
Crevola, ed elevato dalle fondamen-
ta sul grandioso e ben immagina-
to disegno del cav. march. Cagno-
Ja, in occasione delle nozze del prin-
cipe Eugenio viceré: dovea fregiar-
lo una statua della Vittoria, in ri-
cordo della battaglia di Jena, e i
fasti Napoleonici. Le vicende politi-
che fecero rimaner sospesi i lavori,
ma ricominciati per munificenza di
Francesco I, ordinò che condotta
fosse a compimento un'opera sì
bella, accettandone la dedica, col-
r inauguramento di Arco della Pa-
ce. Dodici grandiosi bassorilievi fi-
gurano le imprese che la pace tor-
narono, oltre sei busti. Il grande
sopraornato di bronzo figura la
Pace, tratta in cocchio da sei ca-
valli, mentre quattro fame da cia-
scuno degli angoli ne annunziano
l'arrivo. 1 quattro colossi sdraiati
in alto rappresentano il Po, il Ti-
cino, il Tagliamento e l'Adige. Al
nord dell' atterrato castello si co-
strusse sotto il governo italiano
il così detto anfiteatro od arena,
disegno lodatissimo del Canonica,
lino de' più insigni cdifizi, fatto per
accrescere il decoro e lo splendore
della città di Milano, che mancava
ancora d' un monumento di questo
genere. Questo ampio e sontuoso
recinto nel genere antico, ad imita-
zione del circolo di Caracalla, è di
forma elittica , lungo braccia 4<^o>
e largo 200, e vedcsi cinto da un
muro altissimo in pietra, e circon-
dato sino ad una certa elevazione
da comode gradinate al disopra
delle quali evvi una piattaforma di
sufficiente larghezza, che offre un
passeggio ombreggiato ; può conte-
nere quasi 4^,000 spettatori, e ser-
ire dì circo, d' ippodromo e di nau«
]\1IL
machia, avendovi il comodo di riem*
pirlo coir acqua che scorre all'in-
torno. Nel giorno 17 giugno 1807
vi si diede il primo spettacolo di
corse, e nel successivo dicembre
una regata, presente Napoleone j
indi si fecero ascensioni areosta-
liche, fuochi d'artifizio, ed altri
spettacoli. Ad un'estremità del mag-
gior diametro stanno le carceri,
compite nel i 827, fiancheggiate da
torri; all'altra parte una porta
trionfale dorica di granilo, bellis-
sima. Nell'asse minore la porta Li-
bitinaria fa fronte al Pulvinare, sul
quale sorge uno de' più insigni por-
liei moderni con otto colonne co-
rintie di granito rosso pulito. Sen-
za parlare di altre piazze, ci limi-
teremo a citar quella de' Mercanti,
posta nel centro della città, fian-
cheggiata da alcuni fabbricati di
antica origine, ed altri di bella ar-
chitettura, ch'ebbe prima il nome
di piazza di Tribunali, a cagione dei
tribunali che ivi esistevano, ora
trasportali al palazzo Clerici, e po-
scia quello di piazza de'Mercanti, per-
chè quivi questi si adunano, quasi
ad una specie di borsa, essendo sta-
la per tale oggetto formata una sala
nel fabbricato con portici. In questa
piazza hanno le loro residenze vari
pubblici dicasteri ed uffici , cioè
r archivio pubblico notarile, e la
commissione centrale di beneficen-
za, la cassa di risparmio., la con-
gregazione centrale, 1' ufficio delle
ipoteche, la camera di commercio,
la scuola elementare maggiore nor-
male, la direzione generale de' gin-
nasi, e r ispettorato delle scuole e-
Icmentari normali, la delegazione
del primo circondario di polizia,
ed il gran corpo di guardia mi-
litare.
Per l'esercizio del culto caltoli-
MIL
co numerosissime in Milano sono le
chiese. Fra i più celebri e rinoma-
ti edifìzi dell'Italia, vanta Milano
la sua cattedrale metropolitana o
duomo, dopo quella di Roma, il
costante oggetto di uni versai me-
raviglia per la mole gigantesca e
singolarità del disegno di gotica co-
struzione ardila e bizzarra , sor-
prendente per magnificenza e ric-
chezza, osservabile per la leggerez-
za delle masse piramidali, per la
moltitudine delle statue, sculture e
bassirilievi , che in ogni parte l'a-
dornano s'i entro che fuori, per cui
non dubitarono alcuni di chiamar-
la r ottava meraviglia del mondo.
Questo tempio tutto coslrutto in
marmo bianco, estratto dal monte
Gandolia, dicesi occupi il luogo di
un famoso tempio di Minerva ; esso
ebbe principio l'anno i386 il i5
di marzo, ma non piacendo a Gian
Galeazzo Visconti questa sua pri-
ma costruzione, non parendogli il
tempio corrispondente alla magni-
ficenza di quella che destinava ca-
pitale d'Italia, fece disegnarne uno
che non avesse il pari nello stile
d' allora, ed ordinò gli si desse una
nuova e piìi grandiosa forma nel
iSSy. Fu il tempio compito nel-
la facciata per ordine di Napo-
leone, che vi si fece coronare re
d' Italia : a tal fine si vendè il
patrimonio della fabbrica, che pro-
dusse un milione e mezzo ; e dei
promessi cinque milioni dal fon-
do di religione, Napoleone ne diede
due soli. Vuoisi che Gian Galeaz-
zo ordinasse V erezione del tempio
in conseguenza di un volo fatto al-
la Beata Vergine, perchè gli inter-
cedesse figli maschi. S' ignora chi
ne fu il primo architetto, si nomi-
na un Gamodia tedesco, ma non
è certo, sebbene lo siile ricordi il
MIL 35
gotico oltramontano. Tra i primi
che diressero la fabbrica, si trova-
no Simone da Oisenigo, Guarniero
da Sirtori, Marco Bonino, Matteo
da Campione. Incominciando da ta-
le epoca, si vuole avervi operato
i83 architetti. La forma interna è
quella di una croce latina diretta
dall' est air ovest, e divisa in cin-
que navate, delle quali quella di
mezzo è al doppio più larga delle
altre; S2 grossi piloni di marmo
quasi ottagoni, dell' altezza di brac-
cia 4'> dividono queste navate e sos-
tengono le volte gotiche, e quattro
altri più grossi sostengono la cupo-
la del centro della chiesa : per la
cupola Galeazzo Maria Sforza chia-
mò tre architetti di Strasburgo, ma
solo verso il i49o 'a fece voltare
Lodovico il Moro . La maggio-
re lunghezza del duomo è metri
148,109: sul pavimento di s. Pie-
tro di Roma è. fatta di palmi 6o5,
cioè metri i35, 16; s. Pietro è 187;
s. Maria del Fiore di Firenze è
1 55,72. Larghezza, compreso lo
sfondo delle braccia, metri 87,80;
larghezza totale delle cinque navi,
metri 57,67. Altezza della maggio-
re nave, dal pavimento al colmo del-
la volla, metri 46,80; della cupola
fino all'impostatura della lanterna,
metri 64,25 ; da questa imposta-
tura al belvedere, metri 27,37;
della cuspide piena, metri i2,5o;
statua e piedistallo, metri ^,i6.
Dal pavimento, compreso la grande
guglia di siile moresco, e la statua
in rame dorato della Beata Vergi-
ne Assunta, la elevazione totale di
questo superbo cdifìzio, ascende a
metri 108,28. Alla sinistra entran-
do vedesi il bel battistero a foggia
di tabernacolo isolato, formato da
una grande urna di porfido, prò-
veuiente, senza dubbio, da qualche
36 MIL
antico bagno ronfiano, che servì di
deposito alle sacre spoglie di s.
Dionigi vescovo di Milano, con altri
santi martiri, e che da s. Carlo fu
destinato a conservar l'acqua bat-
tesimale per immergervi la testa
dei bambini, secondo il rito am-
brosiano quivi professato ; le colonne
che lo circondano sono di marmo
antico detto macchia-vecchia, ed i
capitelli di bronzo mirabilmente la-
vorali. Gli altari, le cappelle sono
in marmo a colori diversi, e ve-
desi il tutto adorno di bassirilievi
in ogni genere, pitture pregiale e la-
vori finissimi e ricercati. Vi si dislin-
gue la statua in marmo bianco di
Martino V, il quale consacrò l'alta-
re maggiore ; quella pregiatissima
di s- Bartolomeo, opera di Mar-
co Agrati, che rappresentò il san-
to scorticato, e portante la sua
pelle sul dorso; il magnifico mo-
numento sepolcrale di Gio. Giaco-
mo de Medici, zio di s. Carlo e
fratello di Pio IV; quello in mar-
mo nero del cardinal Marino Ca-
racciolo governatore di Milano; il
deposito di Ottone Visconti detto
il Magno, e di Giovanni, zio e ni-
pote, arcivescovi e signori di Mila-
no, cui sovrasta la statua sedente
di Pio IV; il mausoleo con tre
busti rappresentanti gli arcivescovi
Giovanni, Guido e Gio. Francesco
Arcimboldi, oltre tanti altri monu-
menti sepolcrali, lapidi, ec. Il coro
fu disegnato dal Pellegrini, e gli
stalli di noce furono bellissimamen-
te intagliati su disegni de' migliori
cinquecentisti. Nell'altare maggiore
sotto un tempietto di bronzo sta
un magnifico tabeinacolo pur di
bronzo doralo, coi dodici apostoli
attorno, e il Salvatore in alto, e
molli rilievi, dono di Pio IV. Nel-
i' abside, ridipinta e dorata non ha
MIL
guari, conservasi il santo Chiodo,
postovi il i46r. bell'architrave di
legno nell'arcone del coro, vi è il
Crocefisso di s. Corbella, secondo
l'uso particolare del rito ambrosiano,
avendone riportata la ragione nel voi.
XVIll, p. 272 del Dizionario,
mentre nel voi. XI li, p. 98 e 99
parlammo della mentovata reliquia.
Questa metropolitana, come capo-
rito, serve di esempio alle altre chie-
se dell' arcidiocesi, e la forma del-
l' altare, del tabernacolo, degli os-
tensori!, degl'incensieri, de' busti,
sono il tipo di quei che il rito ri-
chiede. È degna soprattutto di mi-
nuta osservazione la sotterranea
cappella, ove riposa il corpo di s.
Carlo Borromeo, di forma ottango-
lare, con la volta coperta di bassi-
rilievi , trofei ed ornamenti assai
rilevali di lastra d'argento, i quali
ricordano gli avvenimenti più ri-
marcabili della vita del santo, ed
otto cariatidi negli angoli, pure di
grossa lastra d' argento, ra|)presen-
tanti le sue virtù: i lavori d'ar-
gento sono doni dell' arcivescovo
Lilla, del duca Borromeo, e del
cardinal Quirini. Nel 1817 si can-
giò e rinnovossi 1' aspetto di questo
luogo con nuovo disegno dell'ar-
chitetto Peslagalli, che lo rese più
elegante e magnifico. Sull' altare
posa il sarcofago che contiene le
spoglie mortali del santo arcivesco-
vo in abito pontificale, arricchito
di gioie. Il sarcofago è composto di
una cassa pesante 4o^o oncie di
argento, con rarissimi cristalli di
monte legati in argento, dono di
Filippo IV re di Spagna, i cui
slemmi vi si vedono apposti in oro
massiccio. Una grande finestra oriz-
zontale, praticala nel pavimento della
chiesa, illumina il sotterraneo, e dà
luogo ai fedeli di poter assistere ai
MIL
divini uffici ch'entro vi si celebrano.
Tutte le pitture che adornano que-
sto tempio sono de'priini maestri di
Italia. 1 vetri dipinti rappresentan-
ti diversi fatti storici, aggiungono
maggior lustro alla sua maestà, ma
lo rendono un poco oscuro; il Bren-
ta, e più il Bertini, benemerito
dell' arte, rinnovarono le finestre
cadute per una salva di cannoni
all'epoca repubblicana. 11 suo pa-
vimento di marmo a colori diversi,
fatto a compartimenti con disegno
^B arlifizìoso, fu compito nel i835.
^^ La straordinaria quantità di statue
interne ed esterne che adornano
questo sacro edifizio, si fanno a-
scendere a più di 2800, e dicesi
giungeranno a 34oo circa quando
d'ogni grandezza saranno collocate
per compimento degli ornali e del-
la chiesa. Neil' esterno la profusio-
ne delle colonne, delle statue, de-
gl' intagli, delle medaglie, de' bassi-
rilievi, dei lavori pregiati d' ogni
sorla, gareggiano colla magnificen-
za, polendosi dire francamente, che
quanto la scultura e 1' architettura
ha di più bello, tutto fu posto in
opera all' adornamento della faccia-
ta di questo tempio, che ha cinque
porle, delle quali è singolarmente
pregevole la maggiore . Le statue
in marmo bianco, poste sopra tutto
l'edifìzio e che sembrano staccate
come tante punte, formano il più
imponente colpo d' occhio. Le gu-
glie terminate ed abbellite di sta-
tue e gotici arabeschi , superano
finora il numero di 80, oltre alle
24 minori, dovendo essere in tulle
i35 ad opera compita. Verso la
facciala è degna di osservazione
una grandiosa meridiana, che ai-
traversa per intero il tempio: fu
con diligenza e somma accuratezza
eseguita sotto la direzione degli a<
MIL 37
slronomi dell'osservatorio di Brera
nel 1786, ed ha il gnomone all'al-
tezza di 73 piedi.
Alle pomposissirae funzioni pon-
tificali servono moltissimi sacri ar-
redi e paramenti che si conserva-
no nella sagrestia. Due tesori pos-
sedeva questo duomo di Milano :
quello della metropolitana e quel-
lo de' doni falli a s. Carlo, che
nel dì della sua festa esponevan-
si parte nel sotterraneo, parte sul
balaustro superiore. Gran parte an-
dò alla zecca al tempo della re-
pubblica ; il rimanente è unito nel-
la sagrestia meridionale. Fra le
ricchezze di questo tesoro, capo di
arte del cesello è una Pace d' 010
donata da Pio IV, con due colon-
ne di lapislazzuli, croce a tredici
diamanti, e vari cammei, probabil-
mente lavoro del Caradosso. In
mezzo rilievo si rappresenta Cristo
deposto in grembo alia Madre con
quattro altre figure, e di sotto la
balena che rigetta Giona, in alto il
Padre Eterno e angeli. Un evangeli-
slario antico su pergamena, ricchis-
simo d'oro e gemme, con Crocefisso
d' oro da un lato, e altre figure, do-
nato dall' arcivescovo Ariberlo da
Canlù. Due statue d' aigenlo dei
ss. Ambrogio e Carlo , dono la
prima della città, la seconda degli
orefici. Croce d' oro per le proces-
sioni capitolari, pesante oncie 370,
con veutuna gemma. Il magnifico
paliolto pesante 5ooo oncie d' ar-
gento, regalo di monsignor Taver-
na canonico, fatto nel i835, per
non rammentare altro. Una degna
piazza anteriore manca al duomo,
dietro al quale era anticamente un
campo santo. Molti descrissero que-
sta insigne cattedrale, che si posso-
no leggere nella bibliografia mila-
nese t. I , p. 386 , Milana e il
38 MIL
suo territorio, fra' quali Gaetano
Franchetti che ne pubblicò la Sto-
ria e descrizione nel 182 r. lu
detta bibliografia sono pure gli au-
tori che fecero la storia e illustra-
rono la maggior parie delle chiese
di questa città.
Fra le altre numerose chiese
di Milano meritano particolar men-
zione quella di s. Maria presso
s. Celso, una delle più ragguar-
devoli per la sua architettura, e
delle più ricche pei capi d' opera
dell'arte che l'adornano, la quale
ebbe principio nel i49'> P^^' o^'"
dine di Gian Galeazzo Maria Sfor-
za, nipote di Lodovico il Moro, sul
disegno del Bramante ; quella di s.
Lorenzo, che dev' essere antichissi-
ma. Distrutta dal fuoco nel 1071
l'antica chiesa. Tenne rifabbricala
in più piccola forma, e questa pu-
re rovinala dal tempo, s. Carlo
ordinò si rifabbricasse quella ora
esistente, col disegno di Martino
Bassi ; è d' ordine dorico, ricca di
sculture, di dipinti pregiati, e di
monumenti sepolcrali , fra i quali
si distingue quello antico di Galla
Placidia, figlia di Teodosio il gran-
de, e del di lei marito Ataulfo : è
pure osservabile 1' antichissiaio mo-
saico, che dicesi mostri Cristo di-
sputante coi dottori. La chiesa di
s. Ambrogio, una delle più auliche
e rispettabili basiliche della cillà,
edificala nel 887 da s. Ambrogio,
che vi celebrò i divini udlzi e vol-
le in essa essere sepolto vicino ai
corpi de' gloriosi martiri Gervasio
e Proiasio, in onore de'quali l'avea
fabbricala. Era in origine divisa in
due chiese, separale da un mino
con tre porte, ma vennero riunite
nel i5o7 , e si formò una chiesa
sola, decorala da un atrio o cor-
tile rettangolo, con portici udorui
MIL
di antichi dipinti. L'interno è co-
strutto in tre navale di gotica ar-
chitettura , con magnifiche cappel-
le e pitture pregiate. Anticamente
nel coro della basilica di s. Am-
brogio si tenevano i concilii provin-
ciali. La chiesa di s. Maria della
Passione, innalzata nel i58o in for-
ma di croce latina, con torreggian-
te cupola, tanto nell'interno, quan-
to neir esterno riccamente abbelli-
ta. E divisa in tre navi, con al-
trettante porte, e contiene otto cap-
pelle per parte; è forse più di ogni
altra adorna di pitture. La chiesa
di s. Stefano maggiore, altre volte
collegiata ed ora parrocchiale , la
cui fondazione viene altribuita a s.
Marliniano vescovo, e prima chia-
mata s. Zaccaria. Nel secolo X [
devastata dalle fiamme, fu quindi
rifatta, non però colla maestà del-
la precedente, e venne denominata
s. Stefano al Broglio ed alla Ruo-
ta, La chiesa attuale fu coslrulla
al tempo dell'arcivescovo Visconti,
successore di s. Carlo, e perfeziona-
ta nel 1596; r interno è diviso in
tre navi, con sei arcate per parie,
con cappelle corrispondenti, ed un
coro maestoso, il tutto adorno di
pitture e di statue. La chiesa di
s. Paolo, superstite del vasto mo-
nastero delle agostiniane dette an-
geliche, con bella facciata ricca di
ornamenti ; è di una sola nave di
ordine corintio, saviamente architet-
tata e di bei dipinti adorna. La
chiesa di s. Nazzaro grande, basilica
edificata nel 882 circa ad onore dei
ss. Apostoli, e quindi della Nazza-
riana pel capo di s. Nazzaro in es-
sa trasportato da s. Ambrogio. F'or-
ma vestibolo a questa chiesa il
grandioso sepolcrale edifizio con
cappella deilicala alla Beata V'eigi-
ne Assunta, costrutto nel i. il 8 al-
MIL
la bramantesca dal maresciallo Gio.
Giacomo Trivulzio, dello il Magno,
che vivo volle prepararsi il soggior-
no della morte. La facciala di
questo vestibolo è di figura qua-
drata, ma non ridotta al termine,
ornata di pilastri , con tre porle
che danno accesso all' interno, di
figura oltagona, semplice, e conve-
niente al carattere dell' edifizio, sla-
to piti volte ristaurato e rimoder-
nato, con statue e pitture. La chie-
sa di s. Alessandro in Zebedia, co-
strutta come attualmente si trova
nel 1602, con la forma d'una cro-
ce greca, con magnifica cupola, spa-
zioso coro, e comodo presbiterio ;
menzionata questa chiesa sino dal
secolo XI f, col titolo di parrocchia-
le, fu data nel XVI ai barnabiti, i
quali soppressi nel fine del secolo
passato, vennero di nuovo ristabili-
ti nel 1825 nel possesso di essa
coli' assegno di una parte dell' au-
lico collegio. È adorna di buone
pitture, ed il suo altare maggiore
vedesi ornato di pietre duie stima-
bilissime. La chiesa di s. Maria
presso s. Satiro^ innalzata sugli a-
vanzi di un profano tempio, dal
duca Lodovico Sforza il Moro, sul
disegno del Bramante, formata di
tre navi, adorna di bronzi dorati,
sculture, dipinti a fresco, statue, ec:
è composta di due chiese unite,
cioè di s. Maria falla dal Moro, e
eli s. Satiro eretta dall' arcivescovo
Ansperto nell' 869. La chiesa di s.
Sebastiano eretta per voto della
città in occasione della peste del
1570, con disegno del Pellegrini,
che riuscì una delle più belle di
Milano, con tre porle ihe danno
ingresso all'interno, il quale corri-
spondo alla bellezza esterna per la
sua semplicità ed elegatiza. La chie-
sa di s. Euslorgio, annoverata tra
MIL 39
le più antiche di Milano, è risguar-
data come uno de' primi cristiani
edifizi, di cui viene da alcuni re-
putato fondatore lo stesso s. Eu-
slorgio nel IV secolo, assumendone
il nome dopo di essere slata dedi-
cata ai ss. Re Magi. Ne'primi tem-
pi era ben lontana dalla città, ma
soggetta quindi alle incursioni ed
al devastamento de' barbari, fu m
varie epoche riedificata; nel secolo
XIII rimodernata ed ingrandita, e
finalmente ridotta con maggiore re-
golarità e decoro, come si trova al
presente, con tre porte corrispon-
denti alle tre navate dell'interno,
adorno di belle cappelle, statue,
monumenti e pitture. La chiesa di
s. Maurizio delta il monastero mag-
giore, posta secondo alcuni ov'era
il tempio di Giove; l'interno è di
una sola nave con buoni freschi:
dedicala prima alla Beala Vergine,
nel secolo XII lo fu a s. Maurizio.
Il monastero serve al presento di
ricovero a varie religiose di diver-
si soppressi monasteri. La chiesa di
s. Vittore al Corpo, basilica di an-
tica fondazione, che dal nome di
Porzio, figlio di Filippo Oldani suo
fondatore nel 1 1 4, prese la deno-
minazione di Porziana, ma essendo-
vi stalo trasportato nel 3o3 il cor-
po del martire s. Vittore, fu da
quel tempo chiamata col nome pre-
sente. Da essa s. Ambrogio ricu-
sò l' ingresso all' imperatore Teo-
dosio I reduce dalla strage di Tes-
salonica. UtKziavano da antico un
capitolo e i monaci cisfercicnsi, il
primo dura tuttora cogli onori del-
la nobiltà imperiale. Dicesi che nel
monastero de' cislerciensi fosse se-
polto Bernardo re d'Italia figlio di
Pipino. Divenula 1' antica chiesa
cadente dal tempo, venne riparata
nel 990 dall'arcivescovo Arnolfo,
io MIL
ed in essa furono stabiliti i bene*
dettini, che \i «tetterò alcuni seco-
Ji, indi passò in abbazia, e final-
roente nel iSoj fu data agli oli-
Tetani, i quali eressero l'odierna
bellissima chiesa nel iS^i sul di-
segno di Galeazzo Alessi perugino:
l'interno è fatto a croce latina, in
tre navi separate da piloni, con
archi , con belle cappelle e con
pitture di merito. La chiesa di s.
Maria delle Grazie, di gotica archi-
tettura, fabbricata nel luogo ove
esistevano i quartieri delle milizie
del duca Francesco I Sforza, che
donò nel i463 il fondo ai dome-
xiicani per fabbricarvi la chiesa ed
il convento, unendovi somme gran-
diose. Lodovico il Moro nel i49^
prese ad ingrandire questa chiesa
in forma di croce latina sui disegni
del Bramante, ma per le di lui
vicende restò l' opera imperfetta,
però ripiena di fini lavori di cotto,
stemmi, medaglie ed emblemi. La
facciata è semplice di gotica archi-
tettura, come lo è l'interno, fatto
a tre navi con grandiosa cupola,
ampio coro e cappelle semicircola-
ri ne' lati, disegno del Bramante,
come la magnifica sagrestia ed il
contiguo chiostro. Degne sono di
ammirazione le belle opere a (ver
SCO e le pitture- pregiate che a-
dornnno la chiesa e le cappelle,
esistendo ancora 1' avanzo della di-
pintura del famoso Cenacolo di
Leonardo da Vinci nel refettorio
del vasto convento, che contiene di-
verbi grandiosi cortili, ed ora ad uso
del militare: (|uivi s. Pio V vista-
bili la inquisizione. Il palazzo pontifì-
cio di Roma possiede due arazzi rap-
presentanti il detto Cenacolo, e ne
facemmo parola nel voi. IX, p. 5o
del Dizionario. La chiesa di s.
Simpliciano, basìlica di gotica co-
MIL
struzione, ed una delle quattro che
anticamente esistevano fuori della
città, e che si vuole fondala da s.
Ambrogio sotto il titolo della Bea-
ta Vergine. Seppellito essendovi nel
4oo s. Simpliciano, prese il nome
di questo santo : 1' interno della
chiesa è costrutto in tre navi in
forma di croce latina con cupola,
e va adorno di buone pitture. La
chiesa di s. Maria Incoronata è
formata da due chiese unite fra
loro, con eguale e semplice fac-
ciata, essendo di eguale forma il lo-
ro interno con due presbiterii, da
poco tempo restaurato ed abbellito.
J-.a prima fu eretta ad onore della
Beata Vergine Incoronata nel i^5i
dal duca Francesco Sforza Visconti,
e la seconda nove anni dopo, da
Bianca Maria di lui moglie, che
dedicolla a s. Nicola di Tolentino:
essa va adorna di depositi e di
monumenti. La chiesa di s. Angelo
che serviva altre volte coli' annesso
grandioso convento ai minori os-
servanti, è di costruzione imponen-
te, con facciata di due ordini e l'in-
terno di una sola nave che si al-
larga nel presbiterio: benché sog-
getta a diverse vicende, pure si
conservarono molti freschi preziosi
e varie pitture degne di ammira-
?ione. La chiesa di s. Fedele è
bellissima architettura del Pellegri-
ni, non avendo però la facciata
compita : i gesuiti n'entrarono al
possesso nel iSGq, ma soppressi
nel 1773 vi subentrarono i cano-
nici della cappella ducale di s. Ma-
ria della Scala, cessati i quali, con-
tinuò ad essere nel numero delle
parrocchie, conservando il titolo di
cappella ducale. Di questo insigne
edìfizio due sono gli ordini archi-
tettonici della sua bella facciata, ed
elegaotissiniQ ^ sorpvendeale l'ini
MIL
terno, composto del solo ordine co-
rintio, con colonne pregiate e con
magnifica cupola, spirandovi tutto
grandiosità e bellezza.
Fra i numerosi stabilimenti di
beneficenza, ospedali , orfanotrofi ed
altri luoghi pii , vanta Milano l'o-
spedale maggiore, quello militare,
la Senaura od ospedale pei pazzi,
r ospedale dei benfratelli per gli
uominij e quello delle sorelle della
carità per le donne, l'orfanotrofio
civile maschile, e quello delle don-
ne, il luogo pio degli esposti e
delle puerpere, il luogo pio Trivul-
i\, il pio istituto delle monache, il
collegio delle nobili vedove; due
pie case d'industria, sia per gli uo-
mini che per le donne privi di
giornaliero lavoro : il numero che
■vi si accoglie è di circa 2800 al
giorno ; il monte di pietà, la cas-
sa di risparmio, la compagnia d'as-
sicurazione contro i danni, ed il
lazzaretto. Aggiungasi l'ammini-
strazione centrale di beneficenza,
chiamata congregazione di carità,
nella quale vennero concentrali tren-
ta e più luoghi pii elemosinieri, e
che annualmente distribuisce la som-
ma di circa 800,000 lire milanesi.
Il eh. Cattaneo a p. CIX delle
sue Notizie, dice che l'ospedale di
Milano ricetta nel corso d'un anno
24,000 infermi . Meritando però
alcuni degli accennali stabilimenti
una qualche breve indicazione, a-
■vrà il primo luogo l'ospedale mag-
giore nella contrada del suo nome,
maestosa ed imponente fabbrica
posta fra le due basiliche di s. Ste-
fano e di s. Nazzaro grande. De-
vesi questo edifizio alla generosità
di Francesco Sforza duca di Milano,
non che della di lui moglie Bianca
Maria, ed alla contribuzione volon-
tavia del popolo milanese. ( dellj
MIL 41
principi diedero per tal opera pia
un loro palazzo ed alcune case e
giardini vicini, ed essendosi a que-
sta aggregati i vari ospedali sparsi
per la città e diocesi, e riunite
eziandio le rendite dei medesimi,
fu perciò detto maggiore. La sua
fondazione segna l'epoca 12 aprile
i45'6. Antonio Filarete, detto l'A-
verulino, fu l' architetto di questa
fabbrica di gotica architettura , la
quale forma un perfetto quadrato
con portici inferiori e superiori.
Possiede nove cortili, uno de'qua-^
li, il più vasto, trovasi perfeltainen-
te nel mezzo. La distribuzione del-
le crociere presenta la fi'gura d'u-
na croce greca : nel 1 797 fu dato
compimento alla fabbrica coll'ere-
zione di un fianco mancante. Di
fronte al magnifico ingresso della
porta maggiore sta la chiesa di buo-
na forma. Non avvi parte relativa
ai bisogni dello stabilimento, che
non sia disposta con ordine e ra-
ra intelligenza. A questo grandioso
ospedale sono uniti i seguenti sla-
bilimenti : il luogo pio di s. Corona,
che somministra il comodo de'me-
dici, chirurghi e medicinali a tulli
i poveri infermi della cillà; quello
detto la Senaura, posto fuori di por-
ta Tosa, ed a poca distanza, vasto
fabbricato destinato al ricovero ed
alla cura de'pazzarelli. Questo loca-
le, altra volta de' gesuiti, è capace
per un numero di 4^0 posli, fra
i quali ve ne sono de'gratuiti ed
altri a carico delle famiglie o dei
comuni. Provvidi e filosofici rego-
lamenti dirigono questo istituto, e
nulla viene trascurato onde addol-
cire, per quanto è possibile, la sor-
te di quegli sgraziati.
Altri stabilimenti sanitari con pen-
sione trovansi eretti in questa città
sotto provvide discipline, da abilj
4i MIL
professori assistili. Il benefico islitiUo
degli esposti e delle puerpere sta
nel soppresso monastero di s. Cate-
rina della P».ota, ed in esso sono an-
nualmente mantenuti più di 4<300
individui de'due sessi. Neirospedale
erasi da prima destinato nn luogo
per la tumulazione de' cadaveri ,
ma ritrovatosi col tempo troppo
angusto ed incomodo, si pensò a
farne uno più vasto e più lontano
dall'abitato , e scelto il luogo op-
portuno, si eresse nel 1698 una
chiesa a croce greca , chiamata s.
Michele de' nuovi sepolcri, la qua-
le oggi non forma che il corpo di
mezzo della fabbrica attuale. In se-
gtiito ingrandita, formossi un ma-
gnifico portico all'intorno della chie-
sa, nel quale si pose un continua-
to numero di sepolcri, più alti da
terra, affine di preservarli dall'ac-
qua sorgente, e fu chiamato Fop-
pone : il porticato fu perfezionato
nel lySi ; ma ora il luogo diven-
terà magazzino della strada ferra-
ta, ed invece i morti si seppellisco-
no ne' cimiteri di s. Gregorio, al
Genlilino, di porla Romana, ec.
ed il consiglio comunale nel i838
decretò un ampio camposanto. L'ot-
timo stabilimento di beneficenza
ch'ebbe principio nel 177 1, e di
cui fu fondatore il principe Antonio
Tolomeo Trivulzi, che destinò il
proprio palazzo a ricevere le per-
sone d' ambo i sessi superiori all'e-
tà di 60 anni, incapaci a gua-
dagnarsi il villo, pia opera a cui
con benefica liberale oiano con-
corse anche 1' imperatrice Maria
Teiesa, fu chiamato luogo pio Tri-
vulzi, il quale ampliato poscia da
altre pie largizioni, è ora capa-
ce per 5oo persone, che vi tro-
vano ogni sorta di soccorso. Qui-
vi muri nell'anno 1799 la celebre
MIL
Maria Gaetana Agnesi, la quale
dopo aver brillato fra i matemati-
ci, venne a nascondere volontaria
in questo luogo la sua letteraria
rinomanza, prestandosi all' assisten-
za ed al soccorso delle persone in
esso ricovrate. La benemerita isti-
tuzione sotto ii titolo di s. Gio-
vanni di Dio ebbe luogo fino dal
i588, ed è opera veramente de-
gna e caritatevole. Con V acquisto
di una porzione del luogo, da pri-
ma abitato dagli umiliati, si eres-
se r ottimo stabilimento col titolo
di ospedale de' religiosi benefratelli,
a sollievo de' poveri ed onesti cit-
tadini infermi, i quali dà questi pie-
tosi religiosi laureati in medicina,
chirurgia e farmacia, vengono assi-
sliti e provveduti colla maggior
cura in lutto ciò che può ad essi
abbisognare sino alla loro perfetta
guarigione. Col mezzo di ricche
dotazioni, e disegno di Pietro Gi-
lardoni, nel iSaS s'ingrandì con
nuova e grandiosa fabbrica que-
st' ospedale, il di cui esterno prese
una foima più regolare ed ele-
gante. In origine lu fondato pei
convalescenti dell'ospedale u)aggiO'
re, secondo l' intendimento di s.
Carlo; ma nel 1 842 il sacerdote
Luigi Sormanni fece costruire a
proprie spese una sala per comodo
de' convalescenti dell' ospedale dei
benefratelli. La chiesa eretta nel
iSgS è dedicata a s. Maria Ara-
celi. 11 luogo pio ha acquistato il
locale di s. Maria di Loreto per
erigervi un nuovo ospedale, col ca-
pitale perciò lasciato dalla marche-
sa Luigia Visconti Castelli, e coi
sopravanzi sempre crescenti dell'os-
pedale dei benefratelli stesso, do-
vendo servire per gli ecclesiastici
regolari e secolari infermi, per le
persone civili decadute, e forse per
allre ancora. Nel i836 la contessa
Lama Visconti Ciceri a proprie
spese fece alzare dalle fondamenta
r ospedale delle fate-bene-sorelle ,
con disegno di Giulio Aiiiisetti ; ii
vasto ed ordinato edifizio fu aperto
nel 1840, ed aliìdato alle suore dei-
la carità. Sulla piazza di s. Ambro-
gio, nel soppresso vasto monastero
de'cisterciensi, fu stabilito l'ospeda-
le militare. La fabbrica è del Bra-
mante, la quale consiste in due
grandiosi cortili, con portici che li
circondano, divisi da un lungo cor-
ridoio. Non avvi niente di più ma-
gnifico di questi cortili, dorico l'uno,
jonico l'altro, con colonne. L' inter-
no dell' antico refettorio presenta
grandiosità e magnificenza. Nel vasto
monastero soppresso de' benedettini,
fu trasportato l'antico orfanotrofio
civico maschile, luogo assegnatogli
da Giuseppe II a benefizio dello
stabilimento, colle rendite de' mo-
naci, i quali concentrò nel mona-
stero di s. Simpliciano, aggiun-
gendovi anche 1' entrate della sop-
pressa inquisizione e quelle dell'al-
bergo de' pellegrini. I due grandiosi
cortili di questo vasto edifizio si
credono opere del Bramante. Fin
dal secolo XVI pensandosi a sop-
primere la mendicità, s. Carlo sta-
biPi nel iSyS un ospedale de'men-
dicanti. Fatto arcivescovo di Mila-
no il cardinal Federico Borromeo,
fece costruire la solida e semplice
fabbrica per applicarla al ricovero
degli orfani di ambo i sessi , la
quale venne poscia destinata a be-
nefìcio delle sole femmine. Accre-
sciuto il numero di queste, ne fu
collocata porzione nell'antico mo-
nastero delle cappuccine, indi riu-
nite allorché fu ingrandito 1' orfa-
notrofio. Appena fuori di porta
Oriente è situalo il lazzaretto, sor-
MIL 43
prendente edifizio eretto nel 1488
da Lodovico il Moro, in occasione
della pestilenza del 146 f> avendo
contribuito alla generosa impresa il
cardinal Ascanio Sforza suo fratel-
lo. Questa fabbrica allora non com-
pita, fu ridotta nel i5o6 allo sta-
lo presente, al tempo di Luigi XI [
re di Francia, in quell' epoca signo-
re di Milano, ma coi fondi lasciati
dal conte Galeotto Bevilacqua al-
l'ospedale grande, di cui è tuttora
proprietà. L'edifizio pressoché qua-
drato, ha il portico arcuato e con-
tinuo, sostenuto da colonne, termi-
nato da sole tre parti, gira all'in-
torno, e dava accesso a 296 ca-
mere, giudiziosamente provvedute
de' necessari comodi e ventilazione;
il profondo canale di acqua viva
che scorre all'intorno, serviva al-
la nettezza ed impediva qualunque
comunicazione coli' interno. Questo
lazzaretto fu di grande soccorso nel-
le quattro epoche memorabili in
cui la peste fece stragi in Milano,
e soprattutto nel 1629: oggi é ri-
dotto ad abitazioni private. Milano
ha la gloria che nel 1828 fondò
la cassa di risparmio, il primo be-
nefico stabilimerito di questo gene-
re che si fondasse in Italia.
Le scienze e le arti, coltivate
splendidamente con zelo in questa
città, contano molti stabilimenti ,
accademie, biblioteche, licei, ginna-
si, collegi, scuole, ec, annoveran-
dovisi il palazzo delle scienze ed arti
in Brera, l'istituto di scienze, let-
tere ed arti, r accademia delle bel-
le arti, la pinacoteca, la biblioteca,
il gabinetto numismatico, l'osserva-
torio, la scuola d' incisione ed al-
tre scuole di belle arti, la biblio-
teca Ambrosiana, il gabinetto dei
bronzi dorati, il conservatorio di
musica, il seminario, il collegio
44 MIL
Longone, il collegio Calchi-Taeggi,
il collegio militare, l' istituto dei
sordi e muti, il collegio della Gua-
stalla, il collegio di s, Filippo, il
collesio della Visitazione detto di
s. Sofia, il liceo e ginnasio di s.
Alessandro, il ginnasio comunale
di s. Marta, la scuola elementare
maggiore normale, la scuola ele-
mentare femminile, la scuola vete-
rinaria, ec. ec. Non riuscirà discaro
almeno un qualche cenno di alcu-
ni di questi scientifici stabilimenti.
11 più rimarcabile, tanto sotto il
rapporto dell'architettura, che sot-
to quello della sua destinazione, è
senza dubbio il palazzo delle scien-
Ee ed arti in Brera, uno de' più
grandiosi e imponenti di Milano,
con bella facciala, e con interno
magnifico, sede sempre delle pub-
bliche scuole, e sotto il governo
dell' imperatrice Maria Teresa e
de' (li lei successori arricchito di
diversi rami di scienze, essendo pre-
sentemente il complesso ed il cen-
tro de' più celebri ed elevati isti-
tuti di pubblica istruzione. Vi s'in-
segna grammatica, rettorica, logica,
matematica, fisica, diritto, istoria,
botanica, chimica, anatomia, econo-
mia politica, diplomazia, architet-
tura, scultura, disegno, pittura ed
incisione. Sono stabiliti in questo
palazzo l'istituto di scienze, l' ac"
cademia di belle arti, la pinacote-
ca, la biblioteca ricca di rare edi-
zioni e mss., il gabinetto numisma»
tico, r osservatorio astronomico, la
scuola d' incisione, e quelle di di-
seguo, pittura, architettura, scultur
ra, ornato, prospettiva, anatomia,
gessi, ed altri oggetti di belle arti.
Avvi piu'e un ginnasio imperiale
con tutte le sue scuole, ed unito
vi si trova un orto botanico. Uno
de' più grandiosi e pregevoli slabi-
MIL
limenti, si è la unione delle nume-
rose sale che compongono la pina-
coteca, nel qual prezioso deposito
si riunirono tutti i quadri più in-
signi delle diverse chiese e mona-
steri soppressi, e vi si aggiunsero
anche molti quadri di gran valore,
comprati dalla munificenza del go-
verno italiano, sotto cui ebbe vita
questo raro deposito, adorno delle
opere di Raffaello, Guido Reni, Al-
bano, Domenichiuo, Palma, Gior-
gione, Gentile Bellini, Mantegna,
Francia, Cima, Tiziano, Paolo Ve-
ronese, Carpaccio, ec. Oltre a' qua-
dri si trovano qui pure riuniti
bassirilievi, modelli di busti e sta-
tue, disegni d' invenzione, e lavo-
ri premiati d' incisione, gessi tol-
ti dai migliori originali, busti, vasi,
candelabri, ec. La biblioteca rico-
nosce il suo principio dalla muni-
ficenza di Maria Teresa. Nel lySS
la congregazione dello sfato fatto
avea l'acquisto della celebre libre-
ria l^ertusati, che unita alle altre
due di Brera e di s. Fedele, ven-
ne collocata in questo palazzo delle
scienze ed arti, in ampie e mae-
stose sale nel 1770. La benefica
sovrana fece l' acquisto di gran
porzione della preziosa libreria del
famoso Alberto Haller, quindi i di
lei successori gareggiarono nell' ar-
ricchirla di novelli tesori con iscel-
te opere della biblioteca di Fir-
mian ed altre ancora. La soppres-
sione de' corpi religiosi aggiunse
pure nuova e numerosa suppellet-
tile d'ogni specie di libri, oltre ai
doni ed ai legati numerosi; che
se questa biblioteca non abbonda
di mss. e codici, come altre d' Ita-
lia, primeggia però nelle opere del-
le scienze esatte, e per tutte quelle
più dispendiose e classiche, relative
ai viaggi ed alia storia naturale. \[
MIL
prezioso stabilimento del gabinetto
numismatico ebbe principio nel
i8o3 nella zecca, colla raccolta dei
conii e coi pezzi sottratti alla fu-
sione e meritevoli di conservazio-
ne. Fu costituito il gabinetto reale
delle medaglie con decielo 6 mag-
gio 1808, ed arriccbito da quel pe-
riodo con molti altri musei. Com-
prende questa collezione la classe
antica e la moderna colle rispet-
tive loro diramazioni, ed è corre-
data di ricca e scelta analoga bi-
blioteca. Questo gabinetto fu tra-
sferito per sovrano decreto 7,3 gen-
naio 1817 nel palazzo delle scien-
ze ed arti, ed aperto al comodo
del pubblico. L'osservatorio astro-
nomico fu innalzato dai gesuiti nel
1 766, sul disegno del celebre p.
Boscovich. Questo stabilimento vi-
desi da quel tempo , e molto
più in seguito, arricchito dei più
preziosi esteri islromenti. In vici-
nanza trovasi la scuola d' incisione,
istituita dalla munificenza austria-
ca sotto Leopoldo II, e formata
d'una lunga sala bene illuminata
ed ottimaoiente disposta, adorna
d' un numero considerabile di stam-
pe di classici autori. Brera ebbe
origine dagli umiliati, ordine reli-
gioso del milanese, il quale ivi fab-
bricò il convento nel luogo rega-
lato da Algiso del Guercio, chia-
mato praedium e volgarmente bre-
da o brera, onde conservò l' anti-
co nome. Abolito l'ordine, s. Car-
lo destinò il locale e gran par-
te de' beni ai gesuiti, i quali nel
1572 vi aprirono collegio pubbli-
co, e coi denari del sauto, di Tom-
maso Crivelli e del municipio, fe-
cero un maestoso edificio, eh' è
quello di cui .si è parlato, venendo
nel 18 IO disfatta la chiesa antica
per dare spazio all' accademia.
MIL 45
Fra i liberali istituti di cui può
Tantarsi Milano, evvi la biblioteca
Ambrosiana, nel luogo delle antiche
scuole pubbliche, ftibbricafa e do-
tata di fondi dal cardinal Federico
Borromeo cugino di s. Carlo, ed
aperta ad uso pubblico nel 1609;
vi raccolse dall' occidente e dal-
l' oriente tal copia di libri, tale
rarità e numero di mss., che su-
bito in maraviglioso modo se ne
sparse la fama nelle più rimote
contrade. Al cullo delle scienze e
delle lettere il cardinale aggiunse
lo studio delle lingue persica, ebrai-
ca, caldea, arabica, siriaca, armena,
e costituì un collegio di dottori ,
cui altro aggiunse che appellò tri-
lingue, per l' italiano, latino e gre-
co; ed un terzo degli alunni, onde
ne' linguaggi esotici fossero eruditi
gl'ingegni più eletti de' seminari;
ora è superstite il collegio de* dot-
tori. In questo grandioso edifizio,
architettato da Fabio Mangone, poi
ingrandito coli* area della chiesa
della Rosa, con facciata di ordine
dorico, in molte stanze vedesi di-
sposto un magnifico deposito gene*
rale delle produzioni delle arti e
scienze d' ogni paese, vari oggetti
di storia naturale, pezzi di antichi-
tà e di scultura, pitture, modelli,
gessi, statue, busti, lavori mecca-
nici, ec. Contiene più di i4o,ooo
volumi, e più di i5,ooo mss. pre-
ziosi, contandovisi le Antichità giu-
daiche di Giuseppe Ebreo, tradot-
te in latino da Ruffino, sopra un
papiro egiziano del V secolo ; un
Virgilio del Petrarca, con note
scritte di sua mano, e con minia-
ture; il prezioso volume di Leo-
nardo da Vinci, detto il codice At-
lantico, restituito nel 1816 dalla
Francia dei tredici volumi che di
sua mano nel 1796 *i presero tra
46 M 1 L
le altre cose gii agenti della sua
accademia nazionale, onde gli altri
dodici sono restati nella biblioteca
dell' istituto di Francia ; la cronaca
dei Papi, di Martino Polono; un
Dante su pergametìa del XV seco-
lo; il Decamerone stanipato nel
1471 da Valdarfer ; il Virgilio
membranaceo stampalo a Venezia
nel 1470; una considerevole serie
della corrispondenza epistolare di
s. Carlo e del cardinal Federico;
alcune cose di Galileo, ed altre ra-
rità. E noto che dai paliinsesli di
questa biblioteca si trassero le let-
tere di Frontone, e vari frammen-
ti di Cicerone, che furono stampa-
li dal dotto cardinal Mai, come
anche l'Omero miniato, la versione
gotica della Bibbia di Ulfila, inter-
pretala e illustrata dal conte Ot-
tavio Castiglioni, ed altre novità.
IVeir ultima sala della biblioteca si
ammirano varie produzioni assai
pregevoli del pennello e della ma-
tita, distinguendosi il cartone raris-
simo originale della scuola di Ale-
ne dipinta nel Vaticano da Raffael-
lo, alcuni quadri di primi autori,
e vari disegni a penna di celebri
artisti e maestri. Il reggimento
amministrativo della biblioteca Am-
brosiana è affidato ad una congre-
gazione di conservatori, tra i quali
senza elezione e in vita è un ec-
clesiastico della famiglia Borromeo,
e mancando questo, il setolare an-
ziano della medesima. Vedasi l' o-
puscolo : La biblioteca ydmbrosia-
na, epistola, del ci», ab. Luigi Po-
lidori, Milano i83i.
La grandiosa canonica de' cano-
nici regolari lateranensi, unita alla
chiesa della Passione, fu dal gover-
no italico nel 1808 convertita in
un conservatorio di musica, dove
giovani dell'uno e dell'altro sesso,
MIL
sotto opporlunissime discipline e
r insegnamento di celebri maestri e
professori, s' istruiscono nell' arte del
canto, del suono ed anche della
composizione musicale: vi sono 1^
piazze gratuite, 16 j)er i maschi
e 8 per le donne, oltre ai posti di
pensione. Molti allievi si sono già
distinti sui pubblici teatri per sin-
golare capacità ed intelligente Or
secuzione della musica vocale ed
istrumentale. Il seminario maggio-
re o teologico, secondo il disposto
dal concilio di Trento, s. Carlo si
affrettò di aprirlo nel i564, che
poi collocò nelle case presso il pon-
te di porta Renza, e lo dotò con
alcune possessioni degli umiliali, e
con decime sui beni ecclesiastici ;
Io diressero i gesuiti, poi gli oblati.
Per bene alloggiare gli alunni, s.
Carlo nel iSyo cominciò la magni-
fica fabbrica, sul disegno di Giu-
seppe Meda, ampio quadrato eoa
portico a colonne binate di granito,
e riuscì uno de' pezzi più insigni
dell' archilellura moderna in Mila-
no. Da questo seminario arcivesco-
vile dipendevano quel della cano-
nica, quello sopra Arona fondalo
dal cardinal Federico, quel di Ce-
lana posto sul territorio veneto ,
quel di Monza e quel di Poleggio.
Non bastando il seminario mag-
giore al crescente numero de' chie-
rici, il governo restituì a tal uso
la canonica. Questa fu istituita nel
loSy fuori di porta Nuova al tem-
po de' concubinari, acciocché ì pre-
ti migliori vivessero in comune,
secondo i canoni. Vi si posero poi
gli umiliati, aboliti i quali, s. Car-
lo ne fece un altro seminario di
60 chierici sotto gli oblati ; il go-
verno del 1798 r avea dichiarala
proprietà dello slato. Dopo la sop-
pressione del monastero e chiesa
ì
MIL
de' cislerciensi dedicata a s. Luca,
venne questo locale convertito in
un bellissimo ed utile stabilimento
per gli orfani militari, e fu aperto
nel 1802 sotto il nome di colle-
gio militare di s. Luca. Il gene-
rale Theuliè, in allora ministro
della guerra, concepì il disegno di
questo benefico stabilimento, e ne
divenne il più attivo e zelante pro-
tettore sino alla fine della sua vita.
In esso stanno riuniti 3oo allievi, la
maggior parte figli de' bravi morti
sul campo dell' onore o che furono
altrimenti benemeriti della patria.
La utilissima istituzione de' sordo-
muti, dalla munificenza governativa
sostenuta, fu ultimamente traspor-
tata da porta Tosa ne! borgo di
s. Calocero, e stabilita pel mante-
nimento di trenta maschi ed al-
trettante femmine, nell' antico pa-
lazzo Sforza-Pallavicino, espressa-
mente a tale uso riaccomodato.
JN'el collegio di s. Filippo si dà alle
fanciulle una compiuta, religiosa e
nobile educazione, potendo gareggia-
re coi più distinti e rinomati delle
principali città: fu istituito nel i8i i
a spese dello stato. Per non dire di
altri collegi di femmine, nominere-
mo quello della Guastalla, di cui
parlammo all'articolo Guastalline.
Milano possiede sette teatri, li
grande, detto della Scala, perchè
eretto sull'area dell'antica chiesa
di s. Maria della Scala, è uno dei
più grandi e magnifici dell'Euro-
pa, con architettura del Piermari-
ni, aperto ai pubblici spettacoli nel
1779, e recenleme?ite rimodernato
e dipinto, con due ampie sale e
molli comodi luoghi; riesce de' più
sonori, mercè la curva della volta,
liscia e di poca centinatura. La
chiesa di s. Maria della Scala era
stata edificala da Regina della Sca-
M1L
47
la moglie di Barnabò, con belle
decorazioni ; indi dopo la sua mor-
te il marito nel i384 ottenne che
Urbano VI l'erigesse in collegiata
con padronato, ma avverte il Ma-
rini, Archiatri, t. I, p. io4j che
tali grazie Regina aveva oUenute
nel 1 383 dall' antipapa Clemente
Vlf, con di più una ricca indul-
genza a chi visitava la chiesa. Il
teatro della Canobbiana, così chia-
mato dall'antica scuola di dialetti-
ca e morale filosofia, chequi vicino
esisteva, fondata da Paolo Canobio, fu
eseguito sul disegno del medesimo
Piermarini, ma in più piccola forma :
la facciata è bella e regolare, e l'in-
terno comodo e ben decorato, poi-
ché questo e quello della Scala
hanno il vanto di aver veduto re-
staurarsi la pittura decorativa. Per
mezzo di due archi comunica col-
r imperiale reale corte, e fu aperto
nell'estate 1779. Sulla già soppressa
chiesa di s. Salvatore fu eretto il
piccolo ma elegante teatro Re, che
prese il nome da Carlo Re suo posses-
sore, che lo fece costruire ultimamen-
te con disegno del cav. Canonica, e
ridipinto nel i836. Ivi il buon ar-
ciprete Datco aveva nel 787 fon-
dato la chiesa di s. Salvatore, e il .
primo spedale di trovatelli o bam-
bini abbandonati che al mondo si
conosca. Per essere nel centro della
città è assai frequentato il teatro
Carcano, così detto dal suo pro-
prietario Giuseppe, fu eretto nel
1 8o5 con disegno del cav. Cano-
nica, ove anticamente esisteva la
chiesa e monastero di s. Lazzaro.
E assai elegante ed armonico, ma
poco frequentato per la sua lonta-
nanza dal centro della città, il teatro
di Lentasio, di semplicissima forma,
così detto per essere slato costruito
nel i8o5 nel silo della soppressa
48 IVÌIL
chiesa e monastero del Lentasio
eretti da un arcidiacono di quel
cognome. Ove esistevano la chie-
sa ed il monastero de' ss. Co-
sma e Damiano sorge un elegan-
tissimo teatro di' declamazione, e-
relto da una società che assunse il
nome di Filo-Drammatici. Per l'ad-
dietro due erano i teatri delle ma-
rionette, ma ora rimane quello solo
detto del Fiando , dal nome del
proprietario, comunemente chiama-
to Girolamo dal protagonista mon-
ferrino. Da poco in qua se ne
pose uno corrispondente al ponte
de' Fabbri.
Fra le altre cose degne d'esse-
re vedute in Milano, si osservano le
sedici colonne in marmo bianco
d'ordine corintio, composte di quat-
tro pezzi, che stanno lungo il cor-
so di porta Ticinese, e che forma-
no il monumento più grandioso
delle antichità di questa città. Cre-
desi una parte preziosa delle terme
Erculee, fabbricate da Massimiliano
Erculeo. Le opere che trattano del-
le antichità di Milano sono nota-
te nella citata bibliografìa milane-
se. Il corso di porta Orientale ,
fiancheggiato di vari palazzi , il
pili gradito e frequentato tralte-
uimento della popolazione. I pub-
blici giardini deliziosissimi , con
luoghi per .spettacoli popolari. 11
principio della strada del Sempio-
rie, opera delle più dispendiose e
didicili che siasi intrapresa sotto il
cessato governo italiano. Le strade
ferrate di Monza, e quella Lombar-
do-Veneta che conduce a Venezia.
Milano contiene in genere di fab-
briche e manifatture lutto ciò che
serve al bisogno, al comodo e al
piacere della vita. Le arti mecca-
niche sono quivi lodevolmente col-
tivale al paro delle liberali ; 1' arie
MIL
della lana e quella delia seta fu*
ronvj introdotte nel ii48 dagli
umiliali, quali alimentavano ses-
santamila operai pel lanifìcio, e
quarantamila per le seterie. Rag-
guardevoli sono le fabbriche di
stoffe di seta in ogni generCj e con
oro ed argento; lavori in tali ed
altri metalli ; istromenti di mate*
malica, fisica, chirurgia, armi, ec. ;
concie ed altre fabbriche; slampe-
rie, librerie, litografìe; manifattu-
re di fiori e frutta finti : alcune
delle tante fabbriche sono premia*
te e privilegiate. Oltre le chiese, i
palazzi ed i pubblici stabilimenti,
si trovano in Milano anche presso
i privali cittadini non poche galle-
rie, biblioteche e musei contenenti
molti oggetti d' arte meritevoli di
osservazione. Come la copiosa rac-
colta di quadri della casa Castel-
barco, cominciata con quella de'con-
ti Simonetta, poi cresciuta conti-
nuamente dagli attuali sontuosi
possessori, ove in 22 locali sono di-
stribuiti più di mille dipinti d' o-
gni scuola, incominciando dall' età
di Cimabue sino ai viventi. La gal-
leria Borromeo ha oltre 4oo qua-
dri delle migliori scuole; le altre
più rimarchevoli sono le gallerie
Lillo, Melzi, Archinto, Scotti-Galle*
rati , ec. Celebre è la biblioteca e
museo Trivulzio; fra le biblioteche
private la Lilla è la più copiosa,
contando 3o,ooo volumi; le rac-
colte Verrij Taverna, Mulazzani,
Beccaria ; l' armeria Uboldo, com-
posta di mille e più pezzi d',armi
di difesa e da oflesa di epoche di-
verse, riunita e messa in bell'or-
dine dal cav. Ambrogio Uboldo j
assai importante è la serie degli scu-
di e degli elmi, la cui erudita de-
scrizione fu nel 1839 e 1841 pub-
blicala dallo slesso colto possessore.
MIL
11 museo del cav. Pelagio Pelagi,
consistente in raonumenli antichi di
nazioni e di epoche diverse; il
gabinetto mineralogico fondato in
sua casa dal conte Vitaliano Borro-
meo, ec. ec.
Nel 12 15 per cura del podestà
Brunasio Porca novarese furono
compilati gli statuti di Milano, testi-
monianza di mero e misto impe-
ro; magistrato supremo era allora
il podestà, ■ risiedendo la sovranità
nel consiglio generale. Questi sta-
tuti civili perderono ogni vigore
coir unità imposta dal codice Napo-
leone, che aboPi ogni legislazione
spontanea. Franchigia nazionale fu
il senato, istituito da Luigi XII.
La congregazione di stato antica
terminò col 1796. Ab antico la
città per stemma porta in bianco
la croce rossa, con ornalo di pal-
me e ulivi, simbolo di pace e di
guerra. L* arma viscontea, che fu
quella dello stato^ ed ora è dive-
nuta propria del regno, è la biscia
d'azzurro in campo d'argento, con
fanciullo rosso nascente dalle sue
fauci : di sua origine parlammo nel
Tol. XXIX, p. 59 del Dizionario.
Lo stemma ecclesiastico della città
e diocesi di Milano si compone
delle immagini di s. Ambrogio in
mezzo ai ss. Gervasio e Protasio,
coir epigrafe : Tales ambio dejen-
sores. Il palazzo della città, nomi-
nato Broletto, stava in piazza dei
Mercanti, ove ancora sorge la tur-
re della campana del comune, che
ogni sera suona la rintoccata ; ia
prima fu dov' è la corte. La torre
fu eretta nel 1272 da Napoleone
della Toire, e fu abbellita dal pode-
stà Bossi. Quello dove ora siede la
municipalità, vastissimo corpo aper-
to in due ampi cortili a portico,
fabbricato da Filippo Maria Vis-
voi. xi\.
MIL 49
conti > la città ne fece acquisto
nel iSrg. La congregazione muni-
cipale è composta d' un podestà, e
sei assessori, oltre il consiglio com-
posto di sessanta nobili, e principa-
li negozianti. A spese della città è
mantenuto un coipo di zappatori
pompieri, istituito nel 181 1. llcarat-
teie morale de' milanesi li mostra
inclinati alla beneficenza, alla tran-
quillità d'animo, ai comodi della
vita, ai divertimenti, senza pregiu-
dizio dell' industria, delle arti e
manifatture, e de' buoni studi, che
distintamente vi si coltivano. La
dovizia e bontà de' cittadini, e l<i
ricchezza degli stabilimenti pubblici
provvedono generalmente alla classe
indigente. Il dialetto milanese di
fondo, grammatica e costruzione i-
taliano, ritiene alcuni modi, paro-
le e pronunzie de' suoi diversi do-
minatori, e moltissimo dei trova-
dori o poeti provenziali che canta-
rono le armi, gli amori, le cortesie.
L' attuale popolazione della cit-
tà di Milano e de' Corpi santi
( villaggi presso diverse porte ) è di
circa 200,000 anime; anticamente
però era assai maggiore, e nel se-
colo XV contava quasi 3oo,ooo
abitanti ; ma le guerre e le pesti-
lenze ad un tempo ne diminuiro-
no non solo la grandezza e l'opu-
lenza, ma anche la popolazione.
Nello spazio infatti di 666 anni,
cioè dal 964 al i63o, la città ven-
ne afflìtta da contagiose pestilenze
per quattordici volte, fra le quali
la più crudele fu ne' tre anni che
precedettero al i363, che secondo
riferisce Pietro Azario vi perirono
75,000 persone; fatale fu quella
ancora del 1461 che die origine
al lazzaretto; quella del 1576 in cui
rifulse il prodigioso zelo di s. Carlo
Borromeo; e nell'ultima del i63o
4
5o
MIL
morirono 20,000 persone. Circa
25o sono gl'israeliti ed altrettanti
gli acattolici. Tn Milano l' aria vi è
salubre, né frizzante, né rilasciata,
massime dopo che furono tolte le
risaie dalle sue vicinanze. A p. 877
della bibliografia milanese, dell' o-
pera citata, sono riportale le storie
di persone illustri o nobili fami-
glie milanesi. Molli santi e sante
milanesi accrebbero i fasti della
Chiesa, su di che si possono vedere
Bosca, Martyrologinm ecclesiae Me-
diolanensisy i6g5. Sormani, La
gloria de sand milanesi, 1 761, Fio-
rirono altresì gran numero di mi-
lanesi nelle armi e per valorose
imprese, nella lelleralura e nelle
belle arti, di cui discorrono le o-
pere bibliografiche notate a p. 384
e 385. Tra gli altri nomineremo^
il poeta Ialino Cecilio Stazio, lo
storico Valerio Massimo, Salvio Giu-
liano compilatore dell' Editto perpetuo
e prefetto di Roma, gl'imperatori ro-
mani Elvio Pertinace e Giuliano Di-
dio, ed oltre i nominati di sopra ed
altri che ricorderemo, fra gì' innu-
merabili illustri milanesi registre-
remo i seguenti. Nella storia, Co-
rio, Calco, Ripamonti, Giulini, Oslo,
Puricelli, Verri, Allegranza, Fuma-
galli, Bianconi. Nell'architettura,
Giambattista e Sanlo Corbelli, So-
lerò, Agrippa, Giacomo della Por-
ta, Tibaldo, Bassi. Nella pittura ,
parecchi usciti dalla scuola del Vin-
ci, Lomazzo, Crespi, Campi, Pro-
caccini, Bossi, Appiani. Nella scul-
tura, Marco Agrato, Girolamo e
Guglielmo della Porta, Buonvicino,
Rusconi, Albertolli. Altri artisti,
Caradosso, Saracchi, Cristiano Sanlo
Agostino, Guzzi, Domenico dc'Cam-
mei, Giovanni delle Corniole, Ja-
copo da Trezzo, Birago, Rossi, Del-
finoue, Paladini, Pigino, PcUizoue.
MIL
Poeti, DoUino, Bellincioni, Biffi, Vis-
conti, Raineri, Maggi, Alessandro
Verri, Parini, Monti. Medici, Piro-
vano, Varese, Sacco, Rasori. Mili-
tari, i Torriani, i Visconti, i Tri-
vulzi, Serbelloni, Medici. Scienziati
e scrittori diversi,, Maino, Piatti,
Paciolo, Maioragio, Alciato, Carda-
no, Benzoni, Busca, Cicerano, Ot-
tavio Ferrano, Gregorio Leti scrit-
tore maligno. Cavalieri, Ceva, Bec-
caria, Frisi, Lecchi, Pini, Regi, O-
riani, Sacchi, Carpani, Marchesi,
Carli, Gioia, Romagnosi, Custodi ;
e tra le donne la celebre Agnesi
che ottenne vma cattedra di ma-
tematica nell'università di Bolo-
gna, e la famosa Manzoni che s'il-
lustrò nella poesia. Nelle arti e nel-
le scienze tuttora fiorisce un eletto
numero di chiari ingegni. Milano
diede alla Chiesa universale, oltre
uu grandissimo numero di vescovi,
cinque sommi Pontefici, cioè Ales-
sandro Il Baggio o Badagio, Ur-
bano III Crivelli, Celestino IV Ca-
stiglioni. Pio IV Medici, e Grego-
rio XIV Sfrondati oriundo di Cre-
mona; ed al sacro collegio i se-
guenti cardinalij ad ognuno de'qua-
li premetteremo l'epoca dell' esalta-
zione, e tulli còme i Papi hanno
le loro biografie.
1061 s. Anselmo Buggio o Ba-
dagio. 1088 Conte. II 38 Tom-
maso. II 44 s- Guarino Foscari.
1 1 55 A rdizzone Rivoltella. ii65 s.
Caldino Valvassi-Sala. 1 lyS Uber-
to Crivelli, poi Urbano III. 1182
Albino. I 198 Uberto Tcrzago, U-
berto Pirovano. 1227 Goffredo Ca-
stiglioni, poi Celestino IV. 1^44
Goffredo Castiglioni. 1281 Glusa-
nio Casati, 1288 Pietro Pcregrossi.
1375 Simone Brussani. i4i « Bran-
da Castiglioni. 14^9 Gerardo Lan-
driani de' Capitani. i456 Giovanni
MIL
Casliglioni. 1473 Giovanni Arcim-
boldi. i483 Gianiacopo Scalfenali.
1484 Ascanio Maria Sforza. i493
Giannantonio Sangiorgi. 1 5oo Anto-
nio Trivulzio. i5i7 Scaramuccia
Trivulzio, Agostino Trivulzio. i535
Jacopo Simonetta. 154^ Giovan-
ni Moroni. i544 Francesco Sfon-
drati . 1^49 Giannangelo Medi-
ci, poi Pio IV. 1557 Antonio Tri-
vulzio. i56o Giannantonio Ser-
belloni, s. Carlo Borromeo. i56i
Lodovico Simonella. i565 Carlo
"Visconti, Francesco Abondio Casti-
glioni, Alessandro Crivelli, France-
sco Alciato, Francesco Crasso. ìS'jS
Renato Birago. i583 Nicolò Sfon-
drati, poi Gregorio XIV. i587 Fe-
derico Borromeo. i588 Agostino
Cusani. 1^90 Pietro Emilio Sfon-
drato. iSiQi Flaminio Piatti o Pla-
to. iSgS Alfonso Visconti. i6o4
Ferdinando Taverna. 1621 Giulio
Roma. 1629 Teodoro Trivulzio.
i633 Cesare Monti. i652 Luigi
Alessandro Omodei. 1 654 Giberto
Borromeo, i657 Camillo Melzi.
i6(36 Alfonso Lilla. 1667 Vitalia-
no Visconti. 1670 Federico Bor-
romeo. 1681 Federico Visconti.
i6go Ferdinando d' Adda, Luigi
Omodei. iGgS Jacopo Antonio Mo-
rigia, Federico Caccia, Celestino
Sfondrali. 1699 Giuseppe Archinlo.
1712 Agostino Cusani. 1713 Be-
nedetto Erba Odescalchi. 1715
Bernardino Scotti. 1717 Giberto
Borromeo. i73g Gaetano Stampa,
Marcellino Corio. 1 743 Gioacchino
Besozzi, Giuseppe Pozzobonelli. 1 747
Gio. Battista Mesmer. 1753 Fabri-
zio Serbelloni,*Gio. Francesco Stop-
pani, Carlo Francesco Burini. 1756
Alberico Archinlo. 17^9 Ignazio
Crivelli, Antonio Maria Erba Ode-
scalchi, Giuseppe Maria Castelli.
1766 Vitaliano Borromeo. 1771
MIL 5i
Antonio Eugenio Visconti. 1776
Giovanni Archinlo, Angelo Maria
Burini. 1789 Ignazio Busca. 1794
Antonio Bugnani. 1801 Gian Fi-
lippo Gallerati Scolti, Lorenzo Lil-
la. 1802 Carlo Crivelli. 1804
Carlo Opizzoni.
Fuori delle mura di Milano
crescono i boi-ghi e nominatamen-
te quello degli Ortolani e quello
di s. Goliardo. Importantissimi so-
no i contorni del contado di Mi-
lano, ma solo accenneremo alcuni
de' principali. Un miglio circa da
Milano \i è la strada che riesce
due miglia all' abbazia di Chiara'
valle [J^edi). II monastero andò in
parte distrutto, avendovi cessato i
cisterciensi nel 1797; la chiesa è
delle più notabili della diocesi. Fu
edificala sulle rovine d' una più.
vecchia verso il fine del secolo XllI,
ed è di quello stile che dicesi go-
tico, divisa in tre navi, attraversata
in cima da un lungo braccio che
gli dà figura di croce . La na-
ve maggiore è tutta dipinta dai
fiamminghi, e finisce nel coro con
sedili di noce diligentemente inta-
gliali. L' altare maggiore ha pre-
gevole dipinto, de' quali nelle cap-
pelle ed altrove ve ne sono altri.
Vi è la cupola con campanile con
bei lavori: quivi ebbero sepolcri i
Torriani, gli Archinli ed altri. Nella
strada Pavese, un miglio lunge il
famoso castello di Binasco, sorge la
Certosa ( Fedi ) della di Pavia,
uno de' più sontuosi edifizi d' Eu-
ropa. Bice il Marini, Archiatri t.
I, p. io5, che Gian Galeazzo Vis-
conti , disgustato di Urbano VI
perchè non potè avere il titolo di
re, seguì le parti dell' antipapa
Clemente VII, quando con affetta-
la ed apparente religiosità gli fece
cader nel pensiero di Tuler edifica-
Si MIL
re la magnifica Certosa di Pavia,
con un tempio di quaranta altari
per ofFerirvisi giornalmente altret-
tanti e più sacrifizi, la qual cosa
fu subito dall'antipapa approvata
con bolla degli i r luglio i 394, die
riporta nel t. II, p. 53, avvertendo
che r ignorò lo stesso p. Tromby.
Però la prima pietra vuoisi gettata
da Gian Galeazzo agli 8 settembre
1396. Il Visconti verso il 1399 vi
chiamò i certosini che compirono
splendidamente V edilìzio , vi stet-
tero fino al 1782, e vi furono re-
integrati nel 1843. Del tempio al-
cuni reputano architetto Enrico
Gamodia, altri Marco da Campio-
ne : lo stile non gotico tedesco, ma
piuttosto di quello che allora do-
minava, ha queir eleganza che sul
principio del secolo XV appariva
in tutte le arti del disegno. Ha tre
navi e forma di croce latina; la
facciata di stile bramantesco fu co-
minciata nel 147^ ^^^ disegni di
Ambrogio da Possano, adorna di
gran numero di scolture ed orna-
ti i più squisiti del secolo XV. La
porta che mette al tempio è ope-
ra d' Agostino Busti, ricca di su-
perbi fregi e storie a bassorilievo,
fra le quali primeggiano la fonda-
tione fatta dal Visconti, e il tras-
porto delle di lui spoglie mortali
nel tempio, la cui interna veduta
è veramente maestosa. La volta è
dipinta ad oro ed oltremare con
stelle d'oro; i piloni rivestiti di
marmo, fregiali di statue; le quat-
tordici cappelle nelle navi ornate di
preziosi marmi, di tavole, di affre-
schi, di bassorilievi, di paliotti di
squisito lavoro. Un cancello magni»
fico introduce alla crociera del co-
vo, che precede il santuario ; gli
stalli ne sono intagliati con artifi-
cio finissimo. Nella crociera spicca-
MIL
no due cappelle sontuosamente or-
nate : in angolo vedesi il mausoleo
del fondatore, ricchissimo di scol-
ture. Il magnifico monumento dì
Gian Galeazzo , isolato , è uno
de' più grandiosi per la mole e
per merito d' arte. A molte finestre
sono bellissimi vetri colorati ; ed
agli altari laterali dei bracci della
croce, sono quattro stupendi can-
delabri di bronzo. La cupola è tut-
ta dipinta a buon fresco. Ricca ba*
laustrata sta innanzi all'altare mag-
giore, il quale è tutto commesso a
gemme, e fregiato di vaghissime
scolture. Sono degni pur di consi-
derazione la vecchia e nuova sacre-
stia, il lavatoio e il refettorio de'mo*
naci ; il gran chiostro coi ventiquat-
tro casini isolati, con orticelli per
le abitazioni de'religiosi, ispira vene-
razione e raccoglimento. La Certosa
forma come il Vaticano una piccola
città. Benché soggiacque a molte
dilapidazioni, questo monumento è
ancor grande. Prima di questa ce-
lebre Certosa, nella strada del Sem-
pione altra n'era stata fondata nel
i349 da Giovanni Visconti arcive-
scovo e signore di Milano , finita
nel i353, quando il Petrarca di-
morava presso il Visconti ; più vol-
te si restaurarono la chiesa e il
monastero : questa chiamasi la Cer-
tosa di Garegnano.
Il Lago maggiore o Verha'
no, sulle sue riviere , sui mon-
ti e nelle valli circostanti offre
i più svariati prospetti , e vi si
vedono i begli orrori selvaggi del-
le Alpi, e le bellezze pittoresche
dell'Italia: la sponda orientale ap-
partiene al regno Lombardo-Ve-
neto, da Sesto a Pino; l'occiden-
tale agli stati sardi sino a Bris-
sago; e fra Brissago e Pino ambe-
due le sponde al cantone svizzero
MIL MIL 53
del Ticino. Questo lago, nno ilei a cui conduce un'agevole via sparsa
più ampi d'Italia, è nutrito spe- di alcune cappelle. Fu innalzato
cialoienfe dalla Toce e dal Ticino; nel 1697 a spese degli abitanti
ha acque trasparenti che contengo- de' contorni e della famiglia Bor-
no varie specie di pesci e delle romeo. La statua ha 28 metri d'al-
tratte, alcune delle quali grandissime, tezza, e 20 il piedestallo di granito:
In ampio seno si presentano sulla testa, piedi e mani sono di bron-
riva orientale Aligera, Arona sul- zo fuso, il resto di grosse lastre di
r occidentale, che si fanno l' una rame, mentre le barre che queste
all'altra prospetto, gloriose ambe- sostengono fanno scala per salir si-
due del nome de' Borromei ; e ver- no al capo. 11 disegno è del Cera-
so la metà delia riva occidentale no, l'opera di Siro Zanella pavese
evvi la baia delia Toce, ove si tro- e di Bernardo Falconi higanese;
vano le famose /.yo/e Borromee. Art- mirabili le proporzioni. Valicata a
gtra ha favolosa origine, chiamossi sinistra del Lago maggiore la pun-
anticamente Stazzona, vi fu stazio- ta di Belgirate, si è in quel seno
ne militare, poi emporio di fiorentis- del lago in cui sorgono le dccan-
simo commercio. I conti di Ange- tate isole Borromee, che vedonsi
ra o Angleria ebbero origine, se- emergere come un mazzo di fiori,
condo la tradizione, dai re longo- Prima presentasi alla vista l'isola di
bardi, ed a loro si attribuisce la s. Giovanni, segue l'isola Madre che
costruzione della rocca. L' arcive- sorge in mezzo del seno, poi l' iso-
scovo Ottone Visconti, toltala ai la Bella, già Isabella dal nome di
Torriani, la fece rifabbricare ed or- una d' Adda moglie di un Borro-
nare di pitture allegoriche alla bat- meo, che in parte nasconde la Su'
taglia da lui vinta a Desio. Dopo penare. L' isola di s. Giovanni del-
Ottone, i Visconti e gli Sforza pre- ta Isolino, e la Superiore che di-
serò il titolo di conti d'Angera, an- cesi anco de Pescatori, fanno bei
zi usarono conferirlo ai propri pri- contrasto colla sfoggiata magnifi-
mogenili. Filippo Maria Visconti nel cenza delle isole Bella e Aladre, e
1439 die in feudo questa signoria questa resa più vaga dalla natura
ai Borromei, che tennero molla cu- fa bel contrasto con quella, in cui-
ra della rocca, ed il cardinal Fe-
derico, rivendicatala dal fìsco, la in-
grandì e vi aggiunse nuovi edifizi.
11 giardino contiguo ha romane e-
pigrafi. Feudo de' Borromei fu pu-
r arte raccolse tutti i suoi ornamen-
ti, ingegni e graziose bizzarrie. Fu
il conte Vitaliano Borromeo che
nel 1637 trasformò tale scoglio in
un luogo di ricercate delizie, con
re Arona, nella cui rocca atterrata dieci giardini posti a scalinata, con
nel 1800, nacque s. Carlo; accre- ridente selva d'aranci, di folto bo-
sciuta a' dì nostri dal trafilco, eb- sco d'allori, di torri, d'archi, di
be titolo di città. La maggior sua statue, e d' un grandioso palazzo
chiesa è di corretto stile. Il nuovo ove sono profuse tutte le squisitez-
teatro, le pubbliche scuole, le bel- ze, i cui sotterranei formano un
le case e le pulite vie, la rendono appartamento a musaico da stupo-
pregevole. Lustro maggiore le viene re. Inoltre nell' isola Bella è una
dal famigerato colos>o di s. Carlo, galleria con pregiate tavole; ed in
che sorge sopra un prossimo colle, quella Madre sonovi cinque giav-
54 MIL
dini, ed ampio bosco d' allori, d'a-
beti e cipressi.
Faremo per ultimo parola di
Monza , oltre quelle dette altro-
ve, come all'articolo Corona fer-
rea, ove dicemmo di essa e del
tesoro della basilica di san Gio-
vanni Battista, edificata dalla regi-
na Teodolinda, la quale in essa ri-
pose i doni di s. Gregorio I, ac-
cennati air articolo Longobardi.
Monza sotto i romani fu chiamata
Moguntia, perchè Augusto ne fece
un luogo di ritiro pei soldati che
aveano combattuto aMagonza; poi
fu detta Modoelia, e Teodorico re
de' goti vi eresse un palazzo. Sotto
I longobardi divenne la favorita re-
sidenza d'alcuni loro re; e Federi-
co I v'ebbe un palazzo. Soggiacque a
varie vicende, secondo che fu con-
traria o favorevole a' milanesi : da
Carlo V venne data in feudo ad
Antonio di Leyva governatore di
Milano, indi fu da Antonio venduta
per 3o,ooo ducati ai conti Durini,
ed ora ha titolo di città ; e per
industria, popolazione, e vanto di
antiche e recenti memorie primeg-
gia fra tutte le terre del contado
milanese. La basilica fu ingrandita
nel secolo XIV coi disegni di Mat-
teo da Campione. La facciata di
stile gotico, di marmi bianchi e
neri, con bassorilievi, statue e a-
rabeschi, ha sulla porta maggiore
la statua in rame dorato del Pre-
cursore. L'alto campanile è gran-
diosa fabbrica del Pellegrini, che
disegnò pure 1' elegante batlisterio.
Il tempio ha tre navi, ed è adorno
.di assai pregevoli dipinti: l'altare
maggiore disegnato dall' Appiani, è
ricco di paliollo d' argento dorato,
con bassiriliovi , gemme e snaalti.
Delle altre chiese di Monza, le più
ipler^ssanti sono s. Maria in Islra-
MIL
da, ». Maurizio, s. Gerardo. Gran-
dioso è il seminario, con due por-
tici di 88 colonne di granito ; ele-
gante il teatro, bello il ponte sul
Lambro, ampio il collegio de' bar-
nabiti, ragguardevole il palazzo mu-
nicipale, importante l' archivio. I
dintorni offrono una serie di ame-
ne ville, oltre la villa reale, delizia
degna di principi e rinomata in
tutta Europa; il parco reale è uno
de' più vasti d'Italia, comprendendo
ri,ooo pertiche di terreno. 11 pa-
lazzo venne eretto nel 1777 dal-
l'arciduca Ferdinando con disegno
di Piermarini, ove l' Appiani di-
pinse la favola di Psiche.
Milano, Mediolanwn, già capita-
le di tutta la Gallia Cisalpina
[f^edl), e più. volte residenza degli
imperatori occidentali e de' re di
Italia, non che capitale dell' Insu-
bria, nome antico di quella porzio-
ne della Lombardia [T^edi) fra l'Ad-
da e il Ticino, i cui popoli chia-
maronsi insubri, i quali secondo
Tito Livio erano celti o gauli ; è
vero però che sotto il nome d' in-
subri si comprendevano pure mol-
ti popoli, i primi de' quali erano
venuti dal nord ; sembra che il lo-
ro nome primitivo fossero ombri,
significante nella loro lingua valo-
l'osi. Vaghe ed incerte sono le o-
pinioni del nome Milano, come sul-
la origine de' primi abitatori del
suolo milanese. Risalgono alcuni al-
le origini etrnsche, e supponendo
Olenio 0(1 Olano Galeno, lucurao-
ne etrusco, venuto nell' Insnbria,
altro capo introducono di quella
nazione detto Medo, e da que'due
nomi riimiti, deducono quello di
Milano o Mediolano, come accenna
r Alciali. Altri la credono così det-
ta quasi in medio aniniiim, perchè
posta tra i c|M6 fi unii Ticino ed
MIL MIL SS
Adda; ricorrono altri ad origini gali dagli etruschi, che istituite do-
celtiche, dalle quali verrebbe quel- dici città chiamarono Etruria nuo-
la denominazione ad indicare una va, abbiano questi ultimi ad essere
città posta in mezzo alle terre ed considerati come i principali abi-
alle pianure, e come ora direbbesi latori del milanese, sembra essere
mediterranea. Sembra priva di fon- quasi una certezza che Milano, si-
damento la supposizione del ritro- tuata nell' Insubria, sia stata fooda-
vamento di una troia col tergo la- ta od almeno ingrandita nell' anno
nulo solo per metà, all' epoca in Sgo piima di Gesù Cristo, da Bel-
cui Beiloveso determinossi alla fab- loveso capitano dei gallo-insubri
bricazione o piuttosto alla riediQ- nell' Italia (redi) superiore, e ni-
cazione di Milano ; si abbracciò tut- potè di Ambigato principe de' cel-
lavia quella tradizione, confermata ti. Beiloveso con una banda di bi-
dai versi di Ciaudiano e di Sido- turigi, edui, arverni, gessati e am-
nio Apollinare , perchè riguardan- barri, dopo aver cacciato dal pae-
dosi Milano a qualche epoca come se gli etruschi, colla pace com|M le
una seconda Roma, vi si trovò u- opere di essi. Ogni borgata ebbe
na certa conformità con Roma me- un capo gallo; con rozza e robusta
desima, ponendosi la troia quasi al religione veneravano le forze della
confronto colla lupa allattatrice di natura, imponendo i druidi leggi
Romolo e Remo. Se però è vero e superstizioni ai popoli. Quanto
che i galli giunti in Italia, cogli in- fossero fieri lo provò Roma, che
subri si collegarono più facilmente, salvata dai valorosi difensori della
perchè trovarono il nome di una patria, costituì un tesoro apposta
città corrispondente a quella di un da non toccare se non quando i
loro boigo o villaggio, sotto il no« galli minacciassero,
me di Milain, presso Autun, con- Da prima Milano non fu che un
viene supporre il nome di Milano borgo, ma ben presto divenne il
più antico della venuta de' galli, luogo principale de' galliinsubri-ci-
Alla tedesca lingua di quei popoli, salpini ; il perchè conoscendo Ro-
May-lnnd, o paese di maggio, e ma non potersi tenere sicura fin-
propriamente in gallico 3Ied-lan, che non dominasse la Gallia Cisal-
fertile paese, e Mcl-lan, in mezzo pina, com'essa intitolò 1' Insubria,
alle pianure, onde altri Medioln- perciò Lucio Furio e Caio Flami-
niim si riscontrano in Francia. Om- nio consoli romani varcarono il Ho
mettendo le opinioni che alcuni coli' esercito ; ma sconfitti si rifu-
storici e filologi ci lasciarono sui giarono tra' cenomani, dalla Gai-
primi abitatori del suolo milanese, lia venuti sul bresciano e sul ve-
e non disputando se tal preminenza ronese, i quali disertando la cau-
si debba accordare, secondo Stra- sa nazionale, s' allearono ai ro-
bone, ai primi discendenti di Noè, mani, che senza tregua molestava-
o agli orobii, secondo altri, oppu- no 1' Insubria. Allora i galli ten-
re agl'insubri, la cui principale re- tando l'estremo caso, nel 123 fu-
sidenza dicesi essere stata nel luo- rono vinti da Marco Claudio Mar-
go chiamato Hnudii Campi o Ca- cello e Gneo Cornelio, e Virido-
stel Seprio, e passando stil diilibio maro ultimo re de' galli-cisalpini
se quei due popoli vinti e soggio- restò ucciso sul campo, indi Mila-
.^6 MIL
no soccombette ai vincitori, e Mar-
co vi entrò trionfante. Dopo che
Mario a Vercelli sbaragliò una nuo-
va irruzione di cimbri, dal conso-
le Publio Cornelio Scipione Nasica,
l'anno 191, seguita la ritirata di
Annibale (il quale da Milano ave-
va ricevuto opportuni soccorsi), la
Hallia Cisalpina fu ridotta a pro-
vincia, e Milano fu onorata del ti-
tolo di primaria città dell' Insubriaj
soggetta però a leggi e magistrati
romani; e sotto il consolato di
Pompeo fu onorala del nome di
seconda Roma, come la più ricca
e maestosa delle altre città della
provincia. Tra gli altri l'ebbe in
governo Cicerone, e poi Bruto cui
i milanesi eressero una statua. Giu-
lio Cesare già nell' anno 4^ avan-
ti la nostra era, avea concessa la
cittadinanza romana alla Gallia
Cisalpina, e ftlilano venne ascritta
alla tribù Onfentina, perciò teneva
comizi propri, e raccolti i voti li
mandava suggellati a Roma, per
valere come fossero dati di presen-
za. Neil' impero , la Gallia restò
sotto r immediata tutela del senato
romano, e solo a' tempi di Adria-
no vi fu spedito un prefetto, pro-
teggendo il popolo i difensori della
città, specie di tribuni. Ad abbat-
tere il dominio di Roma, i germa-
ni minacciarono le sue provinole e
J' Italia, onde sembrò agl'impera-
tori necessario risiedere più vicino
alle Alpi. Prima vi stavano a tem-
po, poi quando la difesa rese ne-
cessario dividere l'impero, Massi-
miano Erculeo vi si fermò sta-
bilmente, cìnse di mura la città, e
l'abbellì nell'anno 2^5 della no-
stra era, poscia abdicò all'impe-
ro • nel 3o5. Il poeta e console
Ausonio quindi celebrò in versi le
sontuosità di Milano, dicendo ivi
MIL
essere tutto mirabile, abbondanza
d' ogni cosa, belle case, doppio mu-
ro, circo, teatro, templi, palazzo,
zecca, terme, marmorei portici, fe-
condi ingegni, costumi all' antica,
per cui quasi non avea di che in-
vidiare Roma. Frattanto non solo
l'evangelo erasi propagato in Mi-'
lano e nella regione, ma fioriva
nel sangue de' suoi martiri, e Co-
stantino imperatore nel 3i3, dopo
aver dato in Milano sua sorella in
isposa a Licinio imperatore, vi pub-
blicò la legge ove tollerava qua-
lunque religione, primo passo a
render dominante la vera, legitti-
mando l'esercizio del culto cristia-
no. Inoltre dividendo Costantino
l'Italia in due parti, stabilì Milano
capitale della settentrionale, e la
residenza di un vicario distinto cbe
governava sette provincie: la Ligu-
ria nella quale era compreso il mi-
lanese, l'Emilia, la Flaminia, ii
Piceno annonario, la Venezia col-
r Istria, le Alpi Cozie, e le due
Rczie. Continuando Milano ad au-
mentare in ricchezza e magnificen-
za, giunse al suo più alto grado
di splendore, a segno che gli stes-
si imperatori vi fissarono la loro
ordinaria residenza nel secolo IV e
e nel principio del V.
Parteggiando l'imperatore Co-
stanzo per gli ariani nemici di s.
Atanasio, e trovandosi in Milano,
ivi nel 355 fece con violenza con-
durre il Papa s. Liberio, ma non
gli riuscì fargli abbandonar la di-
fesa di s. Atan.'tsio, onde 1' esiliò in
Tracia. Nel 365 gì' imperatori Va-
lentiniano I e Valente, essendosi
tra loro diviso l'impero, il primo
si tenne la parte occidentale, e non
in Roma ma in Milano fermò la
sua sede. L' itnperatore Valenti-
niano II incaricò s. Ambrogio di
MIL
tlissuadere 1' imperatore Massimo
dall' invadere 1' Italia, e di doman-
dargli il cadavere .dell'ucciso im-
peratore Graziano; e morendo gli
lasciò raccomandati i suoi figliuoli.
Il santo in più incontri con sacer-
dotale franchezza parlò all'impera-
tore Teodosio I mentre era in Mi-
lano, e gli vietò la comunione e
r ingresso alla basilica Porziana do-
po l'eccidio di Tessalonica. Avendo
Teodosio I spartito in due tutto
r impero, Costantinopoli fu metro-
poli dell' orientale , dell' occiden-
tale Milano , da cui dipendeva-
no l'Italia, l'Africa, la Gallia ,
la Spagna, la Bretagna, il Norico,
la Pannonia, la Dalmazia e mezza
Illiria. Ma venendo presa e sac-
cheggiata Milano nel 4^2 da Atti-
Io re degli unni, cessò di essere
residenza degl' imperatori, come
cessò allora di essere metropoli del-
l'Insubria. JVel 4?^ cadde in po-
tere degli eruli comandati da O-
doacre, che si proclamò re d'Ita-
lia, dando termine all'impero d'oc-
cidente. Nel 493 Teodorico re dei
goti se ne fece padrone, ma la
maggior depressione della città ed
il più grande suo avvilimento fu
nel 539, quando soggiogata da U-
raia nipote e generale di Vitige,
trovossi spogliata de' suoi abitanti,
i quali, escluse le donne date ai
borgognoni, furono tutti crudel-
mente trucidati. Tanto fece Uraia
considerando Milano ribelle e par-
teggiare per gl'imperatori greci che
pretendevano l'Italia. In fatti, -ve-
nuti Belisario e Narsete generali
di Giustiniano I, la città divenne
suddita degl'imperatori d'oriente, e
inoh'i de' fuggili ripalriarono. Men-
tre Narsete cominciava a ricingerla
di mura, venuto in Italia nel 568
Alboino coi longobardi, Milano passò
MIL 57
sotto il dominio di essi, che incomin-
ciarono quel regno che lasciò il no-
me al paese, scegliendo per sede Pa-
via. Il re Alboino impose a Mila-
no per duca uno de'capi dell' eser-
cito, che sparli fra' suoi fidi le
terre, e gli abitanti ridusse a con*
dizione di servi : il duca pose sua
corte a Cordusio, curia diicis, epo-
ca fatale e terribile, in cui restò
Milano oppressa e negletta. Il Pa-
pa Adriano I, avendo invocato il
soccoi-so di Carlo Magno, questi
coir imprigionamento del re Desi-
derio, nel 773 o poco dopo die
termine al regno longobardico, e
principio a quello nuovo d' Italia.
I longobardi aveano tenuto il cle-
ro in assoluta soggezione, e Carlo
Magno per consolidare il suo pò-!
tere lo léce intervenire alle assem-
blee, considerandolo come gli altri
possidenti. In tal modo crebbe l'au-
torilà episcopale, e l'arcivescovo
di Milano divenne il personaggio
più ragguardevole di Lombardia, e
contrappeso all'armata potenza dei
conti, ciò che il popolo vide vo-
lentieri.
In processo di tempo, sotto i de-
boli successori di Carlo Magno,
l'arcivescovo di Milano cogli altri
vescovi più volle elessero il re in
Lombardia. Il magnanimo arcive-
scovo Ansperlo da Biassono, ricinse
la città di forti mura, verso 18 79,
la ristorò dalle passale rovine, l'ab-
bellì con edifizi, e singolarmente
coH'atrio di s. Ambrogio. I vesco-
vi fatti potenti, conferirono la coro-
na d' Italia non più a stranieri^
ma ad italiani, per cui nelI'SSS
Berengario duca del Friuli fu co-
ronato dall'arcivescovo Anselmo.
Gli disputarono quella dignità i re
di Geimania; poi Lamberto duca
di Spoleto, eletto da una fazione
58 MIL
contraria all'nrci vescovo di Milano,
assediò anche e prese Milano nel-
r8g6. Qui cominciarono le gare
fra vari re, duranli le quali l'ar-
civescovo e il popolo crebbero di
importanza , perchè gli emuli cer-
carono amicarseli con doni e pri-
vilegi. Intanto sopraggiunsero gli
unni a devastare le campagne, e
Milano si accrebbe colla distruzio-
ne di Pavia ordinala nel 924 da
Berengario condottiere degli unga-
li o unni : nel 945 vi si tenne la
prima dieta per l'elezione del re
d' Italia, Passata nel 962 la coro-
na imperiale ai tedeschi, fu l'Italia
unita alle sorti di Germania (P'c
di), non perchè gl'imperatori pro-
priamente la padroneggiassero, ma ne
aveano l'alto dominio, governando-
si i principati, le repubbliche e si-
gnorie a proprio piacere, solo ob-
bligati all'omaggio di sovranità e
al servigio militare. Gli elettori del-
l'impero sceglievano il re di Ger-
mania, che ad Aquisgrana prende-
va la corona d'argento; poi sceso
in Italia, i signori e vescovi lo ri-
conoscevano, indi consecrato re d'I-
talia a Milano o a Monza colla
corona di ferro dall'arcivescovo di
Milano, passando a Roma vi rice-
vea dal Papa la corona d'oro e il
titolo d'imperatore: i lombardi gli
pagavano il viaggio, e l'imperatore
«e n' andava e spesso non ricom-
pariva più , e i signori tornavano a
fare ogni loro voglia come indi-
pendenti ; cose tutte trattate a'ioro
articoli, conje Coronazione, Impero,
ed altri relativi. Vedasi Francesco
Antolini: Dei re d'Italia inaugU'
rati o no con la corona ferrea ,
Milano i838.
Valperto de Medici ai'ci vescovo di
Milano, invilo Ottone I a venire in
Jtqlia, eie incoronò re nella basilica
MIL
di s. Ambrogio. Ottone I per repri-
mere i suddetti signori feudatari irre-
quieti, per farsi amici i comuni rico-
nobbe i privilegi che già eransi pro-
cacciati. Quando Landolfo arcivesco-
vo ottenne l' intera giurisdizione di
conte di Milano, e nominava i
magistrati, i nobili si opposero, ma
falliti nell'impresa accettarono feu-
di da esso. Divenuto arcivescovo
Eriberto da Cantù, pretese ch'essi
fossero suoi vassalli, e vintili nel
io36 invitò Corrado II re di Ger-
mania a venire per la corona di
ferro, e Io trattò splendidamente e
lo fornì di truppe per soggiogare
i pavesi . Ingelosito l' imperatore
della potenza clericale, imprigionò
Eriberto che fuggito rientrò \a Mi-
lano per difendersi, e per mante-
nere l'ordinanza militare inventò il
carroccio, sul quale pose lo sten-
dardo di s. Ambrogio, come si
disse all'articolo Carrozze ed al-
trove. L'arcivescovo nel loSy trion-
fò dell'imperatore e de'noljili, che
dovettero sottomettersi, talché tro-
vandosi sotto la giurisdizione mede-
sima i liberi cittadini e i vassalli, re-
stò costituito il libero comune. Osser-
va il Muratori che i milanesi furono
de'primi a mettersi in libertà, cac-
ciando i ministri cesarei ed eleggen-
done de'propri, prendendo qualche
forma di repubblica. Le guerre in-
testine prodotte dai simoniaci e
nicolaiti diei'ono 1' ultima mano
all'emancipazione della plebe mila-
nese; già avea cacciato di città col
loro capo Lanzone, Eriberto nel
io4'2. Verso questo tempo si ripor-
ta la primaria origine de' famosi
Uniilinli (P^edi), avvenuta quando
l'imperatore Enrico III occupata
Milano mandò in Germania pres-
soché tutti i cavalieri che vi tro-
vò, i quali vestironsi di bianco, ed
MIL
ollcnnero ripalriare , onde liunili
dal ven. Meda furono apjMovati
dalla santa Sède nel ri 17. Il Pa-
pa Alessandro II pertossi a Milano e
nel 1067 vi canonizzò s. Arialdo dia-
cono, martirizzato nel precedente
anno a' 28 giugno dai nicolaiti e
simoniaci concubinari ; questi nel
1076 martirizzarono pure s. Er-
lembaldo nobile milanese, che Ur-
bano li reduce da Francia cano-
nizzò in Milano nel 1096, Nel logS
Milano si sottrasse interamente nel
politico da ogni dipendenza dall'im-
pero, regnando Enrico IV, che es-
sendo in guerra col Papa non po-
tè usar della forza. Alla crociata
promulgata da Urbano II si asso-
ciarono molti milanesi, t. "«'quali i
Selvatici, i Ro, i Roci, e Ottone
Visconti che conquistò in oriente
lo scudo della serpe, che divenne
la gloriosa insegna dello stalo. Pre-
cedette i crociati T arcivescovo An-
selmo da Boisio con un braccio di
s. Ambrogio, e vi morì di ferite.
Quelli che tornarono con Angil-
berto Pusterla e Senatore Settata
fondarono il pio luogo delle quat-
tro Marie, ed altri la chiesa di s.
Sepolcro.
Governandosi i milanesi coi loro
consoli, la prosperità infuse smania
di dominar sui vicini, e comin-
ciarono guerre fraterne. Tutte le
città vicine Tremavano alla sola
minaccia de' milanesi di fare uscire
dalle porte il terribile carroccio ;
quindi Milano al70ssi al punto di
essere considerata la prima città di
Italia. Lodi venne ridotta in cene-
re nel II 11; Como nel 1127 di-
roccato dopo dieci anni d'attacchi ;
indi Pavia e Cremona furono mi-
nacciale coU'esercilo. Intanto i mi-
lanesi seguirono le parti di Cor-
Vado HI contro liOtario II imperf^-
MIL 59
tore, ed Innocenzo II mandò loro
per legalo s. Bernardo, il quale ri-
cevuto con sorami onori li riconci-
liò colla Chiesa, essendo stali sedot-
ti da Anselmo vescovo intruso. Vo-
lendo Federico I Barbarossa rimet-
tere l'impero in vigoria, dopo che
i predecessori aveano domato i feu-
datari coll'alzar i comuni, a questi
volle por freno colle armi. Prese
le parti de'Iodigiani, e devastò mol-
te terre de'milanesi, massime Tor-
tona , togliendo a Milano i dazi
e la giurisdizione, dopo essersi im-
padronito della città con lungo
blocco nel 11 58. I miTanesi alla
sua partenza cacciarono nell' anno
seguente il presidio, indi ripresi i
loro diritti, portarono la guerra
contro quanti avevano secondato
l'imperatore, e riedificarono Torto-
na. Tornato Federico I con più
robuste armi, con centomila uomi-
ni, cui associaronsi le milizie di più di
trenta città italiane, spaventate dal
crescente potere di Milano, la cit-
tà come ben forte si pose in dife-
sa, ma la fame e le malattie la
costrinsero a cercar patti. Federico
1 in Roncaglia li accettò, esigendo
d' imporre i magistrati, ciò che i
milanesi ricusando, l' imperatore li
pose al bando dell' impero , fece
mutilare chi poteva prendere, e po-
se l'assedio a Milano nel 1162,
Inesorabile non volle accordar con-
dizioni, la prese nel marzo, ordinò
agli abitanti che tulli uscissero e-
siìli nelle vicine terre, abbandonan-
dola al furore degli altri italiani,
che vi sfogarono la loro invidiosa
rabbia. Federico I guastò, ma non
distrusse le mura coronate di fre-
quenti torri , e non vi sparse il
sale come dice la leggenda: i mi-
lanesi soffrirono cinque anni di du-
vo esilio prima di ripalriave.
fio M 1 L M I L
Non andò guari che considerali da Italia. Nel 1 186 si creò in Milano
Federico I gl'itiìiiani come gente con- im magistrato col nojne di podestà,
qiiistata, giurarono essi difendersi venendo a ciò eletto Uberto Vis-
e riedificar Milano, che nell'aprile conti piacentino; questa magistra-
I 167 vide i suoi emuli concorrere tura però andò soggetta a varie
al suo risorgimento e fortificazioni, vicende secondo le dominanti fa-
ciò che non potè impedire l'impe- zioni. Risorta più bella e vigorosa
ratore. Papa Alessandro III benedì di prima, Milano si vide poscia
questa concordia di italiane volontà, involta nelle civili discordie, per le
e vari principi contribuirono con- famose e deplorabili fazioni dei
forti e denaro ; allie città si uni- Guelfi e Ghibellini [f^edi).
rono alla famosa lega lombarda Eccoci prossimi a parlare de'pri»
che formossi contro Federico I sino nii dominatori di Milano, i Torre o
al numero di ventitre ; cioè Milano, Torriani, ed i Visconti. La farai-
Creoìona, Lodi, Bergamo, Ferrara, glia Torriani o della Torre credesi
JJrescia, Mantova, Verona, Vicenza, francese d'origine, e la stessa che
Padova, Treviso, Venezia, Bolo- quella della Torre di Auvergne.
gua, Ravenna, Bobbio, Rimini, Mo- Due di questi signori, venuti io
dona, Reggio, Parma, Piacenza, Tor- Italia nel secolo XII, fermatisi in
tona, Vercelli, Novara. L'imperato- Como per le nozze di due signorQ
re sbuffante pose i lombardi al eredi di Valsassina, ottennero que-
b'jndo dell'impero, ed i milanesi sfo dominio, per cui i discendenti
ed altri italiani per interrompere le si dissero conti di Valsassina, passa-
coinunicazioni fra Pavia e il Mon- l'ono a Milano, e fattisi protettori
ferrato, di parte imperiale, fabbri- del popolo contro la nobiltà, vi
carono la città d'Alessandria della acquistarono onoj'i, poteri e ric-
J'aglia (Fe^j). Indi nel 1 1 76 pres- chezze. La famiglia Visconti viene
*o Legnano a'29 maggio riporta- dagli antichi signori d' Anghiera.
rono gloriosa vittoria su Federico Alcuni però la fanno derivare da
J, che si salvò confondendosi coi Berengario II re d' Italia , altri
cadaveri, venendo sconfìtto lutto il dalla famiglia imperiale Angela
suo esercito: la coorte milanese di Flavia. Furono chiamati Visconti
soli 900 uomini, delta della morte, per essere .«tati lungo tempo luo-
faceiido prodigi di valore , decise gotenenti nel governo politico del-
dclla vittoria. A mediazione di Ales- l'arcivescovo di Milano, il quale
Sandro Hi nel 1177 si combinò hiogotenenle dicevasi Vicecoines .
dall'imperatore una tregua colle Questa famiglia si fece capo della
città lombarde, e preferendo di aver- nobiltà di Milano contro i Tor-
ie amiche, \n Costanza {l^edi)^\m'h riani con cui ebbe lunghe risse,
la pace ai rappresentanti della lega finché rimastane vittoriosa ottenne
liMnbarda, assicurando loro il dirit-
to di eleggere i propri magistrati,
e darsi leggi e governi municipali,
.M)tto una determinata protezione
dell' iuq)ero germanico. Allora Fe-
derico 1 divenne alleato de'milane-
la signoria della patria. Nel 1199
tra la repubblica di Milano ed
il popolo di Lodi si sottoscrisse
pace onorevole e lega, crescendo
Milano in edifizi , manifatture e
per studi, ne'quali divennero celebri
per
sostenere i suoi diritti in Qberlo dell'Orto legista, e Giovuiv
I
MIL
ni medico. Milano ebbe per lo più
nemiche Pavia e Cremona ; amiche
Piacenza, Crema, Novara, Vercelli,
Verona, Bologna, Faenza e Tre-
■viso ; mulabili Como, Lodi e Ber-
gamo. Non avendo i milanesi buon
sangue cogl'imperiHli , da cui era
stala dislrulta la città , nelle lolle
di Enrico Vie Federico II, figlio e
nipote del loro antico nemico, se-
guirono i loro avversari e parteggia-
rono per Ottone IV che incoronaro-
no re d'Italia, ond' essere soccorsi
nella conquista delle città lombar-
de. Sostenendo Innocenzo III Fede-
derico II, scomunicò i milanesi se-
guaci di Ottone IV, perchè dive-
nuto ribelle alla Chiesa, al modo
detto alla biografìa di quel Papa.
In seguito i milanesi furono -vinti
dai cremonesi, prendendo parte per
Enrico contro l'imperatore suo pa-
dre. Federico II tolse loro diverse
città, che poi ricuperarono, e Gre-
gorio IX spedì legati a Milano per
riconciliarla con quelT imperatore
nel 1236, favoiendo i milanesi.
Tuttavolta volendolo affrontare re-
starono i milanesi sconfìtti a Cor-
tenova nel 1287, proteggendo e
scortando la loro ritirata Pagano
della Torre o Torriani signore
della Valsassina : il carroccio tolto
loro da Federico II, fu da questi
mandato a Roma nel Campidoglio.
Impazienti di ricuperare la gloria
militare, i milanesi ripresero ardire,
poterono costringerlo alla ritirata
nel i23g, combattendolo compiuta-
mente: nella battaglia si distinse la
coorte detta degV in coronati j però nel
1 241 soffi irono altra rotta da Federi-
co li, dopo aver rinnovata contro di
lui la lega lombarda a Mosio sul
mantovano. Inutilmente il cardinal
Conti, poi Alessandro IV, erasi por-
talo in Lombardia per rimuovere
MIL 6t
Federico II dalla guerra contro i
milanesi. Pagano della Torre nel
1240 o 1242 era slato nominato
per gratitudine dal popolo suo
prolettore contro la nobiltà , do-
po il quale venne il nipote pro-
clamato anziano della credenza ,
carica equivalente alla dignità tri-
bunizia de' romani : Pagano per
l'amore conciliatosi del popolo mi-
lanese, e per la sua moderazione
e rare doti fondò la grandezza di
sua famiglia. L'arcivescovo cedendo
i diritti di conte, si riserbò di bat-
tere moneta, riscuotere un pedag-
gio alle porte ed altro, raggua
gliandosi la loro entrata ad ottanta-
mila fìorini d'oro.
Tre consigli intanto impedivano
solidità di ordinamenti civili, cioè
quello della credenza di s. Ambro-
gio, quello della credenza de'consoli,
e quello chiamalo la motta: i di-
ritti della sovranità stavano nel con-
siglio generale, la nobiltà favoriva
per lo più i ghibellini aderenti al-
l'imperatore, che per segno aveano
il colore rosso, mentre bianco era il
contrario de'guelfì segnaci del Papa, a-
vendo per loro la plebe, che al suono
della martinella del duomo combat-
tendo sotto lo stendardo di s. Ambro-
gio prevaleva. Altri interni guai per
Milano furono l'eresie de' catari e
patarini che aveano più denomina-
zioni: s. Pietro da Verona pel suo
zelo restò da loro martirizzato. Re-
duce da Lione, ove avea deposto
Federico li, nel i25i Innocenzo
IV giunse a Milano ricevuto per-
ciò con grande onore, e vi dimorò
due mesi, portandosi poscia a Brescia.
Avendo i milanesi nominato il sud-
detto Pagano protettore del popolo
ambrosiano, specie di sovranità de-
mocratica , dispiacendo ai nobili
questo re popolare, e mal riuscendo
62 MIL
coU'opporvi i Visconti, chiamò a
signore il tiranno Ezzelino III da
Romano, che però il popolo capi-
tanato da Martino della Torre ni-
pote di Pagano, prendendo la cro-
ce bandita contro di lui da Ales-
sandro IV, l'incontrò ed uccise.
Nel 1253 insorte essendo altre
dissensioni fra il popolo ed i no-
bili, Manfredi Lancia marchese d'In-
cisa fu creato signore di Milano
per tre anni, essendo dopo nomina-
to per anni cinque il marchese O-
berto Pallavicino che prese il titolo
di capitano generale. Nel 1257
Martino della Torre anziano del
popolo scacciò dalla città i nobili
coir arcivescovo Leone e Perego
loro capo, divenendo primo signo-
re de'milanesi; ma nel seguente an-
no si conchiuse la pace della di s.
Ambrogio, tra i nobili ed il popolo,
nella quale si bilanciarono i dirit-
ti de'primi con quelli del secondo.
Morto Martino della Torre gli suc-
cesse nel 1263 Filippo suo fratel-
lo col nome di podestà e signore
perpetuo, ma attesi i dominanti dis-
ordini, venne per cinque anni no-
minato signore di Milano Carlo di
Angiò. Napo o Napoleone della
Torre, figlio del famoso Pagano,
più tardi alla morte di Filippo
l'anno 1 265 gli successe nel titolo
e nel potere ; e Rodolfo I re dei
romani lo nominò suo vicario im-
periale, per cui fece rivivere i di-
ritti già spenli degl'imperatori. Do-
vendosi eleggere 1' arcivescovo di
Milano, come meglio diremo par-
lando degli arcivescovi, i popolari
portarono Raimondo zio di Marti-
no suddetto de'Torrianij e i nobili
Ottone Visconti : il Papa Urbano
IV favorendo questo, sotlopose la
città air inlerdelto che non lo vo-
leva: Raimondo divenne poi pa-
MIL
triarca di Aquileia. Nel voi. XXXII,
p. 272 e 275 del Dizionario nar-
rammo come Gregorio X Visconti
di Piacenza nel 1273 si recò in
Milano agli 8 ottobre nel mona-
stero di s. Ambrogio, e lasciò la
città ai 12 di detto mese nell'in-
terdetto perchè era ostinata in ri-
fiutare Ottone; non che quanto vi
fece nel ritorno, sottoponendo alla
scomunica la fazione de' Torriani,
che avevano tentata l'uccisione di
Ottone ed occupate le sue rendite
ecclesiastiche. Dipoi l'esule Ottone
raccolte forze, coi vassalli della se-
de episcopale, coi nobili e coi ghi-
bellini sorprese a Desio i Torriani
a'2 1 o 27 gennaio 1277, li scon-
fisse, e mandò a morir di fame e
di rabbia nel castel Baradello Na-
poleone che i comaschi avevano
chiuso in una gabbia di ferro ;
terminando di vivere in prigione
anche altri suoi parenti. Entrato
Ottone trionfante in città, fu gri-
dato arcivescovo e signore tempo-
rale, incominciando da lui la for-
tuna di sua casa ; poscia nominò
signore Guglielmo Lungaspada mar-
chese di Monferrato , colla lusin-
ga di sedare colla autorità sua
i partiti dominanti in città. Nel
1282 poi scacciò il marchese, e
vi governò solo, facendo nominare
nel 1287 capo del popolo Matteo
Visconti suo nipote, e l'anno dopo
podestà di Milano con ampi pole-
v'ì, essendo stato nominato anche
vicario imperiale dall' imperatore
Rodolfo, ed avendo 1' investitura
della città e stato da Adolfo nel
1294, confermatagli da Alberto I.
Morto Ottone nel 1295, impau-
rite le città lombarde del crescente
dominio di Matteo I dello Magno
che gli era successo nella signoiia,
stabiluono in Pavia una lega contro
M I L
di esso, ma egli scoperta una con-
giura ordita a suo danno la distrus-
se; tuttavolta nel i3o2 fu costretto
alla fuga per opera de' Torriani
ricondotti in città dalla loro fazione.
Guido della Torre nipote di Na-
poleone divenne perciò signore del-
la patria, mediante gli aiuti dei
guelfi, del patriarca d'Aquileia Rai-
mondo suo zio, e di Alberto Scot-
to signore di Piacenza, che con ne-
ra gratitudine indi gli tolse. Lo
Scotto però la ricuperò. Divenuto
Cassone o Gastone suo parente
arcivescovo di Milano, per gelosia
Guido nel iSog lo rinchiuse coi
tre fratelli nella torre d' Anghieri,
rompendo così l'unione di sua fa-
miglia, e facendosi nemici i suoi
partigiani. Venuto in Italia l'impe-
ratore Enrico Yll per prender la
corona in Milano e sistemarvi la
pace, nel i3io vi ricondusse Mat-
teo I, lo riconciliò coi milanesi,
ritornandolo in possesso del sovra-
no potere col titolo di vicario del-
l'impero. I Torriani vennero con
Guido all'improvviso assaliti, e per
sempre cacciali dalle truppe tede-
sche coU'opera e maneggio de'Vis-
conti: Guido si ricovrò in Cremona,
dove morì nel i3i2, e la sua fami-
glia non potè più ricuperare la signo-
ria di Milano. Un ramo de'Torriani
ritiratisi nel Friuli vi fiorirono col ti-
tolo di conti di Valsassina. Matteo I
assoggettò Alessandria, Tortona, Pia-
cenza, Pavia, Bergamo, Lodi, Como,
Cremona, Vercelli, Novara; ma sco-
municato per eretico, si ritirò a mo-
rire tra 1 canonici di Crescenzago.
Nel 1822 gli successe nella signoria
Galeazzo I suo figlio, che fu per
perdere ogni cosa per le sue im-
prudenze e lascivie ; si alleò con
Lodovico il Bavaro, sconfisse i cro-
ciati, e spiegò tirannico dominio.
M I L Gì
Nel iSiS Azzone suo figlio fu
proclamato signore e nominato vi-
cario imperiale; ristorò la grandez-
za di sua famiglia, fece cingere
la città di nuove mura, la miglio-
rò, nobilitò con pitture di Giotto
e di altri il palazzo di corte, alzò
la torre di s. Gottar<lo col primo
orologio che suonasse in Milano, e
fu il primo de' Visconti che si di-
chiarò apertamente sovrano, e che
fece porre sulle monete il suo no-
me ed effìgie. Gli turbò la qinete
a mano armata Lcdrisio suo cu-
gino. Alla di lui morte nel iBSg
il concilio generale gli die succes-
sore lo zio Luchino, che dilatò il
dominio, introdusse l'ordine in Mi-
lano e la pubblica sicurezza, culla
monarchia assoluta nel i34i) do-
po essere stalo nominato col fia-
tello arcivescovo Giovanni 11, vica-
rio di Milano e delle città sogget-
te da Benedetto XII, coli' annuo
tributa di diecimila fiorini d' oro.
Avvelenato Luchino da sua moglie
Isabella del Fiesco, nel i349 prese
le redini del governo l' arcivescovo
Giovanni 11 suo fratello, che comprò
Bologna e Genova, proteggendo le
arti e le scienze, e colmando di o-
nori e doni i cultori di esse e il
Petrarca da lui chiamato a Milano;
avendo ricusata l' ollerta signoria
che gli fece di Roma una fazione,
disgustata dal vedere i Papi slabi-
liti in Avignone dal i3o5. Per la
invasione di Bologna, Clemente VI
nel i35o lo scomunicò, e interdisse
Milano, per non essere Giovanni li
comparso in giudizio; indi il Papa gli
spedì un legato ordinando restituir
Bologna, e che deponesse o l'arcive-
scovato o il dominio temporale; ma
Giovanni 11 vestito pontilìcalmente,
nel duomo alla presenza del popo-
lo, moslrossi col pastorale in una
64 M 1 L
mano e la spada nell'altra, dicendo
al legalo: diftudero P uno coW al-
tra. Ciò saputosi dal Papa, citò
il Visconti a recarsi in Avignone,
e l'arcivescovo promise di compa-
rire. Narra il Corio, seguito da al-
tri e da altri ligettato , che vi
mandò innanzi il suo segretario ad
apparecchiar le cose necessarie per
dodicimila cavalli e seimila pedoni;
ciò che saputosi da Clemente VI,
chiamò il segretario, e rimandollo a
Milano con dire al suo signore che
sospendesse il viaggio. JN'el iSSa
l'arcivescovo fu assolto, e data Bo-
logna in vicariato per dodici anni
coll'annuo censo di dodicimila fio-
rini, e subito centomila, come rife-
risce il Fantoni nella Storia d'A-
vignone; aggiungendo il Novaes che
il Papa rinnovò in lui l'investitura
di Milano.
Morto nel i354 Giovanni II,
Matteo II, Bernabò e Galeazzo li
suoi nipoti spartirono lo stato, serban-
do Milano eGenova indivise, parteg-
giando per gl'imperatori. Matteo li
morì nel i356, ed i fratelli si distin-
sero per crudeltà, e Urbano V nel
I 363 condannò Bernabò usurpatore
di diverse terre della Chiesa, quale
eretico ed empio , comprendendo
nella sentenza i di lui discendenti:
più inlimò la crociata con indul-
genze a chiunque contro di lui
pigliasse l'armi. Ritornato nel i 364
Bernabò al suo dovere, non andò
guari a malmenar di nuovo lo
slato della Chiesa, il perchè Urba-
no V ricorse all'inqjeiatore Carlo
IV, acciò si recasse in Italia a raf-
frenarlo, concedendo indulgenza a
chi l'avesse seguito. Divenuto Papa
Gregorio XI , dichiarò guerra a
Bernabò, e gli formò altro proces-
.so ; lo citò a presentarsi alla san-
ta 5ede, dichiarandolo persecutore
MIL
della Chiesa e degli ecclesiastici.
Venne finalmente abbattuto dall'»; •
sercito che gli mosse contro, co
mandato da Amedeo VI conte d'
Savoia. A Galeazzo II successe il
figlio Gian Galeazzo nel iSyB, it
quale cacciò lo zio Bernabò nel
castello di Trezzo a morir di cre-
pacuore o di veleno nel i385: fu
padre di trenta figli legittimi o
naturali che sparsero in Italia, in
Germania e in oriente la stirpe
de' Visconti; e maritando le, sue fi-
glie coi duchi d'Austria, di Bavie-
ra, di Wurtemberg, coi principi d'In-
ghilterra, di Cipro e di Gonzaga, le
loro doti gli costarono più di due
milioni di fiorini d'oro. 1 milanesi
se ne rallegrarono di veder estinto
Bernabò , e giurarono obbedire al
nuovo signore, che tenendo ventu-
na città soggette, allestì il diadema
per coronarsi re d'Italia, i cui signo-
ri però mandarono fallito il disegno.
Gian Galeazzo spedì in Boemia suo
ambasciatore Pietro. Filargo, poi car-
dinale e Papa Alessandro V, per
ottenere dall' imperatore Venceslao
le insegne e titolo di duca di Mi-
lano, e lo conseguì nel i SgS anco
pei successori, dicesi collo sborso
di centomila scudi, dominando altre
trentacinque città. Gian- Maria che
gli successe nel i4o2, non profittò
della paterna grandezza, che per
mostrarsi tiranno, feroce e insen-
sato : si abbandonò ai capitani di
ventura condottieri di truppe mer-
cenarie e senza sentimenti di ono-
re, onde occuparono alla Chiesa an-
che Bologna. J\on paghi del sac-
cheggio, allettavano anche dominio,
e Facino Cane uno di essi erasi
impadronito di molte città lom-
barde, anzi del governo di Milano
stesso, tanto che, allorquando Gian
Maria nel i^\i fu trucidato ia
MIL
%. Goliardo, al fratello Filippo Ma-
lia non reslava che Pavia. Ma Fi-
lippo, accorto e spietato, sposando
Beatrice da Tenda, rimasta vedova
di Facino, n' ebbe in dote i vtisti
possedimenti di questo, poi la lece
accusare per adultera e morire.
C-inoscendo che la forza era lutto,
e la forza stava in mano de'men-
tovati duci , s' appoggiò al conte
Carniiignola prode condottiero, e a
Francesco Sforza più foilunato di
lui, figlio del celebre Muzio Alten-
dolo di Colignola, della qual (àrai-
glia parlammo nel voi. XXII, p.
299 e 3oo del Dizionario ed al-
trove. IS'el concilio di Costanza eb-
be fine il lungo scisma, e l'eletto
Martino V recandosi nel i4i8 in
Italia, da Pavia si diresse a Milano,
dove giunse a' 12 ottobre, splendida-
mente trattalo dal duca Filippo ;
a' 16 ottobre inaugurò l'ara massi-
ma del duomo, ed ai 17 parti per
Brescia. 11 successore Eugenio IV
fu grandemente tribolato dal duca
di Milano con insidie e lunghe
guerre che a' loro luoghi descri-
vemmo : inoltre Filippo parteggiò
pel conciliabolo di Basilea, ed ago-
gnò il dominio di Roma : il conci-
liabolo elesse antipapa col nome
di Felice V, Amedeo YlII duca
di Savoia, vedovo di Maria figlia
del duca Filippo. Pel duca guerreg-
giarono nello slato pontificio Ni-
colò Piccinino e Francesco Sforza,
impadronendosi della Marca ed al-
tri luoghi. Solo ne! 144^ Eugenio
IV si pacificò con Filippo, il quale
diede la sua figlia naturale Bianca
in isposa allo Sforza. La corle fe-
ce sfarzi di lusso , s' imparentò coi
reali di Francia e di Germania,
fiorirono le manifatture, si miglio-
rò l'agricoltura, la ricchezza e l'o
pulenza si accrebbe in Milano.
VOL. XLV.
MIL 65
Filippo Maria Visconti, ultimo
di sua stirpe, morì d' apoplessia ai
i5 luglio 144? > senza prole legit-
tima, e lasciando erede de'suoi sta-
ti Alfonso V re d' Aragona e di
Napoli suo strettissimo amico. Ma
i milanesi che avevano elevato i
Visconti al comando, si credettero
tornati liberi , o«de costituirono
Vaiirca repubblica ambrosiana. Pe-
rò pretendevano pure a questo paese
l'imperatore Federico IH come feu-
do, e Carlo duca d'Orleans come
discendente per linea materna dai
Visconti , per Valentina sorella de-
gli ultimi due duchi; aspirando al-
tresì al dominio del ducato Luigi
duca di Savoia nipote di Filippo,
la repubblica di Venezia, e princi-
palmente si pretese da Fiancesco
Sforza come marito di Bianca, e
siccome adottato per figlio dal de-
funto, e sostenne le sue ragioni con
forte esercito. Per la pace d'Ita-
lia s'interpose coi pretendenti Ni-
colò V, e nell'anno i448 nominò
legalo il cardinal Giovanni Mori-
nense. Intanto Francesco alfumò
Milano, e ridotti all'estremo i mi-
lanesi, mandarono a Vimercato a
fare a lui la dedizione , ed ecco
la dinastia Sforza sottentrata alla
signoria di Milano. Egli era fi-
glio del celebre Muzio Altendolo
di Colignola in Romagna , prode
guerriero che prese il cognome
Sforza per la violenza onde tutto
voleva a suo modo. Avendo servito
sotto gli stendardi della Chiesa, Gio-
vanni XXIII lo nominò conte di Co-
tignola e gonfaloniere della romana
Chiesa. Il duca Francesco generoso
risparmiò i danni e l'onta della
sconfitta, frenò la licenza militare,
abbellì con edifizi Milano, e favorì
j letterali che corrisposero col ma-
gnificarlo. Federico 111 portandosi
S
66 M I L
R Roiiia nel ì^52 a coronarsi im-
peratore, -vi prese pure da Nicolò
V ìò corona longobardica, invece di
jiceverla a Milano, per non essere
coslrello a riconoscere duca lo Sforza,
3Vel i4^4 Nicolò V ottenne pace
all'Italia, con trattato conchiusò in
Lodi, tra i fiorentini, il duca di
Milano,- i veneziani , e poi vi fece
accedere Alfonso V. Le quindici
città alla iiìorle di Francesco, nel
1466 passarono al degenere figlio
Galeazzo Maria , clie rifiutando i
materni consigli, disgustò i signo-
ri, che nel i47^ '' assassinarono
nella chiesa di s. Stefano (la sua
figlia naturale Caterina , maritata
a Piiario, e di cui parlammo ad
Imola e Forlì sue signorie., fu
nva di Cosimo I granduca di To-
scana). In quel frangente Bianca
seppe conservare il dominio al fan-
ciullo Gian Galeazzo Sforza, e nel-
l'anno seguente Sisto IV spedi in
Milano legalo il cardinale de' ss.
Nereo ed Achilleo, acciò non ac-
cadessero innovazioni. La vedova
del defunto, Bona di Savoia, prese
il governo dello sialo , pel figlio
minorenne del figlio. Bianca fu al-
lontanata, e Lodovico Sforza dello
il Moro (forse per aver introdolli
nel suo giardino di Vigevano, e poi
a Milano, i gelsi) zio del fanciullo
Tisurpò la reggenza , quindi eccitò
Carlo Vili re di Francia alla con-
quista del regno dì Napoli, a scen-
dere in Italia. Allora accelerò la
morte del giovane duca nel i494.
Lodovico gli succedette e nel ì^c)5
assunse il ducato di Milano, inve-
stitone con diploma da Massimilia-
no I re de'romani. Adornò Milano
con edifizi , favori Bramante da
Urbino, e il gran Leonardo da
Vinci dalla cui scuola uscirono ini-
tuortali pittori, Molti greci fuggili
MIL
da Costantinopoli, in Milano furon«
d'eccitamento agli studi. Il duca Lo-
dovico il Moro con 600,000 zec-
chini di rendita polca dirsi felice,
se la giustizia di Dio non gli a-
vesse preparato il castigo. Divenuto
nel 1498 re di Francia Lodovico
XII, come nipote di Valentina Vis-
conti, pretese il ducato di Milano,
si collegò coi veneziani e con A-
lessandro VI, e nel i499 costrinse
alla fuga il Moro, il quale avea
tentato di muovere contro il re Ba-
jazello II imperatore de'turchi. Egli
avea pur deposto l'allro nipote Fran-
cesco Sforza nato nel 1490, che
poi morì nel i5i2. Lodovico XII
compensò il Papa con dar a suo
figlio Cesare Borgia il ducato di
Valenlinois. Entrali i francesi a'6
ollobre i499 '" Milano, Gian Gia-
como Trivulzio posto dal le a go-
vernatore di Milano, scontentò i
ciltadini, i quali richiamarono il
]Moro, riporlalovi da gcnli tedesche
nel 1 5oo, Poco dopo abbandonato
diigli svi/zeri da lui iissoldati, a' 1 o
aprile i francesi per tradimento lo
fecero piigioniero sotto Novara, e
lo condussero in Francia, ove morì
iniseramenle a Loches nel i5o8.
Quanto, al cardinal Ascanio Maria
Sforza, fratello del duca , inimica-
tosi con Alessandro VI, fu contem-
poraneamente fallo prigione in Ri-
valta dai veneti, preso a tradimen-
to da Corrado Laudi , e venuto
nelle mani del re di Francia, per
tre anni lo tenne chiuso nella tor-
re di Bonrges, solo rilasciato nel
i5o3 pel conclave di Pio III ; quin-
di Giulio li vietò il suo ritorno,
come avea promesso. I francesi ri-
preso Milano, il re ne ottenne l'in-
vestitura nel i5o5 da Massimiliano
I con diploma.
Qual padre connine, Giulio II si
MIL
riliiò dalla lega di Cambray. I
francesi ne restarono tanto rammari-
cati che non solo gli mossero guerra,
ma sedussero alcuni cardinali na-
zionali e spagnuoli. Questi osarono
convocare un conciliabolo a Pisa
per deporre il Papa, indi passaro-
no a tenere il detestabile congres-
so in Milano, ove il clero stiman-
do contaminala la città chiuse loro
le porle de'templi, per cui trasfe-
rii'onsi ' a Lione. 11 Rinaldi dice
all'anno i5ii, n. 4'> ^^^^ ta'^ ri-
soluzione gli scismatici la presero
a' 1 2 novembre, e giunsero in Mi-
lano a'7 dicembre; ed al n. 5o
racconta che Giulio li scomunicò
i senatori di Milano ed i mae-
strati delle città di Lombardia per
secondare i voleri del re di Fran-
cia nel riscuotere inique imposte,
comprendendo in tal sentenza Tri-
•vulzio. 11 Ripamonti nella Storia
della chiesa di Milano , lib. 1 4,
scrive, che il cardinal Carvajal, ca-
po de' cardinali sediziosi, fu quivi
eletto antipapa col nome di Mar-
tino; ma o vi è equivoco ndla
notizia, o tale elezione restò af-
fatto occulta fra loro senza pa-
lesarsi al pubblico, non essendovi
alcuno scrittore contemporaneo che
ne parli, né facendosi menzione al-
cuna di ciò nella palinodia di
detto cardinale in tempo di Leo-
ne X nel concilio Lateranense V
{Vedi) da Giulio 11 opposto a
questo conciliabolo. Gli altri car-
dinali furono Brissonet , Borgia,
Brie, Sanseverino, con altri riferiti
dall' annalista Spendano con altre
notizie all'anno i5ii, n. 11 e 16,
anno i5i3, n. io. 11 Marini, Ar-
chialri t, I, p. 24^ > "^tò che la
piima sessione del conciliabolo fu
tenuta in Milano a' 4 gennaio
i5i2, come si legge negli atti di
M I L 67
esso stampati in Parigi, Nell'ar-
chivio Valicano è la rarissima
edizione, che fu fatta in quel tem-
po in pergamena, a spese dell'ab-
bate Subasiense Zaccaria Ferre-
rio, protonotario di questo sedi-
cente concilio , poi vescovo di Se-
baste e dì Guardia, uomo dot-
tissimo e di gran credito nella cor-
te romana.
Stabilitosi in Lombardia il do-
minio francese, durò fino al i5i2,
in cui dalle armi della quadrupli-
ce lega, promossa da Giulio 11, fu
rimesso nel ducato di Milano Mas-
similiano Sforza figlio del defunto
Moro, ricevendone l'investitura da
Massimiliano I ; ed i francesi colla
giornata di Novara furono rincal-
zati olire le Alpi. Tuttavia il duca
Massimiliano Sforza non potendo
reggere al peso delle enormi som-
me, che gli conveniva pagare ai
collegati che lo sostenevano in tro-
no, e più alle possenti armate con-
dotte nel i5j5 dal nuovo re di
Francia Francesco I, fu obbligato
io tale anno a cedergli il dominio,
e mori poi nell'anno i53o. Na-
te alcune gelosie di stato tra il
re e Leone X, mossero questi a
collegarsi contro di lui coU'impera-
tore Carlo V, il quale cominciò ad
affacciare pretensioni sul milanese,
accresciute poi pel suo matrimonio
con Renata di Francia. Le truppa
di Francesco I furono sconfitte in
Lombardia dall' esercito papale e
cesareo comandato dal cardinal le*
gato Giulio de Medici, poi Clemen-
te VII, il quale entrò trionfante iix
Milano a' 19 novembre i52i, cac-
ciandone i francesi. In mezzo alle
turbolenze di que' tempi vide Mi-
lano, ma per poco tempo ancora,
un principe della famiglia Sforza
reggerne il ducato : fu questi Fraa-
68 MIL
Cesco IF fratello di Massimiliano, non
meno di lui infelice ed agitato ora
dagli amici svizzeri ed altri, ora
dai nemici, ora rimesso, ora scac-
ciato dalla sua dominazione, di buon
cuore e perspicace ingegno, ma
senza forza di rimediare all'agonia
del paese. Nel i522 Francesco II
si trovò in Genova allorché vi giun-
se Adriano VI, il quale si mostrò
assai inquieto pel sacco dato alla
città. Dopo la battaglia della Bi-
cocca i francesi si ritirarono dal-
l'Italia, ma passate di nuovo le
Alpi, nel iSaS tornarono ad asse-
diare Milano; costretti ad abban-
donarlo, furono battuti dai colle-
gati ad Abbiategrasso. Nell'anno
•i52 4> '" cui la peste fece stragi in
Milano, Francesco I re di Francia
ritornato in Italia con un'armata,
riconquistò Milano, ma perduta la
battaglia di Pavia, nel parco della
Certosa venne fatto prigioniero e
trasportalo a Madrid, e Francesco
II ricuperò Milano nel iSzS. Cadu-
to questi in sospetto degli spagnuo-
li, e bloccato nel castello di Mila-
no, ne cede loro il possesso nel
seguente anno. Carlo V, mediante
grossa contribuzione, investi Fran-
cesco II ne' diritti del ducato di
Milano, avendone ceduta ogni ra-
gione su di esso il re Francesco I
a Carlo V pel trattato diCambray
nel 1529. Colla morte di France-
sco II, ultimo duca nazionale, senza
figli, né della prima moglie figlia
di Cristiano II re di Danimarca,
né della seconda sorella di Carlo V,
fìn'i il dominio di sua famiglia nel
declinar di ottobre i535, la quale
avea dato a Milano i summento-
vati duchi, l'imperatrice Bianca Ma-
ria alla Germania, Ippolita regina
di Napoli, e Dona regina di Polo-
nia. Francesco II, principe degno
M IL
di miglior fortuna, con suo testa-
mento chiamò alla successione del
ducato di Milano Carlo V, preve-
dendo che diversamente sarebbe
stato sempre la preda del più po-
tente che lo avesse invaso^ e for-
se per tal motivo non lasciollo ad
alcuno di sua famiglia, come scrive
il Ratti, Della famiglia Sforza. Lo
scudo de' duchi Sforza era azzurro
con una pantera avente un fiore
d'oro nelle branche. Da Muzio At-
lendolo detto Sforza il Grande, e
da Antonia Saliinbeni, nacque Bosio
Sforza sli[)ile de'conti di s. Fiora, che
tuttora fiorisce nel duca d. Loren-
zo, erede delle fortune e preroga-
tive de' Conti, Perelti, Savelli ec.
(/^e/5?;) signore di Gemano ec. [Vedi).
Carlo V, come erede del defunto
duca e delle ragioni di Alfonso V,
divenne duca di iNIilaiio nel i535,
nei cui sterminati possessi, come
goccia d'acqua nell'oceano, questo
ducato perdette ogni importanza.
Vi pose per governatore d. Anto-
nio di Leyva, principe d'Ascoli spa-
gnuolo, che restandovi poco tempo,
fu succeduto dal cardinal Marino
Caracciolo napoletano, e da quella
serie di governatori che si legge
nel t. I, pag. 87 di Milano e suo
territorio. Girolamo Morone illustre
milanese e conte di Lecco, scaltro
politico, cercò scampare dalla rovi-
na gli Sforza e la patria, poi con-
giungere l'Italia in una lega che
ne salvasse l'indipendenza, ma essa
era perita. Carlo V con bolla d'oro
del i'ì'49> stabilì l'ordine di suc-
cessione di questo ducato nei di-
scendenti di suo figlio Filippo II
re di Spagna, al quale come feu-
do dell'impero l'uvea infeudalo il
5 luglio 1546, onde restò lo stato
unito alla Spagna, con malconten-
to de'railanesi^ che chiamano de*
MIL
pioréibìle la sua dominazione, per-
chè il goveinatoi'e civile e militare
ili sempre in lotta col senato della
città, e noti sono gli arbitrii, j ca-
pricci, le prepotenze ed avidità di
molti. 1 Papi investendo i re di
iSpagna delle due Sicilie, v'inseri-
vano il permesso di ritenere anche
la signoria del milanese. JNel 1 559
i milanesi si rallegrarono nel vede-
re sulla cattedra di s. Pietro il
concittadino Pio iV, che si mostrò
benefico colla patria, cui conces-
se il privilegio che il collegio dei
giurec o dottori nobili fornirebbe a
Home un uditore di rota ed un
avvocato concistoriale, presentan-
do una terna al Papa, il quale
uno ne sceglieva, come riportano
il Bernini, Del tribunale della ro-
ta pag. 53, ed il Cartari, Sylla-
bum adv. s. Cons. p. i54 e iSj;
e l'arcivescovo a Milano. Giuseppe
Jl volle proscrivere quest'ultimo
privilegio eleggendo fuori l'arcive-
scovo nella persona di Filippo Vis-
conti, lo che avendo penetrato il
collegio già lo avea ascritto tra i
dottori. Per lo stesso principio, du-
rante la repubblica fu nominato
arcivescovo il Caprara di Bologna,
mentre a Bologna si mandò l'Opiz-
zoni di Milano. La carità splendi-
da e operosa del santo arcivescovo
e cardinale Carlo Borromeo, e quel-
la del magnifico suo cugino succes-
sore e imitatore cardinal Federico
Borromeo, furono i soli conforti
che nella dominazione ebbero i
milanesi nel tristo loro stato, che
Je stragi delle pestilenze resero an-
cor più terribile.
Successivamente furono duchi di
Milano i re di Spagna austriaci, Fi-
lippo IH nel 1598, Filippo IV nel
162 1, e Carlo II nel i665, per la
morte del quale nel 1700 ebbe luogo
MIL 6g
la lunga e fatale guerra di successio-
ne. In essa la Francia pel duca d'Aii-
giò Filippo V, e gli austriaci tede-
schi per l'arciduca Carlo disputa-
ronsi il paese. Primieramente i fran-
cesi pel testamento di Carlo II nel
1700 occuparono Milano, ma nel
1706 il principe Eugenio di Sa-
voia avendo battuto colle armate
imperiali i francesi sotto Torino,
conquistò all' imperatore Giuseppe
I il ducato di Milano, che unito a
quello di Mantova formò il pos-
sesso conosciuto sotto il nome di
Lombardia austriaca, di cui dichia-
rossi Milano la capitale. Dopo mol-
te guerre e lunga desolazione, col-
la pace d'Utrecht fu riconosciuta
l'Austria signora del milanese, es-
sendo, il primo duca di Milano
l'imperatore Giuseppe I, indi Carlo
VI suo fratello, venendo tal pos-
sesso confermalo dal trattato di
Rastadt de' 6 marzo 1714» la^'^"
cato a' 7 settembre da quello di
Baden . Poscia per la successio-
ne di Polonia, per nuove guerre,
agli II dicembre 1783 entrarono
in Milano i gallo-sardi, e Luigi
XV re di Francia ne divenne du-
ca. Conchiusa dopo tre anni la
pace, fu il ducato restituito a Car-
lo VI, che lo ricuperò nel 1736
colla pace di Vienna, tranne l'alto
milanese cioè il Monferrato, l'Ales-
sandrino, la Lomellina, la Valsesia,
Novara e Tortona che aumentaro-
no i domini! del re di Sardegna,
stesi poi nel i743 sino al Ticino.
Morto nel 1741 Carlo VI, gli era
succeduta la figlia Maria Teresa, la
quale accedè all' ultima cessione per
conservare il resto. Per altra guer-
ra i gallo-ispani occuparono Mila-
no nel 1745 a' 16 dicembre, ma
mentre l'infante di Spagna d. Fi'
lippo ivi pensava a feste, gli so-
fò MIL MIL
praggiunsero nel 1746 le truppe gitto è creato prima console, alla te-
austriache, onde a stento fuggì; fi- sta della sua armata vinse aMaren-
nalmente il trattato d' Aquisgrana go, ricuperò la Lombardia, a'i giu-
nel 1748 consolidò questo dominio gno rientrò in Milano, che venne
alla casa d'Austria, e apri lungo proclamata di nuovo capitale della
periodo di pace. Maria Teresa mo- risorta repubblica Cisalpina, la qua-
derò la potenza de'governatori, die le nel congresso di Lione del 1802,
nuovo sistema alle magistrature, e alla presenza di Bonaparle divenu-
nel 1780 gli successe il figlio Giù- to primo console, prese il nome di
seppe II già correggente. Questi af- repubblica italiana, di che parlasi
frettò le riforme, limitò il potere a Italia, insieme al concordato fat-
clericale, abolì seminari e molti to con essa da Pio VII, ed all'e-
corpi religiosi, e nel 1784 a' i4 rezione dell' Italia in regno con Mi-
febbraio conchiuse un concordato lano per capitale e capoluogo del
con Pio VI, perchè ai duchi di dipartimento d'Olona. In più luo-
Milano appartenesse la nomina dei ghi dicemmo come Bonaparte di-
Tescovi e benefizi nella Lombardia venuto imperatore de' francesi, nel
austriaca: questo principe filosofo i8o5 s'incoronò nel duomo re di
soppresse pure il senato di Milano, Italia a' 26 mnggio, scegliendo a
rappresentanza nazionale, e riformò viceré Eugenio Beauharnuis suo fi-
li sistema giudiziario, istituendo li glio adottivo, il quale vi stabilì la
polizia, 11 fratello Leopoldo II che sua residenza. Il regno d' Italia si
gli successe nel 1790 cassò molte aumentò nel 1808, e formossi di
innovazioni, e restituì alla città i ventiquattro dipartimenti. Proce-
privilegi, per lo che gli eresse un dendo nel i8i4 l'impero francese
busto e coniò una medaglia. Nel e la fortuna di Napoleone al suo
1792 montò sul trono imperiale termine, questo costretto ad abdi-
Francesco II, che poi dopo la ri- care le corone di Francia ed Ita-
nunzia d'imperatore romano prese lia, cede al principe Eugenio la
il nome di Francesco I. sua rappresentanza, che invece par-
Per la rivoluzione di Francia, i ti per Monaco (benché il senato
francesi condotti da Bonaparte, vin- del regno italico voleva doinandar-
ta la battaglia di Lodi, entrarono lo alle potenze per re), mentre una
in Milano proclamando la libertà rivoluzione trucidò Piina ministro
a' 2 1 inaggio 1 796. Da Milano co- delle finanze. A' 28 aprile gli au-
me da centro si diffuse la democra- striaci entrarono in Milano, che
zia, e nell'anno stesso si proclamò nel 181 5, all'erezione del regno
ia repubblica Cisalpina, di che si Lombardo- Veneto, per decreto del-
disse a Italia, dichiarandosene Mi- l'imperatore d'Austria Francesco I,
lano capitale. Però nel 1799 dopo divenne la sede d'uno de' due go-
la battaglia di Verona, i francesi verni in cui trovasi diviso il regno,
furono costretti a ritirarsi, e con ed a' 3 1 dicembre l'imperatore vi
essi le truppe cisalpine, entrando fece il suo solenne ingresso, nomi-
in Milano a' 26 aprile gli austriaci nando per viceré nel 1818 il fra-
tinitainente ai russi: quest'epoca fu tello arciduca Banieri. Nel i835
chiamata restaurazione austriaca, gli successe il figlio regnante impo-
fitì 1800 Bonaparte reduce dall' E- latore Ferdinando I, il quale a' 6
MIL
settembre i838 venne coronato re
nel duomo di Milano, con quella
«plendida pompa che descrivemmo
iir articolo Coronazione de' re ; se-
guila dal magnifico banchetto nar-
rato air articolo Convito. In occa-
•ione che gli scienziati italiani ten-
nero in Milano nel i844 '^ 'oro
sesta riunione, la città di Milano
offri loro r opera intitolata : Mi-
lano e il suo ttrritoriof in due ma-
gnifici tomi ricchi di belle incisio-
ni. Ne furono collaboratori i dotti
e chiarissimi Bartolomeo Catena,
Giuseppe Sacchi, Giovanni Stram-
bio, Giacomo Ambrosoli, Giuseppe
Balsamo Crivelli, Ambrogio Cam-
piglio , Albino Parca , Pompeo
Litta-Biumi, Carlo Zardelti, Gio-
vanni Labus, Luigi Tatti, Achille
Mauri, e Cesare Coutil, cui inoltre
fu incaricato della redazione gene-
rale dell' opera che riuscì impor-
tantissima. Nel toni. I, pag. 49
si parla degli storici di Milano, ed
a pag. 369 e seg. si riporta la
bibliografia milanese. Nel medesimo
anno fu pubblicato in Milano : No^
tizie naluraii e civili sulla Lom-
bardia , opera pregevolissima dei
dott. Carlo Cattaneo e di altri va-
lenti collaboratori.
11 vangelo fu predicato ai mila-
nesi, secondo la divulgatissima tra-
dizione, dall'apostolo s. Barnaba,
perciò venerato per fondatore nel-
l'anno 52 della chiesa di Milano, e
primo suo vescovo, luttavolta l'im-
pugnarono critici di chiara fama. La-
;Sciando nel grado di probabilità l'opi-
nione che s. Barnaba sia stato in
Milano e vi abbia lasciato nell'unno
53 per primo vescovo s. Anatalone
greco, o il santo qui lo mandasse da
altrove, o qui personalmente lo co-
stituisse vescovo, sembra dopo le
•prove addotte dal Sossi nelle sue
MIL 71
Vindici ae de adv. s. Barnabae,
doversi da questo cominciare la se-
rie de' vescovi di Milano. Gli suc-
cessero nel 6 1 s. Caio romano ,
nel 97 s. Castriziano, nel i38 s.
Calimero , nel 193 s. Mona, nel
282 s. Materno, nel 3o3 s. Miro-
cle o Mirocleto, al cui tempo fu data
la pace alla Chiesa e fu nominato
primo arcivescovo di JMilano. Ven-
nero in seguilo nel 3i5 s. Eu-
storgio I greco, la cui elezione de-
scrisse didiisamenle il Puccinelli nel
Zodiaco della chiesa milanese, ese-
guita in Milano mentre appunto
n' era governatore, e conje in se-
guilo venisse approvata dall' impe-
ratore. Nel 33 1 s. Prolaso Algisi,
nel 35 1 s. Dionigi Marliani , il
quale dopo aver governata la chie-
sa milanese circa quattro anni, fu
mandato in esilio dalla fazione a-
riana, dove terminò i suoi giorni
forse nel 365. In questo frattempo
accadde l'intrusione di Ausenzio,
vescovo ariano, il quale fallo ve-
scovo da Gregorio, falso vescovo
di Alessandria, fu chiamato espres-
samente dall'imperatore Costanzo
da Cappadocia in Milano, dove non
era conosciuto, e venne introdotto
in questa chiesa a mano armata.
Ad Ausenzio od a meglio dire a
s. Dionigi, nel 374 succedette s.
Ambrogio prefetto della Liguria,
per la cui santità, dottrina e apo-
stoliche fatiche, talmente fu illustra-
ta la chiesa di Milano, che da es-
so prese il nome di Ambrosiana ;
onde i fedeli non meno che i ve-
scovi fin d' allora così la chiama-
rono. F. s. Ambrogio ad JVemus,
ordine religioso, e Ambrogio, mo-
nache.
Di questo gran santo parlam-
mo alla sua biografia e in molti
luoghi, e biografie hanuo que' san-
7? MIL
ti vescovi riportali dal Butler. Qui
solo noteremo, che questo santo
dottore della chiesa latina intro-
dusse nella sua chiesa il canto nel-
1' unfjziatura, 'secondo V uso della
chiesa orientale, ordinò le vigilie,
compose inni, prefiizi, preci, forme
liturgiche alquanto conformi alle
greche, mentre è noto che le di-
verse costumanze nella Chiesa non
offendono in verun modo la di ilei
unità, quando la fede è la mede-
sima. 11 rito ambrosiano ornalo,
abbellito ed accresciuto splendida-
mente con utili addizioni da s.
Ambrogio, per cui ne prese il no-
me, non fu istituito da lui, ma de-
riva dai primordi della sua chiesa
e della nascente cristianità, la qua-
le avea forme religiose semplicissi-
me, poi aumentate e rese più. mae-
stose dai molti vescovi, massime
greci, per santità e zelo cospicui
che precedettero s. Ambrogio. Que-
sti pertanto gli diede maggior de-
coro ed incremento. Il rito della
chiesa ambrosiana fu praticato an-
cora fuori della diocesi di Milano,
e in chiese anche lontane. Il Du-
rando e il Pagi afl'ermano, che ai
tempi di Carlo Magno 1' uffizio
ambrosiano più che il gregoriano
p romano si osservava. Ancora nel
secolo XVI la chiesa di Capua u-
sava il medesimo uffizio e gli stes-
si riti della chiesa di Milano; l'u-
sò pure quella di Bologna. Fino
ab antico il rito ambrosiano si è
conservato nella sua integrità, tran-
ne l'aumento di fcsle, ed alcune
accidentali modificazioni, portale dal-
l'indole de' tempi e dai nuovi ac-
crescimenti : tali introdotte modifi-
cazioni richiesero allrettanle parti-
colari riforme. Così pure talora si
ripristinò la pratica di qualche rito
abbandonato^ ovvero venne depu-
MIL
rato dalle innovazioni clandestina-
mente introdotte. Allorché s. Carlo
pubblicò il rituale, e il cardinal
Federico Borromeo il messale nel
1609, ed altri dipoi, dichiararono
sempre di voler mantenere e con-
servare incorrotto il rito ambrosia-
no e sue liturgie. Oltreché parlia-
mo delle cose principali del rito
ambrosiano ai rispettivi articoli, si
può vedere Ambrosiano bito, Li-
TURGiA, massime al § della litur-
gia ambrosiana, e IIito, Scrissero
di esso : Andreucci, Hier. Eccl. De
ritti ambrosiano. Casola, Rationala
caeremoniarum , i499' Manuale
ambrosinnuni, 1490. Muratori, An-
tiq. meda aevi. diss. LVll. Mabil-
lon, Mas. ital. t. I , observ. de ri-
tu ambrosiano. Piusca, Rito am-
brosiano, grandezze della chiesa
milanese, 1641. Perego, La regola
del canto fermo ambrosiano^ 1622.
Sellala, Misteri e sensi mistici del-
la messa, Tortona 1672. Sorma-
ni. De erta religionis ac litnrgiae
medìolanensis. Missale ambrosia-
num, 1548. Breviariuni ambrosia-
num, 1549. Psalterium ambrosia-
num, i556, Sacramentarium ani-
brosianum. Rituale sacramcnloriint
ad usuni mediolanensis ecclcsine a
s. Carolo institutum. Caeremoniale
anibrosianum , '619. Offtciatura
della settimana santa illustrata da
cenni istorico-lilurgici, 1821. Par-
lando il Bernini, Istor. delle eresie^
del decreto universale fatto da s.
Leone IX sopra la continenza dei
chierici, aggiunge che lo rinnovò
nel sinodo di Pavia, giacché molti
ecclesiastici della Lombardia erano
allora simoniaci ed incontinenti, e
millantavano, non debere ambro-
sianam ecclesiani romanis legibus
subjacere. E ciò ebbe principio dal-
l'antica divisione dell'Italia in dua
MIL
diocesi, Urbicaria soggetta al Papa,
ed Italica al vescovo di Milano
{Fedi lì voi. XXXV, p. 176, .77,
178 e 179 del Dizionario), e per
l'istessa ragione molti sinodi si dis-
sero di RotDa, altri d' Italia, dai
quali piovennero diversi riti, che
tuttavia la chiesa di Milano ritiene
differenti dalla romana, alla di cui
sede s. Ambrogio medesimo si mo-
strò obbedientissimo, ma altrettanto
tenacissimo in conservarli ; e per-
ciò egli si oppose a chi voleva in-
trodurre nella sua chiesa le ceri-
monie romane circa il battesimo.
Successori di s. Ambrogio furo-
no, nel 397 s. Simpliciano Soresini,
nel 400 s. Venerio Oldrati, nel
4o8 s. Marolo, nel 4^3 s. Marli-
niano Osio, nel 4^^ s. Glicerio
Landriani, nel 438 s. Lazzaro Bec-
cardi, nel 449 ^- Eusebio Pagani,
nel 462 s. Gerunzio Bescapè , nel
465 s. Benigno Bossi, nel 4?^ s.
Senatore Seltala, nel 4?^ *• "Teo-
doro de Medici, nel 490 s. Loren-
zo Litla, nel 5i2 s. Eustorgio II
greco, nel 5i8 s. Magno de Trin-
cheri, nel 53o s. Dazio Agliati, il
quale con alcuni privali si recò da
Belisario generale greco, per con-
certarsi sul modo d' agevolar la
cacciata de' goti e altri barbari, on-
de Uraia sterminò Milano. Indi fu-
rono vescovi, nel 552. Vitale de
Cittadini, nel 556 Frontone scis.
matico, nel 566 s. Ausano Crivel-
li, nel 568 s. Onorato Casliglioni.
All'epoca dell'imminente venula dei
longobardi in Milano, s. Onorato
che n' era arcivescovo rìlirossi a
Genova colla maggior parte del
clero, dove dimoiarono fino a s.
Giovanni Bono, nel quale interval-
lo di tempo si dice che i vescovi
di Pavia si tolsero alla podestà del
pielropolitano milanese, con vice-
MIL 73
vere l'ordinazione in Koma, re-
stando il diritto all'arcivescovo di
Milano di chiamare ai suoi sino-
di il vescovo di Pavia, incomin-
ciando da ciò la loro immuni-
tà, dopo la metà del secolo IX.
A s. Onorato successero, nel 578
Lorenzo II, nel SgS Costanzo de
Cittadini per la cui consecrazione
s. Gregorio I diede il consenso, non
potendosi ciò fare senza l'annuen-
za del Papa, come a tale anno
scrive il Rinaldi, n." 35 e 36. Nel
601 Diodato, nel 63o Asterio se-
polto, in Genova come i tre suoi
jiredecessori, nel 64 r Forte, nel
649 s. Giovanni Bono che ritornò
alla antica sede Milano verso il
6ìo, dove moi'ì nel 655 o 6tìo.
Fioriiono quindi, nel 660 s. Antoni-
no Fontana, nel 661 s. Mauricillo,
nel 667 s. Anipelio, nel 6'j'2 s. Man-
suèto Savelli, nel 681 s. Benedetto
Crespi, nel 725 Teodoro lì, nel
74o s. Natale, nel 74' Arifiedo, nel
742 Slabile, nel 745 Leto Mar-
cellino, nel 759 Tommaso Grassi,
che alcuni dicono il primo che
pi'opriamente trovasi intitolalo ar-
civescovo. Nel 784 Pietro Olilrado
o Oldrati di Milano, segretario del
Papa Adriano I; andò in Francia
con s. Leone III ed ottenne dal-
l'imperatore Carlo Magno, nel qua-
le tal Papa avea rinnovato 1' im-
pero d'occidente, molli privilegi per
la chiesa milanese : combattè l'aria-
nesimo con tanto zelo che l'impera-
tore soleva chiamarlo il martello ile-
gli ariani, e morì neir8oi o neir8o3.
Gli successero Odelperto, nell'SiS
s. Anselmo Biglia, i)eir8i8 s. Buo-
no Casliglioni, neir 822 Angilberto
I, neir834 Angilberto II Puslerla
che ottenne dall' imperatore Lodo-
vico I Pio la conferma di tutti i
privilegi accordati alla chiesa di
74 MIL
Milano da Carlo Magno, e mori
neirSGo. Fu allora eletto Todone,
neir868 Ansperto Gonfalonieri, nel-
1*882 Anselmo II Capra, nell'SgS
Landolfo Grassi, nell' 899 Andrea
da Carcano, nel 906 Aicone 01-
drati, nel 918 Gariberto di Be-
6ana, nel 92 r Lamperlo, nel 98 1
liduino francese, nel 986 Arderico
Colla. Morto questo arcivescovo nel-
l'ollobre 948, gli fu per consenso di
Berengario marchese d' Ivrea, già
fallo arbitro dell'Italia, sostituito Ma-
nasse, prima arcivescovo di Arles, poi
di Verona e di Mantova, gran fauto-
re di tal principe; alcuni del clero
e del popolo aderenti alla corte lo
accettarono, ma la maggior parte
del clero e del popolo di JMilano,
die voleva giusta l'antico costume
un prelato milanese, elesse il prete
Adelmano Menelozio, quindi nac-
que scisma nella chiesa milanese,
che durò cinque anni, e terminò
coir elezione di Valperto de Medi-
ci nel 9'ji3, avendo i due competi-
tori o di buona voglia o per for-
za ceduto r arcivescovato. Valperto
assistette al concilio di Ravenna
nel 967 e mori nel 969. Nel 970
ArnoKb, nel 974 Golofredo, nel
979 Landolfo da Carcano, nel 998
«Arnolfo da Arsago.
Eletto nel ioi5 o nel 1018 E-
■l'iberto da Canili, assistette nel me-
desimo anno al concilio di Roma
sollo Benedetto Vili, e mori nel
io4'>, venendo sotto di lui istituito
4' ordine degli umiliali. Suo succes-
sore fu s. Guidone o Vidone da
Velale, a lempo del quale il Papa
Clemente li celebrando nel 1047
un concilio contro i simoniaci i
quali agitavano la Chiesa, insorse
grave controversia fra gli arcive-
scovi di Milano e di Ravenna ri-
guardo alla dignità e premincn/>a
MIL
della chiesa loro, i ijuali, come pu-
re il patriarca d' Aquileia, preten-
devano ne' sinodi il luogo più ono-
revole. Perciò Clemente II, al mo-
do dello nel volume XV, pag.
1 70 del Dizionario , ordinò che
1' arcivescovo di Ravenna ne' conci-
lii abbia il lato dritto del Papa, e
se quello l' occuperà l'imperatore, il
sinistro, come si legge ancora nel
Rinaldi. Sotto l' arcivescovo Guido-
ne ebbero principio le opposizioni
de' ss. Arialdo ed Erembaldo che
fecero alla simonia ed alla incon-
tinenza che avevano preso piede
nella chiesa milanese, perchè ab
antico i preti pigliavano moglie,
pretendendo esserne abilitati da una
concessione di s. Ambrogio; ma al-
la disciplina ecclesiastica allora tro-
va vasi conveniente l' esigere il Ce-
libato [Fedi), massime per evitare
che divenissero ereditari i benefizi
e le cure, e che i gradi ecclesiastici
non si dassero per nascita, com'e-
ra avvenuto de' civili e militari,
ma solo per merito. Accusalo Gui-
done che avesse parte a siifatli dis-
ordini, principalmente della simo-
nia, dopo varie vicende, a preve-
nire il pericolo di essere deposto,
prese il partito di rinunziare spon-
taneamente all' arcivescovato, ri-
mandando r anello e il bastone
pastorale all'imperatore Enrico III,
il quale secondo l'abuso delle In-
vestiture ecclesiastiche [Fedi) sul
fatto gli sostituì Golofredo da Ca-
stiglione, ordinario suddiacono della
chiesa milanese e segretario dello
stesso Guidone; ma il popolo non
volle riceverlo, ed Erembiddo cbe
sostenuto dal Pontefice romano già
si occupava a procurare una ca-
nonica elezione di arcivescovo, vi
si oppose di modo e armata ma-
no, che per molli anni lo costriu-
MIL
te andare errando ne' luoghi forti
dell'arcivescovato, senza lasciargli
mai requie. Secondo i cataloghi
de* vescovi milanesi dammo il tito-
lo di santo a Guidone; ma il Ber-
nini citalo lo chiama Guido, lo
dipinge con cattivi colori, lo dice
sostenitore de' nicolaiti e siuìoniaci,
tanto infesti alla diocesi che pochis-
simi erano quelli ordinuti senza
prezzo. Pretese con altri vescovi
che il Papa dovesse essere lomhar-
do acciò compassionasse la loro
fragilità, e henchè fosse eletto tale
il milanese Alessandro II, l'arcive-
scovo continuò a perseguitare chi
si opponeva alla simonia ed alla
incontinenza. Àltrellanlo narra il
Rinaldi all'anno 1066, n. 16 e
seg., e nel 1067, n. i, dice che
Alessandro II per rimediare a tan-
ti dislurhi, sped\ inutilmente a Mi-
lano per legali i cardinali Mainar-
do vescovo, e Giovanni prete. Inol-
tre Alessandro li confermò i heni
e le giurisdizioni dell' arcivescovo di
Milano, e furono tanti che ne mo-
strano la possanza, dipendendo da
lui moltissime chiese, monasteri,
pievi in commenda poste in altre
diocesi , ed alcune con giiuisdizio-
ne e giuspatronato , fra le quali
Monza e il suo distretto, il castel-
lo d'Angera, quel di Brescia ec. ec.
Morì intanto Guidone nell' agosto
107 1, ed allora KremhaUlo cun
maggior premura trattò dell'elezio-
ne di un nuovo arcivescovo. Col-
l'intervento in fatti, ed alla pre-
senza del cardinal Bernardo legato
di Alessandro II, radunati gli ec-
clesiastici e i laici, gli abbati e i
monaci, ed anche non pochi del
clero forense e del popolo, nel
1072 fu eletto Attone, non cu-
randosi dell'abusiva investitura che
dava r imperatore al nuovo eletto,
MIL 7S
e che escludere volevasi onnina-
mente ; ma il partito contrario che
seguace di cesare stava per l* inve-
stitura, e voleva ricevere l'arcive-
scovo dal principe, mosse tal sedi-
zione, che il cardinal legato e lo
stesso Attone, a stento salvarono la
vita ; e quesl' ulticno prese 1' espe-
diente di ascendere il pulpito nella
vicina chiesa maggiore, e rinunzia-
re nello stesso giorno all' arcivesco-
vato; e così per alcun tempo si
vuole che A Itone e Gotofredo re-
stassero quali privati nelle case lo-
ro. Poco però vi dimorarono tran-
quilli ; Gotofredo protetto da En-
rico IV ottenne di essere consa-
crato dai suliruganei presso Nova-
ra in principio del 1073, e conti-
nuò a tentar tutto per uiettersi in
possesso della sua sede ; ed Attone
sostenuto da s. Gregorio VII, si
portò a Roma, ove il Papa radu-
nato un concilio nel gennaio 1074,
condannò Golofrcdo col suo clero,
e dichiarò nulla la rinunzia di At-
tone, come estorta per violenza.
Con tutto ciò Attone né fu rice-
vuto in Milano, né consacrato in
arcivescovo, anzi avendo s. Grego-
rio VII in un secondo sinodo te-
nuto in Roma verso la fine del
febbraio 1075, fra le altre cose
dichiarato, che non fosse più lecito
ai sovrani il dare le investiture dei
vescovati e delle abbazie, né ai no-
bili daie simiglianli investiture agli
ecclesiastici scelti ad ufllziare le
chiese di loro giuspalronalo, si riac-
cese di modo la civile discordia in
Milano, che venuti alle mani aper-
tamente quei che stavano a favore
delle investiture col partito contrario,
Erembaldo stesso vi fu ucciso colle
ermi alla mano. Dopo un tal fatto
i milanesi, senza tener alcun conto
De di Gotofredo, uè di Attone, ri*
76 M I L
volsero il pensiero all' eiezione di
un nuovo arcivescovo . Nominati
pertanlo quattro soggetti, spedirono
ad Enrico IV un'ambasceria per
chiedergli un vescovo, a nome del
clero e del popolo ; giacché non
ostante i decreti e le scomuniche
pontificie, ricevere volevano il nuo-
vo arcivescovo dall' imperatore, il
quale nominò Tedaldo. Ciò non
approvò s. Gregorio VII, e nel con-
cilio romano del 1079 lo scomuui'
co e depose, anco per non essersi
portato a Roma. Riconciliatisi poi
i milanesi col Papa, il partito di
Tedaldo fu abbandonato, ed egli
obbligato ritirarsi ne' forti dell'ar-
civescovato, onde morì in quello di
Arona nel io85. Alessandro li, s.
Pier Damiani, e s. Gregorio VII
ridussero la metropoli milanese in
maggior soggezione al Papa, aboli-
rono le tasse simoniache che gli
arcivescovi esigevano per le ordina-
zioni, e li costrinsero a giurare som-
missione alla santa Sede. Inoltre
s. Gregorio VII ridusse il clero
milanese al celibato, ed il voto po-
polare venerò sugli altari quelli
eh' eransi opposti alla simonia ed
al concubinato.
Nel 1086 fu arcivescovo An-
selmo III da Ro, il quale tenne
l'arcivescovato fino a'4 dicembre
logS: due giorni dopo vi fu sosti-
tuito Arnolfo III di porla Orientale.
Ambedue questi arcivescovi ebbero
l'investitura dal principe; ed Ar-
nolfo III fu l'ultimo degli arcive-
scovi di Milano che vi si sottopo-
se. Nel 1097 succedette Anselmo
IV da Bovisio, prevosto dalla chie-
sa di s. Lorenzo: andò nella Siria
con un'armata di crociati per la
conquista di Terra Santa ; ritornò
alla sua chiesa sul finire del 1098,
• parli di nuovo nel 11 pò colla
MIL
flotta di Genova per Costantinopo-
li, dove morì nel settembre iioi.
Grossolano già vicario generale ,
lascialo dall'arcivescovo Anselmo IV
quando partì , fu nominato suc-
cessore nel principio di settem-
bre 1102; ma poco dopo provò
le opposizioni del prete Liprando
di s. Paolo, che lo accusò di simo-
nia, e sostenne la sua accusa col
giudizio del fuoco, secondo il costu-
me di que'tempi. Ritiratosi a Ro-
ma, nel concilio del iio5 fu di-
chiarato innocente e restituito alla
sede. Ma tal sentenza non tenen-
dosi per buona in Milano, il par-
tito di Liprando impedì a Grosso-
lano il possesso della chiesa e dei
beni della mensa, benché tentasse
'riuscirvi colla forza. Nell'anno i i 1 1
partì per Gerusalemme, ed allo-
ra in Milano riveduta la sua cau-
sa fu giudicato non doversi tene-
re per arcivescovo. Indi nel gen-
naio Il 12 gli fu sostituito Gior-
dano da Clivio, ciò che approvò
Pasquale II. Gli successe nel i 120
Olrico o Oldrico, giù vicedomino
della chiesa milanese, e per sua
morte nel 1126 fu nominato An-
selmo V Pusterla, che fu scomuni-
cato e deposto da Onorio II per
aver coronato in Monza Corrado
HI. Insorto nel i 1 3o l'antipapa
Anacleto II contro Innocenzo II
successore di Onorio II, Ansel-
mo tenacemente aderì allo scis-
ma, né vi si distaccò neppure
quando per opera di s. Bernardo
i milanesi abbandonato l'antipapa
obbedirono a Innocenzo II. Pertan-
to nel concilio provinciale del 1 1 33
Anselmo fu deposto e scaccialo
dal popolo e dal clero , ciò che
approvò il Papa nel concilio di
Pisa, Ricusò s. Bernardo d'essere
arcivescovo, ed in vece Robaldo vo-
MIL
«covo d'Alba restato dopo il conci-
lio a Milano ad esercitar le funzio-
ni episcopali, fu eletto nel ii35
e governò sino al termine del i ì^5.
Nel 1146 divenne arcivescovo O-
Lerto da Pirovano, che per {scan-
sare le persecuzioni di Federico I,
sì rifugiò presso Alessandro ili con
j s. GalJino Valvassi Sala arcidiacono
di sua patria Milano ; questi nel
1.166 fu creato cardinale e arci-
vescovo, non che legato di Lom-
bardia. Noteremo , che tutti gli
arcivescovi cardinali, hanno bio-
grafìa nel Dizionario. Contribuì alla
edificazione d* Alessandria , e pieno
di zelo mentre predicava nella sua
chiesa contro i manichei o catari,
mor'i nel 1176. Gli successe Algiso
da Pirovano, e dopo di lui Uber-
to Crivelli cardinale nel 11 85, che
a' 25 novembre fu eletto Papa col
nome di Urbano IH [Fedi). Se-
guitò a ritenere la sua chiesa, e
morì a' 19 ottobre 11 87. Allora
•venne sostituito Milano da Carda-
no, eh' ebbe per successori , nel
1195 Oberto U da Terzago car-
dinale; nel II 96 Filippo da Lam-
pugnano (al quale Innocenzo 111 nel
1198 concesse di promovere agli
ordini sacri quelli che avessero ri-
cevuto qualche ordine dal Papa :
tutti li ha ricevuti dal regnante
Pio IX nel dicembre 1 84tì il suo
cameriere segreto partecipante e
segretario d' ambasciata, come lo
fu di Gregorio XVI, monsignor
Edoardo Borromeo nobile milanese,
con quelle singolari e distìnte par-
ticolarità che celebrò nel nume-
ro 8 del Diario di Roma del 1 847,
con bellissimo articolo, il nobilissi-
mo e degno concittadino conte Ce-
sare dì Castelbarco); nel 1206 il
cardinal Uberto Pirovano; nel 121 i
il cardinal Gherardo Sessio. Inno-
MIL 77
cenzo III nel novembre 1 2 1 3 eles-
se arcivescovo Enrico Settala, no-
bile e virtuoso cittadino dì Mila-
no, che governò con grandissimo
zelo anche in mezzo alle civili tur-
bolenze insorte a quel tempo. A-
vea creduto assicurar la pace a
Milano colla elezione di quattro
podestà a ninno de'partiti conten-
denti sospetti, presso i quali fosse
il comando del governo dì Milano,
tornato poco tempo prima ad es-
sere repubblicano, in conseguenza
della pace dì Costanza. Ma la cosa
andò ben altrimenti, giacche deli-
beratosi l'arcivescovo a partire per
la crociata di Gerusalemlne, Ar-
dinghetto Marcellino mosse il po-
polo a tal sedizione contro i nobdi,
che li cacciò fuori della città cogli
agenti dello stesso arcivescovo , il
quale non tardò recarsi a Milano;
ma il ripararvi non fu cosi faci-
le, perchè la discordia civile durò
fino al 12 25, né venne composta
che coir interposizione dì Grego-
rio IX.
Mori Enrico nel 1280, e gli fu
sostituito Guglielmo di Rizolio, che
governò sino al 1241. Ma fatto
arcivescovo Leone da Perego, si
riaccese più che mai la discordia
civile, e si ripigliarono le armi si
dalla parte del popolo, che da
quella de'nobili. Fu in questa oc-
casione che Pagano della Torre o
Toniani, già dalla Valsassina ve-
nuto ad abitare in Milano, sì di-
chiarò difensore del primo. Fra i
nobili figuravano i Visconti, già
molto distinti; nel 1 252 però le
dissensioni tra il popolo ed ì nobili
giunsero al punto, che questi ulti-
mi coH'arcivescovo e cogli ordina-
ri della metropolitana furono cac-
ciati dalla città ed occupali i loro
benefizi. Parve in seguito che le
.7« M 1 L
cose pigliassero accomodarnenlo, ma
nel 17.57 tornò ad infierire la
civile discordia, e l'arcivescovo Leo-
ne co'suoi aderenli dovette ritirarsi
a Legnano: ivi trattossi ancora del-
la pace, e si arrivò a segnare un
compromesso di tutte le differenze
nel Papa Alessandro IV, di cui
l'arcivescovo non vide il risultalo,
perchè nell'ottobre dello slesso an-
no morì. Kel ii5S l'esito del
comproniesso fu la suddetta pace
di s. Ambrogio, abbracciala dalle
due fazioni. Le nuove discordie e
turbolenze furono tali che non si
potè tentare prima del 19.60: i
voti andarono divisi in modo, che
alcuni volevano arcivescovo Rai-
mondo della Torre nipote di Mar-
lino e arciprete di Monza, ed altri
Francesco Sellala, ordinario della
metropolitana. Erano già scorsi qua-
si cinque anni senza che concorde-
mente fosse stala vdliniala la prov-
vista al vacante arcivescovato, quan-
do il Pontefice Urbano IV per
mezzo del cardinal Ottaviano U-
baldini suo legato , a finire i con-
trasti nominò arcivescovo Ottone
Visconti già suo nobile famigliare,
a'22 luglio 1262. JVegarono i mi-
lanesi di accettarlo per arcivescovo,
e tante furono le opposizioni dei
partiti, che né lo stesso Urbano
IV, né Clen)ente IV, né Gregorio
X riuscirono a superarle anche col
mezzo delle censure, venendo fatto
Baimondo patriarca d' Aquileia .
Allora Ottone, già unito al partito
de' nobili , deliberò ottenere colla
forza e colle armi ; ciò che non
avea potuto conseguire con mezzi
più blandi: vincitore infatti dei
Torriani con celebre battaglia, en-
trò in Milano nel seguente giorno,
e n' ebbe il dominio spirituale
e temporale. Morì Ottone li 8 a-
MIL
gosto 1 295, dopo aver governalo
la città con gran prudenza e mi-
rabile saggezza. Gli successe a' 21
ottobre Ruffino da Frisselo, il qua-
le non visse che pochi mesi, cioè
fino al 21 luglio 1296 ; onde
Bonifacio Vili nominò arcivescovo
Francesco da Parma, che morto
nel I 3 I 8, il capitolo elesse Cassone
o Gastone Torriani canonico ordi-
nario della metropolitana e decano
della chiesa d'Aquileia. Di lui in-
gelositosi Guido della Torre signo-
re di IMdano, suo parente, l'impri-
gionò incorrendo nella scomunica.
Uscito dal carcere, nel i 3 i i coronò
Enrico VII qual re di Lombardia.
Avendo poi Giovanni XXII tra-
sferito Cassone nel i3i7 al pa-
triarcato d'Aquileia, il capitolo pro-
cedette all'elezione di Giovanni II
Visconti, terzogenito di Matteo I
signore della città, continuando in
questo modo nel ricuperato diritto
eli elezione; di che non facendo
alcun caso Giovanni XXII, e sicco-
me avea a sé riservata l'elezione
dell'arcivescovo di Milano, nel tras-
latare il Cassone avea nominato
a succederlo fr. Aicardo da Inti-
mìano minore conventuale. Questa
elezione incontrò l' opposizione di
dello Matteo I, che se non sosten-
ne la nomina del capitolo, non la-
sciò che Aicaido si recasse a Mila-
no. Quindi la di.scordia tra il Pa-
pa e il Visconti diventò assai ris-
sentita, durante la quale Giovanni
XXII emanò nell'agosto 1822 il
breve di generale riserva di tutte
le chiese patriarcali, arcivescovili e
vescovili, del patriarcato d'Aquileia
e delle provincie di Milano , di
Ravenna, ec. Matteo I era morto
nel giugno mentre tratlavasi la
riconciliazione, che solo ebbe luo-
go nel 1329 sotto la signoria di
m
MIL
Azzotie. Allora Giovanni li abban-
donato il partito dell'antipapa Ni-
colò V, che era stato eletto da Lodo-
vico ilEavaro, fu da Giovanni XXII
fatto vescovo di iNovara, e siccome
fr. Aicardo non avea mai ottenu-
to di recarsi a Milano, gli die l'am-
ministrazione della sede nel i332
con l'annua pensione di i5oo fio-
rini. Poscia Benedetto XII riconci-
liati interamente colla Chiesa i Vis-
conti, fu concesso a fr. Aicardo re-
carsi a IMilano, ove fece il suo in-
gresso a'4 luglio i33c), e niori ai
12 agosto. Allora il capitolo metro-
politano per la seconda volta eles-
se Giovanni li Visconti, ma Be-
nedetto XII non ne fece alcun ca-
so, né si ridusse mai a confermarne
la nomina, e Giovanni 11 seguitò a
diportarsi come non fosse stalo
nominato , e la cosa durò fino al
1342 in cui Clemente VI, senza al-
cuna considerazione alla precedente
nomina, di sua autorità a'6 agosto
lo dichiarò arcivescovo di IMilano.
Con questa elezione fatta dal Pa-
pa si cominciò senza inlen'uzione
la serie degli arcivescovi nominati
dal Ponlefice, fino a quella di Fi-
lippo Visconti del 1784 esclusiva-
mente, come accennan>mo di sopra.
Nel 1 354 mori Giovanni 11, e
gli successero Roberto Visconti, nel
i36i Guglielmo il Pusterla, nel
ì'i'jì a' 18 luglio Simone Brussani
o Borsa no, fatto da Gregorio XI
che lo di!<pensò dall' obbligo della
residenza, e vennero nominati due
vicari generali, indi nel i'ij5 lo
creò cardinale; nella quale occasio-
ne avendo rinunziata la sede, gli
venne sostituito a'26 maggio 1376
Antonio de' marchesi di Saluzzo,
già vescovo di Savona, il quale per
le differenze che Bernabò Viscon-
ti signore di Milano avea col Fa-
MIL 79
pa, non ottenne di rocaisi alla sua
chiesa che li 8 ottobre 1376. Mor-
to nel settembre i4o'> ^ dopo
quasi un anno Bonifacio IX trasla-
tò da Novara fr. Pietro Filargio
che nel i4o5 Innocenzo VII citò
cardinale, e ritenendo l'arcivesco-
vato nel concilio di Pisa a' 26 giu-
gno 1409 venne eletto Papa Ales-
sandro V, il quale nel 14^9 stesso
nominò arcivescovo fr. Francesco
da Creppa minore osservante, già
suo vicario generale. Però Grego-
rio XII allora vivente, tenendo per
illegittimo il concilio di Pisa, men-
tre l'antipapa Benedetto Xlll prose-
guiva nello scisma, non fece alcun
caso della nomina di Francesco, e
nominò alla vacante chiesa nel
1409 Giovanni 111 Visconti figlio
di Vercellino. Intanto Francesco o
fosse che cessasse di vivere o per
la potenza del competitore Giovan-
ni 111, rinunziò a'23 febbraio ì /\.i 1,
ed ebbe in successore Bartolomeo
Capra, già vescovo di Cremona-
Questi morì in Basilea a' 3o set-
tembre 1433, mentre colà interve-
niva al concilio, e dopo quasi due
anni di sede vacante, fu da Euge-
nio IV nominato arcivescovo Fran-
cesco Picoolpasso de'Latnbertini di
Bologna, già vescovo di Pavia , e
morì nel giugno i443j onde Eu-
genio IV a' 24 agosto gli sostituì
Enrico Rampini lortonese, che nel
1446 creò cardinale. Per sua mor-
te nel i45o gli successe Giovanni
III Visconti, il quale avea depo-
sto nel concilio di Costanza la di-
gnità avuta da Gregorio XII, con-
ducendo così vita privala, nomina-
to da Nicolò V per interposizione
di Francesco Sforza, già divenuto
signore di Milano. Morto nel i453,
Nicolò V gli surrogò Nicola Ami-
dano cremonese, già vescovo di Pia-
8o M I L
cenza, che cessò di vivere pochi
mesi dopo, ed avendo rinuiiziuto
Timoteo Maffei, gU succedelte i'v,
Gabriele Sforza fiatelio del duca
Francesco, dotto agostiniano, prelato
distinto per virtù, e governò santa-
mente sino al i4^7- I"d' fu arci-
vescovo Carlo Nardini da Forlì;
nel 1461 Stefano Nardini forlivese
di lui nipote e nel i473 cardi-
nale; nel i4^4 '1 cardinale Gio-
vanni Arcimboldi,e per sua rinunzia
nel 14B8 Guido Antonio Arcim-
boldi; nel i497 Ottaviano Arcim-
boldi. Nello stesso anno Alessandro
VI fece arcivescovo il ferrarese
cardinal Ippolito 1 d'Este in otto-
bre, che con indulto di Leone X
Io rinunziò al nipote Ippolito II
d'Este ferrarese, creato cardinale
nel i538, il quale pure con patto
di regresso ne fece rinunzia nel
i55o a Gio. Angelo Arcimboldo,
cui succedette nel i555 Filippo
Archinto, già governatore di lio-
tna e vescovo di Borgo s. Sepol-
cro, morto nel i558. Quindi Pio
IV, creato cardinale il nipote s.
Carlo Borromeo a'3 i gennaio i56o,
nel febbraio Io fece arcivescovo
della comune patria, e fu uno
de' pili illustri, più benemeriti e
più grandi prelati della Chiesa, il
perchè oltre alla sua biografìa, in
molti articoli celebriamo la sua
santità, incomparabile zelo e magna-
nime azioni. Non solo abbiamo di
lui medaglie divozionali e monu-
mentali; ma lo Scilla, Delle mo-
nete pontificie ^, 371, riporta quel-
le coniate da s. Carlo come le-
galo. Nell'anno i584 a' 27 no-
vembre gli successe Gaspare Vis-
conti, e morì nel iSgS; laonde
Clemente Vili gli sostituì il car-
dinal Federico I Borromeo, degno
cugino di s. Cario, ed imitutoie
MIL
delle sue preclare virtù; Io Tole*
va consecrare il cardinal de Medi-
ci che fu poi Leone XI, ma Cle-
mente Vili volle far lui là fun-
zione nella chiesa di s. Maria de-
gli Angeli, titolare del cardmale:
questo pio, zelante e dotto pasto-
re moiì nel settembre i63i. Gli
successero, nel i632 Cesare IMonli,
creato Ciudinale nel i633; nel
i652 Alfonso Litta , fatto cardina-
le nel 1666; nel 1681 Federico
Il Visconti, cinque mesi dopo, il
primo selteml)re, creato cardinale;
nel i6()3 Federico IH Caccia, e-
levato al cardinalato nel 1695 ;
nel 1699 Giuseppe Archinto, e
passati sei mesi, a' i4 novem-
bre fu insignito della dignità cardi-
nalizia.
Clemente XI nel 17 12 nominò
arcivescovo di Milano Benedetto
luba Odescalchi, e nel 1718 car-
dinale; per sua rinunzia Clemente
XII nel 1737 gli surrogò Gaetano
Sliimpa, nel 1739 crealo cardinale;
Benedetto XIV nel 1 743 eles-
se a' i5 luglio arcivescovo Giu-
seppe Pozzobonelli, lo consacrò nel-
la chiesa de'ss. Ambrogio e Cario, ed
a'9 settembre lo creò cardinale: egli
governò sino alla morte avvenuta
nel 1783. Questo fu l'ultimo ar-
civescovo nominalo dai sommi Pon-
tefici, poiché r imperatore Giusep-
pe II con editto de' 9 maggio 1782
ordinò che non si ammettessero
per r avvenire nella Lombardia
austriaca le provviste e le colla-
zioni di qualsivoglia benefizio ec*
clesiastico, fino a quel tempo fatte
dalla santa Sede in vigore delle
riserve di cancelleria, di qualunque
sorla fossero ; e che le chiese cat-
tedrali, come Milano, Mantova, ed
i quattro vescovati dello stato di
Milano, dipendevano d' allora ia
MIL
poi dalla regia nomina e presen-
tazione sovrana, ciò che fu poi re-
golalo col concordato con Pio VI.
Quindi vacala la sede, la nomina
del nuovo arcivescovo fu differita
ad alcuni mesi, nel corso de' quali
portatosi Giuseppe II a Roma, col
Papa conciliò la provvista della
chiesa di Milano; e recatosi in se-
guito in Roma anche il nomina-
to Filippo Visconti di Massino dio-
cesi di Novara, fu questi a' i5 giu-
gno 1784 preconizzato in conci-
storo arcivescovo di Milano da Pio
VI, previo il consueto esame co-
rani Ponti fice. Nel 27 dello stesso
mese fu consacrato nella chiesa dei
ss. Ambrogio e Carlo, condecoralo
indi col pallio. Governando il Vis-
conti la chiesa milanese, i francesi
a nome della repubblica s'impa-
dronirono della Lombardia, indi
proclamarono la repubblica Cisal-
pina. Fra le innumerabili leggi
pubblicate a regolamento del nuo-
vo stato, vi fu quella de' i5 set-
tembre 1798, che disponeva in ge-
nerale de' vescovati, indipendente-
mente del tutto dalla podestà e dai
canoni della Chiesa. Lungo sarebbe
qui ridire gli oltraggi die la reli-
gione ricevette in un ai suoi mini-
stri dai repubblicani; si giunse a
trattare la soppressione d'ogni cor-
porazione di ecclesiastici anco se-
colari, come capitoli, ec. , poiché
r intera abolizione d' ogni ordine
regolare già tenevasi per eseguita :
s' impedirono le processioni, si scio-
glievano i voti religiosi e si pro-
teggevano gli apostati; si permise
che il Papa fosse scherno della ple-
be, così i cardinali, in un pubblico
ballo datosi sul teatro; si esigette
il giuramento, dichiarato illecito
dalla santa Sede. Governava intan-
to 1' arcivescovo Visconti con tutta
VOI,. XIV.
MIL 81
la prudenza e con esemplare telo,
quando invitalo ad intervenire alla
generale dieta in Lione, composta
dai rappresentanti i singoli corpi
de' cisalpini, per una riforma della
repubblica, portossi a tal città, dove
colpito di apoplessia cessò improv-
visamente di vivere a' 3o dicembre
i8or. Il capitolo nominò vicario
capitolare quello del defunto, e
Bonaparte qual presidente della
nuova repubblica italiana, nominò
all'arcivescovato il cardinal Giam-
battista Caprara bolognese, legato
a Intere di Pio VII a Parigi, che
il Papa preconizzò nel concistoro
de' 24 maggio 1802. Perla coro-
nazione seguita in Milano di Na-
poleone a' 26 maggio i8o5, il car-
dinale sì recò alla sua sede; indi
ritornò a Parigi, onde il regime
dell' arcidiocesi fu dato a monsi-
gnor Bianchi in qualità di vicario^
e mori il cardinale a' 2 giugno
18 IO in Parigi: di lui oltre alla
biografia, a cagione di sua rappre-
sentanza, ne trattammo in più luo-
ghi. In sede vacante fu nominato
vicario monsignor Carlo Sozzi. Bal-
zato finalmente Napoleone dal tro-
no, l'imperatore Francesco I prov-
vide alla vedovanza di questa chie-
sa, nominando monsignor Carlo
Gaetano conte di Gaisruk) nato ai
7 agosto 1769, in Clangenfurt dio-
cesi di Gurck, già da Pio VII fatto
a'20 luglio 1801 vescovo in parti-
bus di Dervas, e sufTraganeo e vica-
rio generale del vescovo di Passavia.
11 Papa lo preconizzò arcivescovo
nel concistoro de' iG marzo 1818,
ed a'26 luglio si recò à Milano ac-
colto con giubilo universale. Leone
XII a' 27 settembre 1824 'o creò
cardinale prete, e per la sua mor-
te portatosi al conclave, l' eletto Pia
Vili nel concistoro de' 18 maj^giof
8a M IL
iSag gì' impose il cappello cardi-
nalizio, e in quello de' 2 1 detto
gli conferì per titolo la chiesa di
s. Marco, annoverandolo alle con-
gregazioni della concistoriale, ve-
scovi e regolari, residenza de' ve-
scovi e immunità. Ritornò in Ro-
ma per r elezione di Gregoi'io XVI
e di Pio IX, ma il secondo lo tro-
vò già eletto. Restituitosi in Mila-
no morì d'anni 77 a' 19 novem-
bre 1846; personaggio di rare
qualità, zelante pastore^ lasciò di
sé onorata memoria e perenne de-
siderio. Fu eletto vicario generale
capitolare l'arcidiacono della me-
tropolitana monsignor Giuseppe
Rusca, che annunziò la perdita del-
l'arcivescovo con quell'elogio che
si legge nel numero 97 del Diario
di Roma, mentre nel numero 102
è riportata la descrizione de' solen-
ni funerali, in cui pronunziò digni-
toso elogio monsignor Rignarai ca-
nonico della metropolitana, indi
il cardinale fu sepolto innanzi la
cappella di s. Agata quasi in mez-
zo all' augusto tempio metropolita-
no. Della pubblicata sua necrolo-
gia fa cenno il voi. IV, pag. 285
degli Annali delle scienze religiose,
serie seconda. Nel concistoro de' 1 4
giugno 1847 l'*'o ^^ trasferì a que-
sta sede monsignor Bartolomeo dei
conti Romilli di Bergamo, fatto n^l
1846 da Gregorio XVI vescovo di
Cremona. Per gli arcivescovi di Mila-
no si possono consultare. Ughelli,
Italia sacra t. IV, p. i e seg. Sor-
mani, V origine apostolica della
chiesa milanese e del rito della
stessa t 17^4- Basilicapetri , Suc'
cessores s. Barnahae apostoli in ec-
clesia mediolanensi y 1628. Sassi,
Archiepiscoponini mediolanensium :
series hislorica-cronologica, i'j55.
Villa, Fasti dellfi cJUeta milanese
MIL
descritta nella serie cronologica di
tutti gli arcivescovi, cominciando
da s. Barnaba fino a Filippo Vis-
conti, i83o. Ivi si ricorda il pri-
vilegio che ha 1' arcivescovo di Mi-
lano d'incoronare i re d'Italia,
quale soltanto cede al Papa. Pala-
dini, Della elezione degli arcivesco-
vi di Milano, 1834. Ripamonti,
Historiarwn ecclesiae mediolanen-
sis, 161 7.
L' arcivescovo di Milano ebbe
molti vescovi suffragane!, tre dei
quali divennero essi slessi metro-
politani, cioè Genova , Torino e
Vercelli, altri si separarono, altri
tornarono ad incorporarsi. Al pre-
sente sono otto i vescovi sulfra-
ganei di Milano : Pavia, Brescia ,
Mantova, Bergamo, Cremona, Co-
mo, Lodi e Crema, la quale ulti-
ma appartenente già alla metropoli
di Bologna, ed a questa milanese la
sottopose Gregorio XVI nel i835.
Fedi Eustachio da s. Uboldo, Dis-
sertatio de metropoli mediolanensi,
1 699. Giambattista Castiglioni, Del
jns metropolitico della chiesa di
Milano. Gio. Rinaldo Carli, Del di-
ritto ecclesiastico metropolitico d' 1-
talia e particolarmente di Milano
e d' Aquileia, 1786. Muratori, Z>t;
antiquo jure metropolitae medio-
lanens'is in episcopuni ticinensem.
Negli Ànecdot. t. I, p. 221. La
cattedrale è dedicata a Dio ed alla
Natività di Maria Vergine. Il capi-
tolo fu sommamente distinto con o-
nori, titoli e privilegi prelatizi; Cle-
mente XI gli concesse l' uso della
mitra , di cui va ornato il capo
anche nell' annua processione del
Corpus Domini fuori del tempio,
solo tenendosi discoperti quelli che
adempiono i sacri uHici sotto il
baldacchino, a dilTerenza dell' arci-
vescovo che fuori del tempio pi'occ*
MIL
de mitrato. Anlicamenfe ebbe i suoi
cardinali ( titolo di cui andarono
insigniti i canonici delle più cospi-
cue città d'Italia, ed il Minatori ne
riporta un documento del io3cx),
divisi in preti., diaconi e suddia-
coni, venendo anche appellali or-
dinarii sanctae mediolanaisis cecie-
siae, e costituivano il collegio dei
primari canonici. Il capitolo metro-
politano, ritiene tuttora le distin-
zioni de'tre ordini presbiterale, dia-
conale e suddiaccnale. Il clero che
risiedeva quotidianamente nella me-
tropolitana, prima dell'abolizione
del 179B, era composto come se-
gue: cinque dignità, cioè l'arci-
prete, r arcidiacono, il primicerio,
il prevosto di nomina Visconti, ed
il decano ; tre personali, cioè il teo-
logo, il penitenziere rnaggiore ed il
dottore prebendato; dieci canonici
ordinari sacerdoti; dieci canonici
ordinari di prebenda suddiaconale,
altri dicono dieci diaconi e cinque
suddiaconi ; questo chiamavasi capi-
tolo maggiore, il seguente noraina-
■vasi il capitolo minore : un maestro
delle sacre cerimonie; due sotto-
maestri; un maestro del coro; quat-
tro notari detti ordinarioli ; cin-
que lettori maggiori, e dieci letto-
ri minori ; dicci mazzeconici o ma-
ceconici, magistri scholanmi , com-
presi i due cappellani di nomina
Vimercati; quattro penitenzieri, oltre
il già nominalo canonico ordinario;
un sacrista della sacrestia maggiore,
un altro della minore ; un sotto-
sacrista minore ; ventiqiialtro can-
tori per la musica, dodici ostiari,
nove chierici per le messe; final-
mente dieci vecchioni e dieci vec-
chione, formanti la così detta scuo-
la di s. Ambrogio, e due portieri.
La scuola di s. Ambrogio nelle
messe solenni della metropolitana
M 1 L 83
oltre al celebrante le ostie ed il
vino; ma anche la rimembranza
della limosina pecuniaria sostituita
alla primitiva obblazione si conser-
vò in qualche modo nella chiesa
metropolitana, poiché ancora nelle
domeniche e solennità del Signore
si pratica dal clero un'oOferta in
denaro. Il tempo delle sospese fun-
zioni del capitolo durò sino al i5
agosto i8o5, epoca in cui il car-
duial Caprara ottenne la restituzio-
ne de' due capitoli, quale ora sta,
cioè: selle dignità (quattro dice
l'ultima proposizione concistoriale),
l'arciprete, l'arcidiacono, il primice-
l'io, il prevo.sto, il teologo, il pe-
nitenziere ed il dottore prebenda-
to ; otto canonici ordinari sacer-
doti , otto canonici ordinari dia-
coni, tre canonici ordinari suddia-
coni, un maestro delle cerimonie,
un maestro del coro, quattro no-
tari , otto lettori, sei mazzeconi-
ci compresi i due cappellani del-
la famigHa Vimercati. Nel 1810 vi
fu aggiunto il vice-maestro delle
cerimonie, e nel 1821 altro cano-
nicato sacerdotale ordinario sotto il
titolo di s. Tommaso, eretto da d.
Costanzo Gallarati Scolti, mentre
nell'anno i836 se ne aggiunse altro
diaconale della famiglia Vittadini.
Il parroco è monsignor arciprete,
prima dignità del capitolo, cinque
coadiutori, sei penitenzieri compre-
so il maggiore, due sacristi , un vi-
ce-sacrista, un sacrista dello scuro-
Io, o sotterranea cappella di s.
Carlo, selle ostiari, nove chierici
per le messe, dieci cantori com-
preso il maestro di cappella, due
organisti, dieci vecchioni, dieci vec-
chione, e due portieri.
Milano era abbondantissima di co-
munità religiose, e ancora al tempo
della rivoluzione ne contava 82 di
84 MIL
religiosi e 12 di reIigio«e. Al presente
in Milano di religiosi vi sono i bc-
nefratelli ed i barnabiti; in Mon-
za i barnabiti; nel cantone Ticino
i cappuccini. Religiose in Milano,
sono le salesiane, agostiniane, le
fatcbene-sorelle, e le figlie della
carità; al sacro Monte di Varese
le agostiniane; a Claro nel cantone
Ticino le benedettine. La diocesi è
ripartita in sei regioni; le parroc-
chie in Milano e nei corpi santi
sono 36, comprese le sette stazio-
nali, la cattedrale cioè, s. Stefano
maggiore, s. Nazaro grande, s. Lo-
renzo, s. Ambrogio, s. Vittore al
corpo e s. Simpliciano. Fu Grego-
rio XIII che ad istanza di s. Carlo
concesse alle prime sette chiese di
Milano le indulgenze e prerogative
delle sette principali chiese di Ro-
ma. Il Villa scrisse; Le sette chie-
se di Milano ossia basiliche sta-
zionali, 1627. Le parrocchie della
diocesi sono 725, di cui 678 in
Lombardia, e 52 negli stati esteri,
che colle suddette 36 formano 761
parrocchie in tutto, o 766 come
si legge nella citala proposizione. Agli
articoli Abciconfraternita di s. Am-
brogio e di s. Cablo de' milanesi, e
Chiesa de'ss. Ambrogio e Carlo del-
ia NAZIONE LOMBARDA AL CoRSO , SÌ
potrà vedere quanto riguarda quel
sodalizio e il sonluoso tempio , uno
de' più belli di Roma. J3ella cap-
pella papale per la festa di s. Car-
lo, in cui il Pontefice si reca col
treno nobile, e prima in cavalcata,
e. della importante sua origine, se
ne tratta nel voi. IX, p. 92 del
Dizionario. Ogni arcivescovo è tas-
sato in fiorini 325o, ascendendo le
rendite a circa i4)000 scudi. Am-
pia è i'arcidiocesi.
MIL
Concila di Milano.
Il primo fu tenuto nel 344 '"
favore della dignità del Verbo pei
cattolici : gli eusebiani però non vi
vollero condannare 1' empia opinio-
ne di Ario. Reg. e Labbé t. II.
Il secondo concilio nel 346: l'im-
peratore Costanzo essendo in Mila-
no vi fece venire s. Atanasio. I ve-
scovi cattolici ricusarono sottoscri-
vere il nuovo formolario mandato
dagli orientali, e dichiararono che
bastava quello di Nicea. Gli ultimi
non poterono otteneie la condaima
degli ariani. Sozomeno lib. III.
11 terzo nel 347> numeroso per-
chè radunato da questa provincia
e da quella d' Italia, contro Ur-
sacio e Valente vescovi ariani, i
quali si ritrattarono e riconciliaro-
no, almeno in apparenza, colla Chie-
sa, abbracciando la fede Nicena, che
dopo tre anni ritrattarono. Fozio
di Sirmio vi fu deposto, lieg. t. MI;
Labbé t. II; Arduino t. I.
11 quarto nel 355, chiamato la-
trocinio e falso conciliabolo . Vi
intervennero moltissimi vescovi tan-
to d'oriente che d'occidente, e ven-
nero esiliati quelli che per non tra-
dir la fede e abbracciar l' eresia
ariana non vollero sottoscrivere la
condanna di s. Atanasio. Alla do-
manda de' legati del Papa s. Li-
berio, che si condannasse Ario, Co-
stanzo imperatore sostenne che la
dottrina d' Ario era cattolica, con
queir assolutismo proprio del suo
carattere, a fronte della commozio-
ne del popolo. Temendosi che si
sollevasse, la terza sezione fu cele-
brata in palazzo, ove Costanzo e-
siliò que' vescovi che non fecero la
sua volontà, cioè di condannare s.
Atanasio e comunicare cogli euse-
biani, fra'quuli s. Dionigi vescovo
MIL
di Milano; gli altri vescovi per
sorpresa e violenza sottoscrissero,
e molli se ne pentirono e furono
puniti . Labbé t. JI.
Il quinto nel 38o in favore di
una vergine calunniala, chiamala
Indica. Baluzio; Arduino t. I.
11 sesto nel 3go, fu tenuto se-
condo la più comune opinione a
motivo d' Itacio e di alcuni altri
vescovi che aveano procuralo pres-
so l'imperatore Massimo la morte
de' prisciilanisti, la qual cosa aveali
resi odiosissimi. Giovinìano monaco
milanese, nuovo eresiarca, vi fu
condannato co' suoi fautori , che
sostenevano errori contro la vergi-
nità della Madonna, riprovati già
da s. Siricio Papa. Reg. t. Ili ;
Labbé t. II.
H settimo nel ^5i, convocalo da
s. Eusebio vescovo della città, ad
istanza di s. Leone I, di cui sotto-
scrisse la lettera con altri venti ve-
scovi, diretta a Flaviano di Costan-
tinopoli, sull'incarnazione del Ver-
bo. I pontificii legati narrarono il
brigandaggio d' Efeso, e quanto si
gemeva in oriente, e portarono al
Papa una lettera del concilio piena
di slima e riverenza. Reg. t. VII ;
Labbé t. Ili; Arduino t. I.
L'ottavo nel 679 o 680 contro
i monotelili, e vi si riconobbero
le due volontà e le due operazio-
ni in Gesù Cristo . Reg. t. XVI ;
Labbé t. VI; Arduino t. III.
Il nono neir 842. Ramperto ve-
scovo di Brescia vi fece approvare
l'immunità del monastero da lui
fondalo de' ss. Faustino e Giovila.
Mansi, Sitppl. t. T.
Il decimo nell' 860 per volere
di Papa s. Nicolò I, presieduto da
Tadone arcivescovo di Milano, e
"tenne scomunicata V adultera En-
gpltrude moglie di Bosone. Ivi.
MIL 85
L' undecimo nell' 879 o 880
per scomunicarvi Aliene per le sue
invasioni sacrileghe, che disprez-
zando la censura il concilio l'ac-
cusò al sommo Pontefice. Ivi.
Il duodecimo nel 1009, presie-
duto da Arnoldo arcivescovo di
Milano, che vi depose Olderico,
che Enrico V avea posto nella se-
de d' Asti cacciandone il vesco-
vo. Ivi.
Il decimoterzo nel 1098 per la
riforma del clero, di alcuni vescovi
intrusi, e de' monaci. Ivi.
Il decimoquarlo nel 11 17. Pagi
a tale anno.
Il decimoquinlo nel 11 35, ove
fu collocalo sulla sede di Milano
Robaldo, che con s. Bernardo a-
veva restituito all' obbedienza d' In-
nocenzo II i milanesi. Mansi t. II.
11 decimosesto nel 1287, tenuto
a' 12 settembre dall' arcivescovo
della città Ottone, assistito da mol-
ti vescovi e dai deputali di tutti
i capitoli della provincia. Vi si or-
dinò l'osservanza delle costituzioni
pontificie e delle leggi di Federico
II contro gli eretici ; e si aggiun-
sero sei articoli di disciplina eccle-
siastica, vietandosi agli ecclesiastici
di entrare ne' monasteri di donzelle,
ed ai religiosi e religiose di assi-
stere al sotterramento de' defunti.
Reg. t. XXVllI; Labbé t. XI ;
Arduino t. VII. Nel i3ii sotto
r arcivescovo Cassone fu tenuto un
concilio sulla disciplina ecclesiastica,
ma forse in Bergamo.
Il decimosettimo nel novembre
1291^ dall'arcivescovo Ottone e
suoi suffraganei, per la liberazione
della Palestina, perduta interamen-
te colla battaglia d' Acri de' i8
maggio ; vi si fecero venlinove ca-
noni relativi alle crociate. Ivi.
Il decituottavo è il primo con-
86 MIL
cilio provinciale di quelli celebri
che tenne l'arcivescovo s, Carlo
Borromeo, che per l'importanza
de' suoi canoni, in piìi luoghi ri-
portiamo. Lo tenne coi suffragane!
in settembre i565, e \i fu rice-
vuto il concilio di Trento, e ven-
nero fatte molle costituzioni divise
in tre parti; la prima riguarda la
fede cattolica, la seconda i sacra-
menti tanto in generale quanto in
particolare, la terza l' amministra-
zione de' luoghi pii, spedali, mona-
steri di monaci, ebrei, ec. Fra i
vescovi vi fu il cardinal Guido Fer-
rcri. S. Carlo quantunque assai gio-
vane, vi presiedette, e si fece am-
mirare pel suo zelo ed eloquenza.
Ne diresse tutti i decreti, ed inco- '
raggi i vescovi più vecchi ad os-
servarli. Reg. t. XXXV ; . Lahbé
t. XV ; Arduino t. X ; Ada cede-
siae Mediolanensìs, i5gg.
Il decimonono, provinciale II, nel-
l' aprile iSGg, tenuto da s. Carlo
coi vescovi di sua provincia. Con-
tiene tre parti riguardanti la ^ede
cattolica, r amminisli'azione de'sa-
gramenti, e le altre obl)ligazioni
pastorali; il sacrificio della messa,
1' uffizio divino, il culto della chie-
sa e gli ecclesiastici ; i beni ed i
diritti della chiesa, ed i luoghi
pii, ec. L'arcivescovo l'apri con
un discorso degno di lui. ivi.
Il ventesimo concilio, provinciale
III, fu tenuto da s. Carlo nel i5'jZ
in aprile, pel ristabilimento della
disciplina ecclesiastica, la santifica-
zione delle feste, lo stabilimento
delle scuole della dottrina cristia-
na, ec. Ivi.
Il ventesimoprimo , provinciale
IV, fu tenuto da s. Carlo nel mag-
gio 1576, sulla fede e altri pun-
ti dì dottrina, sui sacramenti, sui
vescovi e altri uiinistri della chiesa,
MIL
ec. VI si trovarono undici vescovi,
e l'arcivescovo coli' autorità di vi-
sitatore generale apostolico. Ivi.
Il ventesimosecondo, provinciale
V, fu tenuto nel 1579 ^^ *• Carlo,
che ne fece l'apertura, con tutti
gli stati della provincia come nei
precedenti. Vi si fecero regolamcn- "'
ti appartenenti alla fede, all' am-
ministrazione de' sacramenti; alla
carità, alla cura, rimedi e precau-
zioni in tempo di peite; al sacra-
mento dell'ordine, ec. Ivi.
Il ventesimoterzo , provinciale
VI, fu tenuto da s. Carlo nel i583
con nove vescovi, facendone l' a-
pertura con discorso in cui esortò
i colleghi a menar vita apostolica.
Si fecero 3i capitoli sulla discipli-
na ecclesiastica. Ivi.
11 ventesiraoquarto , provinciale
VII, fu tenuto nel 1612 dal car-
dinal Federico Borromeo arcive-
scovo. Synodus VII prov.
MILASA. FediMtzKS'io.
MILBURGA (s.). Ebbe per pa-
dre Merwaldo, secondo figliuolo di
Penda re de' meroiani. Entrò nella
religione monastica, e fu eletta ba-
dessa di Wenlocli nella contea di
Shrop. Il suo esempio e le sue sol-
lecitudini resero questo luogo un
santuario di tutte le virtù. Ella
nou era distinta dalle altre sorelle
che per un sommo dispregio di sé
medesima ; ma quanto essa cercava
di umiliarsi, altrellanto Iddio la
glorificava agli occhi altrui. Passò
della presente vita in sulla fine del
settimo secolo. Nel iioi si scopri-
rono le sue reliquie sotto le rovi-
ne dell'antica abbazia di Wenloch,
venendo ivi edificato un monastero
dicluniacensi. ti'iG maggiodello stes-
so anno se ne fece il trahlato, e
furono operati molli n)iraeoli, giu-
sta Guglielmo di Malincsbury e
1
MIL
Hai'psfield. Questa santa è onorala
il giorno 23 di febbraio, che si
crede essere slato quello delia sua
morte.
MILDREDA (s.). Sorella di s.
Milburga, del sangue reale di Mer-
cia, fu educata nell' abl)azia di
Chelles in Francia, ove volò a Dio
la sua virginità. Tornata in Inghil-
terra, venne eletta badessa del mo-
nastero di Minstrey, nella piccola
isola di Thanet. Settanta vergini
si recarono tosto a lei per essere
governate. Ella riguardavasi come
l'ultima di tutte, e le guidava col
proprio esempio alla perfezione del
loro stato. Annoverò Ira le sue re-
ligiose s. Ermengida , sua zia, il
culto della quale era celebre un
tempo in Inghilterra. Morì sul fi-
nire del settimo secolo, e le sue
reliquie furono trasportate nel io33
al monastero di s. Agostino a Can-
torbery. Guglielmo di Malmesbury
riferisce che erano custodite eoa
molta venerazione, e che si fecero
assai miracoli per la loro virtù. La
sua festa è segnata a* 20 febbraio.
MILETO. Sede vescovile della
provincia di Caria, nella diocesi
d' Asia, una delle più antiche citta
dell' Asia minore, e capitale della
Jonia, eretta nel V secolo sotto la
metropoli di Stauropoli, poi arci-
vescovato nel IX. Fu patria di Ta-
lele uno de' sette sapienti della Gre-
cia, e della famosa Aspasia moglie
di Pericle. Fu ornata di superbi
edilìzi e di templi, celebre pel suo
commercio, per le arti e le scien-
ze che vi fiorirono : il gran nume-
ro delle colonie inviate altrove da
questa città molto contribuì a ren-
derla illustre. Assai soffri per par-
te de' re di Lidia, ed i greci la
conquistarono al loro arrivo in A-
sia. Dagli atli apostolici sembra
MIL 87
che la B;de siavi stata predicata da
s. Paolo apostolo; fu prima chia-
mata Lelegeisy Piiyasa, Anactorìa,
ed ora Palatsha. Ne furono vesco-
vi s. Cesario che soffrì il martirio
con s. Tirso e co' suoi compagni
sotto l'imperatore Decio nel III se-
colo ; Eusebio, Ambracio, Giacinto,
Giorgio, Epifanio, ec. Oriens chrisl.
t. I, p. 917.
MILETO {Mìlilen). Città con
residenza vescovile nel regno delle
due Sicilie, nella provincia della
Calabria Ulteriore seconda, capo-
luogo di cantone, distante una lega
e mezza da Monteleone, antica cit-
tà de'bruzi, Milelum. È. bene fab-
bricata su alto monte, e tra i suoi
migliori edifizi si noverano l' epi-
scopio e la cattedrale. Ruggiero I
i-e di Sicilia vi nacque nel 1097 ,
e suo padre il conte Ruggiero nor-
manno, che 1' avea conquistata, vi
fu sepolto nel i loi. Fu molto dan-
neggiata a' 5 febbraio 1783 dallo
stesso terremoto che cagionò tanti
danni a Messina e alla Calabria.
Dopo che Dario rovinò la celebre
città di Mileto [Vedi] d' Asia, i mi-
leti si recarono 0 fondare questa
città, presso il porto dell'antica
città di Meda ma ciica otto miglia
distante. Il conte Ruggiero nor-
manno vi fondò il cospicuo mona-
stero della ss. Trinità e s. Michele
arcangelo di monaci greci basilia-
ni, ed «resse il superbo edificio del-
la cattedrale della Beata Vergine
e di s. Nicola, che dicesi consa-
crata da Calisto II, cui unì le due
cattedrali di Tauriana e di Bivona
o Vibona quasi dai saraceni alter-
rate. In ambedue i templi Ruggie-
• ro vi trasportò le colonne di quel-
lo di Proserpina. Allorché Grego-
rio XIII fondò in Roma il colle-
gio greco, vi UDÌ nel 1 58 1 la detta
88 MIL
«elebre abbazìa della ss. Trinità e
di s. Michele arcangelo, che Ur-
bano II avea posto sotto la pro-
tezione della chiesa romana. In pro-
gresso di tempo le fastidiose liti
che turbavano la tranquillità del
vescovo e del collegio intorno alla
giurisdizione che ambedue preten-
devano di esercitare sopra l' abba-
zia, indusse Clemente XI ad unirla
pila meqsa vescovile, col peso di
dovergli corrispondere l'annua pen-
sione di scudi 2400, con bolla del
primo agosto 17 17: di questa abba-
zia Natale Maria Cimaglia ne pub-
blicò l'erudita istoria in Napoli nel
1762. La detta pensione costituì la
yera dqta del collegio greco fino al
1766. Allora per le controversie
paté fra la santa Sede e la corte
di Napoli, il vescovo cessò di pa-
garla, e supplì a tal mancanza
Clemente XIII , assegnando al col-
legio scudi i5oo annui sulla da-
taria apostolica, ed un tal sussidio
gli fu conferm£(tq da Pip VI nel
?776.
La sede vescovile fu eretta da
«. Gregorio VII nel 1073; vi unì
quelle di Taiiriana e Fibona {P^e-
^i)t verso il 1086, suffraganee di
Jleggio, come lo divenne Mileto,
poi dichiarata immediatamente sog-
getta alla santa Sede. Il primo ve-
scovo fu Arnolfo consecvato da s.
Ciregovio VII nel 1073, ed ottenne
dal suddetto Ruggiero conte di Si-
filia molti beni e diversi privilegi,
fnorepdo nel 1077. Gli successe
Hiosforo, indi Gaufrido del i094>
pel 1 099 Eberardo che da Pasqua-
le II fu confermato in vescovo di
Mileto, Tauriana e Vibona, e nei
privilegi concessi da Ruggiero. Gau-
frido del II 19 fu da Calisto II
dichiarato colla sede di Mileto ìm>
piediatamente soggetto alla Sede a-
MIL
postolica, ed onorando di sua pre-
senza la città consacrò la chiesa
della ss. Trinità coli' assistenza del
vescovo. Rinaldo gli successe e ri?
portò nel [i39 da Innocenzo II
la conferma de' privilegi della sua
chiesa. Quindi nomineremo i ve-
scovi più distinti , o meritevoli
di menzione. Anselmo ottenne da
Alessandro III conferma alle im-
munità godute dalla sua chiesa, e
intervenne al concilio di Laterano
III. Pietro del 1200 famigliare di
Innocenzo III. Per morte di Do-
menico una parte del capitolo e-
lesse Arnoldo monaco, l'altra fra
Deodato di Capua domenicano, il
quale nel 1282 fu confermato da
Martino IV. Saba eletto nel 1286
dal capitolo, venne approvalo da
Onorio IV. Nel 1298 Andrea ab-
bate cistcrciense di s. Stefano di
Bosco, dotto e insigne per virtù,
prescelto da Bonifacio VIII a pre-
ferenza di Manfredo Cifono di Mi-
leto, ambedue eletti dai canonici.
Tuttavolta alla morte di Andrea,
Clemente V nel i3ii gli sostituì
Manfredo suddetto canonico decano.
In questa dignità e nella sede gli
successe il concittadino Goffredo
F'azaro, eletto da Giovanni XXII
pel 1328; zelante della disciplina,
fece alla cattedrale elegante porla
e la campana maggiore. Nel 1396
l'antipapa Benedetto XllI conferì
la sede ad Enrico, ma Bonifacio
JX nel 1398 nominò Andrea d'A-
lagni napoletano, indi nel i4o2
Corrado Caracciolo, creato cardinale
da Innocenzo VII. Per aver segui-
to Alessandro V, Gregorio XII lo
depose. Giovanni XXIII nel i4m
elesse Astorgiq Agnensi,e lo era al
concilio di Costanza in cui fu crea-
to Martino V ; poi fu fallo cardinale
^a Nicolò V. Antonio Sorbilli di
I
MIL
Mileto o Monteleone, Eugenio IV
nel 1435 lo elesse, che istituì il
seminario nel i44o- Cesare Cae-
tani abbate cistcrciense del i464;
cui successe Narciso catalano dot-
tissimo. Sisto IV nel i48o nominò
il nipote Giacomo della Rovere, che
eresse nella cattedrale il nuovo sa-
crario. Nel i5o4 traslato a Sarno,
divenne vescovo Francesco Alidosio,
che creato cardinale abdicò nel
i5o5. Giulio II gli sostituì il pro-
prio nipote Francesco della Rovere
di Savona, che trasferito a Came-
rino nel i5o8, nominò Andrea
Valle creato cardinale da Leone
X. Fece l'organo nella cattedrale,
incominciò il palazzo vescovile, e si
dimise con regresso nel iSaS. Gli
successe Quinzio de Rustici roma-
no, che compì 1' episcopio e collo-
cò nella cattedrale la statua mar-
morea dì s. Nicola; indi nel i566
fu fatto amministratore il cardinal
Innico Avalos, e nel iSyS il suo
■sicario Gio. Maria de Alessandri
d' Urbino. Nel i585 gli successe
M. Antonio Tufo napoletano, che
più altari edificò nella cattedrale,
ove fece il trono e donò suppel-
lettili, celebrò il sinodo e perfezio-
nò il seminario. Nel 1608 Gio.
Battista Leni, poi cardinale; gli suc-
pesse fr. Felice Centini indi cardi-
nale: visitò la diocesi, riformò il
clero, celebrò il sinodo, e regalò
preziosi ornamenti alla cattedrale.
Di lui e degli altri cardinali ve-
scovi si possono vedere le biogra-
fie. Il suo vicario gli fu sostituito
nel 161 3, cioè Virgilio Capponi
nobile ascolano : con immensa fa-
tica governò, fu acerrimo difen-
sore dell' immunità e delie calun-
nie appostegli, onde furono puniti
gl'impostori, e restò onorevole me-
poo^ia di sue virtù. Nel i63i gli
M I L 89
renne surrogato fr. Maurizio Cen-
tini di Ascoli nipote del cardinale,
traslato da Massa Lubrense, versa-
tissimo nelle lettere; interamente
perfezionò il seminario, ornò 1' al-
tare maggiore della cattedrale, e-
resse di nuovo in altro luogo quel-
lo di s. Nicola, visitò la diocesi e
celebrò il sinodo. Nel 1640 fu suc-
cesso da Gregorio Ponziani nobile
romano, dotto filippino, che Ur-
bano Vili avea spedito in Inghil-
terra per affari ecclesiastici, ove
per le sue virtù e prudenza si re-
se celebre. L' Ughelli e suoi conti-
nuatori terminano la serie de' ve-
scovi di Mileto, Italia sacra t. I,
p. 942, con Diego Maurelli di Co-
senza del 1662, Ottavio Paravi-
vicini milanese del 168 r, e Dome-
nico Antonio de Bernardinis nobile
di Lecce, Iraslato nel 1696 da Ca-
stellanela. Le annuali Notizie di
Roma registrano i seguenti. lyaS
Ercole d' Aragona de' duchi d'A-
lessano, arcivescovo di Pirgi. 1734
Marcello Filomarino napoletano .
1756 Giuseppe Maria Caraffa tea-
tino di Nola, traslato da Trivento.
Dopo lunga sede vacante nel 1792
Enrico Capece Minutolo filippino
napoletano. Leone XII nel 1824
preconizzò vescovo fr. Vincenzo
Maria Armentano domenicano, di
Normanno diocesi di Cassano. Per
sua morte il regnante Pio IX nel
concistoro de' 12 aprile 1847 gli
die in successore 1' odierno vescovo
monsignor Filippo Mincione di Ca-
pua, e canonico di quella metro-
politana.
La cattedrale è dedicata a Dio
sotto r invocazione di s. Nico-
la di Bari, vescovo; moderno e
bellissimo edificio con fonte bat-
tesimale, avendo il terremoto ro-
vinata l'antica; tra le reliquie che v^
9Ò M I L
si .venerano, nomineremo il corpo
tji s. Fortunato martire. Il capitolo
si compone di cinque dignità, la pri-
ma delle quali è V arcidincono, la
quinta eh' è l'arciprete ha la cura
delle anime; di tredici canonici,
comprese le prebende del teologo
e del penitenziere, di mansionari o
otto beneficiati cappellani corali, e
di altri preti e chierici. L' episco-
pio, mediocre edifizio, è alquanto
distante dalla cattedrale, oltre la
quale in città vi è altra chiesa par-
rocchiale. Vi è pure una confrater-
ìiita, diversi luoghi pii, l'ospedale
ed il seminario. La diocesi è am-
pia e contenente i3o luoghi. Ogni
nuovo vescovo è tassato ne' libri
della camera apostolica in fiorini
393, in proporzione delle rendite
della mensa, che ascendono a circa
5ooo ducati.
MiLETOPOLI. Fedi Melito-
roLi.
MILEVO, Milevum, Milevis. Se-
de vescovile d'Africa nella Numidia,
sotto la metropoli di Cirta, la cui
città fu celebre pei due concilii che
vi si tennero , ed è situata nel-
la parte orientale della Mauri lia-
na Cesariense, presso la foce del
fiume Ampsaga . Oggidì chiama-
si Mela o Meelah. Ne furono ve-
scovi Polliano che intervenne al
concilio di Cartagine nel a55; Ol-
iato I, santo che scrisse verso il
870 i suoi libri sullo scisma dei
Donatisti [Fedi) contro Parmenia-
no, uno de' più celebri vescovi di
tal setta. S. Agostino chiamò s.
Oliato, vescovo di venerabile me-
moria , e dice di lui come di
fi. Ambrogio, che potrebbe essere
una prova della verità della Chiesa
cattolica, quando essa venisse ap-
poggiala sulla virili de' suoi mini-
stri. Onorio viveva nel dechnar del
MIL
secolo IV a' tempi di PetiHano dì
Cirta donatista- Severo scrisse a s.
Agostino nel 4o9- Olialo II del
420. Benenalo esiliato dal re Un-
nerico nel 4^4- l^eslitulo interven-
ne nel 553 al concilio di Costan-
tinopoli. Dopo il quale non si co-
noscono altri vescovi, sino a Gio-
vanni del i4oo; Gerlato del i^iZ;
Emrnanuele del 1672 ; Giacinto de
Faldanna del 1675; Gio. Ignazio
Blauhouschius del 1679; e Caio
Aslerio Toppio del 1728. Morcelli,
Africa christ. t. I, p. 228. Al pre-
sente Milevi, Milevitan, è un titolo
vescovile in partihus- che conferisce
il Papa, sotto r arcivescovato in
partibus di Cartagine. Pio VII nel
1801 lo die ad Angelo Cesarini ,
consecralo a' 3 ottobre nella cat-
tedrale di Frascati dal suo gran
protettore il cardinale duca di
York: di questo prelato parlammo
nel voi. XXVn, p. i55 del Di-
zionario ed altrove. Gregorio XVI
a' i4 febbraio 1840 fece vescovo
di Milevi monsignor Guglielmo Ber-
nardo Collier della congregazione
anglo-benedettina, e vicario aposto-
lico dell' isola Maurizio in Africa.
Concila di Milevi.
Il primo fu celebrato nel 4o^>
sotto il Papa s. Innocenzo I e gli
imperatori Arcadio ed Onorio. Fu
questo un concilio generale di tut-
te le Provincie d'Africa. Vi pre-
siedette Aurelio di Cartagine, e ven-
nero confermati i concilii d'Ippona
e di Cartagine, e fatti cinque ca-
noni di disciplina, ordinandosi che
i nuovi vescovi cederebbero agli
anziani, secondo le regole antiche.
Reg. t. IV; Labbé t. II ; Ardui-
no t. I.
11 secondo venne tenuto nel 4 16,
MIL
sotlo il Papa e imperatori suddetti,
coir intervento di sessantuno vesco-
vi della provincia di Nuinidia, i
quali «crisseio a s. Innocenzo I per
cbiedergli la condanna di Pelagio,
di Celestio e loro partigiani, per
r eresia che toglieva di mezzo la
necessità delT orazione pegli adulti
e del battesimo pei fanciulli. Fu-
rono fatti otto canoni contro i pe*
Ingiani, e ventisette sulla disciplina,
quali trovansi sotto il nome di Mi-
levo nelle collezioni ordinarie. Ma
tranne il XXllI, che non leggesi
altrove, tutti gli altri sono o del
primo concilio di Milevi, o di quel-
lo di Cartagine del 4i8> o di qual-
che altro concilio. 1 più celebri
vescovi che vi assisterono, sono :
Silvano di Zomma primate della
provincia, s. Alipio, s. Agostino,
Severo di Milevi, e Fortunato di
Cirta, che furono lodati nello zelo
e vigilanza pastorale dalla risposta
di s. Innocenzo I, il quale condan-
nò i nominati eretici, in data 27
gennaio 4'7> dopo aver consulta-
to suir argomento il concilio ro-
mano. Reg. t. XIV; Labbé t. II ;
Arduino t, I.
MILFOUD. Città e porto della
parte sud del paese di Galles, con-
tea d'Inghilterra, fondaVj nel 1790,
che riceve le acque del Clelby e del
Douledge. È così ben difesa che
potrebbe contenere con sicurezza
r intera marina inglese. O in que-
sto luogo o in Milfort d'Irlanda,
nel II 52 fu tenuto un concilio,
e ne paria il Pagi a tale anno.
MILITE, Milcs. Titolo antica-
mente assai onorato, benché si di-
cesse anche milite il soldato o mi-
litare ch'esercita l'arte della Mi-
lizia [J^tdi). Valeva prima ([uanlo
gentiluomo e Cavaliere [P^edi), pev-
chè allora la milizia più che altro
MIL 91
nobilitava persone e cose ; non ba-
stava però seguir la milizia per
meritarsi il titolo di milite, ma
per conseguirlo occorrevano guer-
reschi fatti ed eroico valore pro-
vato in battaglia. Perciò il fiore
della nobile gioventù correva al
combattere, e di virtù gareggiava
e di coraggio nelle comuni impre-
se, fìdanzosa e anelante di averne
in premio la cavalleria. Era l' uni-
nica e apprezzata ricompensa ai
marziali travagli, e finché non sa-
livano al grado di cavalieri, i gio-
vani chiamavansi nell'esercito ar-
migeri, scutiferi e scutarii portanti
lo scudo de' cavalieri nelle giostre
e tornei. Mentre sfavasi aspettando
alcuna battaglia o perigliosa mi-
schia, o dopo riportatane vittoria, si
conferiva- a' nobili scudieri la ca-
valleria. I militi o cavalieri furono
creati anche in occasione di ma-
gnifica Corte [Vedi) bandita, o al-
l'arrivo di sovrani o principi rag-
guardevoli, o in altro solenne av-
venimento del sovrano o del pò*
polo. L' istituzione de' militi, chia-
mati poi cavalieri, ascende ai secoli
barbari, quando le orde de* goti,
longobardi, franchi, germani, occu-
pata 1' Italia, introdussero quest'or-
dine. Anticamente gl'italiani disse-
ro militi que' soldati che guerreg-
giavano a cavallo, mentre i fanti
si dicevano pedites e da taluno mi-
liies. Ma il nome di milite prese
poi a indicare que' nobili eh' erano
con ispeciali cerimonie decorati del
cingolo militare, di cui facemmo
parola a Fascia, essendo primario
ornamento de' militi il cingolo e la
spada, dicendosi propriamente cin-
golo militare la spada cinta ai
fianchi de' ricevuti all'onore delia
mdi^ia, diverso però di quello dei
romani , che V usavano del puri
92 MIL
cavalieri e pedoni. Anche gli adul-
ti e gli stessi principi furono bra-
mosissimi dell' onore della cavalle*
ria; l'ebbero i podestà o altri
ministri ed i giurisperiti , e si
crearono militi talvolta avanti la
porta dell' episcopio : vi furono in-
olti'e milites lUeraii ed i milìles
clerici. Questo onore si concedeva
con molte solennità e apparato di
armi, cavalli, mense, ec. II principe
o cavaliere conferente 1' onore per-
cuoteva il collo o la spalla dell'in-
ginocchiato novello, colla spada
presa dalle sue mani, pronuncian-
do le parole : Esto probiis niiles.
Alcuni hanno creduto che in Mi-
lano vi fosse un ordine militare
sotto l'invocazione di s. Ambrogio,
o de' militi di s. Ambrogio, o mi-
liti dell' arcivescovo e arcivescovato
di Milano, come furono Amizone
ed Erembaldo, distinti personaggi.
Ai rispettivi articoli si parla degli
ordini militari cavallereschi. 3Iiles
s. Petri fu grado dato dai Papi a
quei che innalzavano alla digni-
tà regia, come leggesi nell' ordine
romano XIV presso Mabillon, Mu'
sei ital. p. 4o8. Nel 1080 s.
Gregorio VII nell' investire Guiscar-
do lo assunse iti specialem b. Petri
militem. Cosi fu praticato da Cle-
mente V quando unse e coronò in
Avignone Roberto re di Sicilia.
MILIZIA. Ordini equestri sotto
il titolo di Concezione della mili-
zia cristiana [Fecli);A\ Gesìi Cri-
sto milizia {Fedi); di Gesti Cristo,
s. Domenico e s. Pietro martire
milizia (Fedi); di Gesti in Alenia-
gna (^Fedi) che volevasi istituire
sotto Paolo V. Dicesi milizia per
grado cavalleresco, laonde gli ordini
militari ed equestri hanno articoli.
f^edi Cavalieue, Milite.
MILIZIA O TrU^Ì-A PONIIFICIA.
MIL
La parola milizia, miliiia, signi-
fica propriamente l'arte della guer-
ra; militare , militaris, o soldato,
miles, quegli ch^esercita l'arte della
milizia, che vi appartiene o fa pro-
fessione d'arme, da soldare, assol-
dato, condotto al soldo, mercede
conduclus. Truppa, per turma e
squadra di soldati, agrnen, acieSy
turma. Milizia dicesi anche per eser-
cito di gente armata, e per ordine
di grado cavalleresco, come dicia-
mo discorrendo degli ordini mili-
tari ed equestri. Milite [F^edi) si
disse anticamente il soldato. L'arte
della guerra è il complesso delle
cognizioni necessarie per condurre
una moltitudine di uomini armati,
organizzarla, muoverla, farla com-
battere, invigilando alla sua con-
servazione. Il genio della guerra
consiste nel talento di adattare
opportunamente gli eserciti, e di
antivedere le migliori combinazioni
con sangue freddo e prontezza, fra
mezzo ai pericoli e alle crisi. Le ar-
ti militari consistono nella cognizio-
ne de'melodi scieutifìci e meccani-
ci, che dirigono i particolari ^del-
l'azione e l'uso dei mezzi: così la
strategia, la lattica, l'artiglieria, la
fortificazione, l'organizzazione, l'am-
minislrazione delle armate, sono ar-
ti militari, che devono essere fami-
gliari a un generale, ma in tutto
vi deve concorrere l'esperienza. In
fine, il mestiere delle armi, è la
vita consacrata ai travagli militari;
e questa espressione si applica par-
ticolarmente a coloro che vi si e-
sercitano.
Allorché si divisero i dominìi
del mondo e nacquero i governi
legittimi, fu necessaria la mili-
zia per arrestare l' invasione, e sta-
bilire una difesa per tranquillità
del popolo. Vei'so l' anno aoooj
MIL
cioè quando il mondo cominciava
a riprodursi dopo il diluvio, Abra-
mo alla testa di 3i8 soldati radu-
nati in fletta, accorse in difesa dei
suoi ricchi armenti e delle sue ter-
re, e disfece l'armata combinata di
Codorlaomor e de"* tre re suoi al-
leati, che avevano fiatto una lega
per usurpare le proprietà di A bra-
mo. In tutte le guerre giuste, i so-
vrani hanno lo stesso diritto di
Abramo, ed i soldati hanno lo
stesso merito de' prodi difensori di
Abramo. La milizia dunque nel
l'apporto strettamente sociale e non
personale, è una professione utile
alla società, ed originata dal dirit-
to della natura, anziché dal diritto
delle genti, poiché sostiene la le-
gittima dilèsa, come provano i piìj
accreditati giuspubbiicisti : Grozio,
De jure belli etpacis, lib. I, cap. Ij
Domat, Da droit public 1. I; Ar-
niseo, De jure majest. I. I. È un
punto non più controverso, che la
necessità della milizia nasce dal di-
ritto di natura non già dal diritto
delle genti. Gli antichi popoli era-
no tutti guerrieri, pure si dice che
la prima nazione che facesse la
guerra fu l'egizia contro gli afri-
cani, con)battendo in quel conflitto
con fruste, che poi furono dette
falanghe, secondo Plinio. Presso gli
ebrei i maschi giunti all'età di 21
anni, riguardavansi come disponibi-
li per la guerra: non accorda vasi
esenzione che ai malati e ai de-
boli ; si narra che prima di Salo-
mone non vi era il costume nelle
guerre di servirsi della cavalleria.
JNella Persia parimenti alcuno non
era esente dal servizio personale. I
greci tutti erano soldati, e sottopo-
sti a due requisizioni; la prinia fa-
ccvasi allorché giunti erano all'età
di i4 anni, e questa serviva per
MIL 93
la iscrizione ne' i-egistri ; la seconda
facevasi all' età stabilita per com-
battere. Pene severissime erano mi-
nacciate a coloro, che artificiosa-
mente si sottraessero alla iscrizione,
e punito si sarebbe colla morte
chiunque avesse rifiutato obbedire
alla seconda requisizione. Non po-
tevano esimere alcuno dal servizio
personale se non che la sordità, le
malattie incurabili, e i gravi difet-
ti di conformazione. Nella repub-
blica d'Atene i giovani all'età di
18 anni erano già esercitati nel-
r armeggiare ; all' età di 20 anni
essi facevansi inscrivere sui registri
della partenza ; e rimanevano sot-
to le insegne fino all' età di 4^
anni. Più lardi e nel VII secolo
Callìnico d'Eliopoli insegnò a' gre-
ci la preparazione di sostanze in-
cendiarie, che bruciavano ancora
ncir acqua ; questa composizione
prese il nome di fuoco greco, e
r uso che ne fecero i greci assicu-
rò loro immense vittorie in mare.
J^edi Montiflori, De pugna na^ui-
li cominent., Genuae j582; Schef-
feri, De mililia navali velerum, Ub-
saliae i G54- E. Sue, Storia della
marina militare antica di tutti i
popoli, Livorno i843. Gli spartani
solo gloria vansi della professione di
soldato, per cui non erano né agri-
coltori, né artieri, giacché era bandi-
la fra di essi qualunque arte, che so-
lo facevansi in esse esercitare il ses-
so debole e gli schiavi. Gli africa-
ni, eccettuati i soli cartaginesi, qua-
si tutti gli asiatici, gli sciti noma-
di o sia erranti dell'Europa, i si-
cambri e i teutoni, lutti erano sol-
dati, e combattevano in massa.
Presso i romani, durante la re-
pubblica, e al cominciare della mo-
narchia, non esistevano se non che
due classi del popolo, » guerrieri
94 MIL
ed i colliTatori delle terre. Dopo
r assedio fatto a Terracina dal con-
sole Servio Hala in poi, fu inlro-
dotto r uso di pagare i soldati,
giacché prima era la paga il bol-
lino o preda che a ciascuno riu-
sciva di fare. Servio Tullio stabiPi
due diverse età per la milizia. JVel-
Ja prima compresi erano tutti i cit-
tadini dai 17 fino ai 47 anni-
Dalia prima età traevansi i soldati
che si adoperavano nelle guerre ;
gì' individui delia seconda tenuti
erano di riserva per la guardia
della città. L'esercizio però di qua-
lunque funzione non dispensava
dall' obbligo di portare le armi, e
da questo alcuno non andava esen-
te se non giunto all'età di 55 an-
ni. La coscrizione costituiva il pri«
mo privilegio, il primo diritto del cit-
tadino. I liberti non erano ammessi
nelle legioni se non in caso di grave
pericolo imminente; non si ricevevano
generalmente nelle legioni se non
coloro che dicevansi cittadini a buon
diritto, oplimojure cìves. La milizia
romana era divisa in tre classi ; la
prima nominata sacramentum, com-
prendeva tutti i cittadini indistin-
tamente ; la seconda chiamata con-
juralio, componevasi di coloro che
risposto avevano al grido di guer-
ra del generale incaricato di co-
mandare 1' esercito, dopo che il
senato avea dichiaralo la guerra ;
la terza dicevasi evocaiio, e non
formavasi se non che nel caso di
imminente pericolo. Vedi La mi-
lizia romana di Polibio, di Ti'
io Livio f e di Dionif^i d Alicar-
nasso dichiarala da Francesco Pa-
trizi, Ferrara i583. Lipsie, Z>e mi-
litia romana , Anluerpiae i^gS.
Savilio, De militia romana, Hei-
delbergae 160 1. Appiano Alessan-
drino, De civilibus romano rum bel-
MIL
lis hìstorìarum, Moguntiae 1 5^7,9.
Ammiano Marcellino indicò la ma-
niera con cui gli antichi lanciavano i
fuochi da guerra, facili però ad e-
stinguersi pel troppo rapido moto,
nell'opera : Delle guerre de romani
tradotte da Alessandro Braccio, Ve-
nezia i584- Presso i brutleri ed altri
popoli della Geruìania l'esercizio del
cavalcare e dell'armeggiare a caval-
lo era il passatempo e la ricreazio-
ne de' fanciulli. Così pure i catti
fino dall' età più tenera erano i-
struiti ed addestrati negli esercizi
della fanteria, e presso gli svevi ìt
servizio della guerra si faceva al-
ternativamente durante un anno da
un certo numero di famiglie, al
quale altro ne sottentrava. I posse-
dimenti degli assenti impiegati nel-
la milizia, erano amministrati o la-
vorati da coloro che rimanevano
nelle loro case. Presso i franchi, e
.sotto i re della prima dinastia, la
nazione intera costituiva la milizia.
Sotto Carlo Magno e i suoi succes-
sori alcuna classe d' uomini non
era esente dal militare servigio. Fi-
no a Clotario I i galli non erano
ammessi nelle armate francesi, non
ricevendosi in queste se non che
franchi, borgognoni ed alemanni.
Filippo I Augusto creò il primo in
Francia una milizia stabile, e da
esso assoldata; e Carlo VII istituì
le milizie dette franchi arcieri ; cia-
scun distretto era obbligato .som-
ministrare uno di que' militi, e a
mantenerlo in caso di guerra. La
prima leva regolare dicesi fatta sot-
to Luigi XIV : soppressa nel 179 e
la milizia, successe l'arruolamento
volontario, e fu istituita la guardia
nazionale, ma la legge del '793
mise in requisizione tutti i giovani
dai 18 sino ai 4^ ^nni che fosse-
ro celibi o vedovi ; la cosciìzionc
MIL
finalinenle fu istituita nel 1798,
con sottoporvi tutti i francesi dai
20 a' 2.5 anni, la quale legge in
un all'altra delle milizie comunali,
fu adottata da varie potenzestraniere.
I In Italia variai'ono straordina-
riamente le disposizioni riguardo al-
le milizie, massime col variare dei
tempi e de' governi. La maggior
parte de'sovrani che sursero dopo
la caduta dell' impero romano, a-
▼evano milizie assoldate : queste
formavansi d' ordinario col mezzo
di volontari arruolamenti. Gli e-
serciti stranieri che scesero in di-
Terse epoche nell'Italia , variarono
pure le forme e i regolamenti del-
le milizie; da questi pigliossi l'i-
dea dai principi italiani di assol-
dare stranieri, e quindi comparve-
ro le diverse compagnie sotto la
guida de' così detti condottieri, i
quali per un dato tempo, e con un
dato numero di soldati si obbliga-
vano al servigio di questo o di quel
principe, e sovente passavano dal-
l'uno all'altro. Il eh. Ercole Ricot-
ti nel 1844 pubblicò in Torino:
Storia delle compagnie di ventura
in Italia. Le città italiane tuttavia
nelle loro lotte ebbero milizie dette
civiche o urbane, e in quel disa-
stroso periodo tutti i cittadini era-
no soldati, come avveniva tra i
galli e tra i germani. Ristabilita
la pace tra le città, e terminate
quelle aspre contese, ancora si vi-
dero in molti stati corpi di milizie
urbane, che in Francia dette sa-
rebbonsi nazionali, e di queste mi-
lizie della città approfittarono so-
vente gli stranieri che vennero a
guerreggiare in Italia, i tedeschi, i
francesi, gli spagnuoli, ec. Finalmen-
te ciascuno de'molti sovrani in cui
l'Italia andò divisa, ebbe un eser-
cito assoldato, e solamente iu tem-
M I L 9.5
pi recenti s'introdusse il metodo
delle coscrizioni. Il Miu-atori tratta
nella disserl. XXVI : Della milizia
dei secoli rozzi in Italia, parlando
ancora delle fortificazioni delle città
e castella di que'iempi, in cui si
ebbe l'uso di cingerle di buone ed
alte mura, formate di marmo o
di mattoni cotti. Dice egli, che
quando i barbari vennero a sotto-
mettere le contrade italiane nel
secolo V, portarono seco i costumi
della propria milizia, ed ivi la di-
latarono. Cacciali i goti sotto Giu-
stiniano I, tornò per alcuni anni
a rimettersi la eccellente discipli-
na militare romana in Italia; ma
essendo succeduti in questo domi-
nio i longobardi, franchi e tedeschi,
l'arte militare prese le lezioni dal-
l'uso di quelle nazioni. Era non
poco scaduto in Italia il buon re-
golamento della milizia sotto gli
ultimi imperatori romani; con tut-
tociò i barbari ci trovarono tanti
vestigi delle vecchie ordinanze, tan-
to de'romani che de'greci dominan-
ti ncir esarcato di Ravenna, che
poterono imparare molto nella pro-
fessione militare. Però anch' essi
ebbero spade, sciable, fìonde, dardi,
mazze, lancie, archi e saette^ scu-
di, elmi, corazze, stivali, e il resto
dell' armatura che anticamente si
usò. Adoperavano ancora tende e
padiglioni, e quasi tutti gl'istru-
menti da espugnare città e fortez-
ze, già adoperali dai greci e ro-
mani. Conservarono le nazioni set-
tentrionali dominanti in Italia le
loro antiche ordinanze nella mili-
zia. ]\on si udivano già ne' loro e-
sercili i nomi di legioni, turme ,
manipoli, coorli e simili; pure non
mancava ordine nelle truppe , e
v'erano uffiziali primari e subal-
terni : anch'essi avevano un gene-
96 M I L
rale comandante, e sotto di lui
■vari duci con subordinazione dei
minori a' maggiori, col vessillo o
stendardo, poi bandiera, da bando,
insegna ; ed una volta bande si
cliiamarono le brigate de' soldati.
Nei primi del secolo XI i mila-
nesi inventarono il famoso carroc-
cio pel mantenimento dell'ordinan-
za militare, e ne parlammo agli
articoli Carrozze , Campana , Mi-
lano, ed altrove. Essendo anche
nei bassi tempi la milizia mestie-
re d'onore, n' erano esclusi i ser-
vi, e solo ammesse le persone li-
bere. Erano ancora esenti dalla
milizia secolare coloro che entra-
ti nella milizia ecclesiastica per ser-
vire Dio , non era di dovere
che si mischiassero nel sanguinoso
mestiere delle guerre : dice il Sar-
nelli, che il primo esempio di ve-
scovi armati nelle guerre , si vide
nel 570 nella guerra de'Iongobardi
contro i borgognoni . Tultavolta
pel genio de' principi ambiziosi e
conquistatori, che vorrebbero ognu-
no fosse soldato e che tutti cor-
ressero ad esporre per essi le loro
vite, perciò ne' vecchi secoli s'intro-
dusse e durava ai tempi di Carlo
Magno V abuso di obbligare anche
i chierici e fino i vescovi a com-
parire colle armi in occasione di
guerra , pretendendo ciò, perchè
godevano beni regali, ed erano
sottoposti al peso de'vassalli, nep-
pur godendo esenzione gli abbati,
donde poi vennero istituiti i loro
Difensori (Fedi). Carlo Magno e-
sentò lutti i preti dall'obbligo di
concorrere alle armate j immensi
essendo gli scandali ed i mali che
risultavano al clero da questa trop-
po indecente usanza. Tuttavia ad
onta della mentovata disposizione
durava sotto Lodovico I Pio figlio
MIL
di Carlo, e sotto i di lui nipoti; e
nel secolo X continuavano ad esse-
re forzati a militare vescovi e chie-
rici in Italia. Di questo abbomine-
vole costume se ne trovano esem-
pi anche dopo il mille. Finalmen-
te, quanto alla milizia de' secoli
rozzi in Italia^ se taluno mancato
avesse di portarsi all'armata, ad u-
na grave pena pecuniaria veniva
condannato, e Lodovico II caricò
pili forti le penali. Ogni persona
doveva alimentarsi del suo, e po-
teva mandare un sostituto alla
guerra.
Il sommo Pontefice, qual sovra-
no temporale degli stati della chie-
sa romana, non altrimenti che qua-
lunque altro principe, è tenuto a
conservarlo , a difenderlo , ed a
premunirlo dalle violenze che mi-
nacciassero insulto od invasione .
Ed è perciò ch'egli mantiene mi-
lizie, arruola soldati, e munisce di
guardie que' luoghi che ne han-
no bisogno. Molti Papi che ve-
neriamo sugli altari, ed altri per
prudenza, equità e virtù insigni,
non dubitarono di prendere corag-
giosamente le armi a tutela, o per
ricuperare i loro stati ; mossero
guerra giustamente a'nemici , si di-
fesero valorosamente, e seppero col
mezzo delle armi sostenere i diritti
del loro dominio temporale , il
più antico che esista j come pure
lécero alleanze, s' ibterposero per
le paci, e restarono neutrali fra
principi guerreggianti. I rapporti di
alleanza, di neutralità, di guerra o
di pace, sono nati col mondo, poi-
ché sono riferiti nel principio della
Genesi. All'articolo Famiglia Pon-
tificia, parlando dell'origine di essa,
dicemmo che dopo la pace data da
Costantino alla Chiesa, cominciando
a risplendere la maestà pontificia,
MIL
queirimperalore ne diede luminose
dimoslrazioni ai santi Pontefici Mel-
clùade e Silvestro I, ed a questi
assegnò una squadra di venticinque
nomini armati per di lui custodia,
servien/cs arinorum, poi detti Maz-
zieri del Papa [ledi), ancora esi-
stenti. Volendo l'imperatore Giusti-
niano li incarcerare s. Sergio I, i ro-
niani cacciarono da Roma le guar-
die per ciò spedite, e questa fu la
prima volta che gl'italiani presero
le armi in difesa de' Papi. Altret-
tanto fecero in favore del succes-
.sore Giovanni VI del 701, contro
r esarca, esponendosi piuttosto a
soffrire i maggiori pericoli per la
salvezza de' Pontefìcij che lasciarli
indifesi nelle mani de'greci. Da que-
sto tempo pertanto cominciò a
mancare la forza degli esarchi, ed
a crescere quella de'romani Ponte-
fici, pei quali la truppa si dichia-
rava, senza che perciò i Papi si
abusassero di questo favore milita-
rèj che anzi si opposero alla ven-
detta de' soldati. Verso il 780 Ro-
ma e il suo ducato sottoponen-
dosi volontariamente a s. Gregorio
II, sotto di lui ebbe origine il do-
niinio temporale delia santa Sede;
e volendolo occupare Lui|prando
re de'iongobardi, il Papa l'incontrò,
ammansi e rese ossequioso. Aven-
do certo Tiberio sollevati alcuni
nel ducato romano, s. Gregorio li
spedi milizie contro i ribelli. Sic-
come delle cose riguardanti le mi-
lizie pontificie e questo argomento,
se ne tratta in vari luoghi del
Dizionario, così senza tutti citarli,
li noteremo col carattere corsivo, po-
tendosi ad essi vedere un maggior
dettaglio, limitandoci in questo ad
accennar solo gli avvenimenti. Ne-
gli antichi ordini romani si par-
ia dei Dragonari, Maggiorenti, sol-
VOL. XLV.
MIL 97
dati e uffiziali che accompagnavano
il Papa nelle funzioni pubbliche, per
rimuovere la calca del popolo ; prae-
fedi navales, di cui si disse a Ma-
rina ed in altri luoghi ; e i duchi
de' militi, ed i magislri viililiun.
Per la ricupera e difesa degli stati
della Chiesa contro i longobardi e i
greci, i Papi s. Gregorio III, s. Zac-
caria, Stefano HI ed Adriano I pru-
dentemente si collegarono coi re
franchi. Sotto Adriano I del 772
incominciarono propriamente i Pon-
tefici in Roma il pieno esercizio
dell' amministrazione e sovranità nel-
le cose civili. Fedi Sovranità' dei
Pontefici.
Osserva il Galletti nel Prìniicero
p. 18, che in questi tempi già
nella chiesa romana eranvi i prima-
li laici, com' erano i duchi e con-
soli, i quali avevano i titoli di e-
minentissimi, i maestri de' militi, e
sopra lutti il superista, eh' era il
primo tra' magnati secolari. Il li-
bro pontificale di s. Leone IV fa
menzione di Graziano erainentissi-
mo maestro de' militi, e del roma-
no palagio egregio superista e con-
sigliere, e poco più sotto lo chia-
ma Gratianus Romanae Urbis su-
peristae. Dal ceto di questi primati
si assumevano i governatori delle
città, i duchi de' militi, ed erano
anch'essi non meno del Primicero e
degli altri chierici uffiziali adoperati
ne' più scabrosi affari e nelle più
difficili legazioni. Aggiunge il Gal-
letti, che dopo ancora che il Papa
per spontanea dedizione de' romani
divenne signore temporale di Ro-
ma e suo ducato, siccome non può
negarsi clie il suo dominio fosse
pei primi tempi aristocratico, di
maniera che restava ne' magnati
una parte dell' amministrazione del
governo, cos'i i suddetti primari mi-
7
98 MIL
nislri, uffiziali, chierici e laici si
mantennero nulorevoli, ed in gra-
do di molla potenza, come nei pri-
mi secoli intervennero eziandio nel-
r Elezione de Pontefici; Io ohe spe-
cialmente si conosce quando si po-
ne mente all' interregno dell'impe-
ro, dai 924 ili cui mori Berenga-
rio, fino al 962 allorché Ottone I
fu coronato dal Pontefice Giovanni
XI r, poiché nello spazio di quei
38 anni, per la resistenza de' sud-
detti magnati romani, non potero-
no mai i Papi innalzare all' impe-
ro alcuno de' re d' Italia, quali cer-
tamente in quel frattempo non
mancarono mai e si successero T uno
all'altro. Nell'VIlI secolo i suddet-
ti pontificii ministri, erano anche
detti servilia, come li chiamò A-
driano I, parlando de' più cospicui
personaggi intervenuti al sinodo da
luì tenuto in s. Pietro, cioè il bi-
bliotecario, il sacellario, il notaro,
il Duca, ed altri. Nel ritorno che
fece s. Leone ITI in Roma, dalla
•visita fatta a Carlo Magno, fu ri-
cevuto come in trionfo, e venne in
certo modo adombrata la pompa
usata poi dai Papi nel Possesso, ove
intervengono come nelle altre fun-
zioni le milizie pontificie; tra quel-
li che incontrarono s. Leone III si
nomina multaque milida. Neil' 800
s. Leone IH rinnovò l' Impero di
occidente in Carlo Magno, con far-
ne la Coronazione m s. Pietro alla
presenza dei magnati e delle mi-
lizie. Carlo Magno lascialo il titolo
di Patrizio romano, pel quale era
tenuto difendere la Chiesa , Roma
e i dominii pontificii, prese quello
d'imperatore cogli slessi e maggiori
obblighi, della quale avvocazia de-
^V Imperatori oiiclie a quelP artico-
lo «e ne parla. Inoltre s. Leone
III si collegò colla Francia per is*
MIL
cacciare dallo slato della Chiosa i
superstiti longobardi ed i greci .
Gref;orio IV fortificò Ostia per di-
fenderla dai saraceni. Questi furo-
no poi combattuti ilai napoletani
in mare per s. Leone IV, il quale
partendo egli stesso per Ostia con
un esercito, vinse i saraceni, e si
servi de' prigionieri alla fabbrica
della Città Leonina in difesa della
basilica vaticana. Qui noteremo che
nella chiesa greca, come nella lati-
na, vi furono anticamente de'mini-
slri incaricati a mantenere 1' ordi-
ne e la sicurezza nelle assemblee
cristiane, ed il rispetto dovuto ai
sacri templi ed ai misteri che vi
si celebrano, e ne Iralliamo a' luo-
ghi loro. Non era in allora per-
messo ai militari di presentarsi ar-
mati per assistere ai divini ufGzi
o per qualsiasi altro titolo. Questa
costumanza tollerala in oggi nella
chiesa latina, venne introdotta do-
po il IX secolo. Air articolo Cap-
pelle Pontificie ed altrove si dice
che chi riceve la comunione dal
Papa non deve cingere la spati, i,
così se gli somministra l'acqua al-
la Lavanda delle mani; in diversi
luoghi si parlò delle armi che in
segno di duolo si tengono a rove-
scio, come nel triduo della settima-
na santa, e ne' funerali novendiali
de* Pa|)i, P'eggasi, Barlhius ad Sta-
lium, 1. IH, p. 428, De signis oh-
versis, et conversis ad huniwn cu-
spidibus. Beuwitz, Arnia et insi-
gnii vertendi iisus. De Blasi, Co-
stume di deporre le armi prima di
entrare in chiesa. Quanto ai no-
vendiali, riporta il conlempornneo
diarista Cecconi, che in quelli di
Innocenzo XIII, intorno al tuinuK)
assistevano in piedi i cavalleggicri,
vestili di casacche rosse con forra-
iuolo nero, e con candele in ui;i-
MIL
ho accese di cera gialla, ed i maz-
zieri slavano colle mazze calate.
Nel 916 Giovanni X co\ soccor-
iso de' principi sconfisse interamente
i saraceni, annidati da ^o anni
liei castello di Garigliano, alla fron-
te dell'armala, e vi si portò egual-
tnente sì da Papa che da generale,
come affermano Lenglel, Priiicìpxi
della storia t. VII, par. I, e Bor-
gia, Storia del dominio della s. Sede
nelle Sicilie , p. 64, n. XXXV.
Giovanni XII prese al suo soldo
)e truppe ausiliari del duca di Spo-
leto, e Unitele alle sue, armato di
lorica e di elmo, guidolle in per-
sona contro il principe di Capua,
il quale lo disfece complelatnenle.
Giovanni XF detto XVI era peri
to delle cose militari e di guerra,
e vi cotnpose de' libri. Benedetto
VlIIy nel 1016 radunato copioso
esercito riportò completa vittoria sui
saraceni; e devastando i greci la
Puglia obbligolli a ritirarsi a mezzo
di Rodolfo principe di Normandia.
Autore propriamente della milizia
papale, si fa Gregorio VI del io44)
secondo il p. Cristiano Lupo, Con-
dì, t. Ili, p. 365j altri aggiungendo
che pel primo organizzò la truppa
pontificia nel Suo slato, dandole
ordine e divisa, perchè l' Italia
era piena di ladri, e i laici inva-
devano le possessioni di s. Pie-
tro, non potendo soccorrerlo l'im-
peratore. Occupando i norman-
lii i patrimoni della Chiesa, s. Leo-
ne IX nel I o53 armò milizie
proprie, e condusse egli stesso con-
tro loro l'esercito , e benché vinto
e prigioniero, diede la legge ai vin-
citori , quando con Unfredo loro
capo corsero a baciargli i piedi, e
chiedergli perdono e assoluzione del-
le colpe : tutto concesse il Papa
in un al paese occupato in feudo
MIL 99
della Chiesa. I tedeschi comandali
da Werner o Guarnieri svevo, pe-
rirono a fìl di spada per affrontare
il nemico più numeroso, quando le
niilizie pontificie erano in rotta: essi
erano stati condotti da Germania
in Roma dal Papa, il quale avea
fama di valente guerriero; gli altri
comandanti dell' esercito pontificio
furono Rodolfo principe di Bene-
vento, e il duca Argiro. Fu s. Leo-
ne IX biasimato per aver poco
prima stabilito nel concilio di Reims:
ne qiiis ctericonini arma militaria
pestarci aul mundanae mìlitiae de-
servirei. 11 Pontefice però avea di-
chiarato santa la guerra contro i
normanni, perchè non si potesse
tacciare di mundanae militiae. Di-
fende s. Leone IX il Borgia, Me-
morie stor. t. Il, p. i5, citando il
Bellarmino , cap. II, De potest.
sutn. Pontif. in reh. temporalib. ad-
versus Barclajum ; ed il libro di
Giovanni di Cartagena, Propugna-
cnlum calholicuni de j lire hello ro-
mani Ponlifìcis adversus ecclesiae
fura violantes, Romae 1609. Egli
dice, che non disconviene ai Papi,
come principi temporali, il maneg-
gio delie armi materiali, al pari
ch'è permesso ai principi secolari,
e nello slesso modo che con lode
l'adoperarono in difesa della patria
i fortissimi Maccabei , ch'erano in-
sieme sommi sacerdoti e principi,
e Mosè pure sapientissimo pontefice
e principe, contro gli amorrei per-
turbatori del Suo popolo; né fu già
s. Leone IX, come alcuni scrissero,
il primo ad usare le armi, facendo
il Borgia il novero di que'Papi, che
prima e dopo di lui l' imbrandiro-
no. In proposilo riporta il seguen-
te scritto di s. Bernardo a Euge-
nio IH, De considerai, cap. 3, lib.
4. •' Quid tu deauo usurpare già-
1 oo Mi L
diuai tentas, queni semel jussus
es ponere in vaginam ? quem ta-
men, qui tuuuj negai, non salis
iiiihi videtur attendere verbum
Domini dicentes sic: Converte gla-
dium tuum in vaginam. Tuus er-
go, et ipse tuo forsitan nutu, etsi
non tua raanu evaginandus. Alio-
quin si nullo modo ad te perline-
ret, et id dicenlibus aposlolis: Ec-
ce gladii duo Ilio, non respondisset
Dominus, salis est, sed nimis est.
Uterque ergo ecclesiae, et spiritua-
lis scilicet gladius, et materialis:
sed is quidem prò ecclesia; ille ve-
ro et ab ecclesia exercendus est,
eie. ". Veggasi inoltre il Gretsero,
Exaniìn. mysler. Pless. cap. QQ ;
ed il Viltorelli nelle aggiunte al
Ciacconio, Fit. Pouf. t. HI, col.
821, 822, ove lungamente accenna
un gran numero di rinomali Pon-
tefici, che o fecero o persuadettero
ad altri di far la guerra in difesa
de'loro stali. Veggasi pure Enrico
Luigi Chastaigner de la Rochepi-
zay nella Apologie cantre ceux qui
diseìit, qu'il nest pas perinis aux
ecclésiasliqiies d'avoir recours aux
armes en cas de nécessité, 1 6 1 5.
Nella biografia di s. Gregorio
VII ampiamente si dice come qual
collegalo della gran contessa Matil-
de, fu da questa difeso dalle armi
di Enrico IV e di altri; e chi al-
tro adoperò eserciti allo stesso fine.
Urbano II nel logS promulgò nel
concilio di Clermont la prima Cro-
ciala contro i mussulmani e sara-
ceni, con diversi premi spirituali
ed esenzioni ai Croccsignati, per
fare la sacra guerra a qua' barba-
ri, e liberare da loro i luoghi san-
ti di Palestina : nel discorso il Pa-
pa fece conoscere lo stalo lagrime-
vole deli' Europa, vicina ad essere
tutta inondata dalle orde dell' isla*
MIL
mìsmo. Ma l'abbondanza di pelle-
grini armati, che senza disciplina
e senza comando ingrossava una
banda immensa di truppe, ritaidò
i più grandi successi che potevano
attendersi, perchè molte violenze
inaspirono i paesi di transito, e di-
menticandosi il dignitoso scopo di
tali spedizioni, da alcuni storici non
si dettagliarono che le colpe dei
paiticolari. Ciò non ostante si è
convenuto, che tali imprese molto
giovarono, e per arrestare il tor-
rente de' mussulmani, e per lo sles-
so progresso delle lettere e civiliz-
zazione, oltre i vantaggi che recò
neir arte della guerra. Ai citati ar-
ticoli si vedrà di quanto zelo fu-
rono infiammati i Papi, per la li-
berazione de' luoghi santificali dal
Redentore, e chi voleva porsi alla
testa delle Crociate. Calisto II nel
1121 condusse l'esercito de' nor-
manni all' assedio di Sutri ove eia-
si rifugiato 1' Antipapa Gregorio
Vili. L'assedio fu comandato dal
valoroso cardinale Giovanni di Cre-
ma, con un valido corpo di trup-
pe romane: arrestato 1' antipapa fu
presentato a Calisto II sopra uu
cammello colla faccia rivolta indietro.
Nelle Antichità longobardiche mila-
nesi, la dissert. XIX tratta sopra
alcune indecenti e ridicole manie-
re usale una volta coi vincitori dai
vinti, i cui esempi in molti Itìoghi
producemmo. Onorio //essendo in
Benevento i\e\ 1127, Ruggiero nor-
manno conte di Sicilia circondò la
città di soldatesche; ma il Ponte-
fice lo scomunicò in un a chi lo
aiutasse, domandò nel i i 28 soccor-
so neir assemblea di Capua, e l'eb-
be copioso. Per accalorare la spe-
dizione, Onorio II concesse indul-
genza plenaria delle pene canoni-
che ( cosa in qua' tempi assai rara,
I
M I L
perchè erano ancora in vigore i
canoni penitenziali) a chiunque pen-
tito, confessalo e comunicato mo-
risse in quella guerra, e la metà di
dette pene condonò a chi confessa-
lo e pentito non vi fosse rimasto
morto. Presto si mosse l'armala de-
gli alleali, e con prospero successo
Jienevenlo fu liberata dalle gravi
nn'naoce de* potenti normanni. Que-
sti travagliando i popoli di Puglia,
Onorio li si recò a Troia, ove mol-
ti bamni si colltgarono con lui. Al-
lora Ruggiero si sjccampò in vista
dell' esercito pontifìcio, il quale di-
minuito dalla diserzione de' soldati
per la penuria de' viveri e di pa-
ghe, mosse il Papa a concedere al
conte l'investitura della Puglia. In-
nocenzo II nel I 1 32 si unì con Lo-
tiirio II, per scacciar col diluì eserci-
to da Roma l'antipapa Anacleto II j
condannò nel concilio Laleranense
II Arnaldo da Brescia, che sostene-
va non potersi salvare i chierici che
possedessero fendi o benefizi slabili,
i quali solo appartenevano a' laici.
Essendosi impadronito della Puglia
Ruggiero duca di Sicilia, il Papa
si . armò e gli mosse guerra, ma
con insidie fu imprigionalo coi car-
dinali, da Guglielmo suo figlio.
Trattalo onorevolmente dal duca,
lo riconobbe per re, e Io investì
delle due Sicilie col Gonjalone. Ri-
bellatisi i romani arnaldisti a Lu-
cio II, questi con un esercito mar-
ciò sul Campidoglio per reprimerli,
ma ferito da un sasso morì. Euge-
nio IH nel I i49, aiutato dalle
tiuppe del re Ruggiero, trionfò de-
gli arnaldisti ron)anij sempre rivo-
luzionari per ristabilire il Senato e
il Prefelto di Roma, non contenti
più del patrizio. Sollevati nuova-
mente i romani da Arnaldo, nel
1 1 54 Adriano IV . sottopose Roma
MIL IDI
airinlerdetto, e Arnaldo fti brucia-
to dal prefetto. Adriano IV inoltre
scomunicò Guglielmo I re di Sici-
lia, per le ostilità commesse nel
regno di Napoli, indi gli dichiarò
la guerra per quella mossa agli sta-
ti romani dal re; e siccome questi
r incominciò con devastare i con-
torni di Benevento, a difesa di es-
sa il Papa si recò con naolte sol-
datesche, e vi fu riconosciuto supre-
mo signore dai baroni della mede-
sima. Il re bloccò la città, e Adria-
no IV per impedire i funesti succes-
si della guerra, si pacificò, e gli
concesse l' investitura delle due Si-
cilie.
Alessandro III ebbe un ponti-
ficalo pieno di travagli, perchè Fe-
derico I sostenne colle armi gli an-
tipapi che insorsero contro di lui,
che però fu difeso da diversi popoli.
Sotto Celestino III i romani di-
strussero il Tusculo: abbiamo nar-
ralo le guerre che precederono tal
catastrofe all' articolo Frascati. Il
«uccessore Innocenzo IH rivendi-
cando alla Chiesa molti suoi domi-
nii, e per sua difesa, sostenne quel-
le guerre, che con diftusione ripor-
tammo alla sua biografia. Grego-
rio IX fu in gravi dissensioni con
Federico II, il quale movendogli
contro il duca di Spoleto, il Papa
a reprimerlo spedì un esercito co-
n)andalo dal caidinal Giovanni Co-
lonna, e Giovanni di Brienne re di
Gerusalemme colla qualifica di ca-
pitano generale delle milizie papali,
i quali ricuperarono le occupate ter-
re. La guerra terminò nel 1280
col trattato di pace conchiuso con
Federico II in s. Germano. Milone
vescovo di Beauvaìs con buon corpo
di truppe si portò a soccorrere il
Pontefice; indi pullularono le guer-
re Ira i romani e Viterbo, ed i
103 MIL
beneventani a difesa di Gregorio
IX 6Ì armarono contro l' imperato-
re invasore delle terre ecclesiasticlie,
ma a cagione de Ghibellini soccom-
bettero. Continuarono le vertenze
di Federico II con Innocenzo IV^
pel quale il cardinal Capocci voma,-
no combattè in Sicilia vestilo pon-
tificalmente, e cinto di spada e
corazza, con che ispirando corag-
gio alle milizie pontificie disfece le
cesaree. Indi Innocenzo IV bandi
la crociata contro V imperatore.
Quando Manfredi, bastardo di Fe-
derico II, volle occupare il regno
di Napoli, in questa città si portò
Innocenzo IV con un esercito, ca-
pitanato dai due cardinali Fiesclii
suoi nipoti, Guglielmo ed Alberto
conte di Lavagna e Generale, di
s. Chiesa. Morto il Papa in Napo-
li, i cardinali intimoriti per la vit-
toria riportata da Manfredi sulle
truppe pontificie, elessero pronta-
mente Jlessandro IV ^ che colle
anni de^ crociati rintuzzò quelle di
Ezzelino III, e pacificò i veneti cui
genovesi, secondo il pietoso e pa-
terno costume de' Papi, pel quale
spedirono apocrisari, legati e nunzi
in tutte le parti, interponendosi efll-
cacemenfe con tutti i principi e le
nazioni, come ai loro luoghi notia-
mo ; con che impedirono guerre,
spargimenti di sangue e infiniti mali.
Nel 1261 Urbano IV coli' armata
de' crociati disfece le truppe tedesche
di Manfredi : di queste crociate con-
tro i perturbatori della pace e liber-
tà ecclesiastica, gli eretici, scismatici,
e nemici della santa Sede, ne ri-
portiamo le notizie al voi. XVHf,
p. 3oi e .seg. del Dizionario. Ur-
bano IV fabbricò la rocca di Mon-
lefiasconey che altri Papi fortificarono
^d abbellirono. Clemente /^chiamò
^a Francia Carlo I d' Angiò per cac-
MIL
ciare il tiranno Manfredi dalle due
Sicilie, feudi della Chiesa, e poi di
essi l'investì. Gregorio X emanando
leggi pel Conclave, ne dichiarò custo-
de il Maresciallo, ai quali articoli si
parla quando armaronsi truppe pev
difesa del conclave, ciò che dioesi
ancora a Goverpiatore, parlandosi
di quello del conclave, e quali sol-
dati in sede vacante comandava il
niaresciallo, e quali ora dipendono
da Ini. Martino IV sostenne pa-
recchie guerre per ricuperare e di-
fendere i dominii della Chiesa con
truppe ausiliarie francesi, come si
disse a Forlì ed altrove. Quanto
a Bonifacio Vili, si può yedere il
suo articolo e quelli relativi.
Nel secolo XIV si celebra l'inven-
zione della polvere da cannone in
Europa. Pare che da remotissimi
tempi già la conoscessero i cinesi.
Altri la attribuiscono al reSalomonCj
e dopo il IX secolo ne parlò Marco
greco nell'opera intitolata: Liber
ignium^ insieme ai Fuochi d' artifi-
zio. Altri al medico arabo Mesue,
fiorilo in piincipio di detto secolo.
Molto si è scritto sull'invenzione
della polveie e sulla sua anlichilù.
Quanto all'Europa se ne fa inven-
tore il tedesco francescano lìcttol
do Schwartz, altrimenti nominato
Costantino Angliksen, che la ritro-
vò in Colonia, occupandosi in o-
perazioni chimiche nel i3?.o ovvero
nel r36i. Osservano alcuni, che nel
secolo precedente eravi stata qualche
ricerca che poteva condmue a tale sco-
perta, descritta dall' inglese monaco
Ruggiero Bacone in un libro pul)-
blicato a Oxford nel 1216, De nul-
lilate magiao. Pare che l'uso della
polvere in Europa avesse principio
verso il I 338, non per uccidere gli uo-
mini, ma per attaccare le fortezze.
Non si deve tacere che nel i3i^
MIL
li re di Giauata, assediando Caza,
diede fuoco ad una macchina che
produsse terribile esplosione ; e nel
1342, all'assedio di Algesiras, Al-
fonso XI adoperò armi da fuoeo
e micidiali. Qualunque sia 1' autore
di questa grande scoperta, certo è
eh' essa portò uu notevole cangia-
mento e una intera rivoluzione Del-
l' arte militare; invenzione che for-
ma epoca negli annali del mondo.
Ora si vorrebbe sostituire alla polve-
re, il cotone esplosivo fulminante,
o colon-polvere, ma ad onta di
molti fautori non pare che prevale-
re, perchè sinora nella preparazio-
ne e nelle sue conseguenze è sog-
getto a troppi inconvenienti e pe-
ricoli, ed è necessaria uu'aulorizza-
zione speciale, per cui molli gover-
ni ne proibirono la preparazione e
lo smercio. Sull'origine dell'arti-
glieria, il Cancellieri nelle Dìsseri.
epist. p. 252 e seg. ripoj-la una bi-
blioteca di scrittori che ne trattar
rono, come di altre anni da fuo-
co, e della polvere da alcuni chia-
mata diabolica, da ^\\.y\ creduta u-
tile.
Stabilita nel i3o5 da Clemente
V la residenza pontificia in Fran-
cia e in Avignone^ molti prepoten-
ti proliltarono dell'assenza de'Pon-
teflci da Roma, per usurpare le
terre della Chiesa e promuovere ri-
bellioni, come si può vedere a' luo-
ghi loro, ed a Giovanni XXil, Be-
nedetto XII, Clemente VI, ed In-
nocenzo VI. Questi nel i353 spe-
dì in Italia il celebre cardinal
Egidio Albornoz per legato e ca-
po supremo dell' esercito pontifi-
cio collettizio che armò, e col qua-
le ricuperò tutto il tolto alla Chie-
sa (a suo tempo e nel i358 l'e-
sercito pontificio faceva uso delle
bombarde, secondo il Fautuzzi, Mo-
MIL io3
uumenti t. V, p. XXII, e ti fab-
bricavano in Santarcangelo; furono
suoi generali Ridolfo Varani ed il
nipote Gomez Albornoz, pei* non
dire di altri), laonde delle sue guer-
resche gesta se ne parla in molti
luoghi. Eresse o riedificò diversi
forti nello stato ecclesiastico, come
in ForPi e Spoleto ; e delle terre
ricuperate ne presentò le chiavi in
più carri a Urbano V. A questi suc-
cesse Gregorio A/, che dichiarò la
guerra a Bernabò Visconti signore
di Milano, perchè molestava le
terre della Chiesa, inviando a com-
batterlo un esercito sotto il coman-
do del duca di Savoia, dicendolo
alcuni il primo Papa avignonese
che propriamente da quella città
armò milizie pontificie, e le spedì
in Italia, con Galeotto Malatesla ge-
nerale della Chiesa, e per legato il
cardinal Pietro d'Estain, il quale
prese a soldo Giovanni Aucuto in-
glese capo d'una compagnia. Anche
il predecessore Urbano V con Car-
lo IV avevano preso ai loro sti-
pendi Luigi Gonzaga signore di
Mantova, contro i Visconti slessi.
Inoltre Gregorio XI scomunicò i
fiorentini, e mandò a combatterli
il cardinal di Ginevra, poi an-
tipapa Clemente FU, e nel l'ò'j'j
restituì in Roma la residenza pa-
pale, ricevuto dai romani e loro
Banderesi colle insegne, e tripu-
dianti. Il cardinal di Ginevra, di
carattere crudele, con seimila bre-
toni e guasconi a cavallo, e quat-
tromila pedoni o fanti, ricuperò
vari luoghi, come Cesena, ma inau-
dite furono le barbarie della sol-
datesca. Poscia il Papa fece Rodol-
fo Varano capitano della Chiesa,
e morendo nel 1378 lasciò l'Italia
in aspra guerra.
Urbano FI che gli successe vide
io4 MIL
insorgere il funesto e lungo seismo,
che soslenulo dall' antipapa Cle-
mente VII e successori, fu cagione
<li mollissime guerre e d' indescri-
vibili mali. Nel iSyg l'antipapa
spedì contro Urbano VI un e-
sercito, che jierò fu sconfitto pres-
so Marino dalle milizie pontificie,
ed allora fu che il Castel s. An-
gelo occupato dai francesi, questi
lo consegnarono ai romani : questa
vittoria il Pontefice la celebrò con
processione a piedi scalzi. Più tar-
Aì, e nel iSSy, vedendosi Urbano
VI senza esercito e denaro, invilo
tutti i vescovi ad esorlare i popo-
li col premio delle indulgenze a
prendere le armi per la bandita
crociata, e somministrare denari
per far guerra ai scismatici nemi-
ci della Chiesa, intanto che i sol-
dati pontificii fecero a pezzi Angelo
prefetto di Roma, come fautore del-
l' antipapa . Bonifacio IK che gli
successe fortificò il palazzo aposto-
lico, il Campidoglio e il Castel s.
Angelo, e si fece rispettare più dei
predecessori. Aiutò Ladislao re di
Napoli con quattromila cavalli e
seimila fanti di truppa papale, con
che prese Capua ed Aversa. Sotto
Bonifacio IX fu capitano delle armi
pontificie il conte di Carrara. Dipoi
Uonifacio IX pubblicò la crociata
contro Onoralo Cactani conte di
Fondi, scismatico, che tentava arre-
stare il Papa, se le guardie di Cam-
pidoglio non l'avessero respinto
coi Colonna. Quindi Innocenzo FU
dovette reprimere diverse sommos-
se de' ghibellini contro i Guelfi, e
le sue guardie rintuzzarono i ribel-
li a Ponleinollc. Lo scisma incru-
delì, quando contro Gregorio XII
i'u eletto Alessandro V, al quale
successe Giovanni XXIII, adatto
più alle cose militai], che alle ec-
MIL
clesiastiche, deposto quindi nel con-
cilio di Coitanza. Nel voi. XXIV,
p. gS del Dizionario si narrò co-
me formalmente Giovanni XXIII
in Bologna fece capitano generale
Uguccione Contrario, già genera-
le maresciallo della Chiesa: fu pu-
re suo generale Gio. Francesco
Gonzaga. Coli' elezione di Marti-
no V riebbe pace la Chiesa e 1' I-
talia , terminando le funestissime
guerre. D' ordine di Martino V
furono fatte in Roma diverse bom-
barde, delle quali fino all'invasione
francese se ne conservavano in Ca-
stel s. Angelo e nelle altre fortez-
ze dello stato. Laonde sino dai
priraordii del secolo XV esisteva
un principio del corpo degli arti-
glieri pontificii e addetti al maneg-
gio delle bombarde, le quali ser-
vivano per le batterie della mura.
Questa potente arma, già nel seco-
lo piecedente la dicemmo esercita-
ta pei primi dalle milizie papali, e
più anni avanti del i38o, in cui
per la prima volta, scrissero alcuni,
eransi vedute bombarde nella guer-
ra di Chioggia Ira i genovesi ed
i veneti che ne fecero uso, conser-
vandosi in Genova un loro canno-
ne di cuoio preso in tale occasione.
A Bartolomeo Coleoni bergama-
sco si dà il vanto di avere pel pri-
mo fatto uso dell' artiglieria di
campagna, nella sanguinosa batta-
glia data nel bolognese alla Moli-
nella li 25 luglio 1467, in favore
de' veneti, contro i fiorentini co-
mandati da Federico II di Monte-
feltro. Qui noteremo che le armi
da (ùoco portatili furono inventate
circa la metà del secolo XV, ed
erano assai differenti dalle attuali,
cliiaroandosi in principio cannoni
da mano, e consistevano semplice-
mente in un tubo di ferro foralo
MIL
«la un focone senza cassa e balle-
ria. Acciocché non rinculassero vi
si aggiunse un uncino d'appoggiar-
si sopra un' asta di legno o di
metallo, onde presero nome d' ar-
chibugi, e divennero comuni ai sol-
dati a piedi, pivi leggieii essendo
quelli de' cavalieri. Poi s'introdus-
sero gli archibugi a miccia, e di-
minuiti nel peso chiamaronsi mo-
schetti, indi s'inventarono quelli
(letti a ruota. I granatieri presero
tal nome perchè destijiali a trar le
granate nel secolo XYl in cui s'in-
ventarono, prima essendo chiamati in
Francia figli perduti, perchè servendo
all' antiguardo e alla sicurezza dei
fianchi delle colonne, come ove più
grave era il pericolo, erano i piìi
esposti : considerati il nerbo del-
l' esercito, ciano meglio pagati, ve-
stili ed. armali degli altri soldati.
JN'el secolo XVI ebbe luogo l'in-
venzione delle pistole in Pistoia,
onde ne presero il nome, come vo-
gliono molti. Sotto Luigi XIV si
introdussero i fucili armati di baio-
nette : V invenzione si atlribuisce a
Scarmelte, ma esse fecero in guer-
ra perdere l'uso della spada. Ora
può dirsi che la guerra si fac-
cia più colla geometria, che colla
polvere, perchè la testa vale assai
più delle braccia.
Eugenio I F sostennediverse guer-
re contro i suoi nemici ed usurpatori
de'dominii della Chiesa, ed ebbe a
celebri generali i cardinali l^itelkschi
e Mezzarota. Eugenio IV aiutò, il
re di Ungheria contro i turchi, invian-
do per legato il cardinal Giuliano Ce-
salini che restò morto sul campo.
Calisto III ha la gloria di aver
pel primo nel i455 formalo la
ponlilìcia Marina, per reprimere le
conquiste de' turchi, contro i quali
Pio II promulgò la crociata nava-
MIL to5
le, alla cui testa doven partire da
Aiìconay facendo perciò lega con
diversi sovrani. Inoltre Pio li sos-
tenne le guerre contra i Malate-
sta ed i Manfredi, signori di Hi-
minì e di Faenza. Tra i cardina-
li che creò vi fu Francesco Gon-
zaga, sempre occupalo nelle armi
ed esercizi militari. Paolo II del
i46/f fu benemerito della pace di
Italia, che solennemente pubblicò
nella Chiesa di s. Marcoj spedi
le milizie pontificie contro i Mala-
testa, e fabbricò varie Fortezze dan-
done il comando a prelati e a
degni ecclesiastici. Ad istanza del
re di Fiancia fu costretto creare
cardinale Balve, il quale dedito a-
gli allari della guerra, fu veduto
in rocchetto e mozzetla porsi alla
testa delle truppe. Allorché Paolo
li creò cavaliere di s. Pietro, Ber-
so duca di Ferrara, gli calzò i
sproni Napoleone Orsini generale
di s. Chiesa.
Sisto IV sostenne la guerra con-
tro il re di Napoli e il duca di
Ferrava, e presso Velletri le sue
milizie riportarono celebre vittoria,
in memoria della quale edificò la
Chiesa di s. Maria della Pace. In-
di si collegò contro i veneziani, no-
minando vicario dell' esercito pon-
tificio Alfonso figlio di detto re.
Sotto Sisto IV fu generale delle
milizie papali Virginio Orsini. 11
bisogno di denaro per fare questa
ed altre guerre, lo costrinsero ad
alcune azioni che produssero censu-
re; e fu al dire del Bonanni il pri-
mo che prese gli Svizzeri per guar-
dia del Papa. Nel i484 gh successe
Innocenzo FUI: terminò la guer-
ra coi veneti, coi quali si alleò in
un ai genovesi, per resistere a quel-
la mossagli dal re di Napoli e da-
gli Orsini, dichiarando generale del-
io6 MIL
la Chiesa Roberto Sanseverino. T>nn-
jdì la crociala contro i twrchi in
favore de'polacclii, ed altra ne pro-
inulgò a difesa del cristianesimo.
Sotto lnno<:enzo Vili, o avanti di
lui, principiò ad avere origine la
guardia del corpo Cavalleggieri .
Elevato al pontificalo Alessandro
f"^ I, già prodegenerale dell'eserci-
to ecclesiastico, egli si uni in al-
leanza cojitro Carlo Vili re di
Francia, e col marchese di il/<i«-
/oi'rt dichiaralo «apo dell'esercito:
il Papa pubblicò la lega in s. Mar-
co dopo la messa al snono delle
campane di Campidoglio e delle
phiese di l\oma. Dipoi Alessandro
Vi, vedendosi in Boma Carlo Vili
con forte esercito, si col legò col re
di Francia per la conquista del
milanese, e fra i cardinali che creo
vi fu Ippolito cVEstf. che nel mestie-
re delle armi pareggiò i migliori
capitani di (juel tempo. Pandi la
crociala contro i turclji, alleando.si
a tale edetto con molti principi, e
promettendo recarvisi in persona.
Dichiarò il famoso Cesare Borgia
suo figlio, f'essiilifero e generale
della Chiesa; e comandante dell' e-
jiiMcito cristiano contro j turchi il
caidinal d' Aubusson gran maoslro
dell' ordine Gerosolitnitano . Indi
Cesare fece la guerra ai Colonnesi,
ai Sin'dli ed agli Orsini; ed in più
incontri il Papa adempì con mi-
rabile destrezza l' uffizio di capita-
|io generale, meptre Cesare colle
milizie pontificie s' impadronì dello
principali città e luoghi dello stq-
to, imprigionandone o sagrificando-
rie i signori, come si dice in mol-
li articoli. 11 Papa fece edificare il
forte di Civita Castellana, sulle
rovine della rocca anticy, poi com-
pilo da Giulio II e Leone X. War-
ffifjo gì' istorici che Alessandro VI
MIL
trattò perfettamente le sue nume-
rose truppe, e pose i successori in
isfato di figurare nel mondo come
possenti sovrani ; e dicesi che pre-
se il nome d' Alessandro per l'am-
mirazione sua verso il conquistatore
macedone. Alla sua morte. Cesare
colle sue numerose truppe voleva
comandar nel Conclave j ma il po-
polo difese i cardinali, i quali fìe-
cero armare quattromila soldati ;
l'eletto Pio III dovette salvare in
Castel s. Angelo Cesare, che poco
prima era stato lo spavento d' Ita-
lia. Come lo zio, Pio III avea in-
tendimento di riunir poderose for-
ze, e marciare contro il formidabile
nemico del nome cristiano.
Il di lui successore nel i5o3 fu
Giulio II, che assunse tal nome for-
se per intlicar la grandezza de'suoi
pensieri e la virtù militare,, con cui
procurò d' imitare Giulio Cesare.
iNel fermo intendimento di ricupe-
rare alla Chiesa le (.erre occupate
dagli stranieri o dai tiranni, riprese
quelle che riteneva Borgia, che dal-
le galere pontificie fece condm-re
in Ispagiia, e nel i5o6 partì da
Kouia coir esercito, impossessandosi
di IJologna e Perugia, e facendo
gonfaloniere e capitano generale il
marchese di Mantova. Renitente la
repubblica veneta a restituire Faen-
za, Rimini ed altri luoghi, con-
chiuse il famigerato trattato d' al-
leanza di Cainhray. conilo di essa;
la quale per le gravi perdile fatte nel-
la guerra implorò e ottenne perdono
dal Papa. Allora gli mossero guer-
ra i francesi, anco per scjstenere il
iduca di Ferrara, p Giulio li per.
meglio allcudervi passò a Bologna,
ivi unendo le proprie milizie alle
spnguuole, dipoi si portò in Raven-
na, e la sua armata fu rotta dal ne-
mico, mentre col soccorso degli spa-
MTL
gnuoli evilò cader prigioniero due
volle: dolente ancora per la caduta
«di Bologna si lasciò crescere la bar-
ba. Tultavolta lungi dall' abbatter-
si, e dimenticando i pericoli corsi,
alla testa delle proprie milizie as-
sediò la Mirandola della famiglia
Pico, nel più rigido inverno, fissan-
flo il quartiere vicino alle batterie.
Difendevano la piazza Galeotto li
figlio di Luigi e della vedova di
questi figlia del maresciallo Tri-
vulzio, il quale Luigi l' avea tolta
al fratello Gio. Francesco III pro-
letto dal Papa. L'artiglieria ponti-
ficia si coprì di gloria, ed il Papa
da generale vincitore entrò per la
breccia pella piazza a' 20 o 12 1
gennaio i5ii, mettendo in posses-
so della Mirandola Gio. Francesco
III. Proseguendo la guerra, strinse
lega coir imperatore , coi re di
Spagna e d' Inghilterra, e con
quegli altri principi descritti alla
sua biografia, patto che si chiamò
sacra unione. Stando Giulio II in
Ravenna, nel marzo 1 5 1 1 creò car-
dinale lo svizzero Matteo Schiner
p Lango per aver procuralo al
Papa un soccorso di truppe svizze-
re, pel quale Giulio II avea spedi-
to nunzio nella Svizzera de Grassi,
il quale in Berna conchiuse la ìevi\
^i tremila fanti. Sebbene agli i i
aprile i5i2 perdette la memorabi-
le battaglia di Ravenna, ove l'ar-
tiglieria pontificia die prove di cre-
scente perfezione, e il qardinal le-
gato Medici indi Leone X corse pe-
ricolo di restar prigioniero, pure
Giulio II riempì 1' Italia e tutta
Europa del terrore del suo nome,
vedendo a' suoi piedi i più potenti
nemici. Questi fu un Papa dato da
Dio secondo i bisogni de' tempi, il
perchè le sue 'azioni furono lodale
^al copcilip di Latcrano ip' e da
MIL 107
gravi imparziali scrittori. Nell'anno
in cui fu eletto Giulio II, ebbe
luogo quel celebre Duello tra fran-
cesi ed italiani, i quali vinsero con
decoro e gloria ancora delle mili-
zie pontifìcie, 9ui alcuno di essi ap-
parteneva.
Leone X nella seconda guerra
del suo predecessore era stalo spe-
dilo legalo e governatore di Roma-
gna, onde trovossi alla lesta dell' e-
sercilo pontificio che comandava, sba-
raglialo nella memorala battaglia di
Ravenna. Appena creato Papa per-
donò i ribelli Colonnesi, ma veden-
do che i francesi tentavano invadere
di nuovo il ducato di Milano, deli-
berò impedirlo, e si valse perciò del
soccorso degli svizzeri : i francesi
perduta la battaglia di Novara, nel
giugno i5i3 ripatriarono. I veneti
rimisero le loro conlese all'arbitrio
del Papa, ed i fiancesi si pacificarono
e furono assolti dalle scomuniche di
Giulio li. Ad impedir la divisione d'I-
talia fra la Francia e casa d'Austria,
Leone X si adoprò energicamente;
però volendo ingrandire la sua fa-
njiglia , convenne che Luigi XH
facesse un nuovo tentativo sul mi-
«lanese; ma per morte del re, ben-
ché il Papa inclinasse alla pace, si
trovò obbligato collegarsi col duca
di Milano, gli svizzeri, l'impero e
la Spagna. Francesco I vinse, ed
allora Leone X ritirandosi dalla le-
ga, alleossi con lui; Più tardi te-
inendo il suo ingrandimento gli
mosse contro l'imperatore, e ordi-
nò a Marc' Antonio Colonna di u-
nir le milizie papali alle imperiali ;
indi col proprio esercito s' impa-
dronì del ducato d' Urbino che die
al nipote, don guerra che es^iurì il
tesoro pontificio. Nel i52o Leone X
riprese Fermo e Perugia, e rivolse
le sue armi contro il duca di Fer<
. o8 m I L
«ara, indi si uni a Carlo V per
cacciare i francesi da Milano, e
procurare nuovi stati a' suoi paren-
ti Medici, dicljiarando capitano ge-
nerale della Chiesa, Federico II
marchese di Mantova. Le galere
pontifìcie unironsi alla flotta impe-
riale, e le milizie del Papa e di
Carlo V espulsero i francesi da Mi-
lano, ove entrò il cugino cardinal
de Medici, poi Clemente VII, vit-
torioso e qiial legato dell' esercito
col cardinal Lango, ricuperandosi an-
cora Parma e Piacenza. Avendo Pio
II attiibuite alla guerra contro il
turco le rendite dell' allume di
Tolfa, Leone X ne affidò l'ammi-
nistrazione all' ordine de'cavalieri o
soldati di s. Pietro da lui istituito.
Servì a Leone X il suo parente Gio-
vanni de Medici, detto delle ban-
de nere, da quelle compagnie di
ventura che a lui obbedivano, a
vantaggio della Chiesa e per espel-
lere d'Italia gli stranieri.
Eletto successore Adriano FI
mentre era nella Spagna, ne partì
con ima numerosa armata navale e
quattromila soldati ; giunto a Ge-
nova, pel sacco sofferto da questa
città, rimproverò Prospero Colonna •
e Federico II marchese di Manto-
va capitani dell' esercito pontifìcio
ed iuqjeriale nella conquista di Mi-
lano. Colla truppa spagnuola che
r avea seguito, cacciò da Rimini
Malatesta. Vedendo minacciala l'I-
talia dai francesi, si unì in lega
con Carlo V e i principati di tut-
ta Italia, in un ai feudatari dello
stalo ecclesiastico, tutti prometten-
do un contingente di cavalli e fanti
secondo le proprie forze. Perchè la
lega riuscisse vantaggiosa alla re-
pubblica cristiana, Adriano VI ac-
compagnato dai cardinali, prelati e;
altri nobili, si portò a' 5 agosto
M I L
i523 nella chiesa di s. Maria Mag-
giore, e tra le solennità della mes-
sa fu promulgata la confederazione,
dicendo 1' Oriiz famigliare di Adria-
no VI e autore della Descrizione
del viaggio, che siffatta lega per re-
primere chi osasse invadere l'Italia
si potè fare dal Papa a tutta ra-
gione di diritto, mentre quando il
Pontefice vede che a nulla giova-
no le armi spirituali, può senza
dubbio muovere le armi temporali
per difendere sé stesso e gli altri
cristiani, come rilevasi dal capo
DilcctOy de sent. excom. in sexto.
De Lagna, annotatore delTOrtiz, là
in proposito queste osservazioni. » Il
Burmanno, giustissimo difensore del-
le cose di Adriano VI, quando
giunge a questo passo, si sforza di
mettere in campo molta erudizione
ecclesiastica, colla quale mostra che
ai chierici si proibisce 1' uso delle
armi temporali. Ma tutta quella
erudizione non viene a conto. Se
il Papa è legittimamente i-e tempo-
rale, dunque aver deve la sua mi-
lizia disciplinata, e le sue fortifi-
cazioni ben guarnite, e conscguen-
temente far uso a tempi discreti ed
opportuni di queste difese delio
stalo. Il negare poi al Papa la ca-
pacità di avere legiio tem[)i)rale, è
lo stesso che voler gettare a terra
tutti i principii di natura e di le-
gislazione, che rendono legittimi e
slabili lutti i rei-ni della terra. Ma
u
coloro i quali cercano di abbattere
il dominio temporale del Papa,
prendono il coltello per la punta".
All'articolo Costaxtinopoli, nel ri-
portare tutti i soccorsi dati in de-
nari, truppe e altri modi dai Papi
per impedir l'ingrandimento della
potenza ottomana, laccmujo menzione
come Adriano VI promise soccorso
al re di Ungheria contro i turchi.
MIL
Questo non potendo effettuare per-
cliè le precedenti guerre aveaiio e-
sausto il tesoro pontificio, e l' am-
basciatore ungherese Ralbo credendo
QÌò provenir da lentezza, non con-
tento che fosse slato spedito il cardi-
nal de Vio con (niarautan)ila ducati,
ebbe l'audacia di dire al Pontefice:
Beatissimo Padre, Fabio Massimo
con indugi salvo un tempo la re-
pubblica romana quasi perduta; vo-
stra Santità all' opposto, con indu-
gi le dà l'ultimo tracollo. Già ai
tempi di Adriano VI esisteva l' ar-
ma politica chiamata Birri, che ai
nostri giorni Pio VII soppresse nel
i8i6.
Clemente VII ebiie un pontifi-
cato iiifciicissirao e burrascoso, per
Je catastrofi lacrimevoli che lo se-
gnalarono. Primieramente nel iSaS
nella chiesa di s. Giovanni in La-
terano pubblicò la lega fatta con-
tro il turco, e verso il iSaG isti-
tuì i Luoghi de' monti, per suppli-
re all'armamento ausiliare delle
milizie da lui destinate al soccorso
di Carlo V contro i turchi (poscia
i Papi successori se ne servirono
per aiutare generosamente le na-
zioni cattoliche, con gravissimo dan-
no del tesoro pontificio, che perciò
enormemente s'indebitò). Indi ve-
dendo accrescersi smisuratamente la
potenza di Carlo V in Italia do-
po la disfatta de' francesi, per di-
fèndere la regione, agli i i giugno
iSaG fece lega in Cognac con di-
Tersi principi, e per esservi il Pa-
pa alla testa fu chiamata Santa
lega, e per le funeste conseguenze
si disse poi Lega funesta a sua
Santità, poiché tranne gli svizzeri
ed i fiorentini, gli altri mancarono
agli accordi, e il danno gravitò su
Roma, la Can)pagna e la Toscana.
In questa lega il Guicciardini con
MIL 109
altri vi compresero Enrico Vili re
d'Inghilterra, col titolo di protetto-
re; ma egli solo strinse particolare
alleanza con Francesco l, eh' era
uno della lega. Ciò offese Carlo V,
che subito pubblicò la guerra al
Pontefice. I Colonnesi uniti al ne-
mico presero parte ai disastri, fecero
scorrerie nella Campagna, ed occupa-
rono Ceprano e Banco : allora Cle-
mente VII a' 24 gennaio ì5i& pub-
blicò una bolla, esortando i baroni
e feudatari del regno di Napoli a
prendere le armi e difendere gli
stati della Chiesa che assolvette d.il
Giuramento di fedeltà, contro i (Co-
lonna, e fu stampata subito da F.
Minitio Calvo tipografo apostolico,
ed nflissa ne'soliti luoghi. La bolla l'u
vuota di clletto, e poco dopo ven-
ne da Moncada generale di Cailo
V, e dai Colonnesi sorpresa la Cu-
tà Leonina, saccheggialo il Vatica-
no, onde Clemente VII salvò la
vita in Castel s. Angelo al modo
ivi narrato. Dopo breve tregua
patteggiata con Launoy generale su-
premo degli imperiali, Carlo di Bor-
bone coli' esercito imperiale compo-
sto di cattivi spagnuuli e di fanati-
ci tedeschi Luterani, non che di
venturieri, ladroni, sicari, e del su-
cidume delle plebi italiane, e di
circa quattromila ebrei, non volle
aver riguardo alla tregua. Ad onta
delle pioggie e delle nevi, traver>()
i monti di Arezzo, e giunto nelie
vicinanze della capitale del mondo
fìnse di chiedere il passaggio per
andare a JNapoli, ed essendogli ne-
gato, infervorò le sue truppe colla
promessa di ricco bollino, ed ai 5
maggio i527, profittando d' una
densa nebbia, assediò Roma. La cit-
tà fu presa il giorno seguente, do-
po aver fatto qualche resistenza i
capitani pontifìcii Orazio Baglioni,
no M 1 L
Valerio Orsini, Giampaolo da Ce-
l'e figlio di Renzo, Giaujbatlista Sa-
velli, e Ranuccio Farnese. Il nemi-
co enliò per porla s. Pancrazio e
per porla Settimiana ad ore 22. -Di-
fese per quanto potè la Cillà Leo-
nina Camillo Orsini, ma essendo
Ucciso il BorbonCj gli successe nel
comando il principe d'Oranges. L'e-
sercito nel dì seguente guadagnò
il rione Monti, e corse Roma quan-
to si estende dal monte Giaiiicolo
al Laterauo ; la prima strage fu di
700 soldati, e la guaidia svizzera
fu n)essa in pezzi , seguendo per
due mesi il più crudele saccheggio
con commettersi le più inaudite
barbarie, nulla rispettandosi, nep-
pure le chiese, le reliquie de' santi,
molti religiosi uccisi, altri vilipesi
enormemente^ contaminali i sepol-
cri degli slessi Pontefici per trame le
cose preziose, e violandosi le fem-
mine e persino le sacre vergini .
Scampò alla generale carrìiflcina
Clemente \llcon chiudersi in Castel
s. AngdOy ove ne'sette mesi che vi si
tenne assediatOj potè resistere alle
immense forze nemiche ed ai repli-
cati attacchi, mediante la bravura
dell artiglieria pontificia. La più
tremenda carestia di pane e carne,
e la più fiera pestilenza aumenta-
rono le calamilù dall'alma città, che
vide alemanni e spaglinoli conten-
dersi con micidiali discordie e uc-
cisioni, i rubamenti e le prede.
"Venne osservato che tra i soldati
periti di peste, maggiore fu il nu-
mero di quelli che ne'più fieri mo-
di avevano derubalo i monasteri .
Nota il Ferlone, Dc'viaggi clt l'api
p. 2{)4) ehe due anni dopo niuno
de'soldali che saccheggiarono Room
era più vivo, e le rapile ricchezze
passarono in altre mani. E indubi-
tato che Lauuoy o Laniioy morì
MIL
nella peste, Moncada poco soprav-
visse, e r Orauges fu ucciso all'as-
sedio di Firenze. Quindi i terraz-
zani de' feudi e tenimenli di casa
Colonna si recarono a Roma, rapi-
narono quanto era avanzato al la-
droneccio militare, cioè immensa!
quantità di utensili, e di ferrameu-
li, altro non più essendovi. Immen-
se poi furono le taglie d' ingenti
somme, che i soldati posero senza
distinzione alle cose ed alle perso-
ne, che tassavano di grosse contri-
buzioni a titolo di riscatto, operan-
do in tutto da masnadieri. Di tali
taglie diversi inediti documenti pub-
blicò il Saggiatore, giornale romanoj
n. 1 I, anno primo.
1 confederati intanto non si presero
pensiel'O di Clemente VII, solo i ve-
neti ordinarono al duca di Urbino di
lutto arrischiare per liberarlo ; ed il
i'e di Francia troppo laidi spedì aRo-
ma Lautrec con un esercito. All'arti-
colo Germania sonovi relative noli-
zie, così negli altri analoghi luoghi
riportiamo le altre, come della parten-
za del barbaro esercito imperiale, av-
venuta il 17 febbraio i528, men-
tre Clemente VII Stava rifugiato in
Orvieto, accompagnatovi da Luigi
Gonzaga detto Rodomonte, cugino
del marchese di Mantova, poi ge-
nerale delle truppe pontificie. Però
nello slesso giorno. Amico d' Ar-
soli con alcuni patrizi ed alquan-
ti cor.'si ch'erano agli stipendi del
popolo romano, infrenabili e sempre
avidi di bollino, entrarono in Ro-
ma, guastando la ripa del Tevere,
uccidendo spagnuoli e tedeschi
d'ambo i sessi, negli spedali e nelle
chiese, e predando i loro beni, ben-
ché fossero artisti pacifici stabiliti
in Roma, e derubando anche qual-
che monastero. In egual tempo i
Colonna malmenavano la Canipu-
M 1 L
gna romana, uiassìine le terre dei
signori (li voti al Papa, come gli
Altieri ed i Leni, per cui Cleuieu-
te VII scomunicò i pi edatori e
gli obbligò alia restituzione. Clemen-
te VII e i cardinali che stettero
rinchiusi con lui in Castel s. An-
gelo, per duolo eransi lasciali cre-
scere la barba: che Carlo V prese
il lutto, e die dimostrazioni di do-
lore per la prigionia del Papa e
sventure di Rouìa, lo dicemmo al-
trove. E ^ero che ciò quasi da tut-
ti gli scrittori fu preso per lina i-
pocrisia, ma se piace quanto riflet-
te il Verri, Storia di Milano t. Il,
cap. XXV, p. 25 1, sembra che non
Iòsse in suo potere liberare il Pa-
pa, essendo l'armata composta di
gregari stranieri, i quali non rico-
noscevano che i generali dai quali
erano pagali, essendo l' araìatij col-
lettizia, e radunala jjer tempo ed
oggetto determinato. Finalmente in
Bologna nel i53o segui la pace
tia il Papa e I imperatore, ove fe-
ce la di lui solenne Coronazione.
Tra i cardinali creati da Clemente
VII, nomineremo Ippolito de Ale-
dici, che lungi dal vestire da car-
dinale, tranne le indispensabili cir-
costanze, compariva con divisa da
generale, armato di spada ; o Odet-
to de Coligny, che preferendo l'ap-
plicazione delle armi e la milizia,
alla dignità ecclesiastica, fu poi de*
posto dalla porpora.
Paolo IH, per impedir la guer-
ra tra Carlo V e Francesco i, si
•portò a JVizza; indi a Lucca ac-
compagnalo da i5o soldati a ca-
•vallo, e da 200 a piedi di sue mi-
lizie, e poi a Brusseto nella dioce-
si di Borgo s. Donnino. Paolo HI
fece guerra ai Colonna, ed istituì
i cavalieri o soldati di s. Paolo j
in Perugia fabbricò la fortezza. Nel
r>ì ! L 1,1
i5j3 Giulio III pel passaggio de-
gl' imperiali che recavansi a Siena,
guarnì i confini del proprio stalo
con 8000 uomini di milizie ponti-
ficie. Il successore Marcello II, di
rigide virtù, voleva licenziare la
guardia svizzera, persuaso che il
vicario di Cristo non ha bisogno
per sua difesa delle armi di qual-
sivoglia milizia, solendo diie che
parecchi principi cristiani più col
segno della croce che con gli eser-
citi furono in molti incontri dilesi
contro i più polenti nemici ; e sli-
mar meglio che il Papa restasse
ucciso dagli empi, che dare esem-
pio di vergognosa paura, odi maestà
poco neceasariu. Al principio del
pontificalo di Paolo //^ si deve
l'origine della nobile guardia delle
Lanate spezzale. Sotto di lui ebbe
luogo la làmo.<>a guerra contro Fi-
lippo li, di cui ji.iriossi in molti
articoli, come Fecsinone, Caraffa,
Geutazzano, e Cave ove si fece la
pace : il re di Francia spedì dieci-
mila uomini in soccorso del Pon-
tefice, che prese al soldo gli sviz-
zeri j e l'artiglieria pontificia tan-
to nell'invasibne che fece della Cam-
pagna il, duca d'Alba, che nella op-
pugnazione d'Ostia del i556, ed al-
tre fazioni che occorsero, mostrò
vieppiù la sua importanza e perizia.
Gli successe nel 155^ Pio If^, il
quale era slato spedito da Paolo
III commissario dell'esercito pon-
tificio neir Ungheria e Polonia
contro il turco e i luterani, essen-
do generali delle milizie Alessandro
Vitelli e Giambattista Savelli; indi
essendo cardiiiale, Giulio HI lo
mandò soprintendente delle mili-
zie della Chiesa inviate contro Ot-
tavio Farnese duca di Parma. Pio
IV soccorse Fdippo 11 e Massimi-
liano 11 contro il turco, e Carlo
112 ]\I 1 L
IX contro gli ugonotti, per cui la
camera apostolica contrasse debiti
per un milione di scudi. Fu gene-
rale della cavalleria pontificia, Do-
menico Massimo giuniore, ch'erasi
segnalalo nell'assedio d'Ostia e nel-
la battaglia di Palianoj mori da
prode nel combattimento navale di
Lepanto, comandando una galera
pontifìcia. Avendo sposato il suo
nipote Annibale Altemps prefet-
to delle armi pontificie, con Or-
tensia Borromeo, a' 5 marzo del-
l'anno 1.565 nel cortile di Belve-
dere ebbe luogo uno splendido e
magnifico torneo, cui furono pre-
senti alle finestre il cardinal s. Car-
lo Borromeo con aliri ventidue car-
dinali, e seimila cavalieri, come si
legge nella Narrazione del inaraK'i-
glioso torneo rappresentato dall' ec-
cellcnliss. sig. conte Annibale Al-
temps generale governatore di s.
Chiesa, nel nuovo teatro di Belve-
dere, lì orna i565.
Nel i566s. Pio amando \o Stoc-
co e Berrettone benedetti, insegne soli-
te donarsi ai capitani benemeriti del-
la religione, al duca d'Alba per la
"vittoria riportata nelle Fiandre con-
tro gli eretici ribelli di Filjppo li.
Per sicurezza ò.' Avignone e contado
Venaissino il Papa somministrò gros-
se somme, milizie pontificie e mu-
nizioni da gueria. Per sostenere poi
in Francia la cattolica religione
dalle guerre degli ugonotti, mandò
a Cario \\ centocinquantamila
scudi, e 4^oo cavalli con 5ooo
fanti, di cui fece generale Sforza
conte di s. Fiora, le quali milizie
contribuirono alla segnalata vittoria
di Moncontorno. D' immensa glo-
ria riuscì a s. Pio V la triplice
alleanza concniusa contro Selim II,
per la battaglia navale vinta a Le-
panto, esscudo gcneiale della Ma-
MIL
rina papale Marc' Antonio Colon-
na, al quale s. Pio V decretò gli
onori del trionfo, al modo che de-
scrivemmo a Ingressi solemviin Ro-
ma, ove facemmo cenno delle pom-
pe trionfali degli antichi romani,
e di que' solenni ingressi in cui in-
tervennero le milizie della Chiesa,
incominciando dal tempo di Adria-
no I. Quanto alla soldatesca della
città che accompagnò in ordinanza
con abiti pomposi il Colonna, essa
era divisa in tre squadroni, il pri-
mo d'archibugieri in i36 file, e
dieci per fila; il secondo era di
picche di i5o file, il terzo d'archi-
bugi o moschetti di i i 3 file : que-
sti squadroni erano fraraezzati da
alcune file di alabarde, ed altre di
spadoni a due mani, ed altre di
paggi con spada e rotelle per or-
namento degli squadroni. Avanti di
questi andavano come per capi due
sergenti maggiori a cavallo, Dome-
nico Jacovacci e Cencio di Toffia,
con bastoni in mano, armali di cor-
saletto con calze di velluto, berret-
tino ed una banda rossa e gialla,
con tre alabardieri a piedi colle
bande de' medesimi coloii. Seguiva-
no poi per ordine le squadre degli
archibugieri precedute da due tam-
burini vestiti di rosso, con calzoni
di velluto nero, ornati da passa-
mano d'oro, con stivaletti incerati,
con colletti e maniche di maglia,
berrette con piume bellissime. L'al-
tra metà di queste squadre aveva
un sergente maggiore, cioè Fran-
cesco Spannocchi, vestito come gli
altri, con file di alabardieri vestiti
di velluto variamente, con paggi,
cinque per schiera, con celate, pen-
doni e scudi, e sopra i morioni
ayevano i soldati le banderuole
torchine. Eravi dopo questa la
squadra delle picche, avanti di cui
MIL
procedeva il sergente magj+iore
Gian Pietro Muti con 54 P'^gg" in
più file, sparsi e vestili a livrea
ornatissima, con morioni, scudo e
pennacchio. Dopo questi erano 12
vestiti alla turcliesca. Aveva questa
squadra ventisette insegne tramez-
7.ate nelle sue compagnie tutte di
seta di vari colori. Vi erano quat-
tro capitani con calzoni di velluto
ed archibuselti, superbamente ve-
stiti, seguiti da sette file di spa-
doni a due mani, e cinque file
di alabardieri, dopo i quali ince-
deva il corpo della squadra di
picche, tutti ben vestiti con corsa-
letlo, berrette di velluto con piume,
calze bianche di tela d' argento
con trine d'oro; altri in luogo di
berrette avevano in capo morioni
con pennacchi, e calzoni d'ormesino
cangiante; altri avevano in capo cap-
pelli all' ungaresca, calzoni di raso
paonazzo con trine d'argento. Succe-
deva la squadra de* moschetti, in-
nanzi alla quale andavano venti
file di alabarde con paggio e ca-
pitano vestiti superbamente; poi
seguivano le file de'moschetti. De-
\esi rimarcare, che tanto nella guer-
ra delle Fiandre, che per mare
sulle galere pontificie, le artiglierie
di s. Pio V si fecero molto onore,
e molti uflìziali e soldati delle altre
milizie dierono riprove di sommo
valore e perizia militare, come in
altri incontri. Il Papa ricevette il
Colonna alla presenza di molti car-
dinali e gran personaggi, e l'omag-
gio degli schiavi legati, i quali il Pa-
pa fece condurre parte al luogo
preparato, e parte in Castel s. An-
gelo. Oltre le medaglie coniate in
onore di s. Pio V, Clemente X
nel celebrarne la beatificazione fe-
ce battere la piastra ove si vede
espressa la vittoria di Lepanto. Da
voi. XLV.
itìerv&wwant 4ov^6^,
MIL ii3
ultimo Natale Gennari nel 1847
pubblicò in Roma : Della santa tri-
plice alleanza del santo Pontefice
Pio V contro Selim 11^ battaglia
di Lepanto e trionfo di Marc An-
tonio Colonna, racconto storico con
note, giunta e brevi cenni sull' in-
civilimento ottomano.
Wel pontificato di Gregorio XIII
l'antichissima milizia urbana del ma-
gistrato romano, ed anche la guar-
dia pontificia detta Capotori, suc-
ceduta alle sette coorti urbane isti-
tuite da Cesare per l' interna tran*
qiiillità della città, venne meglio rior-
ganizzata. Questo Papa fornì grandi
aiuti a Enrico III re di Francia
contro gli ugonotti ; si collegò con
Filippo II per liberare Maria Stuar-
da; e colle sue milizie represse i
fuorusciti dello stato pontificio, ciò
che con miglior successo fece poi
Sisto V^ il quale istituì una con-
gregazione cardinalizia sopra gli
armamenti della marina e 'a mi-
lizia papale. Veggasi il Cohellio,
Notìtia, Congregatio XVIII. De
classe paranda, et servanda ad
status ecclesiastici defensionem. Con-
gregatio XXI. De confinibus status
ecclesiastici conservandis. Ed ancora
in cap. de Militibus s. Petrij s. Pau-
li;Piis; Lauretanis; et de Lilio, i quali
tutti hanno articoli. Gregorio Xlf^
spedì in Francia seimila svizzeri,
duemila fanti e mille cavalli di
milizie pontificie comandate da Er-
cole suo nipote in aiuto della lega,
con molte somme di denaro, de-
viente Vili per impossessarsi del
ducato di Ferrara ricaduto alla
santa Sede, pose in piedi numeroso
esercito; indi fece dividere le arti-
glierie con Cesare d' Esle duca di
Modena, da Mario Farnese generale
delle artiglierie pontificie. Questo
Pontefice geloso dell' onore delle
9>
iprS/P/mnXJi
isb. rte^ i
ii4 MIL
armi della Chiesaj ravvisando come
le milizie nazionali sole, e le buone
istituzioni sono quelle che manten-
gono gli sfati indipendenti, e ve-
dendo il grave danno che ne ve-
niva di dovere talvolta assoldare
al di fuori istrutti artiglieri, volle
subito provvedere con saggio con-
siglio ad una scuola speciale per
i medesimi , formando così per o-
gni piazza dello stato de' bombar-
dieri leali, i quali si componevano
dei capi delle arti e mestieri, come
di armaiuoli, di polveristi, di car-
radori e di ferrari. E qui notere-
mo, che nel i55o in Roma era
slata eretta la confraternita de' Ter-
rari, spadari, archibugieri e lancia-
ri in s. Eligio presso l'ospedale del-
la Consolazione. Questa scuola con
forma nobile e nuova si apri in
Roma in Castel s. Angelo nel i5^^
( come narrammo a quel!' articolo
insieme ai privilegi concessi dai
successori inclusivamente a Grego-
rio XVI, e dell' annua benedizione
che i Papi davano al presidio mi-
litare col treno de' cannoni e mor-
tari), cioè 'j5 anni prima che la
Francia ne avesse una simile^ poi-
ché non vi fu aperta che nel 1679,
prima a Douai, quindi trasferita a
Metz, e poscia a Strasburgo. Non
si deve tacere che di tali scuole
di bombardieri già altre ne esiste-
Tano tra i toscani ed i veneziani,
ma è pregio principale ed esclusi-
vo dello stato ecclesiastico lo aver
costituito il corpo di artiglieria in
corpo di arte. Provvide inoltre Cle-
menle Vili che ne fosse riunita
l' ufl^icialilà in una confraternita,
con regole, statuti e privilegi par-
ticolari, ed altare nella vicina Chie-
sa di s. Maria in Tiaxponlina, solfo
l'invocazione d(dla gloriosa s. Bar-
bara vergine e n»nrtire, protettri-
MIL
ce delle milizie, delle fortcz7o, e
principalmente di quei che miineg-
giano le artiglierie e de' bombar-
dieri.
Saverio Marini , Memorie di s.
Barbara, Fuligno 1788, parlan-
do dell'origine della particolare di-
vozione de' militari verso la santa,
osserva che deve ripetersi verso la
metà del secolo XIV, o dall' inven-
zione della polvere da fuoco, o dac-
ché questa cominciò ad essere in
uso fra le milizie, acciò per sua
mediazione stasse lontano qualun-
que fulmine dal sito dove la pol-
vere custodivasi, anzi tutte le pol-
veriere presero il nome di s. Bar-
bara ; e ciò per quel fulmine, col
quale nel punto del di lei martirio
fu incenerito Dioscoro empio suo pa-
dre ed uccisore, avendo confessalo la
santa intrepidamente la fede cristia-
na. Aggiunge, che potrebbe forse
il principio di tal protezione alle
milizie derivare ancora dal secolo
XI, cioè quando le città d' Italia
e le famiglie priticipali ebbero bi-
sogno di alzare Torri unite alle
proprie case, o di ridurle a foggia
di torri. Avendo la santa abitato
in una torre, rinchiusavi dal crudel
padre, e rappresenlandosi in tutte
le sue immagini con questo sim-
bolo, nel vedersi obbligate le fami-
glie più cospicue ad abitare nelle
torri ed ivi guardarsi dalle aggres-
sioni de' nemici, può ben crederai
che fin d'allora e queste e i mi-
litari cominciassero ad implorare
il patrocinio di s. Barbara.
La esecuzione poi delle provvisioni
e ordini di Clemente Vili sull'arti-
glieria della romana Chiesa, si deve
al capo de' bombardieri Castellano
e prelislto eziandio di Castel 9. An-
gelo, Pietro Aldohrandini (altre
notizie riporUuniuo altrove di que-
MIL
sto personaggio, come nel voi.
XXVII, p. ì^'j de! Dizionario),
e al consiglio ed aiuto di Amerigo
Capponi. Con tanto zelo e impe-
gno si prestò r Aldobrandini, che
divenuto cardinale si fece dichiara-
re protettore del corpo degli arti-
glieri e della loro confraternita,
che il Piazza descrisse ancora nel
cap. XXVI, tralt. IX <\e\V Eusevo-
logio romano. Ivi dice che la com-
pagnia di castello si compose di un
capitano e di altri uffiziali, oltre i
bombardieri; che tra le grazie con-
cesse al sodalizio fuvvi quella del-
la liberazione di due prigioni nelle
due feste de' loro protettori s. Mi-
chele arcangelo e s. Barbara, ce-
lebrando la seconda con maggior
solennità ; che nobilmente ornò e
dotò la cappella in s. Maria in
Traspontina, la prima a mano de-
stra, col quadro della santa dipin-
to dal cav. d' Arpino, mentre le
pitture della volta e le storie del
suo martirio sono di Cesare Ros-
setti, eseguite sui cartoni di detto
artista; che vi faceva celebrare quo-
tidianamente la messa, suffragi ai
defunti, dotando le zitelle figlie di
militari, ed esercitava altre opere
pie. Quindi nel 1602 si pubblicò:
Compendio delle istruzioni de' bom-
bardieri, di Manilio Orlandi. Per
queir incidente che indicammo a
BiRni, nel i6o3 Clemente Vili
prese al suo soldo seicento soldati
corsi di nazione, e duecento archi-
bugieri a cavallo, incaricandoli ve-
gliare alla custodia del palazzo a-
postolico e di altri luoghi di Roma.
Paolo V imped"ì ai veneziani di
arrolare soldati nello stato pontifì-
cio, nella guerra coll'arciduca d'Au-
stria per l'insolenze degli ussocchi ;
ed a lui si deve la fortezza di Fer-
rara, incominciala da Clemente
I\ITL ii5
Vili. Forse la guardia delle Co-
razze a cavallo, ebbe origine sotto
Paolo V, o almeno sotto Innocen-
zo X: estinte nel 1798, non si ri-
pristinarono. 11 Papa aiutò con mi-
lizie e forti somme, T imperatore
Ferdinando II contro il Palatino
che voleva togliergli la Boemia, e
per la vittoria riportata, Paolo V
ordinò ringraziamenti al Dio degli
eserciti. Tra i cardinali creati da
questo Papa, vi furono Lodovico
di Lorena, che poco usava 1' abito
cardinalizio, preferendo la divisa
militare, colla quale accompagnò
nella guerra del Poitou Luigi XIII,
e si battè più volte al duello ; Lui-
gi Nogaret de la Vallette, fatto dal
re di Francia luogotenente delle
armate, biasimato qual soldato li-
cenzioso e prelato guerriero; e Gui-
do Benlìvoglio, che descrisse le guer*
re di Fiandra. Gregorio XV man-
dò truppe e denaro a Ferdinando
II contro il ribelle Palatino; soc-
corse il re di Polonia nella guer-
ra contro i turchi; prese in depo-
sito la contrastata Valtellina per
mezzo del fratello d. Orazio Ludo-
visi, che comandava 5oo cavalli e
i5oo fanti di milizie pontificie.
Urbano Vili fece generale del-
la Chiesa, prima il suo fratello Car-
lo Barberini, poi il nipote Taddeo:
morto il primo nel i63o, in Ara-
celi gli furono celebrati solenni fu-
nerali, quali leggonsi nel p. Casi-
miro, Memorie della chiesa d' A-
raceli p. 4^7 o 4o8. V'interven-
nero ì cardinali e cantò la messa
il vescovo di Ferentino, coli' assi-
stenza del magistrato romano. Sul
letto funebre fu posta una corona
d'oro: Giulio Cenci pronunziò l'o-
razione funebre. De' funerali de'Ge-
nerali di s. Chiesa, parlammo a
quell'articolo. Urbano Vili sostenne
ii6 MIL
molle guerre coi Farnese, ed allri
principi collegati: airarticolo GErrERA-
LE DI s. Chiesa parlammo de'suoi ge-
nerali, come di quelli di altri Papi,
colle notizie di tal cospicua digni-
tà, ed altre riguardanti le milizie
pontificie. Conchiuse la pace nel
1627 per le controversie della Val-
tellina, che sottrattasi ai grigioni, la
Spagna voleva unire al milanese;
ed al comandante le truppe del
Papa furono consegnate le fortezze
della provincia per demolirsi. Però
insorse la guerra per la successio-
ne al ducato di Mantova, onde la
quiete d' Italia fu nuovamente tur-
bata. Nel 1687 per le scissure tra
il cardinal Medici e il contestabi-
le Colonna, Urbano Vili assoldò
3oo soldati corsi, perchè di notte
spalleggiassero le ronde de' birri.
A mediazione del Papa nel 1639
si ottenne una sospensione di armi
nella guerra insorta per morte del
duca di Savoia. Nel i64i marcia-
rono contro il Farnese 6000 fanti
e 5oo cavalli con buona artiglieria,
essendone comandante il marchese
Luigi Mattei che s' impadronì della
rocca di Monta Ito e di Castro j di
pili Urbano Vili aumentò il suo
esercito e fortificò i confini del fer-
rarese e del bolognese : nelle di-
Terse fortificazioni fatte da questo
Papa, si distinse il domenicano
Vincenzo Macularli, che poi creò
cardinale, peritissimo nell' architet-
tura militare. In questa si rese sommo
il bolognese Francesco Marchi, cui il
eh. Rambelli dà preferenza sopra
Vauban. Alla splendidezza del duca
Melzi d'EriI si deve la magnifica
edizione di Francesco Marchi : Ar-
chitettura militare illustrata da Lui-
gi Marini, Roma pel de Romania
18 IO. Prolungandosi più viva (a
guerra, essendo il Farnese soslenu-
MIL
io dai veneti, dal duca di Mode-
na e dalla Toscana, solo nel 1644
si conchiuse la pace dai cardinali
Bonghi e Bichi, dopo che lo stato
s'indebitò, i sudditi vennero gra-
vati con tributi per sostener le
guerre, onde il Papa ed i Barbe-
rini suoi nipoti patirono amare cri-
tiche. Gli avvenimenti bellicosi che
ebbero luogo per l'occupazione del
ducato di Castro, la guerra soste-
nuta nel 1643 contro Francesco I
duca di Modena, ch'ebbe luogo al
tempo stesso ai confini del sanese
e del perugino con Ferdinando II
granduca di Toscana, aggiunsero
nuove glorie alle milizie della Chie-
sa, massime all'artiglieria pontifi-
cia, che al pari dell'arte militare
prendendo ogni di forma migliore,
cominciava a fir sentire la sua
terribile influenza sulla sorte delle
battaglie. Di qui fu che Urbano
Vili determinossi ad ingrandirne
il corpo, a dargli nuove attribu-
zioni, a propagarne l' istruzione. In
fatti divenuto Taddeo Barberini
nipote del Papa e generale del-
la Chiesa, capo de' bombardieri, li
9 novembre i636 fu aperta una
nuova scuola nella fortezza di Fer-
rara, dal marchese di Bagno, on-
de aver gì' istruttori alle compa-
gnie de^ bombardieri eh' erano stan-
ziate in Romagna. Dopo il com-
battimento di Nonantola, in cui fu-
rono da lodarsi, benché perdenti,
le milizie pontificie, per la virtù
di pochi oppostisi contro le nume-
rose degli Estensi guidate da quel
fulmine di guerra Montecuccoli, non
brillò certamente più l' arliglieria
per fazioni di terra che ne manca-
rono ; ma nel seguente pontificato
s' illustrò in quelle di mare, aven-
do Urbano Vili fatto (òndere ot-
tanta pezzi dì formidabile arliglie-
I
MIL
ria col bronzo della chiesa di s.
Minia ad Marlyres. In Roma fece
costruire diverse forti ficazioiii, per
lo stato rinnovò diverse fortezze, e
tra Modena e Bologna nel 1628
rifabbricò Forte Urbano, per cui fu
coniata una medaglia colla sua pian-
ta e s. Urbano vescovo. Nel seco-
lo Xni l'avevano elevalo i mode-
nesi, chiamandolo Castel-Leone, ma
dislrutlo dai bolognesi ne fabbri-
carono un altro poco dopo, il qua-
le venne appunto ridotto con più
architettura militare, per mezzo di
Gio. Battista Mola da Como, da
Urbano Vili, onde ne prese il no-
me. Pio VI lo fece risarcire, onde
nel 1779 ^" coniata una medaglia
per memoria; ma ora è ridotto a
ergastolo militare, per deposito dei
veterani e per quartiere de' soldati.
Per le notizie di questo forte si
può vedere il eh. Gaetano Gior-
dani nell'importante opuscolo: Gui-
da per V accademia di belle arti
in Bologna p. 73.
JNarra il Martinelli, Roma ricer-
cala, p. 72, che presso la Chiesa
de' ss. Bonifazio ed Alessio eravi
r Armilusiio dove si riponevano e
conservavano le ai mi de' romani;
ma Sisto V incominciò nel palazzo
vaticano presso la biblioteca l'ar-
meria poulificiti, quale proseguita
da Paolo V, nel iGaS venne com-
pita da Urbano Vili, fornendola
di gran copia d'armi e di milita-
ri strumenti, per armare più di
quattromila M)idati, con gran nu-
mero di supeibe artiglierie, e per
memoria fu coniata medaglia, ove
si vede il prospetto dell' armeria
Dontificia al ^ alicano, e nel rove-
scio 1' immagine di Urbano YIII.
Quest' armeria fu yurnentata da al-
tri Papi, massime da Clemente XI
e Benedetto XIV, a leu)po del qua-
MIL 117
le eravi il bisognevole per armare
18,000 soldati, come afferma il
Venuti, che la chiama una delle
più fornite d' Italia. Poco dopo lo
Chattard nella Nuova descrizione
del Vaticano t. II, p. 382, t. Ili,
p. 364, '® descrisse, onde ne dare-
mo un cenno. L' armeria vaticana
ha la prima corsia lunga 666 pal-
mi, la seconda a due navi è lunga
261, la selleria è 108, non oltre-
passando le altre due i 60 palmi.
Nell'armeria evvi una lapide di mar-
mo ed iscrizione di Urbano Vili,
e sono dipinti in quattro meda-
glioni, il furore, il flagello di Dio,
la guerra, e la desolazione; ed ia
altrettanti vani le quatti'O prin/^i-
pali fortezze dello stato pontifìcio,
cioè Castel s. Angelo, Civitavec-
chia, Ferrara, e Forte Urbano. A
destra della porta d' ingresso vi è
r effigie della fortezza. Nella prima
corsia vi sono due armature d' uo-
mo di ferro dritte in piedi, delle
quali quella a destra dicesi aver
servito a Cailo di Borbone ucciso
presso s. Spirito nell' atto di sca-
lar le mura di Roma nel 1527,
mediante il colpo d' una palla di
fucile che si vede inipresso in uu
cosciale (lo che sembra corrispondere
a quanto dicemmo col Torrigio ed
altri nel voi. Xlll, p. 255 del Dizio-
nario, ed incontrò compatimento nel
eh. Gaetano Giordani, per quanto
rilevò nella nota 4^3 del suo prezioso
ed eruditissimo libro, Della venuta
ili Bologna di Clemente VII e Car-
lo V); e l'altra evvi tradizione
che fosse quella che usava Giulio
II. Vi sono anche altre armature
simmetricamente disposte, come el-
mi, armature con partigiane e lancie
a guisa di trofei. £ quindi sciable,
archibugi , pistole, carabine, squa-
droni, ed altre armi per fanteria
ii8 MIL
e cavalleria, sono con ordine tll-
sjjoste nelle lastelliere delle scanzie.
E quindi allri elmi, corazze, schie-
ne, bracciali, cosciali, spingardi, ba-
jonelte, bandiere, ed allre armi ed
insegno militari. Clemente XI e Be-
nedetto XIV avendo concoiso al-
l' incremento dell' armeria, vi fuiO'
no posti i loro slemmi. Il secondo
fece lavorare armi in paesi stranie-
ri ed in Roma, venendo la selle-
ria formata di staffe, stivali, selle,
briglie, palroncine, ed altro occor-
rente alla cavalleria. Vi è il luogo
ove quotidianamente lavorano gli ar-
maroli, e pel custode dell'armeria,
come per conservare gli scarti del-
le arnu' rotte, e quelle che debbonsi
risarcire. Al presente l'armeria trova-
si alquanto diversa dallo stato del se-
colo passato, ma ottimo n' è lo sla-
to, e fornitissima di armi : Grego-
rio XVI l'onorò di sua presenza.
Il nipote di Urbano VIII, cardinal
Antonio Barberini , generalissimo
delle milizie pontificie (sotto il quale
militò da generale Achille òìEslani-
pes, già generalissimo di Francia nel-
la guerra d'Italia, quindi creato car-
dinale), nel 1624 in piazza Navona
fece celebrare uno splendido Toriieoj
dei quali spettacoli se ne parlò anco
a Giuocui, come si ha dal Novaes,
Di altra magnifica festa data in tal
piazza dal cardinale nel 1642 a
Cristina regina di Svezia, con car-
ro trionfale, carosello (o garosello,
sorta di festeggiamento a cavallo,
ludus trojanus ) e combattimento
notturno. Il carosello fatto nello
piazze di Campidoglio, ed in quella
di s. Pietro, ove lo vide Giulio III
per la sua esaltazione, lo descrissi
nel voi. X, p. 92 del Dizionario.
Un altro quasi simile spettacolo a-
\eva avuto luogo per festeggiar l'e-
lezione di Alcssaodro VI. Poiché
MIL
nel di seguente \erso due ore di
notte, il senatore, i conservatori
ed i caporioni di Roma, con moltis-
simi giovani nobili romani, falla
una iucamisciata {^incamiciata, si-
gnifica scelta di soldati per sorpren-
dere o uscire addosso al nemico
di notte all' improvviso, con cami-
cia che si mettevano sopra l'arme
per riconoscersi fra di loro ), anda»
rono al palazzo pontificio con bel-
lissimo ordine a cavallo, con lor-
de accese in mano, e nella piazza
Vaticana fecero come una giostra,
con diversi intrecciamenti, aggiran-
do in mano quelle fiaccole : altret-
tanto eseguirono nel corlile del pa»
lazzo vaticano con molta soddisfa-
zione del Papa, che dalla camera
diede loro la benedizione.
Nel principio del pontificato di
Innocenzo X fu ristampata la Re-
lazione della Corte di Roma di
Lunadoro, coli' autorità del quale
dicemmo dello stato delle milizie
pontificie d' allora all' articolo Ge-
nerale DI s. Chiesa, dei diversi ge-
nerali e dello stato maggiore, uf-
fiziali e soldati eh' erano 80,000,
con 3,5oo cavalli, senza paga, ma
solo con privilegi ed esenzioni, ol-
tre i corsi al soldo del Papa. Il
medesimo autore a p. 2 1 e 26 ri-
porta quanto segue. « Vi è ancora
in palazzo il generale delle guar-
die, dichiarato da sua Santità per
breve con duecento scudi al mese
di provvisione, il quale tiene uà
luogotenente, che tra denari e par-
te di palazzo ha scudi ottanta il
mese pagati dalla camera aposloli-
ca, ed ancor esso è nominalo con
breve pontificio. Nella detta guar-
dia sono d'ordinario due compa-
gnie di cavalleggeri, di cinquanta
per compagnia; nominando pure
il Papa i capitani e gli alfieri per
MIL
breve. Una compagnia di trecento
svizzeri, con capitano e uffiziali del-
)ii stessa nazione. Dodici lancie spez-
zate, che sono tutti ca[)ilani rifor-
mati, con scudi quindici mensili.
Tutti i capitani, alfieri e ulliziali
de' cavalleggieri e de' soldati, tanto
a piedi che a cavallo, sono pagali
all'usanza di guerra, oltre le man-
eie e regalie che di continuo han-
no dal palazzo apostolico, ove sta
di guardia continua cinquanta sviz-
zeri ripartiti in due guardie, dodi-
ci cavalleggieri e quattro lancie
spezzale. Clemente Vili per opera
di Mario Farnese generale delle ar-
mi di Ferrara, fece in quella for-
tezza un' ai-meria, ripiena d' ogni
sorte d'armi da guerra per arma-
re 2o,ooo fanti , ed un' armeria
in Bologna per armarne 10,000.
^'cl pontificato di Paolo V lo stes-
so Mario introdusse in Tivoli mae-
stranza perfettissima per fare ogni
Sorta d'arme da guerra, e di quel-
le armi ne formò un' armeria in
Castel s. Angelo |)er armare 12,000
fanti, ed un' altra armeria per ar-
marne 5,000 nel palazzo valicano;
e due ainieiie simili in Ancona e
in liavcMina; più fece fare 80 pezzi
d' artiglieria. Da questo si può ve-
dere, come il Pa[)a sia gagliardo
di forze, che ha armi per armare
centomila uomini, e anco lutti vas-
salli bellicosi, che in guerra fanno
riuscita mirabile ".
Innocenzo X nel i645i aiutò i ve-
neziani contro i turchi nella guerra
di Candia, e l'artiglieria delle galere
pontificie si mostrò peritissima; ma
ordinò il disarmamento delle truppe
assoldate dal predecessore Urbano
Vili, Nel 1646 soccorse il viceré di
Napoli per la rivoluzione di Massa-
niello, con trenlamila doppie d'oro
e con permettergli far leva d' uo-
MIL 119
mini nello stalo -ecclesiastico, per
essere più fedelmente servilo. Co-
stretto ad intraprender la guerra
contro il Farnese, per l'uccisione
del vescovo di Castro, fece dalle
milizie assaltare e demolir quella
città. Furono commissari dell' eser-
cito i due chierici di camera Luigi
Alessandro Oniodei, e Giangirolamo
Lotnelli'no, poi cardinali : il primo
fu anche provveditore generale del-
le fortezze dello stalo, e generale
delle truppe. Da antichissimo tem-
po presiedono alle milizie pontifi-
cie un prelato Chierico di camera,
ed uno di essi sostiene lo stocco
e berrettone benedetti nella notte
e giorno di Natale, Alessandro FU
incontrò una grave vertenza con
Luigi XIV, per l'affronto fallo in
Roma all' ambasciatore Crequi dai
soldati corsi, i quali perciò per
l'avvenire furono dichiarali inabili
ad appartenere alle milizie pontifi-
cie : tutto si narrò a Francia, Avi-
gnone, ed altri relativi articoli. Cle-
mente IX diede molli soccorsi alla
repubblica di Venezia, per la conti-
nuazione della guerra di Candia,
servendo egregiamente 1' artiglieria
delle galere; e per la sua media-
zione si pacificò la Spagna colla
Francia : del funerale che fece ce-
lebrare al generale delle milizie
pontificie, facemmo parola nel voi.
XXVIU, p. 57 del Dizionario. Cle-
mente X tolse la metà della tassa
imposta alle milizie per detta guer-
ra, riformò le corazze, facendone
capitani i marchesi Santacroce e
Cavalieri, quindi diminuì il nume-
ro delle soldatesche, le cui spese
ascendevano a centomila scudi. In-
nocenzo XI concorse alla liberazio-
ne di Vienna, assediata dai turchi,
e per memoria isliuù X Arciconfra-
ternila del ss. Nome di Maria e
120 MIL
la festa di esso. Nel 1689 gli suc-
cesse Alessandro Vili, il quale
premuroso del decoro di Roma ,
quando il governatore gli domandò
se a sgravio del tesoro doveansi di-
minuir le milizie, rispose. « Le com-
pagnie de' soldati ( ed erano allora
piti di 4000) servono d'onore al
principe e di difesa alla città , al-
la quale non sono di peso . Sa-
rebbe meglio di scemare il nume-
ro de'birri di cui Roma è piena, e
in tal guisa questa tornerebbe in
sé stessa ". Alessandro Vili quindi
emanò varie provvidenze sugli sti-
))endi e privilegi delle milizie, con-
cedendone anche a quelle urbane.
. Innocenzo XII tra i provvedi-
menti che prese sulle milizie, sop-
presse i generali della Chiesa e del-
la marina, e concesse privilegi agli
alabardieri di monsignor Governa-
tore di Roma, ed ai patentati di
Castel s. Angelo. Il corpo de' dra-
goni pontifìcii sembra che a que-
sto tempo già esistesse, poiché nel
possesso preso nel 1701 da Cle-
mente XI, si legge nella descrizio-
ne del Valesio. »» A ore 18 e mez-
za partirono le due compagnie di
dragoni, nuovamente fatte, per la
piazza di s. Pietro. La prima co-
mandata dal marchese Spada, e
l'altra dal marchese della Penna.
Precedevano a ciascuna di queste i
«ervilori del capitano a cavallo con
cavalli a mano, e il paggio di va-
ligia. Seguiva il capitano con spada
in mano e terzetta all'arcione, e
poi una fila di dragoni, dopo i qua*
li erano tre a cavallo con piffari e
ciufoli, e due lan)burini con tam-
buro sull'arcione della sella. Segui-
Ta il resto de' dragoni con il loro
tenente, cosi la seconda compagnia.
Erano i dragoni con giubbe di pan-
no di color rossÌDo e mostre tor>
MIL
chine, tenendo in mano un lungo
archibugio attaccato ad una cinta
di pelle, che gli pendeva dalla spal-
la sinistra, avendo attraversata al
petto altra cinta parimenti di pel-
le, dalla quale pendeva la scarsella
di munizione, ed una baionetta a
cortella d' un palmo e mezzo con
lungo manico di legno da porre in
cima degli archibugi, avendo al-
r arcione le lerzetle, e le spade al
fianco. Tutti avevano cappelli uni-
formi, ornati con galloncini d' ar-
gento, e alla banda destra nell' al-
tura della falda un fiocco nero ,
corvatta e borsa della parrucca di
tela sangalla nera. Si portarono a
scortar la strada sino alla piazza
della fontana prima di salire il
Campidoglio. Al passaggio di Cle-
mente XI i piffari e gli altri stro-
menti fecero un armonioso concer-
to, e dipoi seguitarono la compa-
gnia delle corazze al Laterano ".
Per la ujorte di Carlo li ebbe
principio la lunga guerra della suc-
cessione di Spagna, che in tanti
articoli descrissi, e Clemente XI
qual padre comune protestò al-
l' impero ed alla Francia di essere
neutrale. Tuttavia gli imperiali oc-
cuparono Coniacchio, ed altri luo-
ghi di Ferrara, con pretesti, ed
inutili furono le lettere pontificie
piene di robuste ragioni e pater-
ni avvertimenti, dirette a Leopoldo
I, quasi sempre chiudendo le orec-
chie la forza alla ragione, dicendo
Clemente XI tra le altre.» Che i
Pontefici romani non debbono mai
pigliare le armi, ne entrare in lega
contro i principi cattolici, per qua-
lunque loro comodo o vantaggioso
interesse; ma solamente quando vi
siano astretti da una precisa e in-
dispensabile necessità, o titolo di di-
fendere il dominio temporale, e
MIL MIL 121
sopra tutto la religione se stasse in lizie a cinquemila tra cavalli e
pericolo". Nel 1702 fu pubblicala fanti, com'erano prima della guer-
sulla neulralilà arojata, l'opera in- ra. Di ciò se ne offese la Spagna,
teressante: Doveri dei principi neu- perchè Clemente XI colla cautela
Irali verso i guerreggiand e di quel- usata già da Clemente V, avea ri-
li verso li sudditi. Per la stessa conosciuto in Carlo VI il titolo di
neutralità, fino dal principio del re di Spagna, senza approvarne la
pontificalo. Clemente XI con rigo- dignità e pregiudicare chi l'esercita-
re vielò di far leve d' uomini per va, anco ad esempio della Francia
soldati nel suo stato, promettendo che a un tempo riconosceva Giaco-
cinquanta scudi di premio e la li- mo III cattolico pretendente, e Gu-
berazione d'un esiliato a chiunque glielmo HI eretico, e regnante in
denunciasse un reo d' ingaggiainen- Inghilterra. Intanto nel 1716 Cie-
li. Vedendosi quindi necessitalo a mente XI istituì in Bologna una
mantenere i sovrani diritti della scuola d' arte militare, usando del
santa Sede in lui depositati, Cle- genio del general Marsigli che ge-
mente XI divisò respingere colle nerosamente e con traspoito sin-
armi gl'imperiali; e per non ag- golare la provvide d'ogni specie di
gravare i sudditi levò da Castel s. modelli d' opere forlilizie e di ar-
Angelo mezzo milione di scudi dei mature che raccolse in un gabì-
cinque che vi avea riposti Sisto V, netto militare, di cui facemmo pa-
ussegnando per reintegrazione le rola all' articolo Accademie. Nel ce-
retidile dell'abbazia di Chiaravalle lebre istituto dell' accademia di bel-
d' Ancona . Quindi si arrolarono le arti di lìologna, cui mi van-
20,000 soldati, e n' ebbe il coman- to appartenere, pregiatissima è l'o-
do il conte Luigi Ferdinando Mar- ploleca, o raccolta d' arme antiche
fcilio Marsigli bolognese, che spedì da ofiesa e difesa, con altri arne-
contro le truppe dell'imperatore, si attinenti all'architettura militare,
di cui era stato generale; ma le fondata dal lodato Marsili nel 1709
azioni in principio si fecero con in sua casa, e poi donata all' illu-
poco vigore; a Ficarolo l'altro gè- stre istituto, decoro dello stato pon-
nerale pontifìcio Paolucci fu costret- tificio, poscia aumentata col museo
to unirsi ai francesi, poiché vole- Cospiano, ed eruditamente descritta
vasi piuttosto intimorire il Papa dal eh. Giordani nelT encomiato
per guadagnarlo. Dipoi gì' imperia- opuscolo, Guida. Inoltre in Bolo-
li agirono al modo detto a Ferra- gna il conte Ulisse Gozzadini, che
BA, e fu allora che il Papa man- illustrò egregiamente la vita del
dò colà per generale il piemontese famoso capitano Kamazzotto de' Ra-
Anlon Domenico Balbiani, e pensò mazzotti, possiede raccolta di rag-
ritirarsi in Castel s. Angelo, o re- guardevole armeria. In Italia sono
carsi per sicurezza in Avignone, tra le altre celebri le armerie di
Ma r imperatore vedendo l' ener- Milano e di Torino, e delle prin-
giche parti che ne presero diversi cipali anche di altre nazioni, ne
sovrani, venne alla pace al mo- facciamo cenno ai loro articoli. Cle-
do detto a Germania; fra le con- mente XI nel 1716 soccorrendo!
dizioni fnvvi quella che Clemente veneti che guerreggiavano coi turchi
XI avrebbe ridotto tulle le sue uii- por 1' assedio di Coifù, con galere
Ì12 M 1 L
e artiglieria pontificia, per facili-
targli le rechile, con editto de' 12
ottobre dicliiarò : che i banditi dei
dominii della santa Sede che non
fossero rei di lesa maestà, parrici-
dio o Grassazione, i quali si arro-
Jassero in questa guerra dando il
Joro nome al nunzio di Venezia,
terminata la campagna, restassero
interamente liberi di ripatriare. Ri-
porta il diarista Cecconi, che Cle-
mente XI a' 29 settembre 1720
diede la solita benedizione alla mi-
lizia e bon)bardieri di Castel s.
Angelo, nel coitile del palazzo Qui-
rinale. 11 p. Rfenochio nelle Stuore
l. Il, cent. Vi, cap. ^5, tratta: Del
costume della Chiesa di benedire le
arali de' soldati e le bandiere. Ve-
di Bandiera, ove parlasi anco della
benedizione de' soldati, che antica-
mente chiamavasi consecrazione. 1^.
Pontifìc. Romanum, de henedictio-
ne noi'i mililisj armoriimj ensis ; et
traditi o ne vexilli bellici.
Innocenzo XIII pose a disposi-
zione di Giacomo IH una cospicua
somma per ricuperare il regno.
Nel possesso di Benedetto XIII, do-
po le corazze, chiudevano la caval-
cata otto compagnie di fanteria coi
loro capitani, insegne ed officiali,
che poi si squadronarono nella piaz-
za laterauense per la solenne bene-
dizione, suonando trombe, timpani
e tamburi, e sparando moitalelti
e cannoni. Dell'intervento delle mi-
lizie pontificie alle funzioni che si
i;elebrano dal Papa, dal sacro col-
legio e da altri, se ne parla a
Cappelle Pontificie ed altri articoli,
ove notammo che all'elevazione, le
sole guardie nobile e svizzera si
levano il cappello; nelle solenni
funzioni precedono il Papa il tenen-
te generale, comandante in capo le
truppe di iiuea ed ausiliari di ri-
MIL
serva, col suo aiutante maggiore.
Per morte di Benedetto XIII, tro-
vandosi commissario generale delle
armi Giacomo Sardini di Lucca
chierico di camera, il sacro collegio
nel confermare i ministri lo rimos-
se dalla carica, ed in vece vi so-
stituì r altro chierico di camera
Francesco Ricci romano, che l'elet-
to Clemente XII confermò, poi nel
1741 fatto governatore di Roma.
Nel 1780 pel possesso di Clemente
XII, la fanteria seguì la cavalcata
come sotto Benedetto XIII, mentre
talvolta v'interveniva una sola com-
pagnia . Nel 1736, senza notizia
di Clemente XII, alcuni spagnuoli
segretamente ingaggiavano per la
guerra di Napoli il basso popolo
anche con inganno. I trasteverini,
i borghigiani ed i monticiani si
ribellarono contro gli arrolatori ,
liberarono gì' ingaggiati, e minac-
ciarono gravemente il palazzo del-
l' ambasciatore di Spagna, che il
Papa fece difendere da i5o fucilieri
e da quattro pezzi di cannone, non
essendo riuscito di frenare il tu-
multo alle corazze, agli svizzeri ed
ai birri. Anche nel possesso di Be-
nedetto XIF otto compagnie di
fanteria col concerto di vari stru-
menti da fiato, seguirono la caval-
cata, quali compagnie essendo squa-
dronate per ove passava, andavano a
poco a poco riunendosi. Subito Be-
nedetto XIV riformò il soldo degli
uffizi militari, e soppresse 5oo sol-
dati, dicendo il Muratori negli An'
nali, che lo stipendio delle truppe
del Papa era allora sì ^pingue, dio
il semplice soldato potea dirsi pa-
gato quasi a proporzione degli ufìi-
ziali negli eserciti di Francia e di
Germania.
I cambiamenti il Papa li operò
nelle milizie eoa molo-proprio dei
MIL
28 dicembre 1740. con cui fctabi-
lì la forza militare dello stalo: vari
corpi la componevano, e la compo-
sero sino al 1792- Dipendevano
questi da diversi comandi rappre-
sentali dai prelati Maggiordomo,
commissario delle armi, Tesoriere
generale, e segietario della Congre-
gazione di consulta. Il primo co-
mandava i corpi di truppa addetti
al servigio particolare della sacra
persona del Papa e de' palazzi a-
postoiici, cioè cavalleggieri e sviz-
zeri. Il secondo avea il comando
del così detto reggimento delle
guardie, che formava parte delle
guarnigioni di Roma, de' presidi!
delle piazze forti, cioè Civitavecchia,
Ancona (per cui recandovisi i Papi
si trovarono a riceverli, come notam-
mo ai loro articoli ), Ferrara, For-
te Urbano, Comacchio, Perugia,
Ascoli, s. Leo, Anzo, ed altre; del-
le compagnie di cavalleggieri che
facevano servigio presso i cardinali
legati, de' corazzieri a cavallo e dei
vistosissimo numero delle milizie
provinciali e civiche sparse sino nei
più piccoli luoghi dello stato. 11
terzo presiedeva alle guarnigioni
delle fortezze di Castel s. Angelo,
Civitavecchia, Ancona (onde trova-
ronsi a ricevere que' Pouleflci che
vi si porlaiono) ed allre di minore
entità, composte di fanteria e bom-
bardieri per servigio delle artiglie-
rie, non che della truppa destinata
al servigio della finanza, la quale
olla sislemazione delle Dogane pon-
tificie ebbe a cambiarsi nel 1786
coll'atluale corpo delle guardie di
finanza. Il quarto infine, ossia mon-
signor segretario di consulta, coman-
dava il così detto batt.iglione dei
corsi, diramato parte nella domi-
nante, parte in alcuni posti e città
di conliai, e parte in taluni luoghi
MIL
ia3
dell'interno. Tutti i nominali corpi
non erano organizzati con molta re-
golarità, e non avevano le medesi-
me discipline. Il soldo stes.so e le
competenze di vestiario erano assai
diverse, e fuori quasi d'una giusta
proporzione. I corpi dipendenti da
monsignor commissario delle armi
godevano in fatti un soldo mag-
giore degli allrij e questi formava-
no la massima forza della truppa,
allorché fu stabilito un presidio in
Bologna, a spese però di quella
provincia. Sotto la dipendenza di
detto prelato un officiale generale
presiedeva alla disciplina della trup-
pa in Homa, e nelle provincie altri
ofilciali superiori col titolo di go-
vernatori delle armi esercitavano lo
stesso incarico. Il comando delle
fortezze e delle truppe che le
guarnivano, era affidalo ai vice-ca-
stellani, i quali corrispondevano con
monsignor tesoriere, il battaglione
de' corsi riconosceva per suo supe-
riore un colonnello dipendente dai
segretario di consulta, il numero
degli enunciati corpi di truppa fu
dui memorato moto-proprio di Be-
nedetto XIV stabilito in 8273 uo-
mini, non compresa però la guar«
dia svizzera e le compagnie de'ca-
valleggieri in Roma e nelle lega-
zioni. La spesa mensile ammontava
a scudi i5,77i, corrispondenti ad
annui scudi 189,262^ non però
compresi i soldi e foraggi de'cavaU
li dei corazzieri. Lo stesso Cene-
detto XIV, colle costituzioni 44»
Quantum, de' 27 febbraio 1742; e
1 i5, Romanae Curiae praestan-
iiam, XII kal. jan. i744> ^"o Bull.
t. i, p. 53 e 209, stabiPi che non
tulle le cause de' soldati, come per
1' innanzi, ma quelle riguardanti le
sole militari incombenze venissero
decìse soltanto dal commissario, 0
124 MIL MIL
cìie le coiitioversie spettanti ad al- battaglione, con colonnello, capitani
tri triijunali si deoidessero dai coiu- e subalterni iifiìziali, sotto la giuris-
petenti giudici. Riguardo poi alle dizione, come i posti che custodiva-
cause capitali, quantunque il preia- no, del segretario di consulla, come si
to commissario aveva diritto di è detto. Inoltre Benedetto XIV, a
condannare ancora a morte i sol- pievenire i pericoli che potevano
dati rei di gravi delitti, usava de- nascere da un incendio della poi-
gradarli dall'ordine militare, indi veriera pontificia, ch'esisteva nel
rimetterli al giudizio del tribunale foro romano presso la chiesa di s.
del governo. 11 Villetti nella Pra- Bonaventura, ordinò al tesoriere
lica dtlla curia romana, t. II, cap. Banchieri, come presidente delle ri-
27, notò, che il commissario delle pe, marina e Castel s. Angelo, che
armi non ebbe giurisdizione con- presso la porta di s. Paolo e la
tenziosa nel civile, perchè toltagli piramide di Caio Cestio, erigesse
da Benedetto XIV ; in criminale, un apposito edifizio per custodire
per mezzo dell' uditore criminale, la polvere e per lavorarla, e veu-
fu abilitato ad esercitarla sopra i ne compito nel 1732, come rileva-
soldati di fanteria e cavalleria tan- si dall' isciizione postavi, polveriera
lodi Roma che dello stato. A nor- eh' è custodita dagli artiglieri.
ma della riforma di Benedetto CUintnle Xlll prendendo pos-
XIV, si legge nel Lunadoro ri- sesso nel 1758, do[)0 le corazze
stampato nel 1774» *• "> ^^^ seguiva tutta la fanteria; indi nel
commissario delle armi, che Roma 17^9 proibì che in sede vacante in
venne guardala da un reggimento ninna città si fìicessero armamenti
diviso in nove compagnie di solda- di milizie. Dichiarò conuuissario ge-
li detti rossi, tra le quali compa- nerale delle armi il nipote chierico
gnie una era di granatieri; con- di camera Gio. Ballista Rezzonico ,
servando al principale uffiziale il «1 quale fu premuroso di raccoglie-
titolo di tenente generale, con co- le e formare l'aichivio n)ililare che
lonnello, maggiore, capitani, tenenti mancava, e lo collocò nel quartiere
ed alfieri. La soprintendenza delle sulla piazza del monte di pietà. Al
truppe fu affidala al chierico di presente l'archivio è presso la pre-
camera commissario delle armi, con sidenza delle armi, e l' abitazione
ampia giurisdizione sui quartieri e di monsignor presidente, ov'è pure
fortezze; da lui nominandosi alle il quartiere de' dragoni, sulla piaz-
cariche secondo la volontà del Pa- ?» della Pilolla, forse cosi della
pa, ed emanandosi gli ordini pel per quanto notai nel voi. XXXI,
regolamento delle truppe. Allora p. i85 del Dizionario. JNcI 1762
eravi il prelato chierico di camera Clemente XIII a' 26 maggio pub-
prefello di Castel s. Angelo, che blicò un moto-proprio, riguardan-
presiedeva alla guarnigione di essa, le il privilegio del foro, pel presi-
colla slessa autorità che il com- dio di Castel s. Angelo, cl>e il Vil-
missario esercitava sulle milizie a letti riporta a p. 84, 'oco citalo; e
lui soggette. Le porte della città ne parlammo all'articolo Marina,
finalmente, e di altri luoghi piìi perchè il tesoriere generale non era
circospetti, venivano custo(lili dai allora commissario del mare, e lo
ioldali cor»i, formanti numeroso divenne iollo i'iu VI. Tale carica
I
i
MIL
era affidata nd un chierico di ca-
mera, col tilolo di commissario ge-
nerale del mare e colla soprinlen-
denza di Castel s. Angelo, per cui
a lui erano soggetti i bombardieri
e soldati di Castello, ed avea giu-
risdizione sulle torri e fortezze ma-
rittime, come sulle galere e navi
ponlificie. Essendo morto nel 1764
il conte Lodovico Manfioni Fichi
tenente generale delle truppe pon-
tificie, il suo cadavere fu vestito
nobilmente colla Spada impugna-
ta, e il Bastone da un lato. Nella
pompa funebre seguì il feretro due
pezzi di cannone, sino alla chiesa di
s. Maria del Popolo, sulla cui piaz-
za furono fatte salve di moschelte-
ria e cannoni, come si legge nel
numero 7257 del Diario di Roma.
INell'anno precedente allorché Cle-
mente Xlll si portò a Castel Gan-
dolfo, la bandiera del quartiere
reale fu secondo il solito portata
all'abitazione del Manfroni, per cu-
stodirla sino al ritorno del Ponte-
fice, ed accompagnala dal battaglio-
ne de' fanti alemanni. Tanto Cle-
mente XIII, che Clemente XIV, o-
ra con ordini del cardinal segreta-
rio di stato, ora con particolari
moto- propri, fecero delle variazioni
nella forza militare, variazioni che
portarono sempre auniento nel nu-
mero che andò gradatamente cre-
scendo sino al 1790, in cui la
spesa ammontò a scudi 4^3, 802,
oltre altri scudi 2430*30 erogati nel
mantenimento della truppa addetta
al servigio della finanza. L'ammi-
nistrazione della truppa nell'epoca
di cui si parla, era presso la com-
putisteria camerale, dalla quale sor-
tivano i mandati pel pagamento dei
soldi in corrispondenza del bisogno,
e i corpi non aveano allora altra
incombenza che quella di stabilire
MIL 125
i loro conti di soldo in ogni mese,
e rimetterli agli incaricati camerali
che ne facevano liquidazione. I pre-
lati che comandavano i diversi cor-
pi servivansi per il disimpegno de-
gli afiari degli individui del loro
proprio oflicio, e soltanto monsi-
gnor commissario generale delle ar-
mi aveva una segreteria espressa-
mente istituita per disbrigare le in-
combenze correlative. Nelle cavalca-
te pei possessi di Clemente XIV e
Pio VI, e per quelle delle quattro
cappelle annuali, le chiudevano tut-
ta la fanteria del battaglione dei
soldati rossi. Quanto alla nominala
truppa di finanza , è da sapersi
che allorché monsignor Ruffo teso-
riere generale, con suo editto 3o
aprile 1786 impose la gabella alle
Dogane de'confini dello stato pon-
tifìcio, stabilì contemporaneamente
presso le dogane stesse dei picchet-
ti di forza armata sotto la deno-
minazione di guardie doganali, col-
r incarico di sorvegliare il confine,
afllnchè le merci che s'introducevano
o si esportavano fossero recate alle
dogane ed assoggettale a dazio. 11
numero di tale forza nel primo suo
impianto ascese a circa 3oo teste.
Aumentate però le dogane ed e-
slese le gabelle, si aumentarono pu-
re le guardie, in modo che all'epo-
ca dell' invasione francese erano
giunte al numero di 600, compreso
il maggiore, il capitano, il tenente,
il sotto- tenente, e l'aiutante resi-
denti in Roma sotto la esclusiva
dipendenza del tesoriere.
Il numero 1954 del Diario di
Roma 1793, descrive il funere del
conte Enea Caprara bolognese, co-
mandante generale delle truppe
ponlificie, in s. Lorenzo e Dama-
so ; ed essendo cavaliere di s. Ste-
fano, dopo le consuete assoluzioni
i:i6 MIL
i cavalieri dell' ordine gli celebra-
rono funerali particolari. Nell'anno
precedente temendo Pio VI un'ag-
gressione ostile dalla Francia rivo-
luzionata, specialmente dalla parte
del Mediterraneo, si pensò a garan-
tire le spiagge e ad accrescere con-
siderabilmente la forza militare del-
lo stato con 6000 uomini di trup-
pa regolata , e circa 65,ooo di
volontari. Tutti i feudatari dierono
un contingente di truppe con arti-
glierie che avevano ne'loro castelli;
molti cardinali,- prelati e altri man-
darono alla zecca le loro argente-
rie, e convertite in cospicua mone-
ta r offrirono al Papa. Questi chia-
mò al comando della milizia il lo-
dato generale, che organizzò i cor-
pi in reggimenti e battaglioni, e-
guagliandone i soldi e dando loro
una militare attitudine. Tutti i pre-
sidii delle piazze e delle fortezze
furono pertanto posti sopra un pie-
de regolare, e furono assegnati a
cadaun corpo gli officiali superiori,
che doveano comandarli. Estese il
generale le sue cure al regolamen-
to amministrativo, e sebbene non
ne compilasse in isciitto il metodo,
pure comunicando ai corpi le for-
mole, colie quali dovevano dare i
rispettivi conti, stabili un sistema
uniforme e semplice che fu esegui-
to in appresso perchè riconosciuto
utile. Il successore tenente genera-
le Gaddi die compimento all'intro-
dotta sistemazione. Cessati alquanto
i timori, furono allora riformati
vari corpi eretti per la custodia
delle spiaggie, e fu coi medesimi
guarnita di truppa la legazione di
Romagna, che ne mancava, per
mezzo del comandante Gaiidini .
Crescendo in Roma gli emissari dei
repubblicani francesi per sconvol-
gere la pubblica tranquillità, La
MIL
Floll con Basville, come più fana-
tici, ne restarono vittime, ed il se-
condo fu ucciso. Laonde Pio VI,
perchè vacato il commissariato del-
le armi per la promozione alla por-
pora di de Pretis, lo conferì al
detto conte Gaddi, acciò in tempi
cosi calamitosi restasse affidato a
un capo di professione militare;
quindi vedendo che si mirava a
detronizzarlo, Pio VI dovette porsi
in grado di difendersi, aumentò le
truppe e ne die il comando al ge-
neral Colli, a questo fine mandato-
gli dalla corte di Vienna. Ne' pri-
mi del 1 796 furono dai francesi
invase le provincie di Bologna e
Ferrara, ed il Papa fu obbligalo a
gravi sacrifizi. Intanto in Roma si
organizzò la guardia nazionale o
Civica, che tuttora fiorisce, e si fe-
cero reclute, contribuendo il conte-
stabile Colonna un reggimento di
fanteria vestito ed armato, diviso in
quattro compagnie, due delle qua-
li composte di granatieri, con do-
dici cannoni ; il marchese poi duca
Giovanni Torlonia imo squadrone
o compagnia di cavalleria compo-
sto di 80 teste, offiendo ancora di
preslai'si gratuitamente col suo ban-
co ; il marchese Camillo Massimo
una compagnia di 5Q uomini ar-
mati e tre cannoni ; il principe
Giustiniani ed il principe Barberi-
ni, ognuno 37 uomini con armi e
cavallo; il principe Chigi 26 uomi-
ni armati coi cavalli, de' quali 56
ne fornì il duca Sforza- Cesarini ; il
conte Carradori i 20 cacciatori a pie-
di armati; il banchiere Acquaroni
somministrò vesti e armi per trenta
fanti; i conti Giraud armi, cavalli e
3o uomini, per non dire di altri, oltre
quelli che si tassarono in mensili
contribuzioni, come i fratelli l'ischi
che olfrirono scudi 3o mensili du-
MTL
l'ante l' avmainenlo, le loro perso-
ne come volontari a cavallo, ed al-
tri sei volontari parimenti a cavallo.
I romani invitati dal cardinal
Busca segretario di stato, corrispo-
sero generosamente ad una illimita-
ta contribuzione pel nuovo arma-
mento che produsse 323,000 scudi e
1 3 1,000 annui. Pio Vi formò una
congregazione militare, composta del
segretario di stato come presidente,
del celebre monsignor Consalvi per
assessore, benché non chierico di
camera, del general Gaddi, del con-
testabile Colonna, del colonnello Col-
li, e de' marchesi Massimo, Patrizi,
ed Ercolani poi cardinale, con as-
soluta plenipotenza. Risoluto il Pa-
pa di respinger la forza colla forza,
ordinò ai sudditi il suono della
campana a martello, levarsi in mas-
sa, e colle armi combattere il ne-
mico a difesa della religione e del-
la patria. Quindi a' 22 gennaio
1797 conferì il comando generale
di tutte le sue truppe al baron
Colli tenente maresciallo al servigio
dell'imperatore. Avanzandosi sopra
Faenza i francesi , a' 2 febbraio
1797 ebbe luogo l'infelice balta-
glia del Senio, in cui fiu'ono sba-
ragliate le milizie papali. Molti sol-
dati dierono prove di valore, mas-
sime la batteria destinata alla dife-
sa del ponte, comandata dal prode
capitano Carlo Lopez, che poi fu
colonnello del corpo d'artiglieria, il
quale trovavasi ben riordinalo in
compagnie. Il comandante in capo
generale Colli non potè impedire
che il potente nemico continuasse
ie conquiste sino a ^lacerata, come
non potè impedir la profanazione
di Lordo. Fermatosi a Foligno fe-
ce sapere a Pio VI che trovavasi
in una posizione vantaggiosa colla
truppa; ma il Papa preferì la pa-
MTL 157
ce che con umilianti condizioni si
fece a Tolentino il 2 3 febbraio
1797 con Bonaparte, onde il confi-
ne dello stato si testrinse a Pesato.
Tra gli alili sacrifizi, Pio VI fu
obbligato rinunziare a qualunque
coalizione contro la Francia, a ne-
gare l'ingresso ne' suoi Porli a' va-
scelli nemici de' francesi, a ricevere
guarnigione in Ancona, licenziar le
truppe, contribuire 1600 cavalli,
ec. Allora Pio VI col metallo dei
cannoni fece coniar moneta, di cui
penuriavasi, ed a risparmio di spe-
se riformò la milizia, congedando
i volontari di cavalleria e gli uf-
fìziali stranieri, riducendo a quattro
soli reggimenti la truppa regolare.
Inoltre diminuì il numero degli uf<
fjziali e la paga, licenziando quasi
tutta la civica, operazioni eh' ese-
guì il general Colli. Questi il pri-
mo maggio pubblicò i nuovi rego-
lamenti, in vigore de' quali il co-
mando di tutte le truppe di li-
nea, delle milizie urbane e della
marina fu affidato alla congregazio-
ne militare. La forra totale venne
stabilita a 994? uomini, de' quali
sei individui per lo sialo maggiore
generale, 8935 cioè di fanteria,
520 di cavalleria, 482 d'artiglieria
e 4 <^''^' genio, e ne fu calcolato
l'importo in annui scudi 636,332,
compreso il soldo degl' impiegati
nei tre dipartimenti economici, cioè
segreteria, commissariato e udito-
rato, continuandosi 1' amministra-
zione de' fondi dalla computisteria
camerale, finché la nuova invasione
nemica consumandosi nei primi del
i7g8,cagiovò il discioglimento di tut-
ta la truppa pontifìcia. Per la morie
dell'imprudente generale Diq)hau|t,
perito nel conflilto coi dragoni pon-
tificii e coi rossi, la Francia oc-
cupò il resto dello stato, Roma,
128 MIL
e Castel s. Angelo, perchè Pio VI
ad evitare inutile spargimento di
sangue, avea ordinato alle milizie
di non opporre resistenza. Procla-
mata la repubblica romana, Pio
VI fu portato via prigioniero a'20
febbraio, e morì in Valenza di
Francia nel 1799. L'interessante
dettaglio di tanti avvenimenti si
possono leggere nei biografi del
gran Pio VI, massime nella Rela-
zione de' suoi patimenti e avversità
di raonsig. Pietro Baldassarri, voi.
I e n.
Eletto Pio VII nel 1800 in
Venezia, gli fu restituita quella par-
te di stato non ceduta nella pace
di Tolentino, e pottossi in Roma
ai 3 luglio, e pubblicò , la bolla
Post diiUunias, tertio kal. novem-
bris, in cui dichiarò che i militari
non goderanno alcun privilegio di
foro privativo nelle cause civili ,
come ne li avea privali Benedetto
XIV, e che dovranno solo godere
il privilegio di non poter andar
soggetti ad alcuna esecuzione, sen-
za che V exequalur sia sottoscritto
dal loro legittimo superiore, exe-
qualur non necessario se l'esecuzio-
ne si facesse sopra stabili. Dichia-
rò pure che per la forza di teria
e di mare si continuasse il sistema
d'una congregazione militare, di-
pendente dal cardinal Segretario di
italo, secondo l'ordinamento di Pio
VI, e t;he l'obbligo allora prescritto
di render conto a monsignor teso-
riere della erogazione degli assegna-
menti ad essa da lui pagati, deb-
ba intendersi per la piena camera
nel suo debito tempo. Disciolte le
corazze, le lancie spezzate ed i ca-
•valleggieri. Pio VII nel 1801 isti-
tuì la Guardia nobile poniificiaf
cui consegnò poi lo stendardo da
sé benedetto, ed intervenne nella
MIL
funzione del solenne possesso, pom-
pa che fu preceduta e seguita dai
dragoni a cavallo vestiti al modo
detto nel voi. XVII, p. ii3 del
Dizionario. Il Cancellieri ne' suoi
Possessi a p. 4^° descrive l'ordi-
nanza delle milizie, e com'erano
vestite ed armate. Quindi la forza
militare fu adattata alla diminu-
zione delle Provincie, ed alla ri-
strettezza in cui dopo r invasione
suddetta si trovava il pubblico e-
rario. Gli aumenti e decrementi
della forza successero rapidarnente
in proporzione delle circostanze po-
litiche e de' pesi a' quali dovea sog-
giacere il governo. Non si può quin-
di riportare lo stato della forza,
sempre variato dal 1801 al 1808,
in cui avvenne la seconda invasio-
ne francese. In questo lasso di tem-
po il colonnello Angelo Colli ( fi-
glio di Francesco di Paola che nel
1793 era tenente colonnello delle
truppe pontificie, indi nel 1801
fatto generale di brigata, morto
nel 1802), comandante dell'arti-
glieria ed eziandio del Castel s.
Angelo, fu quegli che resse la scuo-
la speciale d'artiglieria, e ne dettò
le lezioni, piene di tutto lo scibile
del tempo. Avendo Napoleone di-
visato d' impadronirsi dell' intero
stato pontificio, tormentò Pio VII
con continue esigenze e passaggi
di truppe francesi, che doveansi
mantenere, indi gli propose una le-
ga offensiva e difensiva con gli al-
tri principi italiani per la difesa
della penisola, ed essendosi il Papa
rifiutato, come di altre cose inam-
missibili. Napoleone ordinò al ge-
nerale Miollis l'occupazione di Ro-
ma, sotto altri simulati pretesti,
ch'ebbe luogo a' 2 febbraio 1808,
impossessandosi di Castel s. Angelo,
e ponendo otto pezzi d'artiglieria
MIL
innan/.i al portone del Quirinale.
11 barone di Fries fu dichiaralo
dal generale Herbin tenente co-
lonnello delle truppe di guarnigio-
ne in Roma, tanto di fanterìa e
cavalleria, che di «artiglieria, dicen-
dosi nell'ordine del giorno, che le
milizie pontificie non riceverebbero
in avvenire alcun ordine né dai pre-
ti, né dalle donne, con altre parole
insultanti. Il governo militare france-
se, dopo aver incorporato nelle sue
le truppe del Papa, imprigionò ed
esiliò il colonnello comandante cav.
Giuseppe conte Bracci per essersi
serbato fedele al suo principe, ricu-
sando la dignità di generale offer-
tagli; ed il conte Filippo Resta che
sino dal 1791 serviva nelle mili-
zie con distinzione, rifiutò dai fran-
cesi il grado di colonnello, onde
fu segno alla persecuzione, per non
dire di altri onorati uffiziali e sol-
dati che patirono prigionie e ves-
sazioni. Nel voi. XXXI II, p. i'24
del Dizionario, dicemmo che es-
sendo la coccarda pontifìcia gialla
e rossa, ed avendola adottata gli
invasori. Pio VII formò la coccar-
da dei colori bianco e giallo, che
tuttora usano i corpi militari della
santa Sede. La parola coccarda o
cocarda è di origine francese, i
soldati della qual nazione, portan-
do sul cappello piume di gallo, che
in francese dicesi coq, quindi tal
cappello cominciò chiamarsi per
quelle piume coquarde. o cocarde;
e quando alle piume fu surrogato
il nastro, e al nastro ciò ch'è pro-
priamente ai dì nostri la cocarda o
coccarda, si continuò ad usare lo
slesso nojne. Finalmente a' 6 luglio
1809 Pio VII fu strappato da Ro-
ma come prigioniero ; la città co-
me le altre dello sfato soggiacque
alla coscrizione, per quel codice che
VCL. XLV.
MIL 1 29
venne chiamalo da Chaleaubrinnd
codice infernale, perchè egli dice,
che senza calcolare la guardia na-
zionale, mediante la coscrizione ,
ne'Iuoghi a lui soggetti levò un
milione e trecentotrentatremila uo-
mini al mese. Caduto il governo
pontificio e assoggettato fino al 1 8 1 4
alla dominazione di Francia, i mi-
litari e sudditi pontificii che dovet-
tero servire in diverse strepitose
campagne, dierono prove di valore
e perizia militare, e merilaronsi al-
ti encomi. Gli artiglieri pontificii
che ne seguirono le parli, ressero
a meraviglia la fama e riputazione
de'loro maggiori, e sopra tutti il
suddetto Angelo Colli, che colmo
di onori morì di stenti e di fati-
che alla fine del 1812 nella famo-
sa ritirata di Russia, presso la Vi-
stola, dove si trovava comandante
di tutta la riserva dell'artiglieria
italiana. Questo valoroso fu il so-
lo ufTiziale che in quella spedizio-
ne ricondusse intero tutto l'immeri-
so parco affidatogli, senza neppure
perdere un pezzo ed un carro,
mentre gli altri si trovarono assai
danneggiali e grandemente dimi-
nuiti.
Caduto il gigante di guerra Na-
poleone, e ritornato nel i8i4 il
sospirato Pio VII alla sua Sede,
monsignor Sanseverino poi cardi-
nale, commissario provvisorio delle
armi, ristabilì la guardia civica.
Quindi fu riorganizzata dalle cogni-
zioni e zelo del tenente generale Brac-
ci, dal conte Resta e da altri la trup-
pa pontificia in quel miglior mo-
do che poterono permettere le an-
gustie del tesoro, la mancnnZa dei
mezzi d'armamento, e di tutt'allro
necessario per tanti oggetti che esi-
geva il nuovo impianto della trup-
pa. Il conte Bracci, dopo aver sof-
9
i3o MIL MIL
ferlo prigionia e privazioni, era sta- stalo, rappresentato da monsignor
to uno cle'primi a baciare i piedi governatore. A completare il corpo
a Pio VII ai passaggio del Pana- de'carabinieri concorsero le truppe
ro, allorché gloriosamente restitui- già denominate dipartimentali, che
vasi a Roma, e perciò nominato si trovavano nelle legazioni e nelle
generale di brigata, quindi tenente Marche, ed uno «quadrone di gen-
generale. Una compagnia di Poni- darmi, ch'era iu queste ultime
pieri destinata alla estinzione degli provinciej truppe che nella resti-
incendi, fu conservala sotto il co- tuzione delle medesime erano pas-
mando di un tenente colonnello s^'te al soldo del governo pontili-
direttore. Avendo il governo fran- ciò. Oltre la truppa di linea divi-
cese sciolto il corpo delle guardie sa in corpo del genio, in corpo di
doganali, il pontificio subito lo ri- artiglieria, nel reggimento dragoni,
pristino nel i8i4> indi venne rior- nella fanteria composta di tre reg-
dinato ed accresciuto sino a looo gimenti, con quattro colonnelli e
circa dal tesoriere monsignor Er- tenente generale comandante in ca-
colani. Restituite nel i8i5 le le- po- Erasi nella stessa epoca notabil-
gazioni e parte della Marca, venne «lente aumentata la truppa di fìnan-
ampliata la forza militare, poi ap- za, divisa in sei corpi a piedi e a
provata coi regolamenti ammini- cavallo, dipendenti dal prelato teso-
strativi pubblicati nel fine del 1817. »''ere generale, ed istituita, come
11 conte Resta con un battaglione dicemmo di sopra, per garantire i
partì per le legazioni, da dove e- diritti daziali e reprimere i con-
■vacuarono 8000 austriaci, laonde Irabbandi. Ciò avvenne nel tesorie-
bisognò che agisse con molta pru- iato di monsignor Guerrieri l'an-
clenza ed avvedutezza. Era già stato "o '817, il quale portò il nume-
creato nel 1816 il primo reggi- i"o delle guardie doganali a i3oo,
mento de'carabinieri, il di cui re? emanò un regolamento di discipli-
golamento de' 32 ottobre si legge >'» e di servigio, e dando a tal
a p. 263 del voi. VII della Rac- linppa un nuovo impianto, la di-
colla delle leggi e disposizioni di '^ise in ispezioni e vice-ispezioni
pubblica amministrazione nello sta' doganali, ossia in compagnie e te-
to pontifìcio j e nel 1817 fu for- nenze, alla direzione delle quali no-
mato il secondo reggimento. Que- niinò de'capitani, tenenti e soltote-
sto corpo con rigorosa disciplina nenti, cioè venne ripartitamenle sta-
militare assunse il servigio della bilita la residenza in quelle prin-
polizia (della quale si parla a Go- cipali città dello stato riconosciute
\ERNATORE DI Roma), in luogo dei più adattate a formar centro del
soppressi birri, con cui si migliorò servigio doganale. Stabili ancora
il sistema esecutivo della giustizia monsignor Guerrieri alcuni legni
e di polizia, oggetti tanto nccessa- in mare nei porti d'Ancona e Ci-
ri, tendenti a formare la tranquil- vilavecchia, col nome di guarda-
lità delle provincie e de'popoii. I coste e scorridore doganali, de«ti-
carabinieri divisi a piedi ed a ca- nandole a percorrere e guardare
vallo ebbero due colonnelli, e nei dal contrabbando i due litorali
totale leste 2280, e vennero as- pontificii, ponendo su di essi circa
soggettali al cardinal segretario di 80 maviuari sotto la direzione di
MIL
esperii uffiziali : fornì pure alcune
brigate di cavalleria per sorveglia-
re la parte interna de'medesimi li-
torali.
Le circostanze di Marittima e
Campagna infestate dalle conven-
ticole de'raal viventi (quanto fece il
governo per estirparli, lo dissi a
Fbosiivoive), aveano fatto nascere
un corpo armato, detto talvolta dei
bersaglieri, talvolta de'centurioni o
cacciatori. La truppa provinciale
sostituita fino dal i8o4 alle antiche
milizie urbane, era stata nuova-
mente organizzata sulle basi del
piano del 5 dicembre i8o3, san-
zionato con moto-proprio di Pio
VII, *d era stata anche estesa nel-
le Provincie di seconda ricupera ;
laonde si compose di diecinove reg-
gimenti comandati da altrettanti
colonnelli; ebbero tre reggimenti
le Provincie di Marca e Romagna,
due Bologna, Ferrara, Lazio e Sa-
bina, Marittima e Campagna, Um-
bria ed Urbino; uno solo n'ebbe la
provincia del Patrimonio. Esisteva
pure in Roma il corpo riorganizzato
di truppa civica che vi preslava servi-
gio, con suo brigadiere generale co-
mandante e due colonnelli. Final-
mente era al soldo del governo una
compagnia di cannonieri e pompieri
urbani, composta di cittadini di Bo-
logna, e addetti alla guardia d'o-
nore di quel cardinal legato, non
che al servigio di quattro pezzi di
artiglieria da campagna appartenen-
ti alla stessa città, e al riparo de-
gli incendi; e si erano formate in
Civitavecchia ed Ancona due com-
pagnie di guardaciurme per la
custodia de' condannati alle galere,
sotto la dipendenza di monsignor
tesoriere. Fu egualmente organiz-
zato il ministero, indi eretti c\iie
uffici di commissarialo per l' am*
MIL i3i
ministrazione del corpo de' cara-
binieri, non che l'offizio delle ras-
segne, e formato il battaglione dei
veterani che prima era costruito
da due compagnie dette di deposi-
to, affidandosi al medesimo l'am-
ministrazione delle prigioni ed er-
gastoli militari in quella circostan-
za istituiti. Il dipartimento di ma-
rina dopo l'invasione del 1808 re-
stò inattivo. Il reggimento dra-
goni ebbe 38 uffiziali compresi i
tre capo-squadroni , uno de' quali
comandante il reggimento, e 554
dragoni . Richiamati gli antichi
bombardieri e i reduci artiglieri,
si formò un corpo di 36 uffizia-
li col capo battaglione, e 960 can-
nonieri, il totale della forza di li-
nea ascese a 9207 teste, con l'an-
nua spesa di scudi 684,966, non
comprese le eventuali, e quelle pel
carabinieri di scudi 326,85o; quin-
di l'annuale importo della spesa
per lo stato militare fu di scudi
1,011,817. Nel 1818 compresi la
marina, la truppa provinciale, i
pompieri di Roma, gli artiglieri ur-
bani di Bologna, il corpo di finan-
za, i bersaglieri o centurioni, le
guardaciurme ed i fazionieri di
Ferrara, le spese in tutto somma-
rono a scudi 1,3 13,714. A quel-
l'epoca la congregazione militare
era composta del cardinal segreta-
rio di stato presidente, del prelato
assessore non chierico di camera;
e per deputati, del contestabile Co-
lonna, del tenente generale, di cin-
que brigadieri generali, di due te-
nenti colonnelli, uno segretario ge-
nerale, l'altro commissario in capo
di guerra, dell'avvocato uditore ge-
nerale, del fiscale della truppa pro-
vinciale, del capitano aiutante del*
l'eccelsa congregazione, la cui se-
greteria era alla Pilotta.
i32 MIL MIL
Nel 1821 per le rivoluzioni di venne portala la Irtippa al nume-
Napoli e Piemonte, nello stato vi ro di circa i6oo teste, coli' obbligo
f(i grave effervescenza, massime nel di sorvegliare e difendere dal con-
le lega/ioni, onde le milizie ponti- trabbaiido tutte le memorate am-
ficie prestarono utili servigi, e mol- niinistrazioni. E qui noteremo, die
li loro capi si distinsero per zelo a detto numero di circa 1 600 te-
ed energia, e le truppe austriache ste di forza si mantenne e tuttora
traversarono lo stato pontificio per si mantiene il corpo delia truppa
recarsi a Napoli, così allorché ne doganale, quale al presente si com-
partii'ono. Sembrando poscia che pone d'un ufficiale superiore ispet-
l'annua spesa eccedesse le forze del tore in capo, di dieci capitani, di
tesoro pontificio, si pensò sul prin- altrettanti tenenti, di quindici sot-
cipio del 1822 sotto Pio VII, ad totenenti, di cinquantacinque ser-
una nuova organizzazione e rifor- genti, di centosessanta caporali, di
ma della truppa pontifìcia. Infatti centonovanta vice-capoiali, di 10^7
nel marzo si pubblicò il piano, il comuni, di trenta uomini di caval-
qiiale lasciando intatte le altre leria, compreso un maresciallo e i
armi, si limitò a formare ed or- brigadieri, di settaiitadue individui
ganizzare la truppa di linea e suo di marina compresi gli ufficiali. Sono
ministero. Fu stabilita quindi la i detti individui divisi in nove com-
fòrza della fanteria, cavalleria e ar- pagnie e tre tenenze isolate dipeii-
tiglieria in 9,000 uomini, non com- denti da monsignor tesoriere gè-
presi i figli di truppa, e furono ac- nerale, e dal direttore generale dei-
cresciuti i soldi e competenze per le dogane in rappresentanz:a del
alcuni gradi, e diminuiti per altri, capo del corpo, il quale come di-
. Fu eziandio ridotto il personale cemmo è l' ispettore in capo di
del ministero economico, furono questa forza armata,
aboliti molti comandi di piazze, e L'importo del mantenimento di
quei che li coprivano furono tras- tutte le milizie pontificie ascese nel
feriti come aiutanti maggiori nelle 1828 ad annui ducati i,242,25q.
truppe provinciali. Seguì a questo Elevato in quell'anno al pontifica-
l'altro piano per la detta truppa to Leone XII, conosciuto il biso-
provinciale, con cui i nominati aiu- gno di migliorare l'amministrazio-
tanti furono passati al soldo di ri- ne economica dello stato, ed (in-
forma, e gli antichi reggimenti e cora della truppa e di ogni cor-
squadroni furono ridotti in batta- pò militare, nel settembre 1824
glioni j cora' erasi praticato nella nominò una commissione composta
truppa di linea; tuttavolta la trup- del prelato Nicola Maria Nicolai
pa provinciale restò coli' antico si- chierico di camera, del marchese
.stema del i8o3. Nel 1823 essen- Carlo Giberti Mattoli, e del cav.
do tesoriere il prelato Crislaldi , Angelo Galli computista (poi gene-
furono incorporate alle truppe do- rale della camera), la quale egre-
ganali le così dette guardie, che giamente corrispose allo zelo sovra-
si ritenevano dall'amministrazione no, col presentargli la Memoria
de' dazi di consumo e delle priva- preliminare alla discussione sul
tive nelle città delle legazioni e piano di riforma della truppa
delle Marche, e con questo mezzo pontificia, e metodo di amministra'
MIL
zione, eoa relazione e sommario, e
con notizie sulle variazioni delle
truppe papali da Benedetto XIV a
quel tempo : importante libro di
cui qui ci giovammo compendiosa-
mente. Allora era assessore delle
armi Domenico de Simone chieii-
co di camera, fatto da Pio VII
(poscia cardinale), ma da Leone
XII promosso a prefetto dell'an-
nona senza rimpiazzare 1' assessora-
to. In conseguenza il Papa sop.
presse la congregazione militare isti-
tuita nel 1797, che aveva avuto
l'esercizio della contabilità militare
sino al 1828, con moto-proprio
de' 17 marzo, e restituì la contabili-
tà alla computisteria della camera.
Alla congregazione sostituì la presi-
denza delle armi, cui conferì tutte le
facoltà della congregazione, tranne
la detta amministrazione , riunen-
dole nel prelato presidente delle
armi, the dichiarò dover essere un
chierico di camera, nominando pel
primo monsignor Giuseppe Ugoli-
ni, al quale destinò tre consiglieri
con voto consultivo, ma ad libi-
tum del prelato il convocarli, e che
il generale comandante dovesse coa-
diuvare monsignor presidente nelle
sue operazioni. Istituì pure il con-
siglio economico militare, avanti il
quale si portassero gli adari am-
ministrativi che non erano in fa-
coltà decidersi dal presidente pei'
la truppa di linea, dal governato-
re pei carabinieri, e dal tesoriere
per la truppa di finanza. Tali pre-
lati composero il detto consiglio
presieduto dal cardinal segretario
di stato, col computista della came-
ya per consulente, e col segretario
della presidenza per segretario. Nel
pontificalo di Leone XII, oltre il
eomando delle truppe pontificie, il
tpueote generale Bracci ayea sos-
MIL i33
tenuto anche per tre anni la pre-
sidenza delle armi, e nel 1828 co-
me logoro dalle fatiche domandò ed
ottenne onorato ritiro col grado di
capitano generale, a condizione pe-
rò di riassumere il servigio ad ogni
cenno sovrano. Dipoi nel luglio i83o
Pio Vili ordinò che il dettaglio
della contabilità militare si resti-
tuisse alla presidenza delle armi
per la truppa di linea, con poi esi-
bire alla computisteria della came-
ra la contabilità; e confermando il
consiglio, vi aggiunse il cav. Ga-
lassi generale di brigata pensiona-
to, ed il conte Filippo Resta com-
mendatore colonnello divisionario,
il quale fu dallo stesso Papa no-
minato generale di brigata coman-
dante tutte le truppe pontificie,
giubilando il tenente generale Brac-
ci. Inoltre nel i83o il colonnello
del reggimento de'dragoni d. Pom-
peo de' principi Gabrielli pubblicò
due utili libri, oltre il regolamento
che avea loro dato nel 1817. Istru-
zione cristiana ad uso degU indi-
vidui del reggimento de' dragoni
pontificii. Ristretto dell' istruzione
teorica sopra l'esercizio e le via-
novre della truppa a cavallo, ec.
Ottimo libro è pure quello pub-
blicato in Venezia dal cav. Giusep-
pe Battaggia, intitolato: Doveri del
soldato.
Mentre una gran parte dello stato
pontificio si rivoluzionava, a'2 feb-
braio i83i divenne Papa Grego-
rio XVI, il quale per richiamare
all'obbedienza le provincie insorte
dovette notabilmente aumentare le
milizie pontificie, ed assoldarne delle
straniere. Il generale Resta, oltre
quanto fece in Roma, si portò al
Corese per impedire ai ribelli l'a-
vanzarsi; quindi il governo ricupe-
rò immeusi capitaU iu armi, cau-
i34 MIL
nonij munizioni e cavalli, disaiinan-
do i carabinieri defezionali. Nel
Tol. VII, p. 61 della citata Rac-
colta vi è la notificazione de' 1 7
giugno 183 I suU'aiTuolauiento yo-
lontaiio per le truppe di linea,
onde questa accrescere di 8000 uo-
mini per la tranquillità generale
de'sudditi; ed a p. 75 le dispo-
sizioni provvisorie del primo set-
tembre sull'organizzazione ed atti-
vazione della truppa ausiliare di
riserva, istituita in varie provincie
dello stalo, sotto il generale co-
raalidante le truppe di linea, di-
pendentemente dalla presidenza del-
le armi, con onori e privilegi ri-
portali a p. 80. Indi a p. 86 vi
è il dispaccio sulla concentrazione
nella presidenza delle armi di va-
rie amministrazioni militari che si
trovavano divise, tranne la civica,
la truppa di finanza, le guardie di
polizia ed i guardaci urme. A pag.
90 le disposizioni intorno ai rap-
porti di contabilità fra la presiden-
za delle armi e la computisteria
della camera; ed a p. 92 il rego-
lamento d' interna disciplina del
consiglio delle armi. Le truppe au-
striache intervenute pel ristabilimrn-
10 dell'ordine pubblico, eransi riti-
rate sino dal luglio dalle legazioni.
11 conte Domenico Bentivoglio te-
nente colonnello de* carabinieri, do-
po la difesa di Rieti fu dichiaralo
colonnello e comandante le truppe
per rimpiazzai-e gli austriaci, ed en-
trò in Kimini con 160 granatieri
e dragoni a' 10 luglio; circa 5ooo
soldati in tutti poi si riunirono in
tal città sotto il suo comando, cui
nel dicembre venne surrogato il
tenente colonnello-Barbieri, ora co-
mandante della piazza di Roma, e
più tardi il Bentivoglio fu nomina-
tu cumuuduulc di Cattici s. Angelo.
MIL
Intanto sul finire del i83i in Fer-
rara il general Zamboni organizzò
ì cacciatori a cavallo. Nel regola-
mento emanalo nel i832 sui de-
litti e sulle pene, su queste i mi-
litari vennero dichiarali suggelli
alle leggi comuni . Nel gennaio
i832 le milizie pontificie, sotto il
commissario apostolico cardinal Al-
bani, si avanzarono a Cesena ed a
Forti, ove nacquero le note zutfe,
in cui le milizie e l'artiglieria si
fecero onore, ma furono richiamati
i tedeschi, ritirandosi a Pesaro le
truppe del Papa. Intanto a' 23
febbraio Ancona fu occupata dai
francesi, che vi posero guarnigione.
Nel 1832 stesso gli svizzeri assoldati
dal governo pontificio, passarono
nelle legazioni. Nel voi, VII della
Raccolta si riporta a p. iio il re-
golamento provvisorio organico del
corpo de' carabinieri pontificii, e-
manato li 8 gennaio i833, com-
posto di 2486 teste. A p. i38 ii
regolamento per la formazione di
un corpo di volontari paulificii nel-
le quattro legazioni, del primo giu-
gno 1833, con privilegi e ricom-
pense. A p. i52 l'organizzazione
del corpo politico militare de' ber-
saglieri pontificii, con regolamento
de' 2 1 dicembre i833, a piedi ed
a cavallo, per Roma e provincie
di Benevento, Prosinone, Vellelri,
Rieti, Spoleto, Ascoli , Fermo e
Camerino. Nella divisione della se-
greteiia di stato la presidenza del
consiglio ecottomico militare fu at-
tribuita al cardinal segretario per
gli affari di stalo interni. Nel voi.
IX della Raccolta sonovi, a p. i55
la circolare degli 8 gennaio i834
del cardinal commissario delle quat»
tro legazioni, in difesa <iel corpo
de' volontari pontificii; a p. i56 il
rcgolumculo relativo ai lucri, prò-
MIL
pine ed emolumenti speltanli alle
piazze e guarnigioni militari; a p.
169 i miglioramenti prescritti tan-
to neir organizzazione, quanto nel
▼esliario ed equipaggiamento delle
truppe di linea, de' 29 dicembre
1834, con quanto riguarda l'am-
missione de' cadetti ne' corpi di es-
se, e loro riparto nelle compagnie,
venendo la metà delle promoxioni
all'officialilà riservata ni cadetti,
l'altra ai sotto-ofliciali. Con tale or-
dine del giorno lo stato militare
in attività di servigio venne com-
preso: i.° Ministero della presiden-
za delle armi, g3 individui. 2." Sla-
to maggiore generale, cinque. 3.°
Stato maggiore di piazza, trentadue.
4-'* Genio, ventuno. 5." Artiglieria,
982 individui con 168 cavalli. 6."
Fanteria indigena : veterani e in-
validi 553; battaglioni attivi 6552.
7." Cavalleria indigena: reggimento
dragoni 734, con 571 cavalli; cac-
ciatori a cavallo 263, con 202 ca-
valli. 8.° IMarina, 29 individui. Più
una compagnia di artiglieria, e due
reggimenti di fanteria estera, se-
condo le rispettive capitolazioni ;
l'artiglieria con i47 individui ed 88
cavalli,! reggimenti di ^iS/^ teste in
tutto. Più r arma politica composta
di un reggimento di 2774 carabi-
nieri con 4i' cavalli; un corpo
di bersaglieri 923 con 84 cavalli.
La presidenza delle armi fino
dal primo settembre avea pubbli-
cato ordine del giorno sulle di-
scipline relative al servigio interno
de' corpi. JNel i836 pel minaccian-
te cholera furono istituiti i cordoni
sanitari anche marittimi, ed ema-
nate pene contro gì' infraltori di
essi. 1 volontari pontilioii furono di-
visi in quattro brigale, sotto la di-
pendenza di ciascun legato; e fu-
rono pubblicate le norme per la
MIL i35
decisione delle cause criminali con-
tro i bersaglieri pontificii, quali si
leggono a p. 49 ^^^ ^ol. XIII
della Raccolta delle leggi. La scuo-
la de' bombardieri, per le vicende
de' tempi rimasta alquanto negletta
a malgrado le cure dei colonnelli
Lopez e Porti, si riaprì con più
felici auspicii sotto Gregorio XVI
nel 1 836 in Castel s. Angelo, colla
vigilante direzione dell'attuale co-
mandante del corpo coram. Carlo
Sleuart, il quale fu sollecito di rior-
dinare il regolamento con superio-
re approvazione ; quindi la scuola
risorse con lustro maggiore, come
dimostrano i premi e gl'incoraggi-
menti che si meritò, onde si han-
no scelti officiali e cadetti da ser-
vire in ogni bisogno, come sono
periti in ogni ramo riguardante l'ar-
te e persino le opere murarie e
fortilizie. Nei numeri 70 e 73 del
Diario di Roma 1837 si legge la
morte del conte Giuseppe liraqpi
di Fano capitano generale in ritiro
delle truppe pontifìcie, e la biogra-
fia assai onorevole per l' illustre e
benemerito defunto, che pieno di
attaccamento per la santa Sede, pel
suo servigio istituì col proprio una
prelatura, essendo stato modello di
lède al sovrano, d'integrità e re-
ligione. Il generale Piesta nel i838
divenne tenente generale coman-
dante le truppe di linea, ausiliarie
e di riserva, indi marchese di So-
girano. Nel febbraio i838 Grego-
rio XVI creò cardinale Ugolini, e
nominò presidente delle «rmi Gre-
gorio Fabrizi, che morendo poco
dopo gli sostituì monsignor Giaco-
mo A madori Piccolomini. Del pre-
lato Fabrizi, come de' funerali ce-
lebrati coir assistenza de' chierici di
camera e del tribunale camerale,
come pure colla presenza di tutto
i36 MIL
lo slato maggiore della truppa pon-
tifìcia, se ne parla con lode nel
nuuieio 4? tl<^' Diario di Roma.
Frattanto sul Unire del i838 i
francesi evacuarono la fortezza di
Ancona, e gli austriaci partirono
dalle legazioni. A' i5 giugno i84o
venne emanato il regolamento pel
corpo sanitario militare, come ripor-
tasi a p. 162, voi. XVIII della
Raccoltaj ivi a p. 184 si legge il
regolamento pei cappellani militari,
ed a p. 202 la concessione all'am-
nùnistrazione cointeressata delle pol-
veri, di poter fabbricarne altre due
qualità ; a p. 2 38 poi si riporta
la convenzione fra il governo e l'or-
dine gerosolimitano per lo stabili-
mento dell' ospedale militare che
ad esso affidò il Papa, lutto aven-
do narrato nel voi. XXIX, p. 289
del Dizionario, Ma nell' ottobre
1844 l'ospedale militare fu resti-
tuito all'antico locale dell'arcispe-
dale di s. Spirito in Sassia, come
si dirà meglio parlando di questo
Ospedale. Intanto successivamente
fu aumentalo il numero de' mem-
bri componenti il consiglio militare
presso la presidenza delle armi, co-
me d' un sostituto commissario di
camera vice-fiscale delle armi, del
direttore della sanità militare con-
sigliere per le materie sanitarie,
dell' ispettore centrale, ec. A' 7 a-
goslo 1 84 1 la presidenza delle ar-
mi pubblicò r ordine sui cadetti,
i quali dovrebbero avere scudi die-
ci di rendita mensile; ed a' 9 ago-
sto r ordme riguardante i matri-
moni de'militari e rispettive doti.
Mancava un codice penale milita-
re, ed anco a questo provvide Grego-
rio XV! col regolamento di giusti-
zia criminale e disciplina militare
del primo aprile i84'2, che si leg-
ge nel voi. XX, p. 77 della /irte-
MIL
c(dla, mentre a p. 275 vi è l'i-:
stru/.ioiie della presidenza delle ar-
mi suir amministrazione de' militari
condannati alla detenzione. Nel me-
desimo anno il cav. Angelo Calde-
rari tenente colonnello de' cara-
binieri pubblicò r utile Manuale
dei soUo-ufJiciali e carabinieri al
servigio della santa Sede per V i-
saluto politico- militare. Nel i844«*'
16 aprile si emanarono favorevoli
disposizioni sulle giubilazioni della
truppa di linea; a'3o aprile le at-
tribuzioni del tenente generale e
comandanti; a' i4 giugno il re-
golamento sulle peicezioni straordi-
narie delle piazze e delle trup-
pe pel disimpegno de' vari servigi ;
ed a'i6 dicembre il regolamento
organico amministrativo per la trup-
pa pontifìcia indigena permanen-
te, riportato nel volume XXIF, pag.
181 della Raccolta. 11 totale del-
le teste indigene fu di 93 1 3, dei
cavalli 870; più 3366 carabinieri
e bersaglieri, con 5 11 cavalli, non
comprese le truppe di riserva e
quelle estere. Le prime nel 1842
erano 4628, le seconde 4o95, i
volontari pontifìcii 4^35; la spesa
di tutta la truppa nel i843 ascese
a scudi 1,878,217. Noteremo che
il comandante di piazza di Roma
riceveva la spada degli ullìciali de-
funti, come praticasi in diversi sta-
ti; ma in quello della Seiìe aposto-
lica, nel pontificato di Gregorio
XVI tale uso fu tolto. Il Papa
Gregorio XVI nel luglio i844 C'"eò
cardinale il presidente delle armi
Giacomo Amadori Piccolomini, e
gli sostituì l'odierno monsignor La-
vinio de Medici Spada^ che in pari
tempo fece chierico di camera. Fi-
nalmente ncir agosto 1846 il re-
gnante Pontefice l'io IX riunendo
le due segreterie di slato sotto il
MIL
cardinale segretario di stato, questi
è divenuto presidente del consiglio
economico militare.
Ecco le provvitlenze prese dal
Papa che regna nel 1847 '''^'' <^'"
versi corpi della milizia pontifìcia.
Prima noteremo die nella proces-
sione del Corpus Domini, per la
Prima volta le guardie nobili usa-
rono gli elmi in vece dei cappelli
a punte, di elegante lavoro e ric-
chi per ornamenti. A' 6 aprile fu
istituita una commissione per le ri-
forme militari, comporta del prelato
presidente delle armi, dei principi
Rospigliosi, Barberini e Gabrielli, del
colonnello Armandi, e di Lovatti
in qualità di segretario. Col molo-
proprio, Come e nostro principale
desiderio, de' 12 giugno, sulla isti-
tuzione del consiglio de' ministri ,
si leggono le seguenti disposizio-
ni. 1 monsignori governatore di
Roma, tesoriere generale, e presi-
dente delle armi fanno parte dei
sette ministri che lo compongono.
La direzione, la custodia e l'am-
ministrazione dell' armeria pontifì-
cia dal tesoriere passano alla pre-
sidenza delle armi. INIonsignor pre-
sidente delle armi continuerà ad
esercitare le sue attuali attribuzio-
ni unitamente al consiglio militare,
osservando il regolamento organico
del 16 dicembre i844- Monsignor
governatore proporrà le nomine
de' comandanti ed ufliciali superio-
ri delle armi politiche e dei vigili
o pompieri, e dei capitani dell'uno
e dell'altro corpo. Monsignor teso-
riere proporrà le nomine degli of-
ficiali superiori e dei capitani del-
le guardie di finanza. Monsignor
presidente delle armi proporrà le
nomine de' membri del consiglio,
del segretario generale, de^^li ispet-
tori e sotto- ispettori, dell' uditore
MIL 137
generale e degli uditori divisiona-
ni, del capo dell' ufliìcio di verifi-
cazione e del primo verificatore;
le nomine del direttore dell'arme-
ria, del direttore generale, dell' i-
spettore e sotto- ispettore della sa-
nità militare, dei generali, e di tut-
ti gli altri ufìlziali superiori fino
al maggiore inclusivamente; e le
destinazioni de' comandanti de' corpi
e de' forti. A' 5 luglio il cardinal
Gizzi segretario di stato pubblicij
la notificazione con cui il santo
Padre decretò di ricostruire e am-
pliare la guardia civica di Roma,
con norme fondamentali, nominan-
do il Papa comandante generale
d. Giulio Rospigliosi principe di
Zagarolo, che ne avea esercitato il
grado sotto Pio VII, al modo detto
a Civica: già questa guardia si è
resa grandemente benemerita. A'3o
luglio 1847 il cardinal Ferretti se-
gretario di stato, emanò il regola-
mento per la guardia civica nello
stato pontifìcio. Nella segreteria di
stato, nella prima sezione alla po-
nenza militare, fu destinato minu-
tante Liberato Bruto lenente co-
lonnello nella truppa di linea. Dui
febbraio j«S46dal eh. cav. Francesco
Gherardi Dragomanni si pubblica
in Firenze un applaudito Giornale
niililare italiano j ed il num. 89
riporta una erudita bibliografia mi-
litare italiana, antica e moderna, in
Roma nel corrente anno il eh. cav.
Luigi Bavari romano, colonnello delle
milizie pontifìcie ha pubblicato: L'uo-
mo di stato, meditazioni- filoso fiche-
politiche. Tra le utilissime conside-
razioni fatte dall' autore, non di
minor importanza sono quelle da
lui saggiamente ed eruditamente in-
stiluite sulla milizia, avendovi trat-
tato nella parte militare il della-
gliQ di que' principi!, che solo pos-
i38 MIL
sono rendere un inililare perfetto,
ed una truppa utile allo stato, cioè
nella meditaz. X: Sulla milizia,
fortezze e piazze forti.
MILLENARII. Nel secondo e
terzo secolo della Chiesa, si chiama'
rono così quelli i quali credevano
che Gesù Cristo alia fine del mon-
do verrebbe sulla terra, e vi fon-
derebbe un regno temporale pel
corso di mille anni, nel quale i fe-
deli goderebbero una felicità tempo-
rale aspettando l' ultimo giudizio,
ed una ancor più perfetta felicità
in cielo : i greci li hanno chiamati
Chiliasti, teroìine sinonimo a mil-
lenarii. Questa falsa opinione era
fondata sul cap. 20 dell'Apocalisse,
dove dicesi che i martiri regneran-
no con Gesù Cristo per mille an-
ni ; è facile però conoscere che que-
sta specie di profezia, oscurissima in
sé stessa, non dev' essere presa let-
teralmente. Credesi che Papia ve-
scovo di Gerapoli e discepolo di s.
Giovanni evangelista, ne sia stato
l'autore, altri provano che in ori-
gine viene dagli ebrei. Fu seguita
da alcuni padri e scrittori eccle-
siastici, come s. Giustino, s. Ireneo,
Vittorino, Lattanzio, Tertulliano,
Sulpizio Severo, Q. Giulio Ilarione,
Commodiano, ed altri meno noti.
È necessario di osservare che vi
furono de* raillenarii di due spe-
cie. Gli uni, come Cerinto e i di
lui discepoli, insegnavano che nel
regno di Gesù Cristo sulla terra, i
giusti godrebbero di una felicità cor-
porale, la quale principalmente con-
sisterebbe nei piaceri dej senso : i
padri non abbracciarono mai que-
sta sciocca opinione, anzi la riguar-
darono come un eriore. Perciò du-
bitarono molto se dovessero met-
tere l'Apocalisse nel numero de'li-
bri caaouici, lenieudo che Ccriutu
MIL
ne fosse il vero autore, e lo avesse
posto sotto il nome di s. Giovanni
per accreditare il suo errore. Cre-
devano gli altri che i santi nel re-
gno de* mille anni goderebbero di
una felicità piuttosto spirituale, che
corporale, ed escludevano le volut-
tà de' sensi. Però bisogna ancora
osservare, che la maggior parte noa
tenevano questa opinione come un
domma di fede. Vi furono ezian-
dio un'altra specie di millenarii, i
quali sostennero che di mille in
mille anni cassassero in favor dei
dannali le pene dell* inferno ; anco
questo capriccio era fondato sopra
una falsa interpretazione dell' Apo-
calisse.
MILLES (s.), vescovo di Susa.
Nato nella provincia dei razichiti
o razichei, fu allevato alla corte di
Persia, ed occupò un posto rag-
guardevole ueir armata ; ma dopo
avere abbraccialo il cristianesimo si
ritirò ad Ilam o Elam presso Su-
sa, ove converl'i molli infedeli. Pre-
si gli ordini sacri, non andò mol-
to che fu eletto vescovo di Susa.
Egli spiegò instancabile zelo per la
distruzione del vizio e dell' idolatria,
ed ebbe -perciò molto a solhire;
laonde prese la risoluzione di ab-
bandonare la città, e si mise in
viaggio per recarsi a Gerusalemme
e ad Alessandria. Essendo in Egit-
to visitò s. Ammonio discepolo di
s. Antonio, e nel ritorno alla pa-
tria visitò s. Giacomo di Nisibi,
donde passò nella Siria. In un si-
nodo che si teneva a Seleucia per
riformare gli abusi ch'eransi intro-
dotti nella disciplina, e per ascol-
tare i lagni che parecchi vescovi
movevano contro Papas, che colla
sua superba ed arrogante condotta
avea cagionato uno scisma, s. Mil-
le! parlò a costui con molta forza,
MIL
e gli predisse che sarebbe punito,
come avvenne, giacché fu tosto as-
salito da una paraUsia. S. Milles,
ritiratosi a Mescne sull'Eufrate, an-
dò ad abitare con un romito. Il
signore di cjuesto luogo, t:h'cra in-
fermo da dieci anni, riebbe la sa-
nità per le preghiere del santo, e
questo miracolo fu segnilo dalla
conversione di molli infedeli. Ritor-
nato nella provincia dei razichei,
battezzò un gran numero d' idola-
tri ; ma in forza dei sanguinosi e-
ditli di Sapore contro la religione
cristiana, egli fu preso nel 34 1.
Ambrosimo prete e Sina diacono,
suoi discepoli, furono pure compa-
gni della sua sorte. Condotti tutti
■tre a Maheldagar carichi di catene,
soffrirono una crudele flagellazione,
costantemente ricusando di sagrili,
care al sole come si voleva sforzar-
li. Finalmente Ormisda Gufrisio go-
vernatore della provincia, fattosi ve-
nire Milles davanti, minacciolio di
ammazzarlo se non gli mostrava la
■verità della sua religione. 11 santo
gli rispose modestamente, ma con
fermezza ; e il barbaro governatore,
interrompendo il suo discorso, tras-
se il pugnale e glielo immerse nel
fianco, mentre JN arsele suo fratello
feri il santo dall' altro lato. Am-
brosimo e Sina furono condotti al
sommo di due colline poste rim-
pctto l' una all'altra, e quivi lapi-
dati dai soldati. 1 corpi de' tre mar-
tiri furono portati nel castello di
Malcan. Sono essi nominati nel
martirologio roniano con molli al-
tri martiri persiani ai l'i di apri-
le ; ma i menologi greci ne famio
menzione ai io di novembre, gior-
no in cui forse i cristiani li sep-
pellirono.
MILLINI o xMELLlNI Giambat-
tista, Cardinale. Giambattista Mil-
MIL i39
lini nobile romano, fino dalla pue-
rizia fu di aspetto grave e mode-
sto, che sino d'allora presagiva ben
fondate speranze di un' ottima es-
pettazione della vita e de' costumi
suoij i quali riuscirono conformi
alla opinione concepita di lui; quia-
di non deve recare tanta meravi-
glia, se in età di seti' anni fu da
Giovanni XXIII fatto canonico del-
la basilica lateranense. La nuova
dignità eccitò in lui maggior im-
pegno per applicarsi allo studio, ia
cui superò gli eguali e quelli che
erano più di lui. Conosciutasi da
Martino V la prontezza e felicità
del suo ingegno, volle che di pro-
posito si dedicasse alle leggi cano-
niche, nelle quali riportò nell' ar-
chiginnasio romano l'onore della
laurea. A tale eflelto però il Papa
gli assegnò una pensione sufllciente
per mantenersi negli studi, quasi pre-
sago dell'oltima riuscita che avreb-
be falla, e dell' aiuto che col tem-
po doveva rendere alla chiesa ro-
mana. Eugenio IV lo ammise nel
novero degli abbreviatori, nel qua-
le uffizio ebbe sempre a cuore di
sollevare e favorire la povera gen-
te, da cui neppure riceveva 1' in-
tero delle propine che gli spettava-
no, condonandone sempre una por-
zionCj per cui si guadagnò l'amore
del pubblico. Avendo determinalo
però Eugenio IV di cambiare af-
iàlto il capitolo lateranense , con
togliere i canonici secolari e resti-
tuirvi i regolari, e facendo premu-
ra al Mìllini, che aveva mandato
oratore a Firenze, perchè rinun-
ziasse, non potè indurvelo, né con
minacce, né con promesse. Sdegna-
to il Papa contro di lui, deputò
tre ragguardevoli soggetti, due dei
quali divennero poi Papa Nicolò V,
e Paolo II, e l'altro cardinale, cioè
i4o MII.
Amico Angifilo vescovo dell'Aquila,
per fare severa inquisizione sopra
i costumi e la couclolta del Mil-
lini, i quali dopo le più accurate
diligenze pronuziaronlo concorde-
mente d' integra vita. Morto Euge-
nio IV, il successore Nicolò V^ vol-
le onninauiente mutare il capitolo
lateranense, onde chiamato a se il
Millini, gì' intimò che ad ogni pat-
to dovesse rinunziare, ed egli a ma-
lincuore finalmente cedette. Tutta -
\olta il Papa gradi la rinunzia, e
sul momento lo dichiarò vicario di
S. Pietro , e soprintendente alle o-
blazioni e limosine che si oiìiivano
alla basilica vaticana, alla quale il
Milliui comparti insigni benelìzi, co-
me avea fatto colla lateranense, co-
me narra Jacopo Lauro nel suo li-
bro Defainilia Milliiia, Piomae 1 636.
Inoltre Nicolò V gli offri i vescovati
di Sulri e di Anagni, ma ambedue
inodestamente ricusò. Assegnato da
Calisto III per compagno del car-
dinal Alano Gelivo, a Carlo Vili
re di Francia, a fine di comporre i
tumulti di quella monarchia, si gua-
dagnò talmente 1^ grazia del re,
cl)e lo destinò suo ministro in Ro-
ma presso la santa Sede. Sotto Pio
11 fu surrogato a Rhode nella ca-
rica di collettore delle lettere apo-
stoliche in Germania, in cui riuscì
cos'i giusto ed integerrimo, che a
nulla valsero le promesse e i doni.
I^aolo li per la sua specchiata con-
dotta e giustizia Io nominò suo u-
ditore e datario, nel quale impiego
non ebbe difficoltà affrontare all'oc-
correnza lo slesso Pontefice, e que-
gli, invece di olfcudersene, nel i468
gli conferì la chiesa di Urbino col-
la ritensione delle cariche. Sisto IV
conf'e^'iiiandolo nello stesso impiego,
a' i8 o IO dicembre 1476, lo creò
ordinale prel« de' ss. Neieo ed
MIL
Achilleo, con incredibile soddisfai
zione e piacere di tutta Roma. In
occasione della violenta morte di
Galeazzo duca di Milano, ad istan-
za della duchessa madre che ne
supplicò il Papa, fu spedito il car-
dinale ad onta della grave sua età
e nel cuore dell' inverno in Lom-
bardia, col carattere di legalo per
sedare, come fece, colla sua autori-
tà e prudenza, in compagnia di
Lodovico duca di Mantova, i tu-
multi e le discordie nate nella cit-
tà, lo che eseguì anche in Genova,
liducendo la popolazione di vota al
suo doge, contro di cui erasi ri-
bellala. Finalmente pieno di meri-
ti e di gloria, e da tutti amato,
cessò di vivere in Monte Mario
presso Roma nel 1478 d'anni 78,
ed ebbe sepoltura nella basilica di
s. Pietro, donde dopo tre mesi fu
trasferito nella chiesa di s. Maria
del Popolo, e venne collocato nella
sua cappella gentilizia, al cui manco
lato vedesi un' urna antica, colla
statua del cardinale vestita in abi-
ti pontificali e giacente, mentre nel-
la sua base evvi inciso un magni-
fico elogio. 11 Platina ne scrisse la
vita accuratamente.
MILLINI GiANGAftziA, Cardina-
le. Giangarzia Millini patrizio ro-
mano, ma nato in Firenze dove suo
padre viveva esule, visse sotto la
disciplina del cardinal Castagna suo
zio per canto di madre, il quale
poi divenne Papa Urbano VII, ma
regnò pochissimo. Sino dalla sua
gioventù diede di sé ottime speran-
ze, e nel pontificpto di Sisto V fu
ammesso nel collegio degli avvoca-
ti concistoriali, dai quali sotto Gre-
gorio XIV fu avanzalo fra gli u-
ditori di rota. Clemente Vili l'eb-
be seco nel viaggio a Ferrara, e lo
assegnò per compagno al cardiue^l
I
MIL
Gactanl legalo a lalere in Polonia
per islabilire la pace tra quel re
e la casa ci' Austria ; quindi volle
che si unisse al cardinal Pietro AI-
dobrandini legato in Francia per
benedire le nozze tra Enrico IV e
Caterina de Medici. Paolo V co-
noscitore de' suoi talenti, integrità
e destrezza, lo incaricò della nun-
ziatura a Filippo Ili re di Spagna,
e dopo un anno circa, nell* età di
34 anni, agli 11 settembre i6ofi
lo creò cardinale piete del titolo
de' ss. Quattro. Essendo questa chie-
■ sa deformata dallo squallore del-
l'antichità, l'abbellì ed ornò di
nuova tribuna, e nel ristorarla eblx;
la consolazione di riti'ovarvi nel
1624 le reliquie de'ss. Quattro Co-
ronati, e parte del capo di s. Seba-
stiano martire, collocate nella con-
fessione dal Papa s. Leone IV. Due
altri anni si trattenne il cardinale
W^^ alla corte di Madrid quale legato,
Wt. e tornalo nel 1607 in Roma, l'u
promosso a vescovo d' Imola, indi
occupato nella legazione di Germa-
nia, per riconciliare insieme l'im-
peratore Ridolfo con Mattia re di
Ungheria, lo che ottenne con e-
strema soddisfazione dell' imperato-
re e del Papa, il quale nel suo
ritorno lo ricolmò in pubblico con-
cistoro di somme lodi. Compiuta
questa legazione, lo stesso Paolo V
lo destinò suo vicario in Roma,
nella qual carica perseverò ne' pon-
tificati di Gregorio XV ed Urbano
Vili. Nel 16 II Paolo V inoltre lo
fece arciprete della basilica Liberia-
na, a cui il cardinale donò preziose
suppellettili e sacri arredi, e di più
lo ascrisse alle congregazioni del s.
olfizio, de' riti ed altre, colla pro-
lettoria de' carmelitani, de' minislri
degl' infermi e de' benefratelli. Do-
po aver comparliti segnalali bene-
MIL 141
fizi alla chiesa d' Imola, e riedifi-
cata tra le altre cose la chiesa di
s. Maria Maddalena alle convertite,
che minacciava rovina, e ricuperati
a quella pia c*ìsa alcuni fondi dati
in enfiteusi, che ntlesa la qualità
de' tempi erano andati in oblivione,
ed arricchita la cattedrale di sacre
suppellettili e di statue di argento,
ne fece nel 161 i spontanea rinun-
zia nelle mani di Paolo V, peichè
le sue cariche non gli permetteva-
no farvi residenza. Il Papa lo ten-
ne sempre in luogo d' intimo con-
sigliere e partecipe delle cure più
gravi del pontificato, non intrapren-
dendo cosa alcuna senza prima sen-
tirne il di lui parere, cose tulle
che lo tenevano grandemente oc-
cupato. Nel 1629 Urbano Vili Io
trasferì dal titolo di s. Lorenzo in
Lucina, in cui era passato, al ve-
scovato di Frascati, e trovossi pre-
sente ai conclavi di Gregorio XV
ed Urbano Vili, ne' quali ebbe mol-
ta parte, e fu vicino ad essere e-
lelto Papa. Con tutto l' impegno si
adoperò col cardinal Rartolnuieo
Cesi presso Paolo V, aHlnchè il ma-
gnifico leuìpio di s. Maria in Cam-
pitelli, ne' cui fondamenti gitlò il
cardinale nel 1619 la prima pietra,
fosse dato alla congrci^azione dei
chierici regolari della Madre di Dio,
come seguì. Nell'anno santo 1625
aprì e chiuse la porta santa della
basilica Liberiana, e morì nel 1629
d' anni Sy non compiti. Rimase
sepolto nella chiesa di s. Maria del
Popolo, dove al lato destro della
sua cappella gentilizia, da lui con
ecclesiastica magnificenza ornala, fu
eretto alla sua memoria un son-
tuoso mausoleo, col di lui busto
in candido niaroio e assai al natu-
rale, con magnifico epitaffio. La
vita di questo cardinale fu descrit-
i42 MIL
ta da Decio Memmolo suo segreta-
rio, e stampata in Roma nel i644-
Al cardinale avea predetta l'ora
della morte s. Giuseppe Calasanzio,
assicurandolo che non avrebbe man-
cato di assisterlo nel suo passaggio.
Fu uomo di mente quadra e su-
blime, e grandeggiò per profonda
scienza e molteplice erudizione, per
una felice spericnza in tutte le co-
se, per grandiosa avvedutezza nel
maneggio degli alFari, e per una
assidua vigilanza nella cospicua ca-
rica di vicario di Roma. Si dice
die ambisse il pontifìcnto, e nel
conclave per Urbano Vili ebbe in
suo favore ventidue cardinali, con
alia testa il cardinale Scipione Bor-
ghese. Molti scrittori contempora-
nei dedicarono al cardinale le o-
pere loro.
MILLI NI Savo, Cardinale. Savo
Millini nacque in Roma da antica
ed illustre famiglia. Esercitati cop
lode i minori impieghi nella corte
romana ne' pontificali di Alessandro
VII e Clemente IX, si avanzò sot-
to Clemente X a quello di segre*
tario della congregazione del buon
governo, di cui prima era stato
ponente, indi fu mandato nunzio
in Ispagna. In quel tempo tale nun-
ziatura era piena di rischi e peri-
coli, a cagione di Luigi XIV, che
inorgoglito dalle vittorie, andava
macchinando nuove conquiste sulla
monarchia e sul Papa, come quello
che pretendeva estendere i diritti
della regalia oltre i termini pre-
scritti e fìssati dal generale conci-
lio di Lione. Innocenzo XI ne avea
avanzato querele alla corte de' prin-
cipi e singolarmente a quella del
re di Spagna. Convenne quindi al
prelato usare la più raffinata pru-
denza ad oggetto di non disgustare
il Pontefice, e rendersi nel tempo
MIL
stesso bene afletto al re, come di
fatti lo diede a divedere quel mo-
narca, nel rammarico che provò
allorquando fu costretto a lasciar
partire dalla sua corte il prelato
decorato della porpora. La magni-
ficenza, la generosità e la splendi-
dezza usata da lui nella nunziatura,
fu sorprendente ed incredibile, . es-
sendo giunto non solo a diminuire
notabilmente le rendile della sua
doviziosa famiglia, ma a gravarsi
eziandio d' immensi debili, per sup-
plire alle esorbitanti spese da lui
fatte nella Spttgna. A questa straor-
dinaria ed eccessiva generosità, sep-
pe accoppiare una fortezza d' ani-
mo increddiile, non solo per difesa
dell'immunità ecclesiastica, insulta-
ta talvolta dai regi ministri, ma
altresì per l' onore di sua rappre-
sentanza, che nelle differenze incon-
trale col presidente di Casliglia,
che gli fece dai soldati arrestare la
propria carrozza, uscì da ogni con-
trasto con somma riputazione, me-
diante pubblica e notoria soddis-
fazione datagli dalla corte. Laonde
con plauso universale Innocenzo XI
il primo settembre 1681 lo creò
caidinale prete di s. Maria del Po-
polo, ed insieme vescovo di Orvie-
to, dove profuse co' poveri più di
ciò che ritirò dalle rendite della
chiesa, alla quale fece immensi spi-
rituali e temporali benefìzi. Per
r inclemenza del clima contrario al
suo tempernmeiilo, nel i6g4 In-
nocenzo XII lo trasferì al vescx)va-
to di Sutri e Nepi, dove lutto si
diede a promovere la pietà, il cul-
to divino e la disciplina del clero.
Dimesso il primo titolo passò a
quello di s. Pietro in Vincoli, ove
restaurò e con gran magnificenza
ampliò il palazzo de' cardinali tito-
lari contiguo a quella basilica. Fu
I
I
i
MIL
nel numero de' cardinali elettori di
Alessandro Vili, Innocenzo XII e
Clemente XI, e mori nel lyoi
d'anni 57. Venne sepolto in s. Ma-
ria del Popolo, in cui al manco lato
di sua cappella gentilizia, vivente
erasi apparecchiato la tomba, cioè
nn magnifico avello espresso in
bianco marmo con elegante epitaf-
fio da lui stesso composto.
MILLIIVI Mario, Cardinale. Ma-
rio Millini nacque inRoma dalla nobi-
lissima famiglia di tal nome, feconda
d'uomini illustri. Educato sotto la
disciplina del cardinal Savo suo zio,
si diede alla vita ecclesiastica ; ed
in età di 4^ anni entrato nella
carriera prelatizia, ebbe la sorte di
essere ammesso nel 1725 da Be-
nedetto XIII tra gii uditori di rota,
in cui divenuto decano, e nel 1784
sotto Clemente XII reggente della
penitenzieria, ad istanza della re-
gina Maria Teresa d'Austria, presso
la quale era stato posto in aspetto
assai vantaggioso dal cardinale Pas-
siona, allora nunzio di Vienna,
Benedetto XIV a' io aprile 1747
lo creò cardinale prete di s. Prisca,
e lo ascrisse alle congregazioni dei
riti, della consulta, de' vescovi e
regolari, e del concilio; quindi po-
co dopo fu destinato dalla stessa
regina suo ambasciatore in Roma
presso il Papa, il quale gli conferì
la prefettura della congregazione
del concilio. Il cardinale molto si
adoperò col Pontefice, affinchè la
celebre causa del patriarcato d' A-
quileia si conducesse ad esito felice,
come in fatti avvenne. Alla fine
dopo aver lasciati parecchi insigni
monumenti di sua pietà e religione,
e istituiti suoi eredi i poveri, che
sempre avea amati, cangiò in Roma
il tempo coir eternità nel 1756 di
anni 7^, e fu sepolto in s. Maria
MIL 143
del Popolo nella propria cappella
gentilizia, ove innanzi l' altare si
vede una lapide splendidamente a-
dorna e fregiata di magnifico elo-
gio. Benedetto XIV in occasione
di sua guarigione fece dispensare
a' poveri ventimila scudi della sud-
detta eredità.
MILLO GiAMAcopo, Cardinale.
Gianiacopo Millo de' marchesi di
Tubine e di Altare, nato in Ca-
sale di Monferrato, portatosi a Ro-
ma attese con ardore a perfezio-
narsi nello studio della teologia.
Contratta fortunatamente amicizia
col prelato Lambertini, poi cardi-
nale e vescovo d' Ancona, fu da lui
condotto in quella città per vicario
generale, e collo stesso carico lo
portò seco in Bologna, quando Cle-
mente XII gli die quell'arcivesco-
vato. Divenuto Lambertini Bene-
detto XIV, subito chiamò in Roma
Millo, lo fece sub uditore, e nel
1743 datario, quindi a'26 novem-
bre 1753 lo creò cardinale prete
del titolo di s. Grisogono, e pre-
fetto della cona;re2:azione del con-
cilio, valendosi di lui in affari ri-
levantissimi, pel gran favore che
gli concesse. Morì improvvisamente
in Roma nel 1757 d'aiuii 63, ed
ebbe sepoltura nella chiesa titola-
re, nella quale al manco lato della
porla maggiore si vede erettogli
un nobile ed elegante monumento,
colla sua immagine scolpita in for-
ma di medaglia in bianco marmo,
e sostenuta da una statua pur di
marmo, che sovrasta 1' urna sepol-
crale, con onorevole epitaflio po-
stogli dal nipote marchese Carlo
Francesco Millo.
MILO. Fedi MEtos.
MILONE, Cardinale. Milone, ve-
nuto alla luce nelle Gallie, Urbano
li nel lOQQ lo creò cardinale ve-
I U MIL
scovo di Palestrina, indi Pasquale
Jl nel I to3 lo spedì in Francia
legato apostolico, ove si adoperò
con relo per l'estirpazione della
simonia, intervenendo al concilio
di Reiins. Trovossi presente all' ele-
zione di Pasquale li, ed assistè alla
sua consacrazione. Alcuni vogliono
che morisse verso il i io5.
MILOPOTAMO. V. Mellipo-
TAMO.
MILTA. Sede vescovile di Cilicia,
il cui- vescovo era suffraganeo della
metiopoli di Seleucia, nella provin-
cia d'Isaurla. Il Terzi, Siria sacra,
dice che Moisè vescovo di Milta,
sottoscrisse l'epistola sinodica delia
provincia all'imperatore Leone. Mil-
ta, Milieu, al presente è un titolo
vescovile in pnrlibus sotto Selucia,
e gli ultimi a portarlo furono Giu-
seppe Calvo, e monsignor Casimiro
Dmochwski di Knzmicz diocesi di
Minsk, attuale suffraganeo in Cur-
landia di Vilna , e preposito di
quella cattedrale, fatto da Gregorio
XVI nel concistoro de' 17 dicem-
bre I 840.
MILTON Giovanni. Uno de'piìi
gran geni e de'più tersi scrittori
che r Inghilterra abbia prodotto,
nacque a Londra li g dicembre
1608. In Cambridge nell'età di 17
anni già scriveva componimenti poe-
tici in inglese ed in latino, d'una
bellezza al di sopra della sua eia.
Nella gioventù fu puritano, nella
virilità si pose tra gl'indipendenti
e gli anabattisti; ma vecchio, co-
come stanco d'ogni sorta di sette,
si staccò da qualunque conìuuione,
e non frequentò più alcuna as-
seiid)lea, morendo a' i5 novembre
1674 d'anni 66. Scrisse molte o-
pere : r. Sulla riforma della ciiie-
sa anglicana, e sul governo del-
la chiesa in Inghilterra, 2. Arco-
pagitn o discorso in favore della
libertà della stampa per qualunque
sorta di libri. 3. Teniire, libro de-
testabile sul diritto generale de'po-
poli. 4- Sulla vera leligione contro
la propagazione del papismo. 5.
Della prelatura vescovile. 6. Del-
l'origine del governo ecclesiastico,
contio rUsserio. 7. Difesa dei ri-
mostranti contro Hall. 8. Apologia
contro i rimostranti. 9. Trattato
della podestà civile nelle materie
ecclesiastiche . io. Considerazioni
per allontanar dalla chiesa i mer-
cenari. II, Note sopra il discorso
di Grisfith, sul timore di Dio e
rispetto al re. 12. Mezzo facile
per formare una repubblica libera.
1 3. Jrlis logicae. i4- Poemata
anglica et Ialina. i5. Epistolaruni
familiariun . 16. Lilterae senatus
anglicani, Cromwelli, reliquoruwque
pcrduellium nomine, ac jussu r.on-
scriplae. 17. Il Paradiso perduto,
tradotto da Rolli. Queste ultime due
opere sono nell'indice de'libri proibi-
ti. 18. Carattere del parlamento e
dell'assemblea de' teologi. Tra le
poesie di Milton, fu assai esaltato il
Paradiso perduto , poema epico
sulla tentazione di Eva e sulla
caduta dell' uomo, in versi inglesi
non rimalo, per la sublimità delle
grandi immagini, de'peusieri arditi
e spaventevoli, della poesia forte
ed energica, dell' invenzione, della
forza, dell'armonia e della cadenza.
Questo poema ebbe moltissime edi-
zioni in Inghilterra, e fu tradotto
in più lingue. Milton stampò nel
1 67 1 un secondo poema sulla ten-
tazione di Gesù Cristo, e la ripa-
razione dell'uomo che intitolò : //
paradiso riconquislato. Avendolo e-
gli posto al disopra del primo ,
die luogo allo scherzo , che trovasi
bensì Milton nel paradiso per*
MIL
duto, non nel riconquistato. Nel
1788 lìiich pubblicò a Londra la
completa raccolta (Ielle opere di
Milton, colla sua vita, ciò che fe-
cero poi altri con giunte.
MILVIDA (s.). Sorella di s.
Milburga e di s. Mildreda , del
sangue reale di Mercia; abbando-
nò anch'essa il secolo per ritirarsi
nel monastero d' Estrey, fabbricato
da Egberto re di Kent, nelle vici-
nanze di Cantorbei'y ; e dopo aver
dato l'esempio delle più eroiche
virtù, mori verso la fine del setti-
mo secolo. Menard pone la festa
di questa santa vergine, che chiama
Ahlgiut , ai 16 di febbraio ; ma
Wilson dice, che si legge il suo no-
me ai 1 7 di gennaio in un antico
martirologio inglese manoscritto,
MILWANCHlA ( Milwanchien).
Città con residenza vescovile nel ter-
ritorio di Wiskonsin o Ouisconsin
negli Stali Uniti di America, isti-
tuita dal Papa Gregorio XVI, suffra-
ganea della metropoli di Baltimora,
e ne fece primo vescovo l'odierno
monsig. Giovanni Martino Kenny, ai
ao novembre i843. JVel territorio
di Wisconsin già aveaerelta l'altra
sede vescovile di Detroit [Pedi).
Questo territorio di Ouisconsin è
conosciuto ancora sotto il nome di
Nord-ovest o Norlh-west, così appel-
lato dalla sua posizione nella parte
settentrionale degli Stati Uniti, nella
regione mediterranea ed interna del-
l'unione. Il paese è generalmente
piano, però varie colline dividono
il bacino del Mississip"i da quello
dei gran laghi. Fra le numerose
sue riviere una è quella di Wis-
ckonsin o Ouisconsin, in generale
larga e poco profonda, e si getta
nel Mississipì. Le rive sono abitate
dalla tribù dello stesso nome. Le
principali tribù indiane sono gli
voL. xiy.
MIL 145
ouisconsin, i winnebago, i menomo-
ni, i chipeonays ed i foxi : i bian-
chi fanno con esse un gran com-
mercio di pelliccerie. Sembra che
la sede vescovile di Milwanchia sia
nel distretto di Huron, che ha il
Forte Brown, accantonamento mi-
litate; s. Maria, ragguardevole roc-
ca costruita sulla sponda occidenta-
le dello stretto di egual nome; e
la l^rateria del cane, grosso borgo
posto alla sinistra del Mississipì, mu-
nito di fortificazioni. Gli abitanti del
paese di Wisconsin furono menomati
dalle guerre coi conllnanti irochesi,
ed i loro avanzi dalla vita cacciatrice
passarono all'agricola, ahbracr.iando
il cristianesimo. Col nome d'iroche-
si si designa la confederazione delle
sei nazioni, nella quale compreu-
deansi i mokaAvki, gli oncidas, gli
onondogas, i cayugas ed i lusca-
roras: ospitali, indipendenti e guer-
rieri, mal si piegarono a vita mol-
le; e gli europei se ne valsero a
vicenda nelle guerre, come fra lo-
ro seminarono inimicizie per an-
nientarle. Alla biografia di Leone
XII dicemmo del capo-irochese che
si portò a Roma, e de'doni e di-
stinzioni che ricevette dal Papa .
Quindi Gregorio XVI nel primo
anno del suo ponti fic. ito ricevette
riveréntissime lettere de' capi con-
vertiti delle tribù degli irochesi, de-
gl' ipsilingi e degli algoncbini, nel
i832 il Diario di Roma coi nu-
meri 12, 1 5, e nel supplemento del
numero 1 i delle Notizie del gior-
no sono riportate tali lettere, e la
bella versione che ne fece in versi
il eh. prof Barola, colla descrizio-
ne de' doni inviati dai detti capi
al Papa, che li ripose nella biblio-
teca vaticana. Neil' erigere questa
sede vescovile, Gregorio XVI attri-
buì alia sua giurisdizione spirituale
10
i46 MIN
il territorio di Wiskonsin, e negli
Stati Uniti si chiamano teniloiii
que' vasti tratti di paese che anco-
ra non hanno così grande popola-
zione da poter essere eretti in sla-
ti propriamente delti. Il terrilorio
di Wiskonsin, secondo il censo, ha
una popolazione di circa 3i,ooo
abitanti. La sua estensione non è
stata ancora determinata, e la cit*
tà di Milwanchia o Milwanckie sta
sul lago di Michigan nella contea di
Milwanckie, ed è fra i gradi di la-
titudine settentrionale ^i e 43, e di
longitudine io e ii all'ovest di
Washington. Non ha sinora capitolo,
e s' ignora a chi è dedicata la chie-
sa cattedrale, poche essendo le noti-
zie che si hanno di parli così ri-
inote e di siffatte nascenti chiese.
MINCIO Giovanni, Cardinale, r.
Benedetto X, antipapa.
MINDEN, Minda. Città vescovi-
le degli stati prussiani, provincia di
Westfalia , capoluogo di reggenza
e di cii'colo, sulla riva sinistra del
Weser al confluente del Pasta u,
20 leghe da Munster. È una delle
più antiche di Germania, posta in
vantaggiosissima situazione, e fab-
bricata in parte sopra alture, ed
in parte in una pianura, ed è cin-
ta di fortificazioni, aumentate e li-
parate nel i8i4- Il ponte che at-
traversa il Weser è in pietra, d'e-
legante forma. Racchiude tre chie-
se cattoliche, due luterane, ed una
calvinista; un ginnasio, due orla-
Dotrof] , quattro ospedali e molte
fabbriche, principalmente di birra.
Ne' dintorni avvi la Porla fVeslfa-
lica, passaggio nelle montagne at-
traversato dal Weser. Questa città
col paese all' intorno, fu eretta iu
vescovato da s. Leone III, e dola-
lo da Carlo Magno, suffraganeo di
Colonia. Il vescovo divenne prin-
MIN
cipe dell' impero, e signore d' un
piccolo dominio di quattro o cin-
cpie leghe. Il primo vescovo fu s.
Eremberto sassone, che morì nel-
r8o5. Nel 1469 il duca di Brun-
SAvick con alcuni conti suoi alleati
intraprese invano 1' assedio di Min-
den, ma nel i^ig il vescovo di
Hildesheim se ne impadronì. Nel
i529 la introduzione del luteranis-
mo vi cagionò molti torbidi; ti
capitolo si rililò dalla città che
perciò fu posta al bando dell' im-
pero nel i538, e costretta ad ar-
rendersi a Carlo V nel i547. Nel
la guerra de'trenl'anni Tilly prese
la città nel 1626, e nel i634 se
ne impadronì Giorgio duca di Lu-
r.ebiwgo. Gli svedesi la presero nel
i636, la soslennero contro il ca-
pitolo, e ne rimasero padroni sino
al 7 settembre i65o, in cui in
forza ddla pace di Munster nel
1648 la cedettero a Federico Gu-
glielmo elettore di Braiideburgo ,
onde indennizzarlo, unitamente ad
alili paesi, della porzione della l'o-
merania ceduta alla Svezia. Il ve-
scovato che ne formava il princi-
pato fu allora secolarizzato, essen-
done vescovo IJeinardo di Malin-
krol. La serie de' vescovi di Miu-
den si legge nel Chronico Miiidt-n^i,
Francofurti 1607. Conservarono i
cattolici il libero esercizio della loro
religione, e vi possedono Ira le al-
tre chiese la calledrale; i canoni-
cati però sono divisi fra i catlolici
ed i protestanti. La città nel 1679
fu attaccata dai francesi, che più
tardi nel 1757 la presero, lolla
loro nel 1 758 dagli annoveresi ; i
francesi vi rientrarono nel 1 7 Ty,
ma la evacuarono nell'istesso anno,
dopo la perdila d' una battaglia
nelle sue vicinanze. Fu dai france-
si presa di uuovo nel 1806, <pnu-
MIN MIN i47
di riunita al regno di Weslfalia principato della nobilissima fami-
pel trattato di Tilsit, nel 1810 al- glia Pignatlelìl, feconda di uomini
l' impero francese e nel diparti- illustri, che die al Vaticano il glo-
mento dell' Ems superiore, e resti- rioso Innocenzo XII, ed al sacro
tuita alla Prussia nel 1814. collegio molli cardinali,. Questa
MINDO, Mynda, Myndus. Sede piccola città di Puglia è situata so-
vescovile della provincia di Caria, pra un ameno colle, eh' è una ra-
nella diocesi d'Asia, sotto la mefio- mificazione del monte Grosso. Tra
poli di Slauropoli, eretta nel V se- i suoi uomini celebri, nomineremo
colo: fu chiamala sinché Jniyndus il cardinal Francesco Antonio Fini.
e Mcntesche. Questa città dell* A- La cattedrale dedicata all'Assun-
sia minore era situata all' estremi- rione di Maria, è la sola parrocchia
là d'un istmo un poco al nord di della città, e la diocesi consiste in
Alicarnasso tra i golfi Ceramico un borgo, ed in pochi villaggi che
e Jassio. Si conoscono quattro ve- formano un' altra parrocchia. Com-
scovi : Archelao che assistè e sot- manville dice che la sede vescovile
toscrisse il primo concilio d' Efeso; fu ereUa nel 1069 sotto la naetro-
Alpio od Alfio, che trovossi al con- poli di Baii; e l' Ughelli, Italia
cilio di Calcedonia : Giovanni 1 che sacra t. V'II, p. 746, principia ap-
fu al VI concilio, e Giovanni II punto in tale anno la serie de' ve-
intervenuto al VII. Orlens chrìst. scovi con Bisanzio, che l' annotato-
t. I, p. 917. Al presente Mindo, re Lucenzio dice piuttosto di La-
Alynclen, è un titolo vescovile in vello; laonde Innacìo del 1071 è
pnrtihus sotto Slauropoli, e Leone il vero primo vescovo, ed assistette
XII Io conferì a monsignor Gio. alla consacrazione della chiesa di
Battista Sartori-Canova, fratello u- Monte Cassino fatta da Alessandro
terino e inseparabile amico del cuo- li. Gli successero: Trasmondo; Leo-
je del gian Canova di Possagno, pardo del 1197; Riccardo, cui scris-
sommo scultore, di cui raccolse gli se Innocenzo 111; Pietro Cidonilia,
tdiimi respiri, ed eseguì la vo- trasferito a Bari nel I256; Bivia-
lonth, massime nel compimento del no del 1276, e fr. Antonio di Gae-
sontuoso tempio innalzato in pa- ta domenicano, penitenziere di Bo-
tria. nobile monumento quasi emù- uifacio VIII. Ora faremo menzione
lo del Partenone e del Pantheon, de' più benemeriti vescovi di Miner-
che dal pielato fu consecrato, indi vino, e di qualche altro. Dall' ulti-
con Esposizione illustrato dal eh. nio memorato, sino a Leonardo e-
Missirini. Ora il regnante impera- letto nel \^i&, l'Ughelli non ne
tore d'Austria l'ha onoralo della registra veruno: Roberto de Noe
croce di seconda classe della coro- di Puglia, dotto, santo ed eccelleo-
na di ferro, per aver contribuito te predicatore domenicano, nel i497
;il pubblico bene nella provincia di fu traslato ad Acerra. Fr. Antonio
Treviso in tempi di carestia, con Sassolini toscano, generale de' con-
grandiosi lavori e sovvenzioni. ventuali, insigne teologo, Clemente
MINERVINO o MINERBINO, VII nel iS^S lo fece vescovo.
Mincìviiim. Città vescovile del re- Gio. Vincenzo Micheli di Lavello,
giio delle due Sicilie, nella provili- fatto nel i545, morì decano de've-
tia di Bari, capoluogo di cantone, scovi e centenario nel iSqG. Al-
.i48 MIN
tobello Carissimi di Anglona del
1617. Fr. Gio. Michele de Rossi
nolano , procura lore generale dei
GBi-melilani, del i633: gli successe
fr, Girolaiuo Zambeccari domenica-
no bolognese. Francesco Maria Vi-
gnola di Venosa del i663. Nicola
Pignaltelli napoletano , eletto nel
1719. Con questi termina la serie
1' Ughelli, a tempo del quale il ca-
pitolo si componeva delle dignità
di arcidiacono, arciprete, primicero,
cantore, e dieci canonici. Nella cit-
tà vi erano due conventi di reli-
giosi ed un monastero di mona-
che, due confraternite e 1' ospedale.
La mensa consisteva in annui scudi
seicento, con quaranta fiorini di
tassa ad ogni nuovo vescovo. Ecco
i vescovi registrati nelle annuali
Notizie di Roma. 1 734 Fabio Troy-
li di Montalbano diocesi di Tri-
carico. 1751 Stefano Gennaro Spa-
ni di Carinola. 1776 Pietro Silvio
di Gennaro della diocesi di Capua.
Dopo lunga sede vacante, nel 1792
Pietro Mancini di Capitanata. Do-
po altra notabile sede vacante, Pio
VII colla lettera De uliliori do-
minicae, V tal. julii 1818, sop-
presse il vescovato di Minervino e
l' incorporò a quello di Andiia ( la
quale nel secolo XV per un tem-
po fu unita a Monte Peloso^ Fedi),
il novero dei cui vescovi qui ri-
porteremo, per supplire a quell' ar-
ticolo.
Il primo vescovo fu s. Riccardo
ordinato da s. Gelasio I Papa del
492, ed ascritto nel martirologio
da Urbano Vili. Dopo di lui sino
al 781, dice 1' Ughelli nell'Italia
tacra t. VII, p. 919, che solo fiorì
Cristoforo che intervenne al II con-
cilio Niceno ; ma il Coleti avverte
ch'era vescovo d' Andros nel mare
Egeo. Altro vescovo N. viene re-
MIN
gistralo nel ir 43, al quale succes-
se nel 1179 I^'ccardo che fu al
concilio di Lalerano III. Nomine-
remo i principali successori. Fr.
Giovanni di Alessandria agostiniano
del i348. Fr. Melillo Sabanico di
Andria agostiniano, fatto nel i3qo
da Bonifacio IX. Giovanni Doiidei
monaco celestino del i435, inter-
venne al concilio generale di Fi-
renze, sotto il quale si rinvenne
nella cattedrale il corpo di s. Ric-
cardo vescovo e patrono della cit-
tà. Fr. Antonello de' minori fu tras-
lato da Gallipoli nel i4'^2, e con-
temporaneamente vescovo di Andria
e Monte Peloso, come lo furono :
fr. Antonio di Giovannotlo di An-
dria, che nel »i463 restaurò la cat-
tedrale; Roggero di Atella; I\Iarli-
no Soto Major spagnuolo , morto
nel i477> ^^^^ collocò nella catte-
drale diversi corpi di santi, bene-
merito della cattedrale di Monte
Peloso. Gli successe Angelo Fiori
nobile di Andria, eccellente in dot-
trina, pietà e virtù, che splendi-
damente ornò la cattedrale, edi-
ficò la cappella di s. Riccardo, e
ristorò l'episcopio. Alessandro VI
nel 149^ gli sostituì Girolan)o Por-
cari nobile romano. Per demeriti
Leone X ne spogliò in concistoro
Andrea Pastore d' Andria, surro-
gandogli nel i5i6 il concittadino
Simone de Nor, indi nel i5i7 fa-
cendone amministratore il cardinal
Nicola Fieschi, Questi la rassegnò
subito al nipote Gio. Francesco
Fieschi, che governò lungamente
la chiesa, si recò al concilio di
Trento, e morì nel i565. Gli suc-
cesse Luca Fieschi, e nel i582
Luca Antonio Resta di Montagna-
na diocesi d' Otranto, Iraslato da
Nicotera. Nel i6o4 Antonio Fran-
chi napoletano, chiaro per prudcu-
MIN
za e letteratura. Alessandro Stroz-
zi patrizio fiorentino, di esimie vir-
tù, nominalo nel 1626, cui succes-
se fr. Felice Franceschini generale
de' conventuali. Alessandro Egizi di
Minervino del iGSy, benemerito pa-
store, e del culto divino della cat-
1; ledrale, amante de'poveri, e si u-
fi niile che si contentò di un solo fa-
migliare. Pietro Vecchia veneto ab-
bate cassinese, versato in ogni let-
teiatura, uno de' primi oratori di
Italia, trasferito a Melfi dopo il
1690. Indi fu vescovo l'integerri-
mo Francesco Antonio Tri veri, con-
ventuale di Biella. Nel 1697 An-
drea Ariano napoletano pio e dotto,
che santificò il clero, riformò i co-
stumi del popolo, fu generoso coi
poveri, difése l' immunità ecclesia-
stica, abbellì con pitture ed altro
la cattedrale, eresse il seminario,
e dai fondamenti fabbricò nuova-
mente l'episcopio. Nel 1706 degna-
mente gli successe Nicola Adinolfi
napoletano, che ingrandì il seminario,
Ibndò il monastero della Concezio-
ne, consacrò la collegiata dell'An-
nunziata, fu padre de' poveri cui
dispensò le sue sostanze e persino
le proprie vesti. Neil' Ughelli per
ultimo si registra Gio. Paolo Torti
dell' Ospedaletlo provincia di Be-
nevento, benedettino e abbate di
Monte Vergine del 1718: benefi-
cò la cattedrale, decorò con dipin-
ti l'episcopio, fu limosiniero, am-
pliò il njonaslero delle cassinesi, e
fece altre belle opere. Le annuali
Notizie di Roma contengono i se-
guenti vescovi d'Andria. 1726 fr.
Cherubino Tommaso Nobilione, do-
menicano di Sorrento, traslato da
Avellino. 1743 Domenico Anelli
d' And ria, trasferito da A cerno.
1757 Francesco Ferrante di Reg-
gio di Calabria. 1778 Saverio Pa-
MIN
'49
lica monaco celestino di Barletta.
1791 Salvatore Maria Lombardi di
Maddaloni, sotto del quale Miner-
vino fu unito ad Andria. 1822
Giambattista Bolognese di Chicli,
traslato da Termoli. Per sua mor-
te Gregorio XVI nel concistoro
de' 2 luglio 1882 preconizzò l'o-
dierno vescovo monsignor Giusep-
pe Cosenza di Napoli, canonico di
quella metropolitana. La mensa del
vescovo ascende a circa 44^9 ^i'"
catì.
MINGRELIA. Provincia della
Russia asiatica, confinante al nord
col Caucaso che la divide colla Cir-
cassia e colla Imerezia, in gene-
rale paese assai nionluoso, e in cui
le ramificazioni del Caucaso vi si
prolungano quasi ovunq.ue : Zaiika
è la più considerabile città della
Mingrelia, presso Iskuriah, che oc-
cupa il luogo dell'antica città di
Dioscuria. Produce eccellenti frutti,
abbondante selvaggiume, e sonovi
buonissimi pascoli. Il commercio
pili considerabile è quello degli schia-
vi, e specialmente delle donne de-
stinate a popolare gli harem de'tur-
chi e persiani. Gli abitanti sono
in generale belli e ben fatti, mas-
sime le femmine, che portano abiti
come le persiane, ma scostumati
ed allevati nel ladroneccio ed al-
l' ubbriachezza : il furto è ritenuto
destrezza che non disonora, e chi
n' è convinto viene punito con leg-
giera ammenda. Credono essere un'o-
pera di carità l' uccidere i neona-
ti, non avendo il modo di mante-
nerli, e gli ammalati senza speran-
za di guarigione. La popolazione
si divide in tre classi; quella dei
dchinandi o principi, de' sshour
o nobili, e de rnonialì o borghesi,
cioè il popolo minuto. Nei gran
pranzi si fauao arrostire bovi, por-
1 5o MIN
ci e montoni interi. In occasione
di duolo si stracciano i vestili ed
i capelli, e si battono il ventre con
urla spaventevoli: questo barbaro co-
stume dura quaranta giorni, dopo i
quali, sepolto il morto si fa un fe-
stino. Tutti sono obbligali andare
o
alla guerra, ma senza ordine uè
disciplina, quindi il principe può
radunare facilmente un'armata nu-
merosa. Questa contrada che corri-
sponde in tutto o in parte alla
Colchide degli antichi, fece parto
dell' antica Iberia o regno di Gior-
gia [J^edi), ed ora è governata da
un principe che porta il nome di
dadiaiiy cioè a dire capo della giu-
stizia : era anticamente vassallo dei
sovrani di Rarthli; ma verso la fi-
ne dei secolo XVI, egli scosse que-
sto giogo. Nel i8o3 il dadian Gior-
gio si dichiarò vassallo della Rus-
sia, che gli assicurò, come a' suoi
discendenti, il tranquillo possesso di
ciò che riteneva. Non ha una fissa
residenza, ma va da un luogo al-
l' altro, sempre accompagnato dalla
corte. Si può dire in generale es-
sere questo un paese assai povero,
abbandonato all' ignoranza ed al
dispotismo. La religione dominante
ha molta analogia con quella dei
greci, ma è mista ad una quantità
di superstizioni, che si può riguar-
dare come una vera idolatria. Es-
sendo il popolo corrotto, la reli-
gione consiste in pratiche esteriori,
spesso abusive. Essi hanno quattro
quaresime, e per speciale patrono
s. Giorgio, che lo è pure dei gior-
giani, essendo a lui dedicata la
principale cattedrale. La popolazio-
ne si compone di (u(niglie giorgìa-
^e, armene, tartare ed ebree. La
Miugrelia è divisa io tee diocesi ,
governala ciascuna da un vescovo.
Lu couvcvsiuue dc'mipgreli al cri-
MIN
stianesimo, vuoisi avvenuta nel V
secolo, e comune con quella della
Giorgia. Alcuni pretendono che que-
sti popoli debbano la fede cristiana
ad un cerio Cirillo, che gli schia-
voni chiamano Chiusi, e che vivea
neir 806. Forse la religione si era
estinta in queste regioni nello spa-
zio di tempo che scorse dal V al-
l'Vili secolo, e Cirillo ve la rav-
vivò. I mingreli mostrano in riva
al mare presso il fiume Corax una
gran chiesa, ove asseriscono aver
predicato s. Andrea; ma questo e
un fatto insussistente. Il primate o
principale vescovo della Mingrelia
vi si reca una volta in sua vita
per consecrarvi l' olio santo ed il
crisma. Anticamente i mingreli ri-
conoscevano il patriarca d' Antio-
chia; furono poscia sottoposti a quel-
lo di Costantinopoli. Hanno però due
primati nazionali chiamati il Cat-
tolico, uno per la Mingrelia, l'al-
tro per la Gioigia. Dei suoi dodi-
ci vescovati, sei ne restarono, gli
altri venendo ridotti in abbazie.
Commanville, ffist. de toiis les ar-
chev. et é\>tsch. a p. 3 14 e seg. par-
la degli arcivescovi e vescovi della
Mingrelia , dell' Imerezia ed altri
paesi in essa compresi, come delle
uotizie ecclesiastiche de' medesimi,
alcune delle quali riportammo al
citato articolo Giorgia. Ecco poi
il novero delle sedi vescovili di
Mingrelia. S. Giorgio, chiesa pa-
triarcale di Pijuvila distante una
lega dal mar Nero, e dieci da Rusc
capitale del paese : divenne metro-
poli nel V secolo, e patriarcale
colla dignità di cattolico nel XVI;
Dandars, Mu(|uis, Dedias, Ciais, Sca-
lingicas con chiesa dedicala alla
Trasfigurazione, e con sepolcri pei
principi di Miugrelia; Scandidi nel-
i'iiucrczia, con chiesa sotto l' invoca-
M 1 N
zione de' ss. Marlirij Cotalis capi-
tale dell' Iraerezia; Usiuguel capi-
Iole del Guriel, altro paese della
Mingrelia; ed Avogasie nel paese
de' circassi e di Abcas. Le chiese
poi vescovili antiche, e poscia sop-
presse, sono : Chiaggi abbazia, S\-
pui'ias luogo de' teatini missionari
f latini, Copis abbazia, Obnggi già
hiogo di sepoltura de' principi, Se-
bastopoli rovinata dalle acque, ed
Anaiguie, forse l'antica Eraclea,
sulle rive del mar Nero. Si dice
che i vescovi e il clero, come la
nazione, sono lussuriosi, e che i
preti possono ammogliarsi, ed anco
^^ passare a seconde nozze: i monaci
B[ basiliani, chiamati berres, vestono
come i monaci greci, e tengono lo
stesso metodo di vita; vi sono an-
che delle religiose di tale ordi-
ne, senza voti e clausura, e libe-
• re di abbandonar lo stato mona-
stico. E facile a concepirsi, che po-
poli i quali lianno aggiunto ai pre-
giudizi ed air antipatia de' greci
gli errori i più grossolani in fatto
di religione, non sono molto dispo-
sti ad ascoltare missionari latini.
Il Terzi, Siria sacra p. 3i2 e seg.,
traila della nazione colchica, e dei
popoli sarmati e circassi , ossia
della Mingrelia, ove la favola narrò
che Giasone vi giunse cogli argo-
nauti e prese d vello d'oro me-
diante le arti di Medea. Racconta
che i sarmati e circassi sono sog-
getti al patriarca de'colchi o min-
greli, e che penetrandovi i dome-
nicani vi fecero un bene immenso,
essendo i principali loro errori e
superstizioni, il negare il purgato-
torio, le orazioni de' santi, i sacra-
menti della penitenza, dell' estrema
unzione e del matrimonio ; l' ab-
borrire l'immagine de' santi, a'qua-
li invece i mingreli rendono cul-
MIN i5i
to idolatrico; il non battezzare si-
no ai sette anni circa e col vino
i nobili, credendo bastante a con-
seguir la salute eterna la fede dei
genitori ; il lasciare i rigori del di-
giuno e dell' astinenza a' monaci ,
i quali vivevano immersi più di
loro in scelleraggini, bastando tra
essi lo squallido volto per renderli
venerabili.
L'imerezia o Imerizia o Ime-
ret è un antico piccolo regno del-
l'Asia nella MingreliSj ora provin-
cia tlella Russia asiatica, confinante
col Caucaso che la divide colla Cir-
cassia e colla Giorgia, delta anco-
ra Iberia o Gurgistan. E intera-
mente compresa nel bacino del
Rioni , il quale è il corso d' acqua
più considerabile della Mingrelia,
ed è il fiume Fasi degli antichi,
così detto per l' abbondanza de'fa-
giani che vi sono all'intorno. Que-
sta contrada cinta da montagne co-
perte di neve, possiede ricche mi-
niere e sorgenti minerali. La ve-
getazione è favorita dal clima, con
pascoli superbi e suolo fertilissimo,
malgrado la inerzia degli abitanti,
con quantità di capre e selvaggiu-
me. Il commercio è nelle mani
de' greci, armeni ed ebrei, essen-
done il vaaio principale l' infame
traffico delle donne comprate per
gli harem, e diffonde nel paese rag-
guardevoli somme : tuttavolta esso
diminuì dopo che il paese fu riu-
nito alla Russia. Gli abitanti sono
di razza giorglana ed assai belli, e
professano la religione greca: i gior-
giani, i circassi e gì' imerezi sono il
popolo più bello della terra, e di ri-
marchevoli forme eleganti. Rotais o
Kutais, capoluogo, si può considera-
re come la sola città. Nel secolo
XIV r Injerezia faceva parte della
Giorgia, per cui a quell' articolo
i52 MIN
parlammo delle sue notìzie ecclesia-
stiche; al principio del secolo XV
il re Alessandro 1 divise gli stati tra
i suoi tre Hgli, e diede al maggio-
re r Imerezia, eh* ebbe allora so-
vrani indipendenti, col titolo di
Meppe o re, o re dei re. Questi
comandarono per molto tempo agli
abcas, ai mingreli, ed ai popoli di
Guriel paese della Colchide, dopo
ch'ebbero tutti scosso il giogo de-
gl' imperatori di Costantinopoli , e
poi di quelli di Trebisonda, col
qual paese confina il Guriel ; ma
nel secolo XVI essendosi ribellati,
la Porta ottomana sotto pretesto
di proteggerli, li rese tributari l'u-
no dopo l'altro. Nel 1774 '' >*e
d' Imerezia fu esentalo dal tributo
di dare ogni anno ^o fanciulli e
40 donzelle. Pel trattato de' 24 lu-
glio 1783 si mise sotto la prote-
zione della Russia, e nel 1804 Sa-
lomone li si assoggettò volontaria-
mente a quella potenza, ricevendo
i suoi successori annua pensione. Il
Guriel nel 18 12 fu ceduto dai
turchi alla Russia, e il capo di es-
sa porta il titolo di luogotenente
generale russo con pensione: Be-
tom o Batum è la maggiore città
della regione. Dovendo poi parlare
dello stato delle missioni cattoliche
della Mingrelia, Imerezia e Cauca-
so, daremo anche di questo ultimo
un brevissimo cenno.
Il Caucaso è una massa di mon-
tagne, che occupa V istmo fra il
mar Nero ed il mar Caspio dalla
foce del Kuban, appartenenti all'A-
sia. Si contano più di ventiquattro
nazioni di lingua e costumi diver-
si, abitando alle sue radici molti
popoli similmente di costumi e di
lingua did'erenti, bellissime essendo
le donne. Tutti i paesi rinchiusi
nel sistema del Caucaso sono og-
MIN
gidì adiacenze dell'immenso impe-
ro russo. Il nome di Caucaso è
antico quanto la storia, ed è abita-
to da molti popoli: i giorgiani, gli
osseti, ed alcune tribù turche vi
si stabilirono; quanto agl'indigeni,
r origine si perde nella notte dei
tempi. La provincia della Russia
europea chiamata Caucaso, forma-
va per r innanzi un governo, lito-
Io abolito nel 1822, e prende il
nome dalla catena del Caucaso,
dalla quale però è separata me-
diante una fertile pianura. Questa
provincia si divide in due porzioni
distinte: i." la linea del Caucaso o la
parte militare, che si compone di
fortezze , ridotti e stazioni de' co-
sacchi, e dipende dal generale in
capo comandante il corpo d'arma-
ta slabilito nella Giorgia; 2.° la prò- 1
vinoia del Caucaso propriamente 1
della, che forma la parte civile di
questo governo, e da cui dipendo-
no i sobborghi delle fortezze, ed i
villaggi appartenenti allo slato ed alla
nobiltà. Molte fortezze di questa
provincia furono costruite 200 an-
ni prima che si vedesse un solo
villaggio russo. Stavropol è il capo-
luogo della provincia, che si divi-
de in quattro circoli, nella maggior
parie popolali di cosacchi, giorgia-
ni, armeni, Caucasi, tartari e boe-
mi. Le orde de'nogaesi, turcoraani, |
kalmucchi vivono come nomadi , ^
e coprono le steppe delle loro in-
numerevoli mandre. Sopportando
molti a malincuore la soggezione
al dominio russo, l' imperatore è
sovente obbligato a reprimere le
loro irruzioni e ribellioni, ed an-
che al presente n' è viva la guer-
ra. Caterina II fece edificare una
catena di fortezze dal mar Nero
fino qI mar Caspio, nello spazio di
circa 3oo leghe, per tenere a freno
MIN
rfiiidacia delle popolazioni. La Cir-
ciusia poi <ì una tontrada i;lie coni
prende ginn parte de' paesi posli
(in i detli mari, ed lia per limite
i fiumi Ruban e Terck, e le mon-
tagne del Caucaso. Sono divisi i
circassi in varie tribù indipendenti,
ciascuna delle quali ha mi princi-
pe o Ciipo, e vivono scnipre in
guerra fra loro. La principale città
è Anapa, con buon porto, su di
una baia del mar JN'ero : i russi
se ne irapadiunirono nel 1791. L'at-
tuale governo de' circassi è feuda-
le ; la loro soggezione alla lUissia
è meramente nominale, colla quale
sono di [requeiile in guerra. Gl'in-
dizi del cristianesimo sono tra i
circassi più manifissti, e vi è an-
zi conservata un'anticliissìma chie-
sa di rito greco ; lutlavolta S(<no
involti in diversi errori, non cre-
dendo esservi né paradiso, né in-
ferno. Essendo ancora i teatini nel-
la missione di Mingreìia, il princi-
pe de'circassi vi penetiò colla sua
armala, arse la chiesa e casa dei
teatini, e la libieria numeiosa di
duemila libri, onde il p. llasponi
fiigg"! nelle montagne del Caucaso,
e vi fu bene accollo. Ecco le noli-
zie sulle missioni cattoliche nella
Giorgia (oltre a ciò che si disse a
quell'articolo,), Mingreìia, Iraerezia
e Caucaso.
La massa del popolo giorgiano
segue la religione greca scismatica,
con patriarca de' nionaci e preti,
ignoranti , ipocriti ed immorali :
hanno molte chiese e la bella cat-
tedrale di Sion ; vi sono numerosi
anco gli armeni scismatici. I catto-
lici di questi luoghi, che forse non
giungono a i5,ooo, altri e pochi
sono di rito latino, altri di rito ar-
lueno. La lingua giorgiana presen-
tando grandi difficoltà per appreu-
MIN i53
dersi, un tempo indusse la con-
gregazione di propaganda, alla qua-
le sono soggette le dette missioni,
a permettere le confessioni per in-
terpreti, Nella Mingreìia entrarono
i chierici regolari teatini, della mis-
sione di Gioigia, fondata li 4 mag-
gio 1626, e vi predicarono con
fruito la fede, e siccome incontra-
rono il favore del principe^ ebbero
da questo in dono la chiesa, l'abi-
tazione, e de' servi per i loro bi-
sogni. Le cose progredirono felice-
mente sino al 1660, in cui i tea-
tini per mancanza di soggetti si ri-
tirarono dalla missione, donando più
tardi ai cappuccini quanto aveano
colà acquistato, ed era perciò di-
venuto loro proprietà. Questi nuo-
vi operai non meno che i primi
avendo spiegato gran zelo nella col-
tura di questi popoli, fu accresciuto
il numero de'missionari fino a ven-
ti, ai quali la propaganda dava
annui scudi trecento, oltre sessanta
di viatico. JVt^l 1688 il principe di
Giorgia col figlio ricevettero il bat-
tcsin)o, essendo vescovo del paese
monsignor Eutimio, scrivendone il
principe ad Innocenzo XI. Nel 1692
i cappuccini dopo la guerra dei
persiani assai sollrirono. Nel 1701
dello principe tornò a farsi mao-
mettano, restando de'principi delia
stirpe de're diberia il soloBavinobat-
tez7ato nel 1692, tutti gli altri ab-
bandonando il cattoìicismo. La Gior-
gia formava parte della diocesi d'I-
spahan, ed a nome del vescovo vi
esercitava piena giurisdizione il pre-
fetto prò tempore della missione; in
seguilo fece parte del vicarialo pa-
triarcale di Coslanlinopoli, dove i
cappuccini hanno ospizio. Essi non
poco soffrirono dai principi giorgia-
ni, e dai russi che s' impadroniro-
no del convento e della chiesa, ma
I ^4 w I N
poi conhilinii'ono nll' etlificay.ione di
nllro convento con chiesa. Lo mis-
sione si può considei'fiie Ialina ed
{innenn, <livisa in nuova ed antica.
La nuova si stabili nelle due pro-
■vincie di Leres e Sciaragnli, dove
si rifugiarono alcune fao)iglie ar-
mene evase dal dominio ottomano;
r antica si trovava slal)ilita nella
(iiorgia, jVlingielia, Imere/.ia, Guria,
Abascia, Akaizike, ne'qiiali luoghi
si trovavano 26 chiese parrocchiali
armene ma povere, come povero è
)!■ clero armeno. Quello latino vive
con (pialche comodità e possiede
de' tondi acquistati dai cappuccini,
coir esercizio della medicina, alla
quale sono autorizzati qualora sieno
periti nell'arte e l'esercitino gralni-
tamente. Ciò che poi ritiae dalle
spontanee otter te, serve alla sussisten-
za de' missionari, e in beneficio della
missione. L' opera dei missionari in
questi luoghi consiste nell' assistere
i cattolici, battezzare qualche infe-
dele, e procurare la conversione de-
gli armeni, poiché d' altronde le
leggi proibiscono ai paesani cambiar
la religione greco-scismatica domi-
nante.
Tiflis è il capoluogo della Gior-
gia, residenza del prefello della mis-
sione e del governatore generale ,
con selle missionari, e bell'ospi-
zio de' cappuccini, con scuola, ci-
liiiterio, sodalizio ed ospedale. Aveu-
ilo il governo tentato l' espulsione
de'missionari latini, questi ftuono difesi
dal console francese barone de la
Chapelle, ma ultimamente i cappuc-
cini lo furono, sebbene i missiona-
ri di Gori, Kutais e Tiflis aveano
dall'imperatore di Ru.ssia annui scu-
di centovenli. Goii è una piccola
città, con fortezza russa con qua-
ranta famiglie cattoliche, con chie-
«0 dedicata a Gesù, Giuseppe e Ma-
MIN
lia, ed ospizio. La chiesa di Tiflis
costò scudi ySoo, somministrati da
Alessandro T, ed altrettanti dalla
pietà de' fedeli. Il campanile colori-
lo ad liso russo ha tre campane.
Il concistoro di Vilna sempre tentò
di ridurre in suo potere la missio-
ne. In Rutais capoluogo dell'Ime-
rezia vi è chiesa dedicata alla Ma-
donna, con I 3o cattolici forse di ri-
to armeno; e de' suoi sette ospizi,
tre ne rimasero. La missione ha
beni stabili e'i mobili, oltre i sussi-
di delia propaganda. L'Abascia di-
pendeva dalla parrocchia di Ku-
tais. Akaizike è una ciltà capoluo-
go di provincia di tal nome, con
circa 7000 armeni cattolici, con due
chiese latina ed armena, ospizio, ed
altre chiese cattoliche ne' dintorni.
Vi sono monaci mechitaristi e sei
preti armeni. In Chamogi nel Chi-
rovano esisteva una missione assi-
stita dai gesuiti, con casa e bella
chiesa perita nel ijSS. I popoli
leschini ed ossi mostrano buona
disposizione ad abbracciare la fede.
Quattordici luoghi dipendono d' Akai-
zike. Sciaragali è una provincia, ed in
Alessandropoii si fabbricò una chie-
sa per le rifugiate famiglie cattoli-
che, e ne dipendono .sei luoghi.
Ozerghetti nella Guria ha la sua
chiesa e molte famiglie cattoliche,
avendola edificata Costantino Orlo-
schi polacco cattolico. Gambria nel-
r Ambascia ha de' cattolici poveri,
e vi si fabbricò una chiesa. Nel
Caucaso ebbero nel secolo decorso
ospizio i cappuccini di Mosca, Fu
tentato più volle riaprire la mis-
sione dalla parte della Giorgia, ma
sempre con inltilice successo. L' ul-
tima volta vi si portarono tre mis-
sionari «Iella congregazione di s.
Gio. IJattista, con monsignor Leo-
ni vescovo armeno. Furono creda-
MIN
li meicauli, e come tali accolli con
ufTiciose ripiove di ospitaiilà; uia
scopertosi ch'erano venuti per mo-
livi di religione, si cambiò la slima
in disprezzo, e furono di luogo in
luogo perseguitati, e non senza dif-
ficoltà salvarono la vita in Giorgia.
Anche ai giorni nostri tentò il pre-
fiotto inviarvi qualche missionario,
almeno per assistere i soldati po-
lacchi, ne scrisse al governatore, ne
ebbe alcuna risposta, perchè il gover-
no non vuole che la propagazione
della credenza greca dominante, non
acconsentendo alla predicazione del-
la cattolica. Alle falde del Caucaso
nella città di Nuka si liova una
colonia di piemontesi che vi fab-
bricarono una chiesa.
MINIATO (s.). {S. Miniati). Cit-
tà con residenza vescovile del gran-
ducato di Toscana , nella provin-
cia di Firenze, capoluogo di co-
munità e di giurisdizione. E si-
tuata sul dorso angusto d' una
lunga collina, che la percorre per
un buon mezzo miglio j biforcan-
do air ingresso ed all'egresso fra le
fiumane dell'Elsa e dell' Evola, le
quali hanno foce in Arno, due mi-
glia a settentrione dalla città. I
colli sanminiatesi sono ameni e
fertili, ben vestiti di oliveti, di vi-
gneti e di fruiti squisiti, in clima
dolce e sano, tranne qualche neb-
bia in alcun tempo dell' anno. Fra
le strade carreggiabili che l' attra-
versano avvi la regia postale Li-
vornese. Vi risiedono il commissa-
rio regio ed un tribunale di pri-
ma istanza eretto nel i838, oltre
un vicario regio ed altri uffizi. Ri-
conoscenti i sanminiatesi al regnan-
te granduca Leopoldo II per l'isti-
tuzione di tal tribunale collegiale,
e della residenza del commissario,
sulla piazza di s. Bastiaqu, davanti
MIN ì55
al luogo del tribunale, gli ha eret-
ta una statua marmorea rappresen-
tante la sua effigie, scolpila dal eh.
Pam paloni. Tra le chiese principa-
li nomineremo le seguenti. La cat-
tedrale di s. Maria e s. Genesio,
ridotta nel 1488 nella forma e
luogo in cui si trova, dipoi nel
177.5 adornata di statue e stucchi.
La chiesa e convento di s. France-
sco de' conventuali, é un colosso che
s'innalza sulle balze d'un colle tu-
faceo, sostenuto da immensi fonda-
menti e da muraglie^ la più gran-
diosa delle vecchie fabbriche della
città. L'origine risale al 121 t, ri-
fatta nel 1276, poscia nel 1 343 nel
modo che si vede, terminando un
benefattore sanminialese chiesa e
convento nel 1480. Si rimarca il
sepolcro di Baldo de' Frescobaldi
di Firenze, tumulatovi nel iSSg, e
tra le sue tavole dipinte, dicesi la
migliore quella di Corrado. È in-
valsa da gian lempo l'opinione, che
ivi esistesse la chiesuola di s. Mi-
niato in loco Quarto, dalla quale
ebbe nome in seguito il paese, ora
città omonima v. Miniato, Sanini-
tìialo e Sanimi niato nel Val d'Ar-
no inferiore. Ma pare che illuo-"
go in discorso, un miglio e mezzo
distante dall' antica pieve e borgo
di s. Genesio, dovette esseie ben di-
verso dall'antico loco Quarto di s.
Minialo. Tutlavolta la tradizione
inserita negli statuti del comune, ri-
formali nei 1359, dice che la festa
di s. Miniato martire, difensore e
patrono della terra del cui nome
s'insignì, si celebrasse a'aS ottobre
nel detto luogo de frati minori. La
chiesa e convento de' ss. Giacomo
e Lucia fuori di porta, de'domeni-
cani ga volti, già esistente nel seco-
lo XII, nel qual tempo esisteva pu-
re 1' ultva chiesa de' ss. Giacomo e
.'•)6 MIN
Filippo a Pancoli, i cui l;eni furo-
no incorporati nel i49' ^1 capito-
lo (iella collegiaU» poi cattedrale,
ó'i Innocenzo Vili, il (piale nel
1487 eresse di nuovo tal collegiala
o collegio di canonici con preben-
de. Questa chiesa dicesi (bori di
porla, perchè la porta vecchia del-
ie mura castellane è molto innan-
'/i di arrivare alla porta di Ser Ro-
dolfo, che scende a Cigoli e alla
badia di s. Gonda. Ap|)artenente al
capitolo, nel i336 fu ceduta ai do-
menicani, ed è ricca, segnatamente
nella sagrestia, di buone pitture an-
tiche, bellissima essendo la tavola
del Pozzi milanese, situata nell' al-
tare della crociera a corna ci'aii-
l^elii. Di mano maestra è il sepol-
cro in marmo del medico Giovan-
ni di Chellino iSanminiali, morto
nel i64t. L'oratorio del ss. Cro-
cefisso è un edifizio a croce greca
con cupola dirimpetto al palazzo
comunitativo, riedificato nel 1718,
essendo 1' antico del secolo XV fat-
to per riporvi il ss. Crocefisso che
avea accompagnali i sanminiatesi
nelle solenni peregrinazioni peniten-
ti de' battuti. La chiesa di s. Ste-
fano sulla costa, antica parrocchia
già esislente nel secolo XII, fu di-
dichiarata prioria nel 1752, nel
tempo che n'era rettore un cano-
nico Bonaparte. La chiesa di s. Ca-
terina già degli agostiniani, die no-
me alla distrutta porta poi appel-
lala Poggighisi , avendola edificata
gli agostiniani nel secolo XIV, indi
soppressi nel declinar del XVI li,
(piando il fabbricato fu cangiato
mdi' ospedale. La chiesa dell' An-
nimziata, parrocchiale, fu per ([ual-
che tempo uITiziala dagli agostinia-
ni sino dal i522.
Bella e ben situala è la fabbri-
ca del seminario, che ha dato uo-
M I N
me alla piazza maggiore, sotto il
poggio della rocca, avendo di (ion-
ie l'episcopio. La prima fondazio-
ne rimonta verso la metà del se-
colo XVII, sotto il vescovo Pichi ;
aumentalo dal vescovo Poggi nel
principio del XVI 11, e nel corren-
te dall'odierno oltimo vescovo, che
nel 1841 fece innalzare dai fon-
damenti, e nel 1842 fregiò il lo-
cale d'una ricca biblioteca. Fiori-
sce il seminario, essendovi attual-
mente dieci cattedre, e circa 70
fra seminaristi e collesriali. Il con-
servaloiio di s. Chiara fu fondato
per le francescane nel i379 per
lasfilo di Paolo Porli^iani da San-
o
miniato, chiamato il monastero di
6. Paolo, e nel 1785 fu ridotto a
conservatorio con con villo di edu-
cande, ed istruzione giornaliera di
donzelle. Il monastero di s. Mar-
tino, presso la porla Faognana, ora
distrutta, è un grandioso fabbrica-
to posseduto nel secolo XI dai mo-
naci di s. Ponziano di Lucca, indi
edificato il monastero nel 1 346 vi
furono trasferite le monache di s.
Agostino di Aloritappio fuori di
porta Poggighisi, ma meglio vuoi-
si che le monache vi passassero nel
i524, quindi dal vescovo Corsi nel
1672 ottennero vivere secondo l'i-
stituto di s. Domenico; e dopo il
18 17 serve di ospizio a religiose
che professano la slessa regola. Il
convento de'cappuccini fuori di San-
miniato si erge sopra una collina
limgi mezzo miglio da Sanminiato,
nel 1609 edi(ìcalo nel terreno che
fu donalo dalla pietà del sanmi-
niatese Gioacchino Ansaldi. Il gran-
duca Leopoldo I nella piazza di s.
Caterina, in bel fabbricalo riunì i
vari spedalelli della città e del
snlnnbio, oltre qm^llo contiguo dei
geltatelii alliliulu allo spedale della
M I ìN
Scala di Siena. Nella chiesa del
siipprcsso rnoiiaslero della ss. Ti-i-
nilà, nel 1818 fu stabilita la com-
pagnia della Misericordia, e nel lo-
cale le pubbliche scuole del liceo.
L accademia degli Eiittlcti, a cui
nii pregio e vanto appartenere, eb-
be un tenue principio nel secolo
XVI da alcuni giovani studiosi col
titolo di Jfjìdati, che si afiìdarono
di fatto alla protezione del gran-
duca Cosimo li, il quale si degnò
accettarne la prolezione col titolo
di presidente, ma dopo la sua mor-
te il letterario istituto si estinse.
Invano fu tentato di richiamarlo
in vita sotto Francesco II, invano
provarono di ottenere qualche suc-
cesso sul declinare del passato seco-
lo alcuni studiosi sanminialesi. So-
lamente nel 3o dicembre 1822,
dando incremento ad un letterario
privato esercizio che in Sannnniato
tenevano alcuni giovani ddigenti, si
riuscì d'istituire e di aprire con
solennità l'accademia di scienze e
lettere, per la retta istruzione del-
la gioventù, che prese il nome di
Euteleli, e che d'allora in poi con-
servasi operosa ed onorevole, anco
per essere presieduta dal sanminia-
tese cav. Pietro Bagnoli. Questa
nuova fondazione si deve all'illustre
benemerito concil ladino e vescovo
della propria patria il rispettabile
monsignor Torello Pierazzi, ed a
cagione di onore qui rinnovo la
mia indelebile e indicibile gratitu-
dine per avermi spontaneamente
proposto socio corrispondente, e in
nome del corpo scientifico trasmes-
so con distinti modi il corrispon-
dente diploma accademico. L'inat-
tesa aggregazione all'accademia san-
minialese mi riuscì infinitamente
gradila, principalmente (come nel
ringraziarlo notificai al lodato pre-
MIN iS'j
lato) perchè oriondo di Sanmi-
nialo fu l'egregio mio amatissimo
avo materno Gio. Antonio Bence-
rini, nato in Roma, ma figlio di
Giuseppe di civile e possidente fa-
miglia di Sanminialo, che per ave-
re esercitato la chirurgia ne feci
onorala menzione in fine dell'arti-
colo Medico; e qui per affettuosa
memoria del degno avo che tanto
teneramente mi amò, dirò che fu
di beila persona, di statura alla e
dignitosa, di tratto nobile ed elo-
quente, lepido, collo, leale, religio-
so, caritatevole sino cogli ebrei, di
animo generoso.
Sanminialo, nobile ed illusile cit-
tà, fu feconda d'ingegni celebri in
tulli i tempi ed in tulle le seiie.
Senza parlare de'grandi uomini che
diede alla Chiesa, fra' quali fioriro-
no cardinali, arcivescovi, vescovi e
prelati; nelle scienze naluiali no-
tissimo è il merito di Michele Mer-
cati, che dichiarai al citato articolo
Medico; Giovanni Pieroni discepo-
lo di Galileo, matematico e archi-
tetto nìilitare alla corte di Piaga,
Altro Giovanni fu archilttlo di Ca-
slruccio, ed autore della Ione Cac-
ciaguerra di Ponlremoli. Lodovico
Cardi originario di Cigoli. Fra i
medici di maggior grido sono a
rammentarsi Ranieri Bonaparle ,
Pietro Mercati , Cosimo Tellucci ,
Giovanni Sauminiati . Furono va-
lenti in diritto, Ansaldo Ansaldi,
Michele Boninconlri, JN'icolò Bona-
parte. Nelle scienze divine e mora-
li primeggiarono Pietro Comeslore,
supposto de'Mangiadori; fr. Marco
Porligiani ; Tommaso Ansaldi. Ja-
copo Bonaparle gentiluomo sanmi-
nialese è autore del Ragguaglio di
tulio l'occorso ogni giorno nel sac-
co di Roma del i52'j, in cui si
trovò presente. Dicesi che dislese
i58 MIN
questa storia presso gli Orsini in
Roma, e l'editore di Colonia lyTG
trasse l'autografo dall'arcliivio pri-
vato della famiglia Ronaparte di
Sanminiato. Lavoro veiidico, impar-
ziale, veramente importante e pre-
gevole, e non andò esente dall'essere
attribuito ad altri , cosa che spesso
tentano fare gì' invidiosi delle altrui
produzioni^ ma con poco successo
perchè la verità prevale. Distinti let-
terati furono Lorenzo Bonincontri,
Ugolino Grifoni primo cavaliere e
maestro dell'Altopascio, senza dire
di vari di casa Pioffia, né del già
encomiato Bagnoli. Celebre guerrie-
ro fu il barone de Mangiadori se-
niore , che Dino Compagni ram-
mentò con lode nella vittoria ri-
portata in Campaldino, come fran-
co ed esperto cavaliere, e che pe-
rorò l'esercito prima di attaccare
la battaglia, sebbene la fama di lui
restò offuscata dal contegno rivo-
luzionario ch'egli da vecchio nel
i3o8 tenne nella sua patria. Fra
le famiglie illustri meritano specia-
le ricordo quelle de' Mangiadori,
de'Borroniei e de'Bonaparte, oltre
che nacque in Sanminiato a' 2 3 lu-
glio i4oi Francesco Sforza, il pri-
jTio duca di Milano di sua fami-
glia, onore della milizia italiana,
dicendo il Suiionelta che dopo Giu-
lio Cesare non ebbe l' Italia altro
generale da mettergli al paragone.
1 Borromei di Milano, come di-
cemmo a quell'articolo, provengono
da Sanminiato, ove si estinse il ra-
mo ch'aravi rimasto nel 1672. E-
gualmente da Sanminiato si staccò
un ramo di quella prosapia che
diede al mondo l' unico ]Na[)olcone
Bonaparte, fulmine di guerra, il
quale negli ultimi del secolo XVI II
visitò in Sanminiato il canonico d.
Filippo Bouapailc^ ultimo dcll'uu-
MIN
tico stipite di cotanto celebre ra-
mo sanminiatese. Napoleone fu uo-
mo straordinario, che tiuni l'inge-
gno di Cesare e la fortuna di Ales-
sandro: avea ventisei anni quando
fu nominato generale in capo del-
l'armata d'Italia. Il Gararopi nei
Saggi sulle monete poni. pag. 52
deW appendice, parla d'un Nicolò
di Buonaparte da Sanminiato de-
ricus Lucanae dioec, cììt: Pio II nel
setten)bre i4^8 destinò tesoriere
del ducalo di Spoleto, di Perugia
e di Todi; indi nel 1460 registra-
tore delle lettere apostoliche, nel
qual tempo era eziandio chierico
del sacro collegio. Paolo II nel
1466 lo fece governatore di Nor-
cia e delle montagne di detto du-
cato, chierico di camera nel 1 4^8,
ed arciprete de' ss. Celso e Giulia-
no di Roma. Fuvvi anche un Ja-
copo Buonaparte chierico della dio-
cesi di Lucca, che nel 14*^9 otten-
ne il posto di nolaro della camera
apostolica.
Intorno a questa famiglia Bona-
parte si sparsero diverse genealogie
secondo le differenti passioni e par-
titi, per cui si fece anche origijia-
ria d' Ascoli della Marca, dicendosi
ivi essere stata insigne e patrizia
ne' secoli XllI e XIV, donde pas-
sò in Toscana, ed un ramo in Cor-
sica {^Fedi), come si legge nelle
Meni, ascolane mss. del Pastori ;
e nella Meni. dipi, della primitiva
angine ascolana dell' ani. e noi.
fani. Bonaparte di De Angelis, in-
edita e citala da De Miuicis, Mon.
Permani p. So. Pare certo che il
casato Bonaparte o Buonaparte sia
oriundo da Treviso, conosciutovi
fino dai tempi di Carlo Magno,
giusta le notizie che si trovano nel-
la Storia della nobiltà europea
del Wcncslrier, che scrisse mollo iu-
MIN
«anzi alla rivoluzione francese. Se-
condo quello storico, col riscontro
di cronache fiorentine, il primo ra-
mo staccatosi dal ramo di Treviso
si allogò in Firenze ne* primi del
I200, riuscendo famoso Corrado
Bonaparte che colla sua fanuglia
non volle mai rinunziare nella re-
pubblica al suo grado gentilizio;
fatto avvenuto molto prima che
si parlasse de' Bonaparte di Bolo-
gna e di Ascoli. Questi si condus-
sero in tali città, e vi salirono in
fama, probabilmente verso la metà
del secolo Xlll. In Ascoli sì fat-
to casato risplendelte principalmen-
te per opera del valoroso Giovan-
ni Bonaparte, stato podestà del co-
mune a Firenze nel i334, per quel
che apparisce nel l. XVll, p. 109
(Iella Raccolta del p. Idclfonso di
s. Luigi. Caduta la repubblica di
Firenze, i Bonaparte furono da' Me-
dici confinati aSanminialo. Un Lui-
gi di questo cognome, odiando la
dominazione Medicea, portò il suo
domicilio a Sarzana {^Fedi), e quin-
di andò a stabilirlo in Aiaccio, cit-
tà principale di Corsica, ove ebbe
stabilimento la famiglia Bonaparte.
Ciò viene provato ancora dall' istan-
za fatta nel 1789, da Giuseppe
Bonaparte fralel maggiore di Na-
poleone Bonaparte, al granduca di
Toscana Leopoldo I, al fine di es-
sere ammesso, come antico patri-
zio fiorentino, nell'ordine militare
di s. Stefano. Nel 1796 avi-ndo
Napoleone riconosciuto ed abbrac-
ciato qual suo parente, il memora-
lo canonico Bonaparte, con cui si
«stinse il casato in Sanminiato, que-
sti maritando in Ascoli la sua ni-
pote Jakson col nobile Carlo Lenti,
disse eh' era assai contento che i
suoi tornassero in Ascoli dove ab
aulico aveauQ parentado illuslrej di
MIN 1 59
che presso di lui conservavansi au-
tentici documenti. Queste parole
bastarono per asserire, che i Bo-
naparte di Toscana provenissero
da quelli d' Ascoli. Nelle Notizie di
Mari e Ita Ricci dell' Ademollo, ve ne
sono intorno ai Bonaparte, massi-
me di Toscana e di Corsica. Fi-
nalmente nelle Notizie ist. di Ca-
nino, di cui parlammo all'articolo
Farnese, del eh. com. Visconti (e
pubblicate dal principe di tal ca-
stellania Carlo Bonaparte, che riu-
nisce pel di lui matrimonio con la
principessa Zenaide, primogenita ed
unica superstite dell'ex re di Spa-
gna Giuseppe suddetto, i due rami
primogeniti della fauiiglia), vi è ri-
portata l'ascendenza per linea retta
mascolina del principe di Canino e
Musignano. Essa incouiiucìa con Gio-
vanni Bonaparte da Treviso, còn-
sole e rettore di (|uella città, il
quale nel 11 83 aneli) in Piacenza
a giurar la pace stabilita con l'iui-
peiatore Federico 1 nel trattato di
Costanza. Figliuolo e nipote di Gio-
vanni probabihnenle lu Bonaparte
che si stabilì in Sarzana, da dove
Gabiiele suo discendente, prima
del i567 si stabilì in Aiaccio, il
cui figlio Girolamo era nel 1 594
patrizio fiorentino. Si a^^giunge dal
Visconti che la discenilc-nza di Gio-
vanni in Treviso, rauiu perciò di-
verso da quel di Sarzana, vantò a
tutto il secolo XiV molli personag-
gi illustri in toga ed in armi, co-
me un Giovanni podestà di Fi-
j enze nel i334> che altri attribui-
scono ad Ascoli, un Oderico capi-
tano de' fiorentini nel i 3/^5 ; e che
r altro probabile ramo di s. Minia-
to al Tedesco, disceso da un altro
figlio di Bonaparte di s. Nicolò di
Fu'tnze, non andò privo di uouu-
ni illustri. Questo Bonaparte di >.
i6o MIN
Nicolò lo dice forse lo slesso di Bo-
napaile da Sarzana pure rammen-
tato. Bonnparle di s. Nicolò di Fi-
renze nel 1 260 è registralo nel
gran consiglio di quella città, detto
per antonomasia ghibellino, perciò
bandito co' figli dal partito guelfo
nel 1269. Un de' figli di lui, per
nome Ildebrando, fu consigliere nel
1256 del comune di Siena, donde
si trasferì a s. Miniato al Tedesco.
La città di s. Miniato, in origine
castello, si crede da alcuni fondala
dall'imperatore Ollone I, nel secolo
X, mentre altri l'attribuiscono al-
rVIll ed a Desiderio ultimo re dei
longobardi ; né mancarono scrittori
i quali dal nome di Pancoli dalo
ad una sua contrada e ad una
chiesa ora disfatta, e supposta an-
ticamente tempio pagano dedicalo
a Pane, fecero risalire i suoi pri-
mordi all'età romana. Il fatto me-
no soggetto a controversia è che
forse la vera origine di questa cit-
tà trovasi registrata in un documen-
to dell' archivio arcivescovile di
Lucca de' 16 gennaio 788, nel qua-
le si legge la fondazione d' una
chiesa falla verso l'anno 700 sotto
il titolo di s. Miniato in loco Quar-
to, dentro i confini del piviere di
s. Genesio. il Muratori che pubbli-
cò tale istromento, rilevò che in
quel tempo la chiesa di s. Miniato
era im semplice oratorio soUopo-
sto fino dalla sua erezione alla
chiesa plebana di s. Genesio, si-
tuala presso la confluenza dell' Elsa
in Arno e forse quattro miglia di-
.slante dal luogo Quarto. Mezzo se-
colo dopo, nel luogo ove fu questa
chiesa di s. Miniato a Quarto si ri-
corda un castello di proprietà d'O-
dalborlo nobile lucchese, il quale nel
938 ricevè ad enfiteusi la chiesa di
s. Mintulo situata uel suo castello,
MIN
che nel 999 era già popolato, cir-
condato e munito intorno di fossi.
Vuoisi che la distinzione del luogo
Quarto sia forse la distanza di cir-
ca quattro miglia della chiesa di
s. Miniato a Quarto da quella an-
tichissima di s. Genesio. Figli di
Odalberto furono Ugo e Tebaldo.
Indi si nominano i Lambardi di s.
Miniato, appartenenti ai nobili di
Corvaja, tra' quali Fraolmo fiorilo
verso la metà del secolo X, da cui
nacquero altro Fraolmo e Ranie-
ri; mentre nel 991 si trovano fra
i signori del castel di s. Minialo
nel piviere di s. Genesio, i nobili
Ugo e Fraolmo figli di Ugo. Tali
furono in falli i Lambardi o no-
bili di s. Minialo rammentati nel-
la bolla di Celestino 111, diretta nel
1194 a Gregorio preposto della
pieve di s. Genesio, cui confermò
ira le molte cliiese del suo piviere
quella di s. Maria nel caslel di s.
Miniato, rilevandosi inoltre che il
castello fino dal secolo XII era cir-
condato di mura. Attesa la sua di-
sianza dalla pieve, nel 1286 con bolla
fu concesso alla chiesa di s. Maria
in s. Minialo il batlislerio, con facol-
tà di poter seppellire i ujorti della
parrocchia. Ciò avveniva dodici an-
ni piima che i sanminiatesi nel
1248 portassero 1' ultimo eccidio
al borgo s. Genesio quasi loro ma-
dre patria, sembrando che verso
tale epoca tulli gli onori della pie-
ve matrice si trasferissero nella
chiesa di s. Maria in s. Miniato
insieme all'antico litolare di s. Ge-
nesio. Di questo santo tratlainmo
all'articolo Macerata, parlando di
Sangenesio grande terra di (juella
provincia. Nel 12^7 apparisce se-
guita r unione della pieve di s. Ge-
nesio alla chiesa di s. Maria. Il
luogo del Caslel vecchio di s. Mi-
MIN
niato, dov' è la rocca, la cattedra-
le e l'episcopio die il titolo ad uno
de' terrieri della terra. Le ventidue
parrocchie superstiti dell'antico pie-
vanato di s. Genesio sono state con-
template suburbane, e dipendenti
immediatamente dalla cattedrale, il
di cui capitolo considera per prima
dignità quella del suo pievano pre-
posto.
Narra il sanminiatese storico Lo-
renzo Bonincontri, che non solo
Ottone 1 fondò il castello di s.
Miniato, ma istituì in esso la re-
sidenza d' un giudice degli appelli
di nazione tedesca, per cui il pae-
se si distihse con l' epiteto di s.
Miniato al Tedesco. Tuttavolta l'o-
rigine del castello rimonta come
si disse ad epoca più vetusta, e
l'istituzione e sede de' giudici im-
periali in esso ebbe luogo assai più
tardi. Ricordano Malespini nel i i i3
rammenta con Buberto o Rimber-
lo tedesco vicario dell' imperatore
Enrico V, che risiedeva in Sanmi-
niato del Tedesco, appunto perchè
i vicari dell'imperatore vi stavano
dentro, e facevano guerra alle cit-
tà e alle castella di Toscana che
non obbedivano all' impero. Che se
trovasi a' 20 gennaio t 178 nel pa-
lazzo imperiale di s. Miniato 1' im-
peratore Federico I,e vi ritornò con
numerosa corte nel luglio ii85j
e neir anno seguente in agosto il
di lui figlio Enrico VI ; non è per
questo che fin d' allora risiedesse-
ro in s. Miniato i vicari imperiali.
Nel I iqo vi fu stabilito il mare-
scalco Arrigo Testa legato imperia-
le in Toscana, il quale in una casa
nel borgo di s. Genesio ricevè a
mutuo dal vescovo di Volterra per
Servigio dell' impero mille marche
d' argento, lasciandogli fino alla re-
stituzione, a titolo di regalia, fra
voL. xty.
MIN 1 6 r
gli altri luoghi s. Miniato e s. Ge-
nesio. In questo frattempo, e nel
I lyi, il Castel di s. Miniato, fu as-
salito, preso e malmenato dai luc-
chesi in guerra coi pisani, nel di-
stretto de' quali era allora il ca-
stello. E siccome i fiorentini dove-
vano difendere i pisani e loro ter-
ritorii, i sanminiatesi ricorsero al
comune di Firenze per essere aiu-
tati a cacciare i lucchesi dalla pa-
tria. Il primo giudice della corte
imperiale residente in «. Mmiato ,
fu certamente Giovanni, istituitovi
verso il 121 1 dall'imperatore Ot-
tone IV, e pronunziò sentenza in
una causa sul castello di Monte
Bicchieri, nella chiesa di s. Maria.
Tale imperatore erasi portato in s.
Miniato nell'ottobre 1209, e nel
febbraio era slato nel borgo s. Ge-
nesio. Nel i33o si assoggettò allji
giurisdizione sanminiatese il comu-
ne di Castel Falfij e nel i^Si il
conte Ranieri Piccolino, antico ca-
stellano di s. MiniatOj ven(|è al co-
mune rappresentato dal podestà del
luogo, la sua porzione del castello
e curia di Tonda. Indi nel i23i
per istromento del notaro impe-
riale si fece la dedizione del ca-
stello e uomini di Camporena al
comune stesso, seguita da quella
di Vignale. Frattanto i sanminiate-
si con la protezione dell' imperato-
re Federico II, di cui essi uniti ai
pisani sostennero le ragioni in To-
scana, crebbero ogni giorno più in
potere ed in onoranza; sia perchè
nel luglio del raiS Federico li
recossi a s. Miniato con numeroso
corteggio di principi e di vescovi;
sia perchè dal di lui padre Enrico
VI era stala designata corte irapc;*
riale, nella quale alcuni popoli del-
la Toscana dovevano recare i tri-
buti annuali ; sia perchè si altribui-
I i
i62 MIN
sce a Federico li 1' edificazione del-
la rocca di s. Miniato, la quale po-
co dopo servì per prigione di stato;
sia finalmente perchè dai documen-
ti sincroni risulta che lo stesso Fe-
derico li fu il primo a stabilire un
vicario imperiale con residenza fis-
sa in s. Miniato.
Uno di questi TÌcari imperiali
tedeschi che presero il titolo di
castellani di s. Miniato, fu Gerar-
do d' Arnestein, il quale a nome
di Kainaldo duca di Spoleto, e vi-
cario in Toscana, nel giugno 1228
bandì e condannò i montepulcianesi
a mille marche d' argento per non
aver obbedito a' suoi ordini onde
riformare la Toscana ; ed in una
carta del 1282, Gerardo viene qua-
lificato legalo dell'imperatore in
Italia. Non si può dire se questo
vicario fu propriamente quello che
die il soprannome di Tedesco a
Sanminiato, né se chi cuopri 1' uf-
ficio di castellano di Sanminiato fos-
se sempre vicario generale in To-
scana , come pure se il nome di
s. Miniato Tedesco, Minialum Tea-
tonis , provenisse al luogo per a-
ver ne' bassi tempi tenuto costan-
temente il partito degli imperatori
germanici, poiché il Lami ne AJo-
nuni. eccl. Fior, spiegò tal que-
stione in modo da non riandiuvi
sopra. Manfredi naturale di Fede-
lico II, qual re di Sicilia nel 1260
inviò da Foggia un privilegio che
accordava al comune di Sanminia-
to e segnatamente ai ghibellini di
esso, oltre le franchigie del pedag-
gio delle merci che passavano dal
distretto sanminiatese, lutti i beni
de' banditi e ribelli di fazione guel-
fa, dichiarati di proprietà della co-
rona d'Italia, purché compresi nel
distretto della stessa comunità, e
ciò ia rìcompeusa de' danni dai
MIN
ghibellini sanminiatesi sofferti per
conservar la fede al trono di Man-
fredi. Nel 1272 Carlo d' Angiò re
di Sicilia, come vicario della santa
Sede in Toscana, prescrisse il modo
per eleggere il podestà, e nel 1278
destinò per tale Diego Cancellieri
di Pistoia. Dipoi a richiesta dei
ghibellini l'imperatore Ridolfo di
Ausbourgh nel 1281 inviò in To-
scana i suoi vicari generali, i quali
stabilirono la loro residenza in San-
miniato, dove solevano ricevere dai
sindaci de' diversi paesi il giura-
mento di fedeltà coi diritti dovuti
alla corona imperiale, ordinaria-
mente nella rocca. Dopo però la
giornata fatale della Meloria, che
costò tanta perdila ai pisani, i qua-
li fino al 1284 erano siali l'ap-
poggio più solido del vicario im-
periale nella Toscana, questi dovè
accomodarsi coi fiorentini e con
gli altri paesi della lega guelfa, e
tornarsene in Germania, La stessa
cosa accadde nel 1286 a Prinzi-
valle Fieschi de' conti di Lavagna,
e ott'anni dopo a Gianni di Celo-
na, venuti tutti in Toscana per
riacquistare le ragioni dell' impero,
i quali per altro dovettero ripartir-
ne con poco onore, dopo un accor-
do fl\tto coi popoli della lega
guelfa, senza che questi ultimi vi-
cari imperiali tenessero più residen-
za fissa in Sanminiato. In tal frat-
tempo, e nel 1291, i sindaci del
comune di Sanminiato fecero lega
coi fiorentini, lucchesi ed altri del-
la lega guelfa toscana, per obbli-
garsi a non permettere più alcuna
rappresaglia. Nel 1294 furono ter-
minale le vertenze a cagione dei
confini col comune di Fucecchio,
nel qual tempo Sanminiato era go-
vernata pel militare e giuridico da
un podestà e da un capitano del
MIN
MIN
i63
popolo, mcfìitre per reconomico la legati de'fiorentini. Cacciato Uguc-
reggevano dodici buoni uomini con cione da Pisa e da Lucca, la parte
guelfa dominante in Sanminiato ri-
cuperò il castello di Cigoli custodi-
to dai ghibellini. Alla pace del i3iG
i pisani restituirono ai sanminiatesi
dieci torri o castelli che riteneva-
no i fuorusciti, indi Sanminiato si
confederò col duca di Calabria vi-
cario di Firenze del suo padre Ro-
berto re di Napoli. Mentre l'anti-
papa Nicolò V con Lodovico il Ba-
varo erano in Pisa, il capitano del
re Roberto si acquartierò colle gen-
ti sue e con quelle di Firenze in
Sanminiato, predando poi sul con-
tado pisano. Per la conchiusa con-
cordia, i pisani promisero non ac-
cordar piìi rappresaglie a danno
de'sanminiatesi, i quali stabilirono al-
trettanto a favore de'pisani, a mezzo
de'Ioro XII governatori. Le masnade
di Mastino della Scala ebbero la
peggio quando fecero scorrerie nel
territorio. Nel 1 347 * Malpigli e i
Mangiadori tentarono sommossa a
difesa de' masnadieri da loro assol-
dati, per cui i sanminiatesi per cin-
que anni si posero in balia e guar-
dia del comune di Firenze, il qua-
le tra le altre cose ordinò che i
popolari e grandi di Sanminiato
si riguardassero come fiorentini e
viceversa, e fortificò la rocca.
Giunto nel i355 l'imperatore
Carlo IV a Pisa, Sanminiato gl'in-
vio messi per riconoscerlo in signo-
re, e nel baciargli i piedi, per di-
stinzione li levò da terra e ricevet-
te ad osculuin pacis^ e ciò per la
aifczione che l' impero per antico
avea al castello dove soleva esservi
la residenza degl'imperatori e dei
loro vicari, per trovarsi in mezzo
alle grandi e buone città di Tosca-
na. Sanminiato accolse nel i356
due volte come suo signore, Carlo
altrettanti consiglieri. Poscia furono
eziandio stabiliti i confini col conta-
do fiorentino ed i circostanti comuni,
e si fecero convenzioni per impe-
dire rappresaglie nel territorio. Nel
iSof ser Giovanni di Lelmo da
Comugnori sciisse un diario degli
avvenimenti più notabili di Sanmi-
niato, pubblicato dal Baluzio nel
t. I delle sue Mifscellanee, e dal
Lami nelle sue Delle, eriid.
I sanminiatesi nel i3o7 coi fio-
rentini, sanesi ed altri guelfi presero
il Castel di Gargonza e le ville dei
dintorni, agli aretini e fuoruscili
bianchi. Verso il iSog i Ciccioni,
i Mangiadori ed_ altri nobili com-
batterono contro il popolo, caccia-
rono i signori XII del palazzo, ed
il capitano del popolo da Sanmi-
niato, bruciando i libri cogli statuti
del comune, perchè erasi stabilito
che i nobili fossero tenuti dar cau-
zione di mille fiorini di non offen-
dere alcun popolare. I capi delia
rivolta, riformata la terra, la die-
rono in piena balia a Retto dei
Gaglianelli di Lucca fatto podestà.
Continuò il servaggio di Sanminiato,
finché non suscitossi discordia tra
i Malpigli ed i Mangiadori, per
gli omicidii e devastazioni eh* eb-
bero luogo dalle azioni. La signo-
ria di Firenze nel i3i2 mandò
gente a guardare Sanminiato da
quelle dell'imperatore Enrico VII
calato in Italia ed a Pisa; solo
Camporena fu presa dai pisani, e
Morioro si ribellò. Divenuto Uguc-
ciofie signore di Pisa, diversi ca-
stelli si alienarono dall'obbedienza
de'sanminiatesi per aderire ai pi-
sani. Nella battaglia di Montecatini
molli nobili sanminiatesi restarono
vittime nella sconfitta, siccome col-
i64 MIN
IV. Nel i365 nella gran baltagìia
presso Cascina, dove co' fiorentini
militavano sanminiatesi, tra questi
Piero Ciccioni pel suo valore fu
armato cavaliere. Sollevato il pò
polo nel 1867 cacciò gli uffiziali
fiorentini, indi tornò a sottoporvisi
con patto di eleggere il podestà e
capitano fra i cittadini fiorentini
guelfi. L'accordo ebbe corta dura-
ta, ed i sanminiatesi, forse fomenta-
ti dal cardinal Monfort vicario di
Carlo IV in Toscana, e attizzati da
tre cittadini di grandi autorità, Lo-
dovico Ciccioni, Jacopo Mangiadori
e Filippo di Lazzaro de' Borromei,
continuarono nella ribellione ; laon-
de i fiorentini posero l' assedio a
Sanminiato coi fuorusciti che tene-
vano Cigoli e Monte Bicchieri ; a
fronte de' soccorsi di Bernabò Vis-
conti signore di Milano , coman-
dati da Giovanni Auguto, e dei
ghibellini, lo presero a' 9 gennaio
iSyo. Come ribelli furono decapi-
tati il Borromei, Lodovico e Biagio
Ciccioni, venendo il loro patrimonio
incamerato. Tra i figli del Borro-
mei fuggiti a Milano dopo il tra-
gico fine del loro padre, fnvvi Mar-
gherita, che poi si maritò a Giovanni
Vitaliani di Padova, dal qual matri*
monio nacque Jacopo Borromei, già
Vitaliani, stipite dell'illustre famiglia
milanese che diede tra gli altri il
cardinal s. Carlo alle chiese roma-
na ed ambrosiana. Nell'ultimo gior-
no di detto anno per trattato con-
chiuso tra i comuni di s. Miniato
e Firenze, si convenne che in av-
venire si chiamasse Fiorentino e
non più al Tedesco, e che i notari
prendessero 1' indizione ed anno
conforme usava Fu-enze, che corri-
spondeva ad un anno più tardi dello
stile pisano fino allora usato dai
«anminialesi. Ed alcuni de' Malpt-
MIN
gli e Mangiadori che avcano servi-
lo la repubblica furono fatti cava-
lieri e cittadini fiorentini. Questi
però esentarono dai dazi i sanmi-
niatesi, dichiarandoli cittadini fio-
rentini, tranne qualche eccezione
pei ghibellini, e continuando a custo-
dire la torre del palazzo pubblico,
quella di Palla Leoni, ed il cam-
panile della pieve. Nel iSgG andò
a vuoto il tentativo di Benedetto
de' Mangiadori per dar la patria a
tradnnento al signor di Pisa Jacopo
Appiani. Più tardi nel f4^5t essen-
dosi scoperto il trattato de' ghibel-
lini per dare Sanminiato all' impe-
ratore Sigismondo, costò la vita ai
complici. Firenze corrispose alla fe-
deltà de'sanminiatesi, con assolverli
dalle prestanze fatte, con patto di
restaurare le mura, fossi e torri.
Nel i526 colla bolla Romanus
Pontifix, Clemente VII concesse
al preposto della chiesa collegiata
molti nuovi privilegi, conformi qua-
si a quelli di un abbate mitrato.
Tre anni dopo essendo caduta Fi-
renze in potere delle armi di Car-
lo V e di Clemente VII, il suo
governo, compreso quello di San-
miniato, fu ridotto a monarchic(x,
sottoponendo fiorentini e sanminiate-
si al duca Alessandro de Medici ni-
pote di quel Pontefice, al quale
successero i granduchi delle due di-
nastie, dai quali i sanminiatesi, mo-
strandosi costantemente fedeli, fu-
rono generosamente ricompensati.
La chiesa maggiore di s. Minia-
lo era già prepositura plebana nel-
la diocesi di Lucca, traslocata dalla
antica del sottostante borgo di s.
Genesio, quando la repubbika fio-
rentina sino dal 140^, tlue anni
dopo aver conquistato Pisa ed il
suo territorio, concepì il disegno di
erigerla in cattedrale, e fare di San-
I
MIN
miniato la sede di un nuovo ve-
scovo con assegnargli una gran par-
te del paese dipendente allora nel
politico dalla signoria di Firenze,
e neir ecclesiastico dal vescovo di
Lucca. A tale effetto nell' agosto
1409, per mezzo del suo amba-
sciatore Giovanni Ristori, fece pre-
sentare istanza ad Alessandro V. La
stessa idea aveva allora quel go-
verno per innalzare la collegiata di
Prato in cattedrale, ma tal disegno
non ebbe luogo. Si efiettuò bensì
nel 1622 per le premure della
granduchessa Maria Maddalena di
Austria restala vedova di Cosimo
11, e libera governatrice de'vicaria-
ti di Colle e di Sanminiato, ad i-
stanza della quale il Papa Grego-
rio XV a' 17 dicembre, mediante
la bolla Pro excellentì, eresse la
chiesa di s. Miniato in cattedrale,
e la terra in nobile città con resi-
denza del vescovo proprio, dichia-
randola suffraganea della metropo-
li di Firenze. Nella medesima sono
noverati i popoli, pievi, monasteri
e spedali che furono staccati tutti
dalla diocesi lucchese. Delle 118
parrocchie ivi rammentate, 27 era-
no filiali dell'antica prepositura di
8. Miniato, 22 suffraganee della col-
legiata di s. Maria a Monte, ed al-
tre 6q tra chiese parrocchiali e
conventi. Nelle 118 parrocchie si
compresero le collegiate di Fucec-
chio, di s. Croce, di Castelfranco,
e di s. Maria a Monte, oltre 19
pievi, parte delle quali comprese nel
distretto fiorentino, alcune nel ter-
ritorio sanminiatese, e parte nel
pontado pisano, in una superfìcie
che si estendeva e tuttora si con-
serva per circa 49 miglia da Val
di INievole alla base meridionale
delle colline superiori pisane in
Val di Torà, ed ia una larghezza
MIN
i65
di circa 20 miglia dal fiume Elsa
sino oltre la Cascina.
Il primo vescovo fu Francesco No-
ria nobile fiorentino, canonico della
cattedrale di Firenze, designato da
Gregorio XV, e per morte di esso di-
chiarato nel 1624 da Urbano Vili,
il quale colla bolla AposloUcae ser-
vitutis, nel 1626 concesse ai canonici
il privilegio della mozzetta paonaz-
za e del rocchetto. Mori nel i63i
Francesco compianto per le sue
virtù, e gli successe nel 1682 Ales-
sandro Strozzi nobile fiorentino,
traslato da Adria, che si distinse
per pastorale vigilanza, integrità e
giustizia, celebrando il sinodo dio-
cesano nel primo dicembre i638.
Nel 1648 vi fu trasferito Angelo
Pichi di Borgo s. Sepolcro arcive-
scovo d'Amalfi, esimio e di pre-
clare doti ornato. Indi net 1 654 ai
19 ottobre fu eletto vescovo Pietro
Frescobaldi nobile fiorentino, cano-
nico della metropolitana di Firen-
ze, priore di s, Lorenzo, fornito di
molta erudizione, e rispettabile per
probità; ma mori in Firenze a' 12
dicembre lasciando desiderio di sé.
Nel i656Gio. Battista Barducci no-
bile fiorentino degnamente gli suc-
cesse come di perspicace ingegno e
chiaro in letteratura, e fu lodatìssi»
mo vescovo, morendo ai bagni di
s. Cassiano. Nel 1662 gli venne
sostituito Mauro de Corsi nobile
fiorentino abbate camaldolese, lo-
dalo per dottrina, religione ed al-
tre virtù; celebrò il sinodo a' 17
luglio 1667, rifece ed ampliò la
sacrestia della cattedrale; riparò ed
ornò la collegiata di s. Maria a
Monte, essendone arcipreti i vesco-»
vi prò tempore, e morì nonagenario
nel 1680, dopo aver aumentato la
mensa di rendite, risarcita l' aula
dell'episcopioj e stabiliti al capitola
i66 MIN
tre annui anniversari. Giacomo An-
tonio Morigia barnabita milanese,
nel 1681 divenne vescovo; compì
la memorata sacrestia, e traslato
nel febbraio i683 all'arcivescovato
di Firenze, fu creato cardinale. In
suo luogo nel 1682 fu dichiarato
\escovo Michele Carlo Cortigiani
nobile fiorentino, preposto della col-
legiata d' Empoli ; celebrò tre si-
nodi, eresse in parte il seminario,
trasferì in luogo più ampio la cap-
pella dell' episcopio, donò alla cat-
tedrale il legno delia s. Croce, fu
chiamato padre de' poveri, e con
dolore si \ide dai sanminialesi nel
1703 traslocato a Pistoia. In suo
luogo successe Francesco Maria
Poggi fiorentino, maestro generale
de' servi di Maria, professore di
teologia neir università di Pisa, en-
comiato per pietà e dottrina; cele-
brò il sinodo a' 18 giugno 1707,6
morì nel 1719. L' Ughelli, Italia
sacra t. Ili, p. 269, con lui termi-
na la serie de' vescovi di s. Minia-
to, quale proseguiremo colle an-
nuali Notizie di Roma. 1719 An-
drea Luigi Cattaneo di Pescia. 1785
Giuseppe Suares della Conca fio-
rentino. 1755 Domenico Poltri di
Bibbiena diocesi d'Arezzo, traslalo
da Borgo s. Sepolcro. 1779 Bruno-
ne Fazzi di Calci diocesi di Pisa.
1806 Pietro Fazzi della diocesi di
Pisa. Per sua morte il Papa Gre-
gorio XVI nel concistoro de' 23
giugno 1834 preconizzò l'attuale
monsignor Torello Pierazzi di s.
Miniato slesso, dottore in sacra teo-
logia ed in ambe le leggi, già pro-
fessore di teologìa dommatica nel
seminario, vicario generale del pre-
decessore, e in sede vacante vicario
capitolare.
La cattedrale, bell'edifìcio, è de-
dicala alla Bculu Ver^tue Muriu
MIN
Assunta, e sotto l'invocazione di s.
Genesio. 11 capitolo si compone
della prima dignità del preposto ,
del decano, di undici canonici com-
prese le prebende del teologo e
del penitenziere, di dieci cappella-
ni e di altri preti e chierici ad-
detti al divino servigio. Nella catte-
drale avvi il battisteiio, e vi eser-
cita la cura delle anime il prepo-
sto, coadiuvato da un cappellano
curato : prossimo alla cattedrale è
l'episcopio, buon edifizio, già pa-
lazzo de' signori XII. Attualmente
ì popoli della diocesi di s. Miniato
sono riuniti in 98 cure ripartile in
caposesti, comprese 22 chiese di-
pendenti dalla cattedrale. Fra le
quali 1 1 cure costituiscono il ca-
posesto di s. Maria a Monte ; 18
il caposeslo di Fucecchio; i3 il ca-
posesto di Montopoli ; 1 4 il capo-
sesto di Lari; 12 il caposeslo di
Palaia; e 8 parrocchie nell'altro
caposeslo di Poiisacco. Questa dio-
cesi all'epoca della sua erezione
comprendeva cinque conventi den-
tro la città, e non meno di sei nel
distretto ; cinque monasteri di don-
ne in città, ed altrettanti sparsi
per la diocesi. Al presente tutta la
diocesi sanminiatese nou conta più
di selle conventi e monasteri, e due
conservatorii; cioè in città e nel
suburbio il convento de' frali con-
ventuali, quelli de' domenicani e
de' cappuccini , ed il conservato-
rio di santa Chiara. Nel distret-
to due conventi di frati minori os-
servanti a Fucecchio e a s. Roma-
no; un monastero di fiancescane
a Fucecchio, uno di agostiniane a
8. Croce, ed il secondo conservato-
rio in s. Maria a Montopoli. Ogni
nuovo vescovo è tassalo ne' libri
della cameru apostolica in fiorini
2'i'ij usccndcudu lu rendile della
MIN
mensa a circa mille scudi. Per al-
tre notizie su questa cillà e dio-
cesi si può leggere il benemerito
Repelli, nel suo Diz. slor. della
Toscana, all'articolo Sanminiato.
MINIME o PAOLOTTE, mo-
nache. /-^. Minimi.
MINIMI o PAOLOTTI, ordine
religioso. Fu istituito da s. Fraii-
Cesco di Paola [Vedi), nato da
Giacomo Marlorilli e Vienna di
Tuscado, in Paola nella Calabria
Citeriore, nel regno delle due Sici-
lie. Biigiila sorella di Vienna si
maritò ad Antonio, i cui due figli
essendo andati in Francia, uno cioè
Pietro, vestì l'abito de' minimi, e
l'altro per nome Antonio sposò
Giacoinelta Molundrini, da'quali di-
scesero molti personaggi illustri, che
avendo esercitate in quel regno le
cariche cospicue di presidenti, di
consiglieri di stalo, di maestri di
suppliche, ed altre simili, si gloria-
rono più di essere pronipoti di
questo gran santo, che delle cari-
che islesse. Francesco fino all' età
di i3 anni ebbe a maestri i geni-
tori, i quali ne secondarono l'in-
clinazione alla pietà, alla solitudine
e air astinenza, e non faticarono
mollo per incainminarlo nella via
del cielo, e renderlo gradilo a Dio,
a cui per voto fatto si credevano
tenuti ili restituirlo, massime quan-
do rinnovarono il voto per la sua
conservazione, allorché fu liberato
da imminente cecità. Quindi lo con-
segnarono ai frati minori del con-
vento della citlà di s. Marco, ove
vestì per volo 1' abito di que' reli-
giosi, che portò per un anno, ia
cui proibì a sé slesso l'uso de'pan-
ni di lino e delle carni, e tenne
vita sì austera ed esemplare, che
destò meraviglia ne' religiosi che lo
lestituirouo ai geaitoii, i quali cou*
MIN 167
dussero Francesco in Asisi, a Lo-
reto, a Roma ed in altri santuari
per divozione. Ritornati a Paola,
il santo giovine si ritirò mezzo mi-
glio distante, in luogo soU tarlo, pos-
sessione de' genitori, che gli permi-
sero menarvi vita spirituale e san-
tificante. Sembrando a Francesco
luogo esposto a visite, si andò a
nascondere nell' incavatura d' uno
scoglio, senza bisogno di direzione,
perchè istruito da lume sopranna-
turale. La cella scavata nello sco-
glio era il suo letto; l'erbe e le
radici che riceveva per carità gli
servivano per cibo, e portava sul-
la carne aspro cilicio. La fama di
sua santità sparsasi per la Calabria,
molti volendo imitarlo si fecero suoi
seguaci e discepoli, mentre il santo
avea 19 anni. Nel i435 uscì dalla
solitudine, e co'compagni tornò nel-
la possessione de' suoi, ed ivi gettò
le fondamenta del suo benemerito
istilulo. Vi fabbiicarono celle eoa
cappella in cui cantavano insieme
le divine lodi, e perch'essa fu for-
se dedicata a s. Francesco d' Asisi,
venne loro dato il nome di eremi-
ti di s. Francesco. Passali quasi
dieci anni, i cittadini di Paterno
gli esibirono un luogo per fabbri-
carvi un convento, ed egli ve lo
stabilì nel i444> ^ ^^ •' secondo
dell' ordine. Crescendo il numero
de' religiosi e le limosine, con li-
cenza dell' arcivescovo di Cosenza
Pirro nel 14^2 fabbricò Francesco
altro convento in Paola. ]Mentre lo
stava edificando gli apparve s. Fran-
cesco d' Asisi, e gli ordinò farlo
più grande, manifestandogli l' in-
grandimento dell' ordine , che di
giorno iu giorno aumentava colla
erezione di nuovi conventi che il
santo tutti visitava, animando i re-
ligiosi all' osservanza dillo regole
i68 MIN
che loro avea dato a voce, confer-
mandole coli' esempio, e cogli stu-
pendi miracoli che da per tutto
Dio operava a sua intercessione.
Diffondendosi sempre più il buon
odore di sue virtù per la Sicilia,
le città dell' isola desiderarono a-
Terlo, particolarmente Milazzo, acciò
■vi fondasse un convento. Determi-
natosi Francesco di andarvi, cercò
4a alcuni mannari l' imbarco, ma
negandoglielo per la sua povertà,
il santo stese sull'onde il proprio
mantello, e salitovi sopra con due
compagni, passò felicemente il Fa-
ro di IVlessina, ed approdò con
sorprendente ammirazione di chi lo
vide alle spiaggie di Sicilia. Avendo-
vi dimorato quasi quattro anni, nel
1468 tornò in Calabria, dove solle-
vò i poveri da un' estrema care-
stia e fondò nuovi conventi. In-
tanto i prodigi che Dio operava
per suo mezzo, mossero il Pontefi-
ce Paolo II a mandare in Calabriej
uno de' suoi prelati domestici a fi-
ne di esserne meglio informato dal-
l'arcivescovo di Cosenza, il quale
consigliò il prelato a recarsi in Pao-
la ed abboccarsi col santo. Questi
appena lo vide volle baciargli la
mano perchè da trenlatre anni sa-
cerdote, con meraviglia del prelato
che tanto era, il quale però lo tacciò
d'indiscreta rigidezza e singolarità
pericolosa, per l'uso continuo che
faceva co' discepoli de' cibi quaresi-
mali. Lo ascoltò tranquillamente il
santo, e dopo aver detto che tali
cibi erangli stati ordinati dal cielo,
prese de' carboni accesi, e maneg-
giandoli seguitò a dire che assisti-
to da quella virtù divina che ope-
rava in lui tante meraviglie, non
dubitava sostenere i rigori della più
aspra penitenza. Spaventato il pre-
ialOj gli si giitò a'piedi per doman-
MIN
dargli scusa ed essere benedetto,
ma l'umilissimo Francesco doman-
dò a lui tal grazia, per cui pieno
di stupore partì. Giunto il prelato
a Roma ne informò il Papa ed i
cardinali, e ciò facilitò le grazie che
dalla santa Sede furono con 1' ap-
provazione accordate all' ordine. In-
fatti Sisto IV nel i473 avendo e-
saminati i privilegi concessi a Fran-
cesco ed al suo ordine dall'arci-
vescovo di Cosenza e dal vescovo
di s. Marco, nell'anno seguente li con-
fermò colla bolla Sedes apostolica,
dei 2 3 maggio, Bull. Roni. t. Ili,
par. III,p. i36, col titolo di eremiti
di s. Francesco d' Asisi, e crean-
do r istitutore generale dell' ordine,
esentò questo dalla giurisdizione de-
gli ordinari. Si andò quindi mira-
bilmente dilatando anche per la,
venerazione verso Francesco, accla-
qiato da tutti per taumaturgo e
depositario delle grazie, desideran-
do ognuno di avere presso di sé i
suoi (igli, avendo luogo di frequen-
te nuove fondazioni. Turbando il de-
monio la pace de'religiosi, gli suscitò
contro Ferdinando I re di Napoli, il
quale da Paterno voleva far a det-
ta città condurre pii^ioniero sau
Francesco, a fronte de'chunori del
popolo. Il capitano dì ciò incaricato
restandoiie intimorito , e più dallc^
rassegnazione del santo in seguirlo,
tornò a Napoli e persuase il re a
lasciarlo alla divozione dei calabresi.
Lo strepito de' suoi gran mir^^-
coli giunse all' orecchio di Luigi
XI re di Francia gravemente in-
fermo, ma solo potè averlo per du«
brevi con cui Sisto IV l'obbligò
a recarsi da lui. Obbedì Francesco
al capo della Chiesa, e a'^ febbraio
i48'2 partì in compagnia del mae-
stro del palazzo reale, che all' uo-
po erasi portato ia Calabria. 11 sai\:
MIN
lo fu ricevuto in Napoli dal re e
dal popolo come un legalo aposto-
lico o un sovrano, ed in Roma i
cardinali andarono a visitarlo in tre-
no. Il Papa l'onorò come fosse un
principe, lo fece sedere in una sedia
eguale alla sua, e nelle tre udienze lo
trattenne sempre da tre in quattro
ore. Voleva Sisto IV elevarlo a di-
gnità ecclesiastiche, ma il santo le
ricusò con quella profonda umiltà,
con cui die il titolo di minimi ai
suoi frati, né volle essere mai pro-
mosso al sacerdozio o altro ordine,
contento della condizione di sem-
plice laico. Parlò al Pontefice del
quarto volo di vita quaresimale
che pensava stabilire nell'ordine, e
•vedendo che difficoltava conceder-
lo, presa la mano del nipote car-
dinal Giuliano della Rovere pre-
sente, disse che questi però l'avreb-
be accordato, predicendogli così il
pontificato, ciò che ripetè poi in
Francia. Con solennità e distinzione
fece Luigi XI ricevere il santo, che
lo persuase che avendo Dio prefìs-
so il numero de'nostri giorni, biso-
gnava ciecamente sottomettersi a
lui, morendo rassegnato nelle sue
mani, li figlio del defunto, Carlo
Vili, più ancora del padre onorò
s. Francesco, lo consultò anche per
affari di stalo, gli fabbricò i con-
■venti di Plessls e d'Amboise, i re-
ligiosi del quale mantenne colle sue
rendite. Trovandosi poi il re nel
ì^^5 in Roma, somministrò i mez-
zi per rendere sontuoso il convento
che il santo fondava pe' religiosi
francesi, venendo poscia fabbricata
la magnifica Chiesa della ss. IM-
nità al monte Pincio (^P^edi), la
quale in un al convento pussede-
l'ono i religiosi fino ai disgraziati
avvenimenti che chiusero il secolo
passalo. Il sanlQ ebbe pure la con-
MIN .69
solazione di vedere diffuso l'ordine
nella Spagna, ove Ferdinando V
e Isabella dierono il nome di frati
della vittoria al convento di Mala-
ga, perch'essa era stata liberata
dai mori per le orazioni e predi-
zione del santo; come pure di ve-
derlo confermato da Innocenzo Vili
estimatore di Francesco. Questi ve-
dendo r ordine moltiplicarsi, com-
pose nel 1493 la sua prima rego-
la, che ad istanza del re di Fran-
cia fu approvata da Alessandro VI
colla bolla Aferitis religiosae vilae,
ai 26 febbraio, Bull. Rom. t. Ili,
par. Ili, p. 227. Quel Papa cam-
biò il nome di eremili di s. Fran-
cesco d' Asisi , o di romiti peni-
tenti, con cui fino allora erano
stali chiamati questi religiosi, in
quello di frati minimi, come volle
il fondatore. Neil' anno stesso fu
dato principio dalla regina Anna al
convento di Nigeon presso Parigi,
che fu detto de buoni uomini, hons
hommes, pel titolo di buon uomo
che alcuni motteggiatori della corte
sotto Luigi XI diedero al santo ;
oppure perchè i minimi furono
dapprima stabiliti nel bosco di Vin-
cennes, in un monastero dell'ordine
di Grammont, che chiamavasi dei
buoni uomini. Alessandro VI con-
fermò altresì nel 1 493 tutte le
grazie accordate ai mìnimi dai suoi
predecessori, e loro comunicò tulli
i privilegi de' mendicanti. Nel i497
ad istanza dell' imperator Massimi-
liano I , mandò s. Francesco alcu-
ni de' suoi alunni in Germania, i
quali subito vi fondarono tre con-
venti, e vi si stabilirono in manie-
ra che presto ne furono edificati
altri. In Francia il nuovo re Luigi
Xil trattenne il santo, e lo facol*
lizzò a fondare ovunque conventi
esenti da imposi:;ion,i.
1 70 MIN
^^el i5oi perfezionò s. France-
sco la sua prima regola, con ri-
durre a dieci i tredici capitoli ciie
la componevano, e con islabilirvi
il perpetuo \oto della vita e cibi
c|uaresinialì; nell'anno seguente la
fece approvarti da Alessandro VI,
insieme con un' altra regola pel
terz' ordine dell'uno e dell'altro
sesso di cui parleremo. Nel i5o6
avendo il santo fondatore data un'
altra mano a queste due regole, ed
avendo composta la terza per le
monache, di cui pur tratteremo,
furono tutte e tre in detto anno
approvate, massime il quarto voto,
da Giulio II, giù cardinale della
Rovere, colla bolla Diuluni ad sa-
crum ordinem Alini niorurn, quinto
kal. augusti, Bull. Rorn. t. Ili, par.
Ili, p. 273, ove pure si riporta la
bolla F ir Iute cospicuo s sacri or di'
nis, emanala nello slesso giorno
sulla conferma e concessione dei
privilegi, avendone aggiunti altri
nuovi ; ricolmò di grazie i religiosi,
ed a richiesta dell' istitutore gli die
in protettore il cardinal Bernardino
Carvajal. Lo slesso Giulio II ap-
provò ancora un Corretlorio, in cui
s. Francesco accenna le penitenze
da imporsi a chi manca nell'osser-
vanza della legge di Dio, della Chie-
sa e della regola ; e perchè alcuni
non volevano che questi religiosi
godessero de' privilegi loro accorda-
li, compose il santo anche un cere-
moniale per la recita del divino
ufiizio, e per le funzioni ecclesiasti-
che, e si preparò alla morte rin-
chiudendosi nella cella del conven-
to di Plessis, ove attese solitario
ad accrescere il tesoro de' suoi me-
riti. Raccomandò a' religiosi l'amor
di Dio, la carità scambievole, l'os-
servanza della regola e vita quare-
simale che li distingueva dagli ai»
MIN
tri. Morì nel venerdì santo a' 3
aprile iSoy. Furono tanti i mira-
coli che Dio operò per glorificare
il suo servo, che Leone X cui il
santo in gioventù aveagli profetiz-
zato il pontificato, con breve ri-
portato da'Bollandisti, jécta ss. a-
pril. t. I, p. i65, lo dichiarò bea-
lo e concesse a tutto l'ordine l'uf-
fizio de'confessori, prendendo i suoi
religiosi dal nome e dalla patria del
fondatore anche quello di PaoloUi,
mentre a di lui onore il re di Na-
poli e Filippo li aveano dichiara-
to città Paola. Quindi Leone X
nel primo maggio i5iq, essendo la
domenica in Albis, colla bolla Ex-
celsus, data in tal giorno, loco ci-
tato p. ^'/5, solennemente lo cano-
nizzò; ed a' 25 marzo i52i colla
bolla Licei p. 5oo, accordò all'or-
dine de' minimi o paolotti 1' ufiizio
con oliava, da trasferirsi nel lunedì
in Alhis, quando la festa del santo
cadesse nella settimana di Pasqua.
Sisto V nel i585 ordinò colla bol-
la In codi, t. IV, par. IV, p. i4f»
che detto uilizio fosse celebrato cou
rito doppio per tutta la Chiesa.
Clemente Xll col breve Adjutor^
t. XIV, p. 33o, del primo ottobre
1738, concesse l'iudulgenza plenaria
a tulli quelli che in onore del san-
to facessero i tredici venerdì, che
s. Francesco di Paola ancor viven-
te raccomandava a' fedeli, quando
da Dio volevano impetrar qualche
grazia, confit^ssandosi e comunican-
dosi in ciascuno di detti venerdì, e
recitando tredici Pater ed Ave in
memoria di Gesù Cristo e degli
apostoli, con altri esercizi di pietà.
Indi a' 18 marzo 1739, col breve
IVuper, p. 36o, confermò l'elezione
che del santo fece il regno delle
due Sicilie per protettore. Nella ba-
silica vaticana fu collocata la sua
MIN
stàtua (li marmo scolpita da Gio.
Laltibla Maini, incoulro a quella di
bronzo di s. Pietro.
Nel primo gennaio i5o8 ì reli-
giosi celebrarono il capitolo gene-
rale in Roma, convocato dal p. Ber-
nardino Cropulato, eletto dal santo
prima di morire per vicario gene-
rale fino al primo capitolo, e vi
fu fatto generale il p. Francesco
Binet francese, il quale allora era
correttore del convento della ss. Tri-
nità de'Monti. Fu ordinato in que-
sto capitolo, che quelli i quali non
avessero osservato il voto della vita
quaresimale, fossero privi di voce
attiva e passiva nelle elezioni dei
superiori. Il Papa s. Pio V colla
bolla Apostolìcae Scdis, de' 9 no-
vembre 1567, Bull. Boni. t. IV,
par. II, p. 4^3, dichiarò ordine
mendicante questo de'minitni, col
godimento di tutti i privilegi dei
mendicanti, comprendendovi le mo-
nache. E perchè non di rado ac-
cadeva, che i minimi passavano tra i
cappuccini, s. Pio V lo proibì es-
pressamente colla bolla Sedis Ano-
stolicae, già emanala a' 6 ottobre
detto anno, loco citato p. 399. Si-
sto V nel i585 donò ai minmii
la chiesa e convento di s. Andrea
delle Fratte che poi descriveremo.
In principio i generali dell'ordine
governavano solamente tre anni,
ma nel i6o5 con autorizzazione pon-
tifìcia il loro governo fu prolunga-
to fin a sei, ed il primo che per
tal tempo esercitasse l' ulllzio fu il
p. Stefano Dugier, eletto nel XXX
capitolo generale celebrato in Ge-
nova. Camillo Painphilj nipote di
Innocenzo X e sua moglie d. O-
limpia Aldobrandini principessa di
Rossano, riedificarono nobilmente
la chiesa di s. Francesco di Paola
a' Monti, presso la quale Giovanni
MIN 171
Pizzullo sacerdote calabrese avea
pei minimi edificalo il convento.
Clemente XI colla bolla de'iG mar-
zo 1716, Bull. Maga. t. YIII, p.
45^7, concesse al generale e pro-
curatore generale dell'ordine il po-
sto nelle Cappelle pontificie [Vedi),
ed al secondo di sermoneggiare nel-
la seconda festa di Pascjua e nella
terza di Natale, al modo detto nel
voi. IX, p, 34 e 119 del Dizio-
nario. Benedetto XIII nel 1729
diede ai minimi della provincia ro-
mana la chiesa di s. Salvatore del-
la Corte. Avendo s, Francesco di
Paola permesso ai frati nella pri-
ma regola il canto ne' divini ulli-
zi, ma tolto questo nella secomUi,
gli permise quello solo che somi-
gliava al compitare senza note al-
cune, e da questa dissonanza ne
veniva noia a'i'edeli solili udire il
canto gregoriano. Il perchè Bene-
detto XIV, ad istanza di alcuni re-
ligiosi dell'ordine, colla bolla Bo-
inaiius, de' 22 gennaio ijS:^, Bull.
Bened. t. IV, p. 181, ordinò ai
frati e monache paolotte, che nel
coro e nelle altre funzioni usasse-
ro del solo canto gregoriano. Es-
sendo protettore dell'ordine il car-
dinal Carlo Rezzonico nipote di
Clemente Xlll, questi a'2 i marzo
1763, col breve Bontanwn Pouii-
fìcent, presso il Bull. Bom. Conti-
nualio, t. II, p. 34^, concesse ad
un religioso del medesin)o un posto
perpetuo tra i consultori della con-
gregazione de'riti. Pio VI colla co-
stituzione Curn in ecclesia, de' 22
agosto 1786, beatificò a' io set-
teujbre il ven. Gaspare de Bono
spagnuolo, nato in Valenza nel
1 53o da Giovanni de Bonox e
Isabella Manzon , fattosi religioso
nel i56o, morto u'i4 luglio del
1604 d'auui 74- Diversi religiosi
172 MIN
ne pubblicarono la vita. Lo stesso
Pio Vi colla costituzione Benedi-
cius Domitius, de' ii settembre
1786, a' 17 detto beatificò il veo.
Nicolò di Longobardi, ove nacque
nel 1649 <i^ Fulvio Saggio e Au-
relia Pizzini, fattosi oblato de' uii-
niuii nel 1669, morto in Roma
a' 12 febbraio 1709 d'anui 60. La
sua vita di monsig. Giuseppe Maria
Perimezzi de'minimi vescovo d'Op-
pido (poi arcivescovo di Bosra, e
segretario dell'esame de' vescovi, se-
pollo in s. Francesco di Paola ) fu
lista rapata dal p. Liborio Maria
Tedeschi poslulatore della causa.
L'abito de'miuimi, secondo la loro
regola, essere deve di panno vile
lionato, tessuto con lana natural-
mente scura, e della stessa manie-
ra debbono avere il cappuccio, con
scapolare ad esso attaccato, il qua-
le avanti e dietro scende fino alla
metà delle coscie circa, e nell'e-
stremità è tondo, lutto legato con
cordone di lana dello stesso co-
lore annodato in cinque luoghi ,
ed a loro beneplacito possono ser-
virsi del mantello, simile nella ma-
teria e colore alla tonaca ed allo
scapolare. Portavano a loro elezio-
ne i zoccoli o i sandali di corda,
di giunchi o di altre erbe, ma dai
primi del secolo XVII incedono
calzati per dispensa, costretti a ciò
dalla continua vita quaresimale, che
sembrava incompalibile colla nudi-
tà de'piedi, come asserisce il padre
Baldassare d'Avila generale dell'or-
dine, nel suo libro intitolato: Ma-
nipnlns inininiorum. Gli oblati ed
i laici devono portare la tona-
va, la quale scende fino alla me-
tà delle gambe, dello scapolare la
parte .^ola anteriore col cappuccio,
nel loro cordone hanno da esservi
quattro nodi soli, ^ possono porta-
MIN
re un mantello della lunghezza del<
l'abito. Sino dal secolo passato tan-
to i sacerdoti che i laici vestono di
saia nera, portano le maniche della
tonaca larghe quasi come quelle
della cocolla monastica, e fanno uso
del cappello ecclesiastico. 1 sacer-
doti recitano l'uffizio divino secon-
do il rito romano, ma senza canto,
ed i frati laici dicono trenta Paler
ed Ave pel mattutino_, dieci per le
laudi, ed altrettanti pel vespero,
aggiungendo alle ultime Ave il
Gloria Patri. Recitano altri die-
ci Pater ed Ave per l' uffizio dei
morti, col Requiem in fine dell'ul-
tima di queste. Gli oblati ne dicono
pel mattutino venti, per le altre
ore cinque, come ancora per l'uf-
fìzio de'morti, terminando sempre
o col Gloria o col Requiem. Altre
molte cose prescrisse il fondatore
nella regola a'suoi frati , come la
fiequenle orazione, il silenzio in
ogni teuìpo nella chiesa, nel chio-
stro, nel dormitorio, nel refettorio
mentre si mangia, ed in tutti i luo-
ghi dall'ora di compieta fino a pri-
ma del di seguente. Nell'osservan-
za della vita quaresimale proibì
non solo mangiar carne, ma anco»
ra ova, ogni sorta di latticini, e
tuttociò che dalla carne deriva, an-
co fuor di convento, tranne i casi
d'infermità grave. A tale effetto vi
sono ne' conventi due infermerie,
la claustrale ove si mangia di ma-
gro, e l'esteriore ove si mangia di
grasso. Oltre i giorni prescritti dal-
la Chiesa, i chierici ed i laici di-
giunano dal lunedi di quinquage-
sima sino a Pasqua, e dalla festa
d'Ognissanti sino a Natale , e ir^
tutti i mercoledì e venerdì dell'an-
no, eccettuato il Natale. Gli oblati
digiunano ogni venerdì, e dalla fe-
sta di s. Caleriua sino a Nata-
MIN
le. Ogni anno i minimi eleggono
nei giorno della dedicazione di san
Michele i superiori locali col titolo
di correttori, ne possono esercitare
r uffizio pili d'un anno, facendosi
la elezione dai religiosi de'rispetli-
vi conventi. Questo ordine illustre,
diffuso quasi in tulle le provincia
del mondo cattolico, che dal suo
istitutore ebbe per divisa il molto
Carità, sino alle ultime vicende
formavasi delle assistenze e nazio-
ni di Francia, Spagna ed Italia. Es-
so ha dato alla Chiesa diversi san-
ti e uomini rispettabili per pietà,
dottrina e dignità ecclesiastiche^ ve-
scovili ed arcivescovili. Del fonda-
tore e dell'ordine scrissero Ippo-
lito Marracci, Benedetto Gonone,
Francesco Lanov nelle croniche di
esso, gì' istorici degli ordini religio-
si, oltre Luigi Doni d'Atlichy, Sia-
ria generale degli ordini de' mini-
vii. Il p. Bonanni riporta la figu-
ra di un religioso minimo , nel
Catal. degli ordini rei. p. 8oj ed
il Capparroni la riprodusse nella
sua Raccolta. Il generale ed il pro-
curatore generale risiedono in Ro-
ma. Al presente è generale il re-
■verendiss, p. Gaspare Montenero
consultore de' riti, e. procuratore
generale il reverendiss. p. Paolo
Piazzoli. I minimi hanno in Ro-
ma attualmente le quattro seguen-
ti chiese.
Chiesa di s. Francesco di Paola,
nel rione I Monti. Abbiamo dal
diarista Valesio, che Giovanni Piz-
lullo di Regina diocesi di Bisigna-
no, canonico di s. Lorenzo in Da-
maso, a"* 2 1 febbraio 1623 comprò
suir Esquilino e alle Carine dal
duca Gio. Giorgio Cesarini (meglio
si dica dal suo figlio Giuliano 11)
per scudi i2,5oo" un palazzo pres-
so s. Pietro in Vincoli, che il Ratti,
MIN .173
Della famiglia Sforza t. IT, p. 291,
chiama considerabile, con giardino,
e descrive come un museo quando
era proprietà di Gio. Giorgio. Il
Pizzullo donò il palazzo ai minimi
della sua nazione calabresi, nel qua-
le stabilirono il collegio degli studi,
fabbricandovi una chiesa al loro
santo, secondo la mente del testato-
re, tutti i cui beni ereditarono,
ponendo per gratitudine nel 1646
a destra dell' altare maggiore quel-
la iscrizione che riporta il Marti-
nelli a p. 44 6> Roma ex elhnira
sacra. Siccome i minimi aveano la
chiesa de' ss. Sergio e Bacco ai Mon-
ti, ora de' monaci basiliiini ruteni,
nel trasferirsi nella nuova chiesa
ottennero da Gregorio XV, oltre
r approvazione del collegio, che vi
riducesse il j'us parrocchiale che go-
devano nell'altra, e durò parrocchia
sino al 1824 in cui la soppresse Leone
XII. Il Piazza neW Euscvologio ro-
mano tratt. XI, cap. VI, discorre
del legato Pizzulli a s. Francesco di
Paola, onde collocare ogni anno
due donne cadute in peccato nel
monastero delle convertite, con cen-
to scudi per cadauna. Parla anco-
ra del collegio che doveva essere
di 3o studenti religiosi, co' maestri
ed altri, e dell' entrate pel loro
mantenimento e per 1' ulfizìatura
della chiesa, mediante l'eredità del-
l'encomiato benefattore. Nel tratt.
XIII, cap. XXII, dice il Piazza, che
cospicua ne divenne la libreria pei
libri legali e copiosi mss. regalali
dal calabrese d. Carlo Selvago di
Terranuova, pubblico lettore in leg-
ge neir università romana ; poi Pie-
tro Moretti romano vi aggiunse tut-
ti i suoi libri di medicina e di al-
tre materie e scienze, per cui di-
venne utile, rinomata e di orna-
mento al convento. Ridolfino Ve-
174 MIN
nuli, Roma moderna p. p?, rife-
risce che il convento venne restau-
ralo, e la cliiesa nobilmente riedi-
ficata dalla summentovata Aldo-
brandiniPampliilj romana, con ar-
chitettura di Gio. Pietro Morandi:
la facciala però fu compila più
tardi, come diremo. Nel secolo pas-
sato, verso il 1760, per opera del
p. Francesco Zavaroni da IVIonlallo
generale dell'ordine, fu rifatto ma-
gnilicamente il convento, accrescen-
dovi il fabbricato rivolto a setten-
trione col disegno di Luigi I3e-
rettoni allievo del Sassi, non che
rimodernata la chiesa, decorandola
della elegante facciala esterna, co-
me afferma il Vasi nell' Itinerario.
L'altare maggiore è architetlin*a
di Gio. Antonio de' Rossi : vi è un
grandioso panno fatto di stucco,
tinto di color di broìizo, che di qua
e di là con belle cascate, sostenute
da vari angeli della stessa materia,
forma come tin gran padiglione.
Nel primo altare a destra la s. An-
na è di Filippo Luzi, e la volla a
fresco di Onofrio Avellino napole-
tano. Nel secondo il quadro è co-
pia d' uno che sta nel coro, e rap-
presenta s. Francesco di Paola : i
laterali e la volla sono di Giti-
seppe Chiari, il quale espresse in
uno il sanlo che risuscita i mura-
tori caduti dalla fabbrica, e neir al-
tro il santo che fa gli occhi, il na-
so e la bocca ad un bambino che
n'era nato privo. Il quadro di s.
Francesco di Sales nella terza cap-
pella, ed i laterali, sono di Anto-
nio Grecolini. Il deposilo sulla por-
ticella di Lazzaro Pallavicini fu e-
retlo da Benedetto XIV, per avere
con singolare umiltà ricusato il car-
<1iualato, con architettura del car-
dinal Fuga, e col busto scolpito dal
CorsÌDi. Dall' altra banda uell' al-
ivi I N
lafe di s. Michele, Stefano Peru-
gini dipinse l'arcangelo, e Giaco-
mo Triga i laterali. La cappella
seguente ha la Concezione ed altre
pitture di Stefano Pozzi, il quale
dipinse pure la volta ed i laterali
dell' ultima che ha il quadro di s.
Giuseppe di Avellino: nella prece-
dente cappella il b. Nicola è del
palermitano Manno. La bella sa-
crestia e la camera del capìtolo
furono architettate da Filippo Brec-
cioli : nella sacrestia lo sfondo del-
la volta è stupenda opera di Sas-
soferrato. Delle lui^elte, nelle quali
è dipinta la vita del santo, quat-
tro sono a olio di Agostino Masuc-
ci, e tre di Filippo Luzi; vi dipin-
se pure Pietro Argenvilliers. Nella
cappellina contigna, il Cristo morto
è di Francesco Cozza, i laterali e
la volta sono del Pozzi. La festa
del santo litolare vi si celebra a' 2
aprile, ed ogni qualtr' anni il se-
nato romano fa alla chiesa l'obla-
zione del calice d'aigento.
Chiesa di s. Andrea delle Frat-
te, nel rione IH Colonna, con par-
rocchia. Dicesi delle fratte dal no-
me della contrada, perchè al dire
del Panciroli, Tesori nascosti, anti-
camente era fuori della città, o
perchè fino al secolo XV fu coper-
ta di orli cinti di fratte o siepi ,
e però collina degli orlicelli si chia-
mò il vicino Monte Pincio a pie
del quale sorge. Il Panciroli chia-
ma assai aulica la chiesa, e nei
1600 era già parrocchia con com-
pagnia del ss. Sagramenlo ; aggiun-
ge che ricevutala i minimi nel
i585 da Sisto V, ottennero licenza
di edificarvi il contiguo convento.
Il Venuti narra che la chiesa era
stata prima posseduta dalla nazio-
ne scozzese, con ospedale incontro
rifatto da Gregorio XIII, ora ora-
MIN
Iorio della confraternita parrorclila-
le, la quale nel 1618 acquistò il
sito dagli scozzesi. Dopo la pretesa
riforma avendola abbandonata gli
scozzesi, dal i5'j4- '" po* l' uffizio
lina confraternita sino a Sisto V
memorato, sebbene era divenuto
patronato della romana famiglia
del Bufalo de'marcbesi di Fighine,
la cui arme si vede in rilievo sulla
porta maggiore. Inoltre il Venuti
riferisce che Leone XI, eletto nel
i6o5, avea ordinato la riedificazio-
ne della chiesa dai fondamenti, ma
visse 27 giorni. Nella iscrizione pe-
rò che si legge nella chiesa si dice
che nel 1612 il marchese Ottavio
del Bufalo Cancellieri intraprese di
riedificarla così magnifica come ossi
SI vede ; I iscrizione viene riportata
a p. Sj dal Martinelli, il quale o-
pina che la chiesa si chiamasse
Inter hortof, de Ursix in Pincìs, et
de fratlis in Fico nemoremì^ es-
sendovi stalo trasportato il jus par-
rncchiale di san Giovanni della
ficoccia del collegio de' maroniti.
La fdbbrica restò in varie parti
imperfetta, e specialmente nel cam-
panile che non fu mai intonacato,
e nella parte superiore della ftjc-
ciata, che finalmente nel 1826 ven-
ne compita con semplice architet-
tura sotto la direzione dell'archi-
tetto Pasquale Belli , coi denari la-
sciali dal celebre cardinal Consalvi
a tal uopo. II Venuti scrive che
Ottavio morì poco dopo che s'in-
cominciò r opera, lasciando fondi
per proseguirla. Architetto di tale
riedificazione si vuole Gaspare Guer-
ra da Modena, altri dicono il filip-
pino p. Gio. Battista Guerra, che
presiedè a quella di sua congrega-
zione. Dopo la sua morte il com-
pimento fu affidato al Borromiuo,
il quale fece la cappella della ero»
MIN 175
ciata, la tribuna, la cupola ed il
bizzarro campanile che oscilla visi-
bilmente al suono delle campane, e
che descrive il Cancellieri a p. 17G
delle sue Campnne, ove produce
un brano del Diario del Valena, dal
quale apparisce che Gregorio XIII
die la chiesa ai minimi calabresi
eh' erano al convento del Pincio
coi francesi. Il campanile restò im-
perfetto, quanto all' intonacatura, e
nemmeno le altre opere del Borro-
mino ebbero termine. L' interno è
d' una sola nave a croce latina, ed
il pavimento di scelti marmi lo fe-
ce fare il duca d. Giovanni Tor-
lonia. La tribuna, la cupola e le
lunette furono dipinte a fresco da
Pasquale Marini, e fu la sua pri-
ma opera. L'altare maggiore ha
un quadro a fresco rappresentante
il martirio dell' apostolo s. Andrea,
dipinto da Lazzaro Baldi : quello
n sinistra è di Gio. Battista Le-
nardi ; quello a destra lo colorì in
24 giorni Francesco Trevisani. Nel-
la prima cappella a sinistra le pit-
ture a fresco si attribuiscono ad
Avanzino Nuoci. La cappella seguen-
te degli Accoramboni è ornata ric-
camente di marmo nero, e contie-
ne due medaglioni co' ritratti di
prelati di quella famiglia ; essa è
consacrata al Crocefisso. Nella ter-
za cappella Lodovico Gimignani di-
pinse il quadro rappresentante s.
Michele. Dice il Venuti che la cap-
pella era dedicata a s. Oliva, e che
i religiosi sostituirono alla sua im-
magine quelle dell' Immacolata Con-
cezione, di s. fllithel arcangelo, e
di s. Caterina da Siena. In questo
altare apparve la ss. Vergine a' 20
gennaio 1842, e quale la rappre-
senta il maestoso quadro erettovi, ad
Alfonso Maria Ratisbonne, ricchissi-
mo ebreo di Strasburgo, il quale gi-
I 7^
MIN
rnndo per la chiesa vide lutto ad un
trailo sparire 1' edifìzio, ed una luce
abbagliante che tutto il circondava;
fu Irasporlato, senza saper come,
innanzi l'altare di s. Michele, da
dove appunto usciva la luce, ed al-
zando gli occhi vide sull'altare me-
desimo, bella e raggiante Maria Im-
macolata della Medaglia benedetta
i^Vedi) (la quale portava al collo,
postagli per convertirlo dal barone
Bussierre ), che colla mano gli fece
segno d'inginocchiarsi, come obbe-
diente esegui. Fu quindi sollevato
piangente, e di repente abbracciò
il cristianesimo. A' 3o di detto me-
se ricevette il battesimo, la cresi-
ma e la comunione dal vicario
cardinal Patrizi nella chiesa di Ge-
sù, indi vesti l'abito de'gesuili in
Francia. Non può abbastanza espri-
mersi la fervida divozione della po-
polazione di Roma e di oltremon-
li, verso la ricordata immagine, e-
guale a quella comparsa a Ratis-
bonne; la cappella è divenuta un
santuario assiduamente frequentato
dalla veneiazione de' fedeli, che con-
tinuamente ricevono innumerabili
e segnalatissime grazie dalla dispen-
satrice gran Madre di Dio. Il qua-
dro della cappella seguente, di Ma-
ria Vergine ed alcuni santi, fu co-
lorito da Giuseppe Cades. La quin-
ta cappella ha un quadro di s.
Giuseppe del Cozza. Segue la cap-
pella della crociata, dedicala a s.
Anna, non ancora compita e archi-
tettata dal Vauvitelli : il quadro è
dì Giuseppe Botlani che vi efligiò
la santa, essendo del Maini la sta-
tua sotto r altare, altri dicono del
Pacelli, e rappjesentante il transito
di essa. La cappella incontro è de-
dicata a S.Francesco di PaoIa_, ric-
ca di marmi e bronzi, architettata
da Filippo Barigioni; i due angeli
MIN
cogl' istromenti della passione del-
l'altare maggiore e della crociata
sono del Bernini, che scolpiti pel
ponte s. Angelo, Clemente IX onde
non esporli all' intemperie, li mise
a disposizione del nipote cardinal
Jacopo Rospigliosi, il quale come
proleltore de' minimi li fece collo-
care nel detto luogo. Il s. Fran-
cesco di Sales e la b, Giovanna
di Valois nella cappella seguente è
di Francesco Romolo; l'altare è
ornato con due colonne di porta
santa. Il quadro dell'altare che se-
gue, rappresentante s. Carlo e s.
Francesca romana, in un ai late-
rali, è del Cozza. Finalmente la
cappella del battislerio la dipinse
il Gimignani, tranne i laterali di
Bellavia siciliano e di Domenico
Jacovacci. Vi sono in questa chie-
sa i deposili di vari personaggi ed
artisti, fra' quali sono notabili: il
deposito del cardinal Carlo Calca-
gnini, scolpito dal Bracci ; quello
del cardinal Pier Luigi Carafìi, e-
retto con disegno del Posi ; quelli
della duchessa d' Avello, e del cav.
Queirolo; quello di Nicolò Simone
de' duchi di Baviera, morto nel
1734; quello del nipote del re di
Marocco [Vedi). Sonovi pure me-
morie sepolcrali dell' archeologo
Giorgio Zoega, del filologo Girola-
mo Amati, del matematico Gioac-
chino Pessuti, de' pittori Gimigna-
ni, Oreste Kiprenskoi russo, de la
Roche francese, della celebre pit-
trice Angelica Rauffmann, e dello
scultore Schadow. Nella bella e ni-
tida opera con eleganti incisioni :
Monumenti sepolcrali eretti in Ho-
ma agli uomini celebri per scienze,
lettere ed arti, visitali da Oreste
Baggi, disegnati dal cav. architetto F^
M. Tosi lenente d' artiglieria, Roma
184G, tipografia Monuldi ; nel voi.
MIN
in che tali chiaiissimi signori gen-
tilmente si compiacquero dedicarmi
sono riportali e descritti egregia-
inente i monumenti delta Kau(I-
mann, di Pessuli, Amati, Zoega,
Gmelin, ec. Nella sagrestia la volta
fu dipinta da Giacomo Triga, ed
il. Crocefisso sull'altare dal Gimi-
gnani. Nel chiostro dell' annesso con-
vento vi sono pitture a fresco in
cui sono espressi i fatti della vita
di s. Francesco di Paola : alcune
lunette sono del Cozza, una di
B'iancesco Gherardi, le altre di di-
versi artisti : parecchi hanno sof-
ferto.
Chiesa di s. Salvatore in Corte
o .V. Maria della Luce, nel rione
XI 11 Trastevere, con parrocchia.
Della sua denominazione ed altre
notizie, come del suo storico retto-
re della medesima, ne parlammo
al suo articolo, e nel voi. XXT, p.
35 del Dizionario ; altre qui ne
aggiungeremo. Che ivi fosse stata
corte o curia, o tribunale o car-
cere, si può vedere anche il Nardini
p. 472, Roma antica, ed il Marti-
nelli, Roma ex ethnica sacra p.
298: il Venuti p. 1024 dice che
tal curia fu chiamata il tribunale di
Aurelio, e che forse prese come al-
tre il nome dalla famiglia de Ciir-
tìbus, rappresentando le antiche
pitture dell'altare maggiore la mor-
te di san Pimmenio o Pigmenio
suo primo parroco, e maestro di
Giuliano l'apostata, descritta dal
Mauro; aggiunge che ivi si vene-
rano i corpi de' ss. Pimmenio, Pol-
lione e Melice martiri, e le reli-
quie di s. Bonosa fondatrice del-
l'antichissima chiesa del III secolo.
Pietro Bombelli nella Raccolta del-
l'imm. coron. dal cap. di s. Pietro,
t. IV, p. i4i, descrive r invenzio-
ne e manifestazione della Madonna
VOt. XLV.
MIN 177
della Luce. Ne' primi del r^So pas-
sando un cieco pel vicolo delle Mo-
le vicino alla chiesa, entrò nel pian
terreno di casa rovinosa, ove caden-
do sassi e cementi , rivolgendosi
verso la parete prodigiosamente riac-
quistò la luce in vedere su di essa
r immagine di Maria col Bambino
cinta di straordinario splendore.
Per un movimento naturale escla-
mò luce, luce, invitando pieno di
giubilo quelli del vicinato ad am-
mirare il portento e la grazia ri-
cevuta, laonde grandissima e uni-
versale fu la sorpresa, e rapidamen-
te ne fu piena Roma. Subito ac-
corsero ciechi, storpi ed infermi,
e furono prontamente esauditi dal-
la discoperta immagine, che alla
meglio si ornò per la pubblica ve-
nerazione. I minimi bramosi di tras-
portarla in questa chiesa, ne se-
garono il muro con licenza del
cardinal vicario, ed agli 8 agosto
solennemente la collocarono vicino
alla porta maggiore in apposito al-
tare, ove la pietà de' romani accor-
se a tributarle omaggio e copiose
oblazioni, colle quali si potè rifab-
bricar la chiesa minacciante rovina^
per cui si spesero più di i5,ooo
scudi. Indi la miracolosa immagine
chiamata della Luce da quanto
si è detto, fu trasferita con nobili
fregi nella tribuna dietro l'altare
principale, ov' è in gran venerazio-
ne, e si scuopre ogni gabbato e in
tutte le feste, con di vote pratiche
e concorso di popolo.
Chiesa di s. Giovanni a porta
Latina {Vedi).
Del secondo e terz'ordine
de' minimi.
Minime o Paololte monache. Su-
periormente si riferì che s. France-
12
178 MIN MIN
SCO di Paola non solo compose la IV, allorché si recò in Francia. Le
regola pei religiosi, ma ancora per religiose di detto monastero chi prin-
le monache, e per le persone dei ci pio furono soggette ai correttore
due sessi che avessero voluto ab- del convento d' Andujar, ma poi
bracciare l'istituto de' minimi, onde s. Francesco le sottopose all'obbe-
▼iene ad essere egli fondatore di dienza del provinciale di Spagna,
tre ordini. La regola però delle onde in appresso si moltiplicarono
monache, le quali compongono il con molti monasteri non solo iu
secondo ordine, fu 1' ultima delle quel regno, ove se ne contarono un-
tre composte dal santo, avendo dici, ma in Francia nel 1621, ed
scritto prima quella delle persone in Italia. La regola delle monache
d'ambo i sessi o terziari perchè è poco diversa da quella de' reli-
costituiscono il terz* ordine. Avendo giosi, né differisce se non nelle co-
s. Francesco mandalo nella Spagna se necessarie alla diversità del sesso.
il p. Germano Lionet con alcuni Hanno esse per conseguenza anche
altri de' suoi frati per istabilirvi il voto di perpetua vita quaresimale,
l'ordine de' minimi, d. Pieti-o di le medesime osservanze de' digiuni,
Lucerna Olii non contento di a- silenzio, orazione e altre cose che
Ter fondato un convento di questi si osservano dai miniuii. Vi ha dif-
nella città di Andujar, con Ma- ferenza tra i correttori e le cor-
ria Alfonsa sua moglie diede anco- rettrici, perchè i primi si eleggono
ra la sua propria casa per conver- ogni anno, le seconde ogni tre. Nel
tirla in un monastero di religiose rione Monti alla Suburra presso il
del medesimo ordine, e due sue ni- bel convento de' minimi, nel lySo
poti Maria e Francesca, nate dalla fu fondato un monastero di pao-
figlia Elena, furono le prime a \e- lotte da suor Maria Diomira, e con
«tirvi r abito nel 1 495^, dato loro architettura di Francesco Fiori la
dallo stesso p. Germano, sottopo- contigua chiesa de' ss. Gioacchino
nendosi al governo del p. Giovan- e Francesco di Paola, come si ha
Ili del Bosco : la chiesa di questo dall' Itinerario del Vasi. In questa
primo monastero fu dedicala a s. chiesa nel 1780 fu .sepolto nella
Elena. Non avevano in quel tempo cappella del Crocefisso da lui fon-
legola particolare, perchè s. Fran- data, monsignor Vittorio Giovardi
Cesco per le monache la compose di Veroli, decano de' votanti di se-
nei i5o6 in cui Giulio II l'ap- gnatura, e deputalo vigilantissimo
provò con quelle del primo e terzo delle religiose. Il p. Luigi Doni,
ordine, colla bolla Inter caeteros. che fu poi vescovo di Rielz, nella
Nel i5o5 il santo in segno di af- storia generale di questo suo ordi-
fezione verso tali vergini, ch'era- ne descrive le vite di alcune mo-
no allora otto, mandò a ciascuna nache minime spngnuole e italiane,
una corona, dono che soleva fare morte in concello di santità, alle
agli amici e benefattori dell' ordi- quali si debbono aggiungere altre
ne. Queste corone sono stale la francesi, tra le quali suor Gabriel-
sorgente di moltissimi prodigi, per la Touquart di Gesù Maria, che
la benedizione che gli compartiva dal terz' ordine passò ul secondo,
il santo, per facoltà concessa di he fondando di questo un monastero
uedir corone « candele da Sisto uella città di Abbc\ille, di cui ella
MIN
fu fatta corretlrice, e dopo avervi
dimorato molti anni negli esercizi
di pietà e mortificazione continua,
morì santamente nel iSSg: il mo-
nastero di Soissons fu il secondo
monastero eretto in Francia, ed en-
trambi furono approvati da Gre-
gorio XV nell'anno 1623. L'abito
delle religiose minime è simile a
quello de' religiosi dell'ordine, e
sul velo bianco ne portano altro ne-
ro. Il p. I3onanni nel Catalogo
delle vergini consacrate a Dio, ne
riporta la figura a p. 5'j, ripro-
dotta nella Raccolta dal Cappar-
roni, e dice che nelle croniche del
p. Lanovio, e nel cap. II ilella vi-
ta del fondatore, d'Isidoro toscano
pag. 4o4> *' parla delle monache
paololte. Abbiamo: Costituzioni del-
le rev. monaclie di s. Francesco
di Paola della città di Roma.
Terz' ordine. Pel tempo in cui
san Francesco l'istituì questo do-
vrebbe chiamarsi secondo, poiché
il santo molto prima di portarsi
in Francia stabilì in Calabria un
modo di vivere per le persone
dell'uno e l'altro sesso, viventi nel
secolo. Rilevasi dai processi di sua
canonizzazione, aver il santo in Ca-
labria distribuito a diversi secolari
il cordoncino eh' è la divisa del
terz'ordine. Dai medesimi pure ap-
parisce che andando il fondatore
in Francia e passando per Altiglia
vi lasciò una comunità di terziarie
in numero di dieciselte, le quali
avevano per correttrice certa Per-
na, e per direttore il sacerdote Ser-
ra parimenti terziario. Non è però
cerio che il santo formasse per quc'
sti in Italia alcuna regola, ma non
può negarsi che gli esempi della
sua santissima vita, e le esortazio-
ni che da lui e da* suoi religiosi
si facevano a quelli che si afllda-
MIN 179
vano alla di lui direzione, servisse-
ro loro di regola e di statuti, fin-
ché nel i5or compose pel terz'or-
dine la regola che approvò Ales-
sandro VI nel i5o2, e confermò
Giulio II nel i5o6, insieme a quel-
le del primo e secondo, forman-
done tutto un corpo. Questa rego-
la contiene sette capitoli: primie-
ramente prescrive ai fratelli e so-
relle, terziari e terziarie, l'osser-
vanza de' comandamenti di Dio e
della Chiesa. I chierici devono re-
citar r uffizio divino, e gli altri dire
pel mattutino sette Pater ed Ave;
altrettanti per le laudi, cinque pel
vespero, tre per la compieta e per
ognuna delle altre ore canoniche,
con aggiungere in fine ogni volta
il Gloria Patri, ed ogni giorno tre
altri Pater ed yéve, e dopo 1' ulti-
ma il Requiem pei defunti. I ter-
ziari e le terziarie debbonsi confes-
sare da' sacerdoti loro assegnati dal
correttore generale dell' ordine, e
comunicarsi nel giovedì santo, Pen-
tecoste , Assunta e Natale. Sono
obbligati ascoltare la messa con di-
vozione, pagar le decime dovute ai
curati, astenersi da impieghi inde-
centi, non intervenire a festini ed
altre vanità. E loro vietato mangiar
carne dalla festa di s. Lucia sino a
Natale, ne* tre giorni precedenti
alle comunioni prescritte, e in tutti
i mercoledì, potendo i confessori
dispensare, come dal digiuno, in-
altre opere pie. Sono in libertà di
osservar la vita quaresimale, devono
però vestire d'un colore quasi simi-
le a quello de' minimi, cingendosi
di un cordone con due soli nodi,
che ricevono dal correttore, nelle
cui mani, se vogliono perseverar nel-
r ordine, debbono poi far la pro-
fessione, purché abbiano compiti
quindici anni d'età. I superiori
i8o MIN
maggiori de' minimi, ne'luoglii ore
esiste il terz' ordine, deputano un
correttore ed una correttrice, prin-
pal cura de' quali è il conservare
in perfetta amicizia gli ascritti, che
si devono amare quali fratelli e
sorelle, visitandoli nelle infermità
e consolandoli nelle afflizioni. In
Toledo furono istituite terziarie
claustrali viventi in monastero con
voti solenni, che terminarono per
estrema povertà, ed alcune fioriro-
no per santità di vita. Ora il terzo
ordine de' minimi comprende solo
secolari de' due sessi, che in alcuni
paesi vestono come i religiosi e le
monache. Tra di essi molti furono
illustri per nobiltà e pietà, come
la b. Grazia da Valenza, s. Fran-
cesco diSales, ed altri servi di Dio,
come s. Giovanni di Dio, s, Vin-
cenzo de Paoli, e la b. Giovanna
di Valois, fondatori di altri ordini;
inoltre furono terziari Luigi XI,
Carlo Vili e Luigi XII re di
Francia.
MINIO GioviNNi, Cardinale.
Giovanni Minio da Morrovalle, nel-
la diocesi di Fermo, professò nel-
l'ordine francescano, dove divenuto
celebre dottore di teologia, fu tra-
scelto da Nicolò IV a lettore del
palazzo apostolico, e poi dai suoi
frati nel capitolo tenutosi in Ana-
gni nel 1296, a cui volle trovarsi
presente Bonifacio VlIIj venne a
voti concordi eletto generale del
suo ordine, cui studiossi di richia-
mare all' antica disciplina. Nel tem-
po del suo generalato s. Lodovico
vescovo di Tolosa, primogenito di
Carlo II re di Napolij professò nel-
le di lui mani la regola di s. Fran-
cesco nel convento di Araceli di
Roma nella vigilia di Natale 1296.
Per ordine di Bonifacio Vili si
trasferì a Gant in compagnia del
MIN
domenicano Boccasini, poi Papa
Benedetto XI, per confermar la
tregua fissata per due anni da Car-
lo II, tra il re di Francia e Gui-
do conte delle Fiandre. Questa
commissione 1' adempì con tanta
soddisfazione del Papa, che a' i5
dicembre r3o2 lo creò cardinale
vescovo di Porto , confermandolo
nel governo dell'ordine, col titolo
di vicario generale, fino al nuovo
capitolo, ed inoltre lo dichiarò pro-
tettore dell'ordine medesimo, e le-
gato in Francia. Trovossi presente
ai conclavi di Benedetto XI e Cle-
mente V, e nel concilio di Vienna
con argomenti tolti dalla teologia,
difese con eguale impegno e suc-
cesso la memoria di Bonifacio Vili.
Morì nel i3i2 in Avignone, ove
Clemente V avea trasferito la resi-
denza pontificia, ed ebbe sepoltura
nella chiesa del suo ordine. Per
mezzo di Giotto, famoso pittore, fe-
ce esprimere al vivo i principali
tratti della vita di s. Francesco nel
convento d'Asisi in trentadue pit-
ture. La vita del cardinale fu scrit»
ta da Isidoro uomo celebre.
MINISTRI DEGL' INFERMI, o
Crociferi, chierici regolari, ordine
religioso. Ne fu fondatore s. Ca-
millo de Lellis [Vedi), nato a' 2 5
maggio i55o in Bucchianico dio-
cesi di Chicli, da famiglia illustre.
Sua madre avea 60 anni quando
lo partorì, e prima di darlo alla
luce sognò di avere in seno un
fanciullo con una croce in petto,
cui si univano altri fanciulli ornati
del medesimo segno. Il padre co-
me militare poca cura si prese di
sua educazione, onde imparò ap-
pena a leggere e scrivere, ma ben-
sì si die al giuoco. D'anni 18 si
arrotò nelle milizie venete col ge-
nitore, il quale essendo morto pres-
MIN
$0 Loreto, rimasto Camillo solo
perchè aveva eziandio perduta la
madre, non potè condursi a Ve-
nezia, anche per essersi impiagale
le gambe. Curandosi in Fermo
concepì abborrimento pel mondo,
e vocazione di vestir 1' abito fran-
cescano. A tale elFello si recò in
Aquila, ove lo zio era guardiano
del convento di s. Bernardino, ma
non volle riceverlo. Allora Camillo
risolvette portarsi in Roma, e cu-
rarsi neir ospedale di s. Giacomo,
ove fu ammesso come inserviente
alla cura degi' infermi, indi però
licenziato pel suo naturale focoso
e dedito al giuoco. Tornò pertanto
ad ascriversi nel iSSg alle milizie
venete, ma per la guerra termina-
ta co' turchi, presto venne licenzia-
to. Ridotto in miseria, trovò rifu-
gio dai cappuccini di Manfredonia,
che r impiegarono alla costruzione
d' una fabbrica, Frattanto Dio a-
vendolo illuminato, nei giorno della
Purificazione fu accettato per fra-
te laico; ma scorso poco tempo lo
lasciarono in libertà per la riaper-
tura d' una piaga. Tornò in Roma
all' ospedale di s. Giacomo per la
cura, e si rese di edificazione a tut-
ti pel cambiamento di vita. Gua-
rito che fu, volle far ritorno in
Manli'edonia tra' cappuccini , ove
poco restò rinnovandosi il suo male.
Risoluto di darsi tutto a Dio, e
consacrarsi interamente al servigio
degl'infermi nell'ospedale di s. Gia-
como, si recò nuovamente nella ca-
pitale del cristianesimo. Gli am-
ministratori dello stabilimento gli
aftidarono 1' uffizio di economo, che
esercitò con fedeltà e diligenza. Il
suo spirito essendo agitato pel voto
fatto di entrare nell' ordine di s.
Francesco, provò d' essere ammes-
io tra' cappuccini e minori osser-
MIN i8i
vanti, i quali lo rifiutarono a ca-
gione della piaga che gli restò fin-
ché visse. Allora designò d' istitui-
re una congregazione di persone
secolari, pel servigio degli amma-
lati poveri, massime nell' ultima
agonia, avendone osservato il gra-
ve bisogno nell'ospedale stesso; laon-
de nel iSS? si unirono a lui Ber-
nardino Norcino della Matrice, Cur-
zio Lodi aquilano, Francesco Pro-
feta di Randazzo, Lodovico Aldo-
belli e Benigno. Si adunavano o-
gni giorno in un piccolo oratorio
da loro eretto nell' ospedale, ove
recitavano preci e facevano medi-
tazioni. £ inesprimibile come Ca-
millo, avente a confessore e con-
sigliere san Filippo Neri , s'inol-
trasse nella via della perfezione, e
con quanta fortezza d'animo, su-
blime carità, amore e pazienza as-
sistesse agi' infermi in tutti i loro
bisogni anco spirituali, e con quan-
to fervore si esercitasse nelle virtù.
11 demonio invidioso di tanto bene,
mosse i superiori dell' ospedale a
ordinare che l'oratorio fosse disfat-
to; però Dio consolò il suo servo,
esortandolo a perseverar nell'im-
presa, ed assicurandolo di assistenza.
Animato dal divino patrocinio, sta-
bili di formar la sua congregazio-
ne fuori dell' ospedale, e per con-
siglio di un amico si determinò ad
ordinarsi sacerdote, per meglio gio-
vare agli ammalati, ed aver più se-
guaci che l'aiutassero, poiché il
suo fine principale era quello di
assistere negli estremi della vita i
moribondi, e di aiutarli a rendere
piamente V anima a Dio.
Persuaso Camillo eh' eragli ne-
cessaria la lingua latina, non si
vergognò d' anni trentadue di an-
dare ad impararla dai gesuiti nel
collegio romano, in mezzo ai fan-
}82 MIN
ciuUi. In poco tempo piofiltò tan-
to nello studio, che avendole pia
persona assegnato una pensione di
36 scudi , fu ordinalo sacerdote.
Poco dopo i superiori dell' ospe-
dale gli conferirono l' ufìlziatuia
della chiesa di santa Maria dei Mi
lacoli al Popolo, ove il santo cre-
dendo poter liberamente dar prin-
cipio alla sua congregazione, rinun-
cio all'impiego di economo; nel
settembre i584 prese possesso di tal
chiesa, e ordinò a' suoi compagni
vestire abiti ecclesiastici con assenso
di Gregorio XIII. Poco restò in
questo luogo, perchè essendosi ma-
ialo r abbandonò co' compagni e
prese casa alle Botteghe oscure,
continuando l'assistenza degl' infcr-
oai. Crescendo mirabilmente la sua
congregazione, che dicevasi del p.
Camillo, delerrniuò che si chiamas-
se degli assistenti o ministri degli
infermi. Sisto V per l' utile grande
che derivava dal nuovo istituto,
r approvò colla costituzione Ex o-
maibiis, a' i8 marzo i586j Bull.
Hom. t. IV, par. IV, p. 191, e
permise agli alunni di essa di vive-
re in comunità, di fare i voti sem-
plici di povertà, castità e obbedien-
za, ed il quarto di assistere i mo-
ribondi, eziandio in tem[)o di peste.
Diede loro altresì licenza di eleg-
gere un de' loro sacerdoti per su-
periore, il quale non potesse esei-
cilar 1 udìzio che per tre anni, e
di questuare per la città. Agii 8
aprile fu eletlo in superiore s. Cu-
luillo, il quale subito prese un com-
|>(igno e andò per lioma a chieder
r elemosina, ma non Uovo che un
pane ed alcune frulla. Il Ciudinale
Vincenzo Laureo vescuvo di Mun-
dovi e pruteltore della congrega-
rjone, la cui conferma avea ottenu-
U 4» i^i^tu V, oUcuue pure a' j:6
MIN
giugno un breve in cui si permise
al fondatore ed a* suoi religiosi di
portare sui loro abili una croce di
color tanè, per distinguersi dagli
altri chierici regolari. Non aveva-
no essi allora né chiesa né orato-
rio, e perciò erano costretti ogni
giorno ad uscire, per andare a ce-
lebrare o ascoltare la messa nella
chiesa de' gesuiti, ove eletto ave-
vano anche il loro confessore. Ab-
bandonala la casa alle Botteghe o-
sciu'e, ottennero con alcune condi-
zioni dall' arciconfraternilà del Gon-
falone la chiesa di s. Maria Mad-
dalena con alcune case contigue,
che poi fecero rifabbricare magni- j
ficamente al modo che si dirà. Si I
aumentò quindi il loro numero, e
s. Camillo passò a fondare una ca-
sa in Napoli, conducendo seco doili-
ci compagni. Il cardinal Gio. Evan-
gelista Pallolta gliene esibì un'altra
da farsi in Bologna; ma il santo
non potè accettare, perchè molli
de' suoi discepoli per mancanza di
patrimonio, non si potevano ordi-
nar sacerdoti. Si pensò a ciò rime-
diare con otleneie da Sisto V di
erigere la congregazione in ordine
regolare, e ne parlarono al Papa
i due cardinali Laureo e Pallolta,
il quale ne die incombenza alla
congregazione de' riti. Per suarnor-
te Gregorio XIV col breve Jlliiis,
del 21 seltembre iSyi, Bull. Boni.
l. V, par. I, p. 3o6, approvò la
loro maniera di vivere stabilita dal
fondatore, il quale ordinava che la
povertà de' suoi fosse come quella
degli ordmi mendicanti. Prescrisse
che si eleggesse un prcfcLlo generale
il cui uliìzuj fosse perpetuo, con
quattro consultori pure perpetui,
cioè durante la vita del prelello
generale; che subito eletto il geue-
rule faeessero uclle sue waui i vo-
MIN MIN i83
(i solenni di povertà, castità, ob- dali, furono compilati nuovi lego-
hedienza, e di assistete i nioribou- lamenti, approvati du Cleiueute Vili
di; che il numero de' fratelli laici nel iGoo, culla bulla Superna dì-
t'osse maggiore di quello de' sacer- spositione^ de' 29 dicembre, Bull.
doti; che dimorando giorno e notte Roin. t. V, par. II, p. 3^5 ; nella
negli spedali a cura degli inferrai , quale bolla furono riformate molte
non prendessero altra ricompensa ordinazioni che si trovano nel sum-
che quella sponlaneaujenle olferla mentovato breve di Gregorio XIV,
dai superiori degli spedali; e che si fra le qual^ fu tolta la perpetuità
destinasse una ciisa pel noviziato, al generale e consultori. Tuttavol-
Kello slesso breve Gregorio XIV la i religiosi lasciarono in seguito
li esentò dalla giurisdizione de' ve- questo impiego, ed in altro capito-
fecovi, sottoponendoli immediala- lo gv^nerale, adunato in Roma nel-
inenle alla santa S^òe, eli dichia- l'ottobre 1607, 8. Camillo rinuu-
lò partecipi de' privilegi de' bene- zio la carica di superiore, che fu
dettini, mendicanti, gesuiti, cano- conferita al p. Biagio Opperti, pri-
nici e chierici regolari. ma col titolo di vicario generale, e
Innocenzo IX deputò Paolo Ài- poi in un altro capitolo tenuto nel
beri arcivescovo d' Epidauro, a ri- 1608 con quello di generale. Sciol-
cevere la prufessione dui fondatore, io il fondatore da ogni imbarazzo
il quale ricevè poi quella de' suoi si diede tutto all' orazione, agli e-
religiosi agli 8 dicembre iSgi.Do- sercizi di carità, ed alla penitenza
pò tal solenne professione si accese e mortiricazione, dalle quali oppres-
maggiornienle la carità del sanlo so, e ricevendo il s. Viatico dal
verso gì' infc'imi, e nel mese di cardinal Ginnasi protettore dell'or-
marlo 1592 ottenne nuova confer- dine, volò al paradiso in Roma ai
ma dell'ordine da Clemente Nili, i4 luglio i6i4> d'anni 64, un me-
die agli antichi aggiunse nuovi pri- se e venti giorni, e fu onorevol-
vìlegi. Nel medesimo anno utoren- mente sepolto nella sua chiesa di
do il cardinal Laureo, assistilo da s. Maddalena, dove illustrato da
t>. Camillo, lasciò l'eredità ai ministri Dio con moltissimi miracoli è ia
ilcgl' inCcrmi. Quindi il sauto passò gran venerazione il suo corpo. E-
u Napoli ed a Loreto, e tornato in gli avea fondato case dell' ordine
Ruma coi beni della conseguita e- anche a Bologna, Genova, Firenze,
redità soddisfece i debili contratti Ferrara, Messina, Mantova ed altri
jjcr la fabbrica della casa, e poscia luoghi, come in Ungheria. A Na-
i>i applicò a dilatar l'ordine, che poli, in Nola, in Roma ed altrove,
introdusse ancora in Milano con fu spettacolo di carità uell' assiste-
assumersi la cura dell' ospedale. Ra- re gli appestati, come lo furono i
dunò dipoi il capitolo generale in suoi figli allora e dopo, pieni del
Roma, dove furono eletti quattro suo eroico spirito. Non solo il sauto
consultori, col carico di stendere le prendeva viva cura dell'anima, ma
costituzioni, per servire di regola a anco del corpo degl' intermi, ve-
tutta la congregazione, e nel 1099 gliando che si seppellissero quando
vi convocò il secondo, in cui es- indubitatamente erano divenuti es-
sendo stato ammesso il di lui prò- daveri, ordinando a' suoi religiosi
yello di assistere i malati negli spe- di continuare le oruiiou» pegli 4»go-
i84 MIN
nìzzauli alcun tempo dopo che sena*
bravano aver mandato l'ultimo re*
spiro, per precauzione, e non per-
mettessero che loro si coprisse to-
sto il volto per impedire la respi-
razione, finché non si avesse indu-
bitata certezza della morte. Bene-
detto XIH a' 24 luglio 1728 ne
approvò le virtù in grado eroico,
e Benedetto XIV dopo averne ap-
provato i miracoli a' 26 settembre
1741, e permesso a'5 marzo ij^'ì
colla costituzione De congregalio-
nis, presso il Bull. Magn. t. XVI,
p. 74> che il suo corpo fosse tra-
sferito in luogo più decente di det-
ta chiesa, agli 8 aprile colla bolla
In virtutibas, loco citato, solenne-
nenie lo beatificò, canonizzandolo
colla bolla Misericordiae, de' 28
giugno 1746 , Bull. Bentd. XIF ,
\, li, p. 75, a' 29 detto ; indi con
decreto 8 gennaio 1752 ne con-
cesse l'uffizio e messa con rito dop-
pio negli stati sardi, e con decreto dei
29 maggio a quelli ereditari di ca-
sa d' Austria. Clemente XIII aven-
do a' 25 novembre 1758 concesso
che in Roma a' 18 luglio si cele-
brasse la festa con detti uffizio e
messa con rito semidoppio, a' i5
dicembre 1762 ordinò che in tut-
ta la Chiesa cattolica si flicesse lo
stesso uffizio colle lezioni del secon-
do e terzo notturno , orazione e
messa tutto proprio, già da Bene-
detto XIV approvati a' 12 marzo
1753 con rito semidoppio, che Cle-
mente XIII con decreto de' 16
settembre 1767 elevò a doppio mi-
nore. Con simile decreto' permise
a' ministri degl' infermi, ad istanza
del re di Sardegna, che nell' assi-
stere a' moribondi potessero recitare
nelle litanie il nome dei loro fon-
datore s. Camillo dopo quello di
s. Fraucesco. La vita di s. Camillo
MIN
de Lellis scritta in italiano un anno
dopo la sua morte dal discepolo p.
Santi Ciccatelli, e stampata in Vi-
terbo nel i6i5, fu ristampata in
Napoli nei 1627, e con giunte in
Roma nel 1746 : tradotta in lati-
no dal gesuita Pietro Halloix fu
pubblicata in Anversa nel i632.
Nel 1726 il p. Pantaleone Dolera
stampò in Roma quella da lui com-
pilala. Da ultimo, e nel 1887, fu
esaminata e confrontala coi pro-
cessi della canonizzazione la stessa
vita scritta dai padri Ciccatelli e
Dolera, e così correità fu stampata
in Roma dal tipografo Marini.
Dopo la morte del fondatore l'ordi-
ne prosegui a dilatarsi, e passò anche
nella Spagna, ed in altri paesi. Nel
1687 Urbano Vili col breve Ex-
poni nobis, a tenore delle costitu-
zioni della congregazione, ordinò che
i capitoli generali si tenessero ogni
sei annij ed essendo insorta la que-
stione tra' sacerdoti ed i frati , i
quali erano prima impiegati anche
nelle cariche della religione, preten-
dendo questi secondi la precedenza
sopra de' chierici, Alessandro VII
con breve del 1662 decise a favo-
re di questi ultimi contro i laici,
ed accordò ai religiosi molle indul-
genze a beneficio degli infermi. Qui
noleremo che Innocenzo XI a' 3i
agosto 1684 stabih col breve Ex-
poni nobis, che i fratelli laici non
potessero più occupare la carica di
consultori; e che Innocenzo XII ai
20 agosto 1697 col breve Sollici-
Uulo pasioralis, tolse ai medesimi
fratelli laici la voce attiva e passi-
va. Inoltre Alessandro VII concesse
ai ministri degli infermi la chiesa
di s. Maria in Trivio, che descri-
vemmo nel voi. XI, p. 2o5 del
Dizionario, quanto all'origine; laon-
de qui faremo parola di altre cose
MIN
che la riguardano. I religiosi nel
cunvenliiio annesso vi posero il no-
viziato, indi servì di residenza del
procuratore generale. Avendola re-
staurata nel 1573 i religiosi anti-
chi proprietari, i ministri degl' in-
fermi fecero altrettanto, e molto
l'abbellirono. La chiesa ha una sola
nave con quattro cappelle senza
sfondo, ed il cappellone maggiore
nell' estremità superiore. 11 pavi-
mento è di puliti marmi, le pareti
sono ricche di stucchi messi a oro,
e la volta co' suoi peducci è tut'a
dipinta colle storie della Eeata Ver-
gine, condotte dal reatino Antonio
Gherardi, lodate pel colorito. Il
primo altare a destra ha un qua-
dro di s. Francesco Caracciolo, po-
stovi di recente, e prima v' era un
Crocefisso con Maria, s. Giovanni e
s. Maria Maddalena, di Gio. France-
sco Bolognese, di cui sono i quadretti
laterali ad olio colle storie di Ma-
ria Vergine : il Crocefisso fu tra-
sferito presso r altare maggiore a
dritta. Il secondo altare prima avea
un s. Pontefice decapitato da un ma-
nigoldo, pittura del p. Cosimo cap-
puccino, ed ora sta presso l'altare
grande a sinistra, ed in suo luogo
fu sostituito il s. Camillo de Lellis
del siciliano Gaspare Serenar! : dai
lati dell'arco sono cinque piccoli
affreschi colle storie della Passione
del padre Cosimo. L'aitar maggio-
re ebbe già una gloria d' angeli
adoranti il ss. Sagramenlo, dipinta
dal Palma che colorì pure i due
quadri laterali. In seguito 1" altare
fii rinnovato con architettura del
nominato Gherardi, con marmi pre-
gevoli e rari , tanto nella mensa
che nella balaustra ; ed in esso ve-
nerasi un'antica immagine di Ma-
ria Vergine col Bambino in piedi.
11 primo altare dall' opposto lato,
MIN i85
partendo dall' aitar maggiore, ha
due belle colonnine di verde anti-
co, in mezzo a cui è il quadro col
battesimo di Cristo d' uno scolaro
del Palma, di cui sono pijre le sto-
rielte a fresco colorite ne'Iati e per
di sopra all'arco. Sull'ultimo alta-
re s. Maria Maddalena è del peru-
gino Scaramuccia. Nel mezzo della
chiesa vi è la memoria sepolcrale
del cardinal Luigi Cornaro. Nella
sacrestia da un lato si vede la Pie-
tà ad olio, e nella volta altra si-
mile a fresco, dipinte dal p. Bar-
tolomeo Morelli genovese de' mini-
stri degl' infermi. Nella volta di vi-
cina stanza il Gherardi dipinse il
miracolo operato da s. Camillo al
romano Crescenzi, e sulla porla
della sacrestia il Cristo morto è del
Palma. Qui noteremo, che nella
navata pi'incipale della basilica Va-
ticana, tra le statue de'santi fonda-
tori, i ministri degl'infermi vi col-
locarono quella di s. Camillo, scol-
pita da Pietro Pacilli.
Clemente XI nel 17 14 diede la
chiesa di s. Giovanni in Mica Au-
rea in Trastevere ai religiosi, per-
chè fosse loro più agevole nella re-
gione assistere i moribondi. Cle-
mente XIII col breve, /Id aiigen-
dani, de'4 marzo 1760, Bull. Roni.
Conlinualio, t. I, p. 2g4> concesse
indulgenza plenaria, da applicarsi
anche ai defunti, a quelli che con-
fessali e comunicali venerassero il
ss. Sacramento esposto nelle chiese
de' ministri degl' infermi in ogni
festa di precello, nelle quali m Ro-
ma si espone nelle due chiese del-
l'ordine. Pio VI nel 1781 per ri-
chiesta della regina Maria I, mandò
in Portogallo dodici religiosi per pro-
pagarvi il beuemerilo istituto, cioè
nou nel Portogallo, ove già esisteva,
ma nelle Indie soggette a quella
1 86 MIN
corona. Neil' Ospedale dì x. Gio-
vanni in Laterano [Fedi) per l'assi-
stenza spirituale delle malate, in
luogo de' confessoii e cappellani
pieti secolari, con autnii/.za/.ione di
Gregorio XVI nel i836 vi furono
t;()|locati i ministri degi' infei'mi,
cioè sei padri e due laici. Uno dei
primi è priore, altro è sotto priore.
«•(I oltre r occuparsi delle cose spi-
rituali, soprintendono alla discipli-
na degli uon)ini che servono l'isti-
llilo; gli altri cpiattro padri com
|)iono i doveri del sacro ministero,
fS'iendo uno di essi giorno e notte
.sempre di guardia per qualunque
bisogno. Con beneplacito di detto
Papa nel pi'incipio del iBSg i mi-
nistri degli inflermi permutarono la
chiesa di s. Maria in Trivio e an-
nesso conventino , con chiesa e
convento de' ss, Vincenzo ed Ana-
stasio a Trevi, che descrìveremo,
coi Chierici regolari minori ( Fé-
tp), chiesa e convento che subito
listorarono ed abbellirono, e l'ulTi-
%.i»nn con splendidezza e decoro.
)l l^apa regnante nel luglio 1847
col breve Inler plurima, nell' arci-
ppedrde di s. Spirito in Sassia, ai
canonici regolari sostituì i ministri
flegi' infermi, per la cura e assi-
iitenza dei malati, e pel governo
della unita pariocchia, concedendo
»ll archivista e segretario qne' pri-
\ilegi già goduti dai canonici dallo
stesso Pontefice confeniporanea-
niente soppressi. Indi agli 8 ago-
sto sedici indi-idui religiosi presero
possesso del grandioso slabiliuiento
con quelle solennitii «lesciille nel
nuui. 64 del Diario di Roma.
L'abito de' ministri degl' infer-
mi, chierici regolari, delti ancora
del ben morire, al che diulano ca-
ritalevolnienle chi lo brama, è ne-
ro simile a quello degli nllii, con
MIN
cappello ecclesiastico, ed alla croce
di tanè sostituirono la rossa, che
portano sopra la sottana e il mantel-
lo nella parte destra. Ai quattro voti
solenni ne aggiungono quattro sem-
plici, di non variar cosa alcuna
nella maniera che osservano in
servire gì' infermi, se ciò non fòs^e
per un bene maggiore e con auto-
rità apostolica; di non procurare
cosa alcuna dagli spedali, né d'ac-
cettare mai per qualunque ragione
r amministi'azione temporale degli
spedali; di non procurare alcuna di-
gnità né direttamente, né indiret-
tamente, né neir ordine, né ftiori
dell' ordine, e di non accettarla se
sia loro conferita, senza la dispensa
pontificia; e di avvisare i superiori
se alcuno di essi procura di aver-
ne. Fanno due anni di noviziato, e
non sono obbligati in coro a reci-
tar r ufllzio divino, ma bensì a fa«
re ogni giorno un' ora di medita-
zione, e a fare la disciplina, ed una
astinenza in tutti i venerdì. Nel ca-
pitolo generale eleggono il prefetto
generale ed i quattro consultori
assistenti, ch'eleggono i provinciali,
i prefetti, i visitatori e gli altri nf-
fi/.iali. Hanno questi religiosi delle
case di professione, di noviziato,
ed anche infermerie. Queste due
ultime case possono possedere ; an-
ticamente non le prime, alle quali
era permesso soltanto di avere una
casa di campagna, acciocché i reli-
giosi possano sollevarsi alquanto
dal ministero laborioso ch'esercita-
no con tanta edificazione ed utili-
tà pubblica; ma Clemente XIII col-
la bolla Inter plurima, de'24 ag**'
sto 17641 concesse che anco le ca-
se professe potessero possedere. Vi
.sono Ira di loro, .sacerdoti, fidati
laici o conversi, ed oblati, de'qiiali
i primi due sono legati con voli
MIN
solenni, e gli oblali fanno solamen-
te J voli semplici, e sono impiegali
negli uffizi della casa.
In questa congregazione fiorirono
diversi servi di Dio, e parecchi per-
sonaggi illustri per dottrina e per o-
pere spirituali che pubblicarono. Fio-
rirono in santità di vita, princi-
palmente il fratello Bernardino Nor-
cino priujo compagno di san Ca -
inillo , morto nell'anno i583. Il
fratello Giovanni Baudinch irlande-
se, confessore della fede in Londra,
morto in Pioraa nel 1612. Il p.
Francesco Corradi messinese, del
quale .sono registrati alcuni miraco-
li, morto in Napoli nel 1G18. Il p.
Pier Francesco Pelliccioni , chiaro
per la sua innocenza e carità, mor-
to in Genova servendo gli appesta-
ti nel 1625. Il p. Giovanni Cocca-
relli zelante uiissionario nell' Olan-
da ; mori servendo gli appestati in
Manleva, nel i63o. Il p. Giuseppe
Romaguerra^ ucciso in odio del mi-
nistero a Madrid mentre assisteva
un moribondo, nel 1640, Il p. Gio.
Ballista C^ontronibus, uomo di eroi-
ca carità, chiamato al suo tempo
in Roma il padre de' poverelli,
morto nel i65i. Il p. Andrea Si-
cli, acceso di fervido zelo per la
conversione degl'infedeli, fece il gi-
ro del Messico, del Perù, del Bra-
sile, e di allre parti di America
per cionverlirli e propagar la divo-
zione della Beata Vergine. Il p,
\incenzo Dui unii celebre per la
sua innocenza, penitenza e carità,
morto in Palermo nel 1718. Il p.
Martino d' Andrez Perez .spagnuo-
lo, ed allri riportati nelle Memorie
storiche del p. Domenico Regi del-
lo sles.so ordine. Va notato, che in
tutte le pestilenze che hanno af-
fililo l'Italia da Sisto V inclusiva -
iMeule al chulera, » miuisln degli
MIN 187
infermi si sono sempre mostrati de-
gni figli di s. Camillo, e molte cen-
tinaia ne furono vittime. Quanto
ai religiosi illustri per sapere, seb-
bene il loro istituto li obbliga ve-
gliar le notti, e consumar i giorni
al letto de' moribondi, pure abbia-
mo diverse opere pregevoli di alcuni.
Il p. Gio. Battista Novali pubblicò
varie opere, tra le quali nomineremo
quelle intitolate : Eucharistici amo-
res ; e De eminentia Deiparae V.
M. Il p. Nicolò du Mortier professo-
re dell'università di Lovanio, Etymo-
logiae sacrae graecolatinae, opera
importante e rara. Il p, Feliciano
Bussi, Storia di Viterbo , lasciando
manoscritte altre opere esistenti nel-
la biblioteca della Maddulena. 11 pre-
fello generale risiede nella casa
di s. IMaria Maddalena, ed il pro-
curatore generale in quella de' ss.
Vincenzo ed Anastasio a Trevi. Al
presente è prefetto generale il re-
verendiss. p. Luigi Togni, e procu-
ratore generale il reverendiss. p. Ma-
rio Lipari. Scrisseio di questo or-
dine il p. Ippolito Malacci, il p.
Santi Ciccatelli de'minislri degl' in-
fermi , i padri gesuiti Pietro Hal-
loix e Gio. Biitlisla Rossi, gli scrit-
tori degli ordini legolari , ed il p.
Bonanni nel suo Catalogo di essi
ne riporta anco la figura a p. 64.
Abbiamo, CoUeclio constilulioinini
apostolicarum ad religionem cleri-
corttni regulariiun perlinentiuin mi-
ntslrantiuin in/irrnis, ^otìtae 1770.
In B-oma hanno le tre seguenti
chiese.
Chiesa di s. Maria Maddalena,
nel rione III Colonna. Il nuovo
contiguo convento entro cui è la
stanza abitata dal santo fondatore
de'minislri degl'infermi, mutata in
una divota cappella, fu eielto nei
puQlilicuto d' luuoccu^o XI, cou
iS8 MIN
disegno di Carlo Bazzaccheii. La
cliiesa vemie nella riedificazione in-
cominciala dall' aichiletto Gio. An-
fonio de Rossi, e rimase compila
nel pontificalo d' Innocenzo XII,
da Carlo Quadrio ; poi Giuseppe
Sardi eresse la facciata esterna, con
troppi ornali, essendo le due statue
superiori di Giuseppe Canarie, e le
laterali alla porlaj di Paolo Cam-
pana. L' interno della chiesa ha
iorma di croce latina con sei cap-
pelle, comprese le due della crocie-
ra, ed il cappellone maggiore è or-
nato sontuosamente con buoni mar-
mi, con opere di stucco e ricche
dorature; il pavimento è formalo
di politissime pietre ; le pitture del-
la volta e le altre dal cornicione
ni su sono lavori di Michelangelo
Cerruli; gli angoli e la cupola ven-
nero colorili da Stelano Parocel, e
la predica di Gesù alle turbe Del-
l' abside della tribuna è di Aure-
liano Milani bolognese. Sopra la
porla è un nobilissimo coro per
l'organo, tutto fornito di bizzarri in-
tiigli dorati : l' organo è uno dei
migliori di Roma, e venne eseguito
dal tedesco Giovanni Corrado, ri-
putatissimo artista. L'antico qua-
dro della prima cappella a drit-
ta, entrando in chiesa, era lavo-
ro di Gmseppe Ghezzi : ora la cap-
pella essendo patronato del cav.
Agostino Rem-l^icci, il quadro gran-
de rappresentante s. Francesco di
l^aola in estasi, lo fece dipingere
dal cav. Tommaso de Vivo. Quel-
lo minore della seconda cappella fu
eseguito non da Leone Ghezzi, ma
comunemente viene attribuito al b.
Angelico da Fiesole. Rappresenta la
Beata Vergine col Bambino in atto
di benedire, copia di quella che si
venera nella chiesa di s. Maria del
Popolo, e vi soleva orare s. Pio V.
MIN
Venula in proprietà di una dama
penitente del p. Cesare Simonio
de' ministri degl' infermi, con pena
a questi la cede per collocarla nel-
la chiesa alla pubblica venerazione,
e n' ebbe in premio la guarigione
del male che l'affliggeva, e cosi
ebbe quella immagine il titolo del-
la Salute, Compartendo subito l'im-
magine segnalati benefizi, i cardi-
nali Borgia e Sandoval ne fecero di-
pinger copie che spedirono in !•
spagna, ed il capitolo vaticano la
coronò nel i66y, come narra il
Bonibelli t. Ili, p. 83 della Rac-
colta delle immagini coronate : la
cappella è patronato della nobile fa-
miglia Simonetti. Seguita poi la
magnifica cappella della ciocera, de-
dicata a s. Camillo, il cui corpo ri-
posa sotto l'altare: il disegno della
cappella è di Francesco Nicoletti
palermitano, il quadro col santo è
opera di Placido Costanzi, la volta
fu colorita a fresco dal cav. Seba-
stiano Conca, e due suoi allievi di-
pinsero i laterali, cioè Gaspare Se-
renar! i ss. Camillo e Filippo,
quello di contro Giovanni Pannoz-
za. Nella contigna cappelletta pros-
sima alla porlicella di fianco, si
venera un prodigioso Crocefisso, quel-
lo medesimo che nell' ospedale di
s. Giacomo staccò le braccia dalla
croce, e parlò a s. Catnillo ani-
mandolo a proseguire nell' opera
incominciata di l'ondare la sua con-
giegazione: ed ivi è pure una Mad-
dalena di legno miracolosa. Ridol-
fino Venuti nella Roma moderna
p. 335, dice che vi fu istituita la
compagnia del ss. Crocefisso, che
nel venerdì e feste vi esercitava al-
cune divozioni. Il quadro dell' al-
tare principale con s. Maria Mad-
dalena penilenf»^ è di Gherardi da
Rieti ; i bassorilievi laterali in mar-
MIN
mo sono scollure del Bracci ; gli
ornati di marmo dell'altare e del
cappellone furono eseguiti coi di-
segni del Nicoletli. L' altra magni-
fica cappella della crocerà, già della
famiglia Torri, ora della Ossoli, fu
cominciata con architettura di Mat-
tia de Rossi e compita dal Bizzac-
cheri : è ben ornata con marmi fi-
ni e dorature, con quadro di s.
JN'icolò di Bari del Baciccio ossia
Gio. Battista Gaulli genovese ; i
due laterali sono pitture del bolo-
gnese Ventura Lnniberti. La cap-
pella appresso ha per quadro s. Lo-
renzo Giustiniani, del napoletano
Luca Giordani, detto Luca fa prie-
sto, e si crede coloiito in una not-
te : il deposito di monsignor Far-
setti lo scolpi il Mazzoli. L'ultima
cappella sacra all'Assunta, con qua-
dro di Girolamo Pesce, fu oinata
dal Nicoletti a spese della congre-
gazione delle dame romane ivi e-
retta, le quali si dedicano all' assi-
stenza delle povere inferme negli spe-
dali della città; le statue di mar-
mo e di stucco nelle nicchie lungo
la navata, rappicsentanli parecchi
santi, sono di Paolo Morelli ed al-
tri scultori: quelle sopra i confessio-
nali rappresentano le virtù che deb-
bono accompagnare la confessione.
11 Piazza ntW Etisevologio romano
tralt, X, cap. V, parla di detta con-
gregazione dell'Assunta, dell'edifi-
cante loro istituto e pie opere che
fanno, sotto la direzione della dama
prolettrice. La congregazione fu i-
stituita nel i6i4 nella chiesa dei
ss. Simone e Giuda a Monte Gior-
dano, con regole approvate a' 28
maggio 1629 da Urbano Vili che
l'arricchì d'indulgenze. Si compone
di 63 dame in onore degli anni che
vuoisi abbia vissuto la ss. Vergine,
per cui festeggiano la sua Assunzio-
MIN 189
ne in cielo in questa chiesa ove la
congregazione fu traspoitata . La
volta della sacrestia la dipinse a
fresco il nominato Pesce. Dicemmo
nel voi. XXVI, p. 2 34 l'el dizio-
nario, come Gregorio XVI trasferì
in questa chiesa la parrocchia di s.
Luigi de'francesi. Nella chiesa si cele-
brano ancoia le feste di s. Camillo ai
i5 luglio, e di s. Maria Maddalena
la penitente a'22 dello stesso niese,
per la quale il senato romano ogni
biennio fa l' oblazione del calice di
argento e di quattro torcie di ce-
ra ; la medesima oblazione si fi»
per la festa di s. Camillo, per con-
cessione di Gregorio XVI nel i838.
Quella del santo eroe di carità
sempre si celebra con solenne pom-
pa e concorso di popolo. Pio VII
con breve de' 26 gennaio 1816 ac-
cordò a tutti i fedeli d'ambo i ses-
si che visitassero in questa chiesa
il ss. Sagramento chiuso nel cibo-
rio, specialmente nelle ore pomeri-
diane e nella sera, le stesse indui-'
genze che si acquistano visitando
la ss. Eucaristia esposta in forma
di quaranl'ore.
Chiesa di s. Giovanni in Mica
Aurea della della Malva in Traste-
vere. Ne parlammo nel voi. XXVI,
p. 167 e i94j "t^l d"'6 t^lic Leone
XII nel 1824 riunì la sua parroc-
chia alla chiesa di s. Dorotea, per-
chè la chiesa nel declinar del seco-
lo passalo minacciando rovina (u
demolila dai religiosi con facolià
di riedificarla nel periodo di cento
anni. E siccome citammo la descri-
zione che ne fece il Venuti, eccola.
Era la chiesa spartita in tre picco-
le navi, la cui ultima restaurazione
l'operò Antonio Ronchi (Giacinto
Brandi dicono altri), avendola ab-
bellita con pitture Alessandro Va-
selli per ordine di d. Urbano Da-
rgo MIN
miano romnno ex generale de'Ge-
sunti [Vedi), con l'annessa abita-
zione, la quale con la chiesa n questi
la concesse Clemente XI allorché
Tolle sopprimere il suo ordine. E-
lanvi nell'altare maggiore il quadro
colla Beata Vergine, ed i ss. Giovan-
ni Battista e Giovanni evangelista,
disegno del Brandi che vi fece i
due angeli, eseguendo il resto il
discepolo Vaselli, il quale colla di-
rezione del maestro dipinse ancora
a sotto in su la volta della chiesa.
Il quadro di s. Girolamo e b. Gio-
vanni Colombini nell'altare a de-
stra, era di Giambattista Passeri,
poi sostituito da altro rappresen-
tante s. Camillo de Lellis, pittura
di Gaetano Lapi da Cagli. Nel se-
guente altare veueravasi un'anti-
chissima immagine della Madonna,
di maniera gieca. A sinistra della
porticella eravi un bassorilievo in
creta rappresentante Gesù avanti
Pilato, e questi lavandosi le mani:
siccome derivava da un cimiterio,
si leggeva 1' epigrafe: Ex sacris a-
renariis. Nel i845 il p. Luigi To-
gni pel secondo sessenio prefetto
generale de' ministri degl'infermi,
per via di pie oblazioni incominciò
nella primavera la riedificazione
della chiesa che gli stava tanto a
cuore, con disegno di Giacomo Mo-
«aldi architetto romano, a croce
greca con una specie di avantem-
pio iu due colonne e riscontri di
MIN
pilastri, con cupola semiisferlca. Ha
cinque altari, due collocati nell'avan-
tempio, due sulle braccia o traversa
della croce, il quinto o maggiore
neir abside. L' edifizio in costruzio-
ne prosegue con lode ed ha con-
tigua la casa religiosa.
Chiesa de' ss. Fincenzo ed Ana-
stasio a Trevi con parrocchia nel
rione II Trevi, posta da un lato
delia piazza in cui è la sontuosa
Fontana di Trevi [Fedi). Non si
conosce l'origine, ma era già par-
rocchia quando da Gregorio XIII
e Sisto V fu eretto il palazzo Qui-
rinale per residenza de' Papi mas-
sime nell'estate, e perciò il palaz-
zo e tutta la famiglia pontifìcia re-
stò compresa nella sua giurisdizione
parrocchiale, per cui fino a Leone
XII vi si celebrarono i funerali di
moltissimi palatini, molli de' quali
vi furono pure tumulati, come ri-
marcammo a' loro luoghi. Siccome
Sisto V a' 27 agosto \5go fu il
primo Papa che mori nel vicino
palazzo Quirinale, perciò fu egli
ancora il primo di cui i Precordi
[Fedi) entro un vaso ben sigillato
vi furono trasferiti, come si fece
co' suoi succes.sori morti in dello
palazzo, de' quali resta la memoria
perenne in due iscrizioni marmoree
che leggonsi scolpite lateralmente
nella tribuna o cappella maggiore.
La prima è del seguente tenore.
D. O. M. SIXTVS V P. M.
POIfTIFICnS AEDIBVS IN QVIRINAtl AMPLIATIS
ET IN IISDEM PRIMVS SVPRE.VIA MORTALI» VITAE
EXPLETA PERIODO
AD HANC APOST. PALAT. PAROCH. ECCLESIAM
VT EANDKM EXIMIIS AVGERETVR HONORIBVS
ET SVIS PRAECOnniIS FORTIGNE DELATA
BOMANORVM l'ONTIFICVM MONVMENTA RELIQVIT
DE XXYII AVGVSTI MUXC
tM I N
La seconda iscrizione ne contiene
allreltarite quanti sono i precordi
pontifìcii deposti nella cappella sot-
terranea. La prima dice così: Pras-
cordia Leoni s XI P. M. ohilt in
Quirinali dit XXV II Jpr. MDCK
L' ultima ecco come si esprime:
Grcgorius XJI P. M. ohiit in Fa-
ticano die I Junii MDCCCXLFI.
Mancano nella detta cappella i pie-
cordi di Urbano Yll, Grej^orio
!X1V, Innocenzo IX, Clemente Vili,
Urbano Vili, e Benedetto XI 11 che
morirono nel palazzo Vaticano, e
perciò i precordi furono deposti
nelle sacre grotte della contigua
basilica. iXou vi sono quelli d' In-
nocenzo XI, perchè e^i.stenli sotto
la sua immagine in busto nella eap-
pella della Beata Vergine del Suf-
fragio di cui parleremo, né quelli
di Pio VI morto in l'aUnza (/>-
di) di Francia e colà depositali do-
■ pò essere stali trasportali in Uoma.
- jN'el voi. XXVI li, p. 42 del Dizio-
nario dissi die Leone XII nel sot-
trarre il palazzo Quirinale dalla
parrocchia de' ss, Vincenzo ed Ana-
stasio, per averla istituita nel pa-
lazzo stesso, però ordinò (ciò che
ommisi avvertire all' articolo Cada-
vere, e nel voi. Vili, p. 181 del
Dizionario) che sebbene il Papa
morisse al Valicano, oltre del Qui-
rinale, i precordi si depositassero iu
detta chiesa, alle cui pareti esterio-
ri si attaccano le morii e slemmi
de' defunti Pontefici, del quale uso
ne parlai ancora a p. 55. Laonde
in ss. Vincenzo ed Anastasio vi so-
no i precordi di Sisto V, Leone
XI, Paolo V, Gregorio XV, Inno-
cenzo X, Alessandro VII, Clemente
IX, Clemente X, Innocenzo XI, A-
le^sandru Vili, Innocenzo XH, Cle-
mente XI, Innocenzo XII 1, Clemente
XII, DcucdelloXlVt CleiHeuleXlll,
MIN 191
Clemente XIV, Pio VII, Leone XI f.
Pio Vili e Gregorio XVI. La me-
morata cappella sotterranea per con-
tenerli, la fece edificare Benedetto
XIV, per cui dalla parte dell' epi-
stola della tribuna si legge: Bene'
dictus XIF P. M. suninioruni Pon-
U'fìcuni praecordia huniili et oh-
sciiro loco sita construclis novis
locida/nenlis in honestiorern tunm-
luni inferri j'nssit anno MDCCLF l.
Del modo come si portano i pre-
cordi pontificii a questa chiesa , e
come li riceve il parroco di essa
assistito dai religiosi della casa, e
loro tumulazione, ne tenemmo pa-
rola nel voi. Vili, p. 186 del Di~
zionario. Nelle spese falle per lu
morte di Pio Vili, leggo che furo-
no dati al parroco di questa chie-
sa per suo emolumento scudi ven-
lidue e bai. 5o ; più scudi seltan-
lacinque metà del prezzo degli stem-
mi pontificii alìissi nelle mura e-
slerne delle basiliche patriarcali.
Questa chiesa per essere stata
parrocchia del celebre cardinal Maz-
zarini Giulio, questi nel i65o magni-
ficamente la restaurò ed ingrandt
nell'interno, e fabbricò la lacciaia di
travertini con disegno di Martina
Longhi il giovane, che per la quan-
tità e aggruppamenti delle colonnu
chiamasi dal Pascoli, l. ll,p. ^117, //
canneto di Marlin Lungo. Fu puic
detta questa chiesa il Tempio dclLi
faina, per le due fame con trombo
che SODO nella facciata, in mezzo alle
quali, scrivono alcuni, vi è il busto
della famosa Ortensia Mancini- Maz-
zarini nipote del cardinale, il quale
gli die per dote venti o trenta milio-
ni di lire, come descrissero alcuni; nui
quel busto io noi vidi, solo un'erma
di donna sotto l'arme del cardinale,
assai distante dalle fame. Narrano
Venuti nella Honiu moderna p. 1 86,
i9'2 MIN
e Martinelli, Roma ex ethnica sa-
cra p. 3i8 e 36i , che incontro la
chiesa di s. Silvestro a Monlecaval-
lo o Quirinale vi fu la chiesa di
s. Salvatore de Corneliis (che il
Marangoni , Ist. ss. Sanctonini ,
chiama pure de Milìzia), come
posto nell'antico Fico de' Cor-
neli, col convento di s. Girolamo,
da Pio IV concessa ai Girolamini
eremiti di Fiesole [Fedi), ma de-
molita la chiesa e il convento sot-
to Paolo V per ampliare il palaz-
zo del suo nipote cardinal Borghe-
sij ora Rospigliosi, il Papa nel 1612
in compenso gli die la chiesa dei
santi Vincenzo ed Anastasio colla
contigua casa. Venendo poi nel
1668 soppressi i girolimini da Cle-
rnente IX, questi colle sue abita-
zioni r accordò ai chierici r;;golari
minori nel 1669, che però sborsa-
rono per la casa tredicimila scudi,
indi riedificarono dai fondamenti
l'annessa casa nel secolo passato, e
resero più maestosa la tribuna, con-
correndovi generosamente Clemente
XII 1. Finalmente questi religiosi la ce-
derono ai ministri degl' infermi, nel
modo detto di sopra, i quali risto-
rarono il tempio specialmente nelle
cappelle. Entrando in chiesa, il qua-
dro della cappella a destra fu di-
pinto da Pietro de' Pietri, che vi
espresse il Crocefisso. Il s. Tomma-
so d' A{[uino nella seconda cappel-
la è del Procaccini, essendovi pri-
ma un s. Girolamo della scuola di
Santi di Titi: è patronato della fa-
miglia Cioja. Nella terza cappella
il s. Gio. Battista eh' eravi prima
fu lavoro di Francesco Rosa : ora
si vede ornata di stucchi e pitture, ed
è dedicata a s. Camillo de Lcllis,
col ciborio pel ss. Sagramento. Il
quadro dell' altare maggiore coi ss.
Vincenzo e Anastasio è dello stesso
MIN
Rosa, o meglio di Francesco Pa-
scucci romano al dire di altri. La
prima cappella a sinistra presso ta-
le altare ha la divotissima imma-
gine della Madonna del Suffragio o
delle Grazie dipinta in mtu-o a fre-
sco. Contribuì al particolare suo
cullo la pietà del cardinal Bene-
detto Odescalchi, che divenuto In-
nocenzo XI, in contrassegno di ve-
nerazione ne dichiarò l' altare pri-
vilegiato pei definiti nel 1677, e
dispose che le sue interiora fossero
ivi deposte in vece di collocarsi sot-
to il presbiterio, con quelle degli
altri Papi. Questa imtnagine è col
Bambino; e tra i prodigi che ope-
rò, strepitoso fu quello di Angelo
vSpadasanta sargente suo divoto, il
quale avanti la chiesa essendoglisi
scaricata la pistola che teneva al
fianco, non soffrì lesione alcuna, per
cui il capitolo vaticano, ad istanza
de' chierici minori, le impose la co-
rona d'oro a' i3 marzo 1679, co-
me riporta il Rombelli nel t. IH,
p. /\.5 della Raccolta delle immagini
coronate. La seguente cappella con-
tiene ora il Transito di s. Giuseppe,
di Giuseppe Tommasi pesarese, pri-
ma essendovi 1' Annunziata del ri-
cordato Rosa. L' ultima cappella
aveva s. Antonio di Padova di tal
pittore, ed è patronato della fami-
glia de Gregorio ; di recente il
marchese Emmanuele l'ha abbellita,
decorata e dedicata al sacro Cuo-
re di Gesìi, il quale fece colorire a
olio dal Zannetti. Le scollure di
stucco per la chiesa sono di Gio-
vanni Ledus. La festa de' santi ti-
tolari vi si celebra a' 22 gennaio,
per la quale ogni quadriennio il
senato romano fa 1' oblazione del
calice d' argento e di quattro tor-
cia di cera, e la rinnova per quel-
la di s. Francesco Caracciolo fon-
MIN
datore òe cliieiici minori. Al pre-
sente vi si celebra suienminente
anche la festa di s. Camillo de Lel-
lis, e nel 1846 si festeggiò il pri-
mo centenario di sua canoi»i/.za-
rione, con quella pompa descritta nel
numero 61 del Diario di Roma.
MixMSTRO, lUinister, Jdinini-
sfer, Apparito!'. Colui che cuinistia,
che ha il maneggio e \\ governo
delle cose : significa ancora servito-
re. S. Paolo chiamò gli apostoli
ministri di Gesù Cristo, e dispen-
satori dei misteri di Dio. Allorché
un ecclesiastico si dice ministro del-
la Chiesa, egli si riconosce servitore
della società de* fedeli, e se non
prestasse loro alcun servigio man-
cherebbe essenzialmente al dovere
del suo stato. La viziosa condotta
di alcuni non deve scemare il no-
stro rispetto per le verità del vange-
lo; poiché non valgono le ragioni
dell'indegnità dello strumento di cui
si serve Dio a far conoscere la sua
volontà: tà d'uopo dunque^ rispelta-
re i ministri della religione, qualun-
que sia la loro vita. Con lo spiri-
lo elevato a Dio debbono esercitare
le loro funzioni ; debbono unire la
virtù al sapere, e proporsi Gesù
Cristo a loro modello. Sui ministri
della Chiesa i concilii fecero diversi
canoni, come quelli d'Arles del
3 I 4> can. 2 I ; di Toledo del 674,
can. fi; di JNicea del 787, can. io;
e di Magonza dell' 81 3, can. 14 ;
per non dire di altri, parlandosi ai
rispellivi articoli di cpuinlo riguarda
i sacri ministri ed il loro santo mi-
nistero, d'ogni grado e dignità ; co-
me de' ministri de' sacramenti, cioè
quelli che lo sono o hanno il po-
tere di amministrarli. Prendono il
titolo di ministri generali, i supe-
riori generali de' minori osservanti,
de' conventuali, de' trinitari del ri-
VOL. XLV.
MIN T93
scallo ; e ministro nelle case dei
gesuiti è il secondo superiore. Al
nascere della pretesa riforma i pre-
dicanti presero il titolo di ministri
del santo evangelo e delia parola
di Dio : Calvino die il nome di
ministri ai pastori della sua chiesa;
il nome solo di ministri è loro ri-
masto, e siccome essi senza confron-
to rendono assai minori servigi dei
sacerdoti cattolici, è naturale che
sieno rispettati meno di essi.
Ili latino ministro di stato si dice
a ncgoliis publicix; dell' mleriio, ino-
deralor ìiiunerum publicorani ; del-
le relazioni estere, a relationibus
rerum exterarum; della marina,
rei maritimae: praeesse^ della guer-
ra, praeposilus rei btilicae; di finan-
za, magisler publicanorumj pleni-
potenziario,/fga^M* cum liberis man-
dadi ,' plenipotenziario presso la
santa Sede, oralor in Urbe ciiin
liberis inandatis. il regnante Pio
IX nel 1847 a' 12 giugno con mo-
to-proprio istituì il consiglio dei mi-
nistri, composto dei cardinali segre-
tario di stato presidente, camerlengo^
e prefetto delle actpie e strade, tì
dei prelati uditore della camera, go-
vernatore di Roma, tesoriere gene-
rale, e presidente <lelle armi, dei
quali ministri si parla ai loro arti-
coli. In virtù del lodato moto- pro-
prio d' ora in poi le nomine dei
Consoli pontificii [f^edi) , ministri
pontificii ne' principali porti e-
steri , saranno proposte, al Pa-
pa, e spedite dalla segreteria di
slato. Dei diversi ministri dellal
santa Sede, ne ragioniamo a' loro
luoghi, come Nunzio apostolico ^
ec. All'articolo Inviato riportam-
mo il novero degl'inviati straor-
dinari e ministri plenipotenziari
che ora sono in Roma. Inoltre il
re d' Ànnover vi tiene ud ministro
i3
194 MIN
residente, il duca di Lucca un mi-
nistro plenipotenziario, il re delle
due Sicilie un ministro plenipo-
tenziario, il granduca di Toscana un
ministro residente, ec. Veggansi gli
articoli Ambasciata, Diplomazia, Im-
munità', Legato e gli altri relati vi. Nel
voi. XXVIII, p. 65 e 7 I del Diziona-
rio parlammo delle pompe funebri
degli ambasciatori e ministri di-
plomatici che muoiono in Roma.
L'ultimo ministro plenipotenzia-
rio morto in Roma fu quello del re
dei belgi, barone Vanden-Steen de
Jehay, ed ecco quanto pubblicò il nu-
mero 4o del Diario di Roma 1 846.
»> Dopo che il corpo ne' giorni i5
e i6 maggio rimase esposto col
massimo decoro alla pubblica vista
nelle sale ornate a lutto del palaz-
zo occupato dalla regia legazione,
ove diversi altari a tal uopo eretti
servirono in ciascuna mattina alla
celebrazione di molte messe, nella
sera del 16 venne eseguito il so-
lenne trasporto delle mortali spo-
glie del defunto alla chiesa parroc-
chiale di s. Maria in Via Lata. Un
distaccamento di granatieri prece-
deva il funebre convoglio, e nume-
roso stuolo di staffieri e domestici
della illustre famiglia del defunto
con ceri accesi circondava la car-
l'ozza ornala a bruno, entro cui
giaceva il cadavere. Il convoglio era
seguito da copioso numero di altre
carrozze dopo quelle della prefata
famiglia; fra le quali prima d'ogni
altra appariva quella del cardinal
Lambruschini segretario di stato;
e ad essa venivano appresso le mol-
te altre dell' eccellentissimo corpo
diplomatico, non che quella del-
l'ordine di Malfa co' rispettivi gen-
tiluomini. Un picchetto di grana-
tieri chiudeva la funebre pompa.
La mattina del 17 nel mezzo della
MIN
chiesa elegantemente parala di nere
gramaglie, erasi intorno costruita una
bancata parimenti a lutto guarnita,
nel cui centro posava il feretro,
coperto dal cappello, dalla spada,
e dalle diverse decorazioni del mi-
nistro, e circondato degli stemmi
gentilizi di sua nobile famiglia.^ Dal
Cfìv. Noyer incaricato d'affari e
consigliere di legazione del real go-
verno del Belgio, furono ricevuti
i membri del corpo diplomatico,
che vennero collocali in una tribu-
na appositamente innalzata presso
il coro. Erano altresì occupati vari
posti attorno al feretro da distinti
soggetti appartenenti alla nazione
belgica, non che da vari ecclesia-
stici, artisti, ed impiegati aderenti
alla medesima legazione, fra i quali
il console del Belgio in Roma. La
messa fu solennemente cantata da
monsig. Scerra vescovo d' Orope ,
canonico priore della chiesa, il cui
capitolo e clero vi prestò assisten-
za". Il cadavere fu trasportato a
Brusselles, ed in questa circostanza
i canonici della chiesa pretendevano
che il loro parroco 1' accompagnas-
se fino al luogo della sepoltura.
I parenti del defunto dichiararo-
no non essere a ciò tenuti, perchè
l'analoga legge è particolare della
città di Roma, ed i ministri esteri
non sono obbligati alle leggi par-
ziali de' luoghi, portando a loro di-
fesa l'autorità della Guide dìplo-
maligne f Paris 1837, di Carlo de
Martens. Invece il capitolo addusse
la contraria di Pinheiro-Ferreira
commentatore di tale opera, ed il
quale è d'opinione favorevole alla
chiesa parrocchiale esponente. Per
queste diversità d' opinioni la se-
greteria di stato ordinò che intanto
il cadavere liberamente si traspor-
tasse al suo sepolcro patrio, soltan-
MIN
to coli' accompagno d' nn prete fa-
migliare al ministro clefuntOj e così
la rjuestionp restò indecisa,
MINORCA o MINORICA {MI-
noricen). Sede vescovile il cui ve-
scovo risiede nella città di Jamna
e di Macone. L' isola Minorca, In-
sula minor, Balearis minor, è la se-
conda delle isole Balenri, nel Me-
diterraneo, e perciò chiamata la
Minore onde distinguerla da JMa-
jorca{Fedi), detta la Maggiore. Sta
air est della Spagna, da cui dipen-
de, nella Provincia di Palma, e al-
l'est-nord-est da Majorca, dalla
quale è sepai-ata da un canale di
otto leghe di larghezza. E assai e-
levata, tranne verso il sud, avendo
la còsta assai dentellata, principal-
mente verso il nord. Vi sono di-
versi capi che molto si prolungano
nel mare, essendo i principali Dar-
tuch, presso a cui evvi il porto di
Ciudadela, ed il capo Minorica; il
capo Caballaria, vicino al porto di
Fornella, il capo Maone, oltre la
punta d' Algaret in faccia alla pic-
cola isola Ayre. Minorca è sparsa
di colline piccole, e nel centro s'in-
nalza la montagna di monte Toro.
La temperatura è men buona delle
altre Baleari, essendo esposta a vio-
lenti venti ed a grandi pioggie.
Nel iSar i navigli di Barcellona
vi portarono la febbre gialla che vi
fece delle grandi stragi. L'agricol-
tura vi è negletta; i vini sono di
buona qualità, con molte fruita ; i
pascoli sono abbondanti, come con-
siderabili sono le bestie lanute, ed
il miele è eccellente. La costa è
abbondantissima di pesce, e buo-
nissime le conchiglie. Abbonda di
conigli, pernici ed altri volatili ; di
miniere, di cave di marmo e di
pietra calcare. Si fabbricano tele,
stupendo formaggio, utensili dome-
MTN 195
stlcl d'argilla. L'isola si divide ia
quattro terrilorii. Maone capoluogo,
Alayor, Ciudadela o Jamna, e Mer-
cadal, oltre Ferrerias. Rinchiude
circa 4^5,000 abitanti, laboriosi e
destri nella fionda, religiosi, di dol-
ci costumi e bravi marinari: sono
dediti alla poesia, ond' ebbero i lo-
ro trovadori. Quest' isola fu posse-
duta dai fenicii, cui la tolsero ver-
so r anno ^52 prima di nostra era
i cartaginesi, che vi fondarono le
città di Maone , e Jamna o Ja-
mnon. I romani condotti da Metello
la presero ai cartaginesi colle altre
isole Baleari, e perciò fu quello
chiamato Balearico. Alla caduta
dell'impero romano fu invasa da-
gli alani, dagli svevi e dai vandali
nel 4^' ^' nostra era. I mori o
saraceni la conquistarono verso il
697, e Carlo Magno la tolse ad
essi sul principio del IX secolo, ma
poco dopo tornarono a occuparla.
Giacomo I re d' Aragona si rese
tributarie tutte le isole Baleari, e
nel 1287 Alfonso III suo nipote
ne compì la conquista e le riunì
alla corona. Seguirono poscia la
sorte della monarchia spagnuola, di
cui fecero parte. Nel 1708, duran-
te la guerra della successione, gli
inglesi comandati da lord Stanhope
se ne impadronirono per la casa
d' Austria, ma fu loro ceduta per
l'articolo XI del trattalo d' Utrecht,
fortificandola essi e facendola il ba-
luardo del loro commercio nel Me-
diterraneo. Le truppe francesi ca-
pitanale dal maresciallo di Riche-
lieu la tolsero agli inglesi nel 1756,
a' quali fu restituita nel 1763, per
la pace di Versailles. Gli spagnuoli
col duca di Crillon se ne impadro-
nirono nel 1782, dopo l' assedio
memorabile di Maone, ed il suo
possesso fu confermato alla Spagna
i9<5 MIN
pegli articoli preliminari della pace
del 1783, avendola posseduta tran-
quillamente sino al 1796, allorché
fu di nuovo occupata dagl' inglesi,
che l' abbandonarono mediante la
pace d' Amiens.
Maone o Porlo Maone, Portus
Magonis, città forte così chiamala
dal suo fondatore Magone cartagi-
nese fratello di Annibale, munita
di capacissimo e sicuro porto, in
cui le grandi flotte possono anco-
rarvisi. Ai naturali ripari che la
guarentiscono, si aggiunge la como-
dità di alcune contigue isolelte, una
delle quali serve di lazzaretto, che
è uno de' più belli d'Europa,
un'altra per lunghe e brevi quaran-
tene, una terza racchiude 1' arsena-
le e i cantieri, nella quarta eres-
sero gl'inglesi nel 171 i un cele-
bralissimo ospitale di marina, e nel-
la quinta reti e nasse curano e
asciugano i pescatori. Il forte di s.
Filippo , che una volta difendeva
il suo celebre e comodo porto, u-
no de' più belli del Mediterraneo,
fu demolito, e presentemente lo è
da tre batterie. Un attivissimo com-
mercio rende Macone assai brillan-
te, essendo il deposito della più
gran parte delle merci majorchine.
E residenza di un governatore mi-
litare, delle principali autorità del-
l' isola, e de' consoli e agenti com-
marciali delle primarie potenze eu-
ropee, godendovisi aria pura e sa-
lubre. Le case sono fabbricate in
pietra; sono rimarcabili il palazzo
del governatore, quello della città,
e la cattedrale o chiesa principale
di stile gotico senza ornamenti e-
stcrni ed interni; la piazza d' armi
con caserme, ed il passeggio pub-
blico. Il molo è opera della natura,
ed il faro o torre de* segnali è so-
pra una collina.
Mire
Janina o lanino o ClUadellai
in isp.ignuolo Ciudadela , è cit-
tà forte, già antica metropoli del-
l' isola di Minorca, con buon por-
to in fondo ad angusta baia, di-
feso da roccia. Ha hequentissima
comunicazione per ragione di traf-
fico collii costa nord-est di Majo-
rica. Una curiosa grotta natura-
le, detta Ca\.'a Perdla, resta nel-
le vicinanze. Jamna è capoluogo
del secondo distretto. La religio-
ne cristiana fu introdotta in Mi-
norca nell' istcsso tempo che nell'i-
sola di Majorca. S. Severo era suo
vescovo nel 4 ' 8, e scrisse una let-
tera circolare intorno alla conver-
sione de' giudei dell'isola, ed una
relazione de' miracoli operali dalie
reliquie di s. Stefano, che Orosio
avea quivi lasciate. Flore?, nella sua
Espag. sagrada, dice che nel 476
Macario era vescovo di Minorca,
dal che ne viene per conseguenza,
che oltre s. Severo ebbe Minorca
altri vescovi. Commanville dice che
era suffraganea dell'arcivescovo di
Valenza. Pare che coli' invasione
saracena la sede vescovile sia stata
soppressa, e riimita a IMajorca quan-
do il re Alfonso 111 la conquistò. Gia-
como Il le d'Aragona nel i3oo
vi fondò una parrocchia, al cui
prevosto o parroco fu concesso gli
abiti corali de' canonici d-i Majorca.
Sul monte Toro fu fondalo un con-
vento; nella chiesa vi è una mi-
racolosa immagine di Maria, nella
cappella detta della Coveta, di gran
venerazione pei naviganti e isolani.
Tal convento per bolla di Nicolò
IV nel 1291 fu dato ai' merceda-
ri, che ritirandosi poi in Catalogna,
gli scabini o consoli dell' isola se
ne impadronirono colle sue perti-
nenze, e quindi fondarono sette cap-
pellanie con un priorato. Nel 1 5^7,
MIN
con breve di Clemente Vili i cap-
pellani cedettero chiesa e convento
agli agostiniani, i quali ne furono
messi in possesso nel i5g5 dal vi-
cario generale dell' isola di Minor-
ca. Nel 1713 Clemente XI scrisse
premurosamente a Filippo V re di
Spagna, ed a Luigi XiV re di
Francia, a vantaggio della religio-
ne cattolica e giurisdizione episco-
pale dell' isola di Minorca, nel tem-
po che la dominavano gl'inglesi.
La sede vescovile fu ripristinata
ad istanza di Carlo IV re di Spa-
gna, da Pio VI colla bolla IncJ-
fabilis Dei, de' 23 luglio '795,
Bull. Rom. Continuatio t. IX, p.
542, dismembrandola da Majorca,
ed erigendola in Jamna sotto la
metropoli di Valenza, concedendone
\i\ nomina ai re di Spagna prò tem-
pore. Quindi qtiesta erezione fu
confermata da Pio VII colla bolla
Àlias, Ae'j maggio 1801, dichia-
randola sufTiaganea dell'arcivesco-
vo di Tarragona, secondo 1' ultima
proposizione concistoriale. Per pri-
mo vescovo dichiarò Pietro Anto-
nio Suano di Villar del Rio diocesi
di Calahorra, nel concistoro dei 20
dicembre 1802, al quale nel i8i5
die per successore Giacomo Creux y
Marti di Mataro diocesi di Barcello-
na. Nel 1824 Leone XII preconizzò
vescovo Antonio Ceruelo Sanz di
Villa di Corcas diocesi di Palencia;
per sua morte Gregorio XVI nel
concistoro de' 3o settembre i83i
dichiarò vescovo fr. Antonio Diaz
Merino domenicano di Cuenca, mae-
stro in sacra teologia. La sede è
vacante da alcuni anni. La catte-
drale in Jamna è dedicata alla Pu-
rificazione di Maria Vergine, con
fonte battesimale. II capitolo si com-
pone di due dignità, prima delle
<j[uali è r arcidiacono, di dieci ca*
MIN 197
nonici comprese le prebende del teo-
logo e del penitenziere, di trenta-
due beneficiati uno de' quali arci-
prete, di quattro prepositi, e di al-
tri sacerdoti e chierici per 1' uffi-
zialura. Nella cattedrale vi è la cu-
ra d'anime, e l'episcopio n' è al-
quanto distante. Nella città di Ja-
mna oltre la cattedrale avvi altra
parrocchia, sei conventi di religiosi,
due monasteri di monache, ed al-
trettante confraternite, tre ospedali,
seminario e monte di pietà. La dio-
cesi è ampia. Ogni nuovo vescovo
è tassato ne' libri della camera a-
postolica in fiorini 5oo, essendo le
rendite della mensa 60,000 reali,
ma gravati di pensioni.
MÌNORI FRATI. FeJ/ France-
scano ordine. Si dividono in mino-
ri osservanti, minori osservanti ri-
formati, minori riformati , minori
conventuali, minori cappuccini, ec.
MINORI, Minora seu Rhegina
Minor. Città vescovile del regno
delle due Sicilie, nella provincia
del Principato Citeriore , distretto
di Salerno, presso il golfo di tal
nome, chiamata con vocabolo greco
Regina Minore. Fa buon traffico di
seta e frutta, le quali sono celebri;
conta più di 2,200 abitanti, ed è
situata in amenissima valle. La cat-
tedrale è sotto r invocazione di s.
Trifomena vergine e martire, patro-
na della città, ove si venera il suo
corpo, riportando la storia di sua
traslazione l' Ughelli, Jlalia sacra
t. VII, p. 281. Nella cattedrale fu-
rono stabilite cinque dignità, l'ar-
cidiacono, il cantore, il primicero,
r arciprete e il decano, oltre quin-
dici canonici. L' episcopio fu edifi-
cato vicino alla cattedrale, oltre la
quale vi sono altre tre chiese par-
rocchiali. La sede vescovile fu e-
retta nel X secolo, e con l' autori-
igS MIN
là di Giovanni XV detto XVI, fu
consacrato da Leone arcivescovo di
Amalfi, della qual metropoli fu di-
chiarata sulTraganea, per primo ve-
scovo Sergio, il quale ottenne da
Giovanni duca di Amalfi molti be-
ni per la sua chiesa. Orso che gli
successe, ebbe da Giovanni e Ser-
gio duchi d' Amalfi la conferma di
tutte le donazioni eh' erano state
fatte alla chiesa di s. Trifomena.
jNel io6g fiori il vescovo Giacquin-
to, sotto del quale a detta chiesa
lasciò la sua eredità Sìkelgaita mo-
glie del duca Roberto. Gli suc-
cesse Mauro I, degno di eterna me-
moria, a cui nel «ogi Ruggero
confermò e ampliò le donazioni ,
ìndi trasferito ad Amalfi. Leone fu
•vescovo nel 1 1 o3, Stefano nel 1 1 1 2j
Costantino nel 1127 che riunì i
preti e chierici della diocesi a vi-
gere con una regola, e nel i 1 6 1
Mauro li Scannapeco, tutti intito-
landosi vescovi lieginnensi : nomi-
neremo i più rispettabili successori.
Lorenzo, che fiorì dopo il preceden-
te, fu il primo ad intitolarsi vescovo
di Minori, gran difensore delle ra-
gioni di sua chiesa; gli successe Gio-
vanni Cavelli del 1 2 1 7 ; Gerbino
fu eletto nel 1247; Pietro nel 1266,
che zelante riformò il clero; An-
drea Capuani nobile amalfitano
del 1281; Andrea de Alanco a-
xualfitano del i3o5, che si meritò
il titolo di venerabile; Bartolomeo
de' conti Orso amalfitano del 1842;
fr. Giacomo Sergio illustre domeni-
cano del 1348; Romano del i364
ottenne un privilegìodalla regina Gio-
vanna ]; Paolo Sorrentini del 1890
traslato ad Amalfi; fr. Antonio de
Pannochicschi sanese, domenicano
di santa vita, ed autore d'opere.
Nel 1476 Palamede de Cunclo a-
niulfiuoo; Audiea della slessa lumi-
MIW
glia trasferito ad Amalfi; Alessan-
dro Salanti amalfitano, dottore insi-
gne del 1497; Ambrogio Romano
del 1 509, perito nelle leggi, e di vita
integerrima; fr. Ambrogio Politi
sanese, domenicano dottissimo che
con onore intervenne al concilio di
Trento, traslato all' arcivescovato
di Conza ; Antonio Simoni di Mon-
te Sanso vino, parente di Giulio HI
che lo fece vescovo nel i552. Nel
iSSj Donato Lorenzi ascolano giu-
reconsulto; nel i563 Alessandro
Molo di Como, fatto da Pio IV, di
cui era stato uditore; nel i565
quel Papa gli diede per successore
Giovanni Amati cittadino di Cori,
già suo cappellano, ceremoniere e
canonico della basilica, lateranense;
rinunziò il vescovato nel 1567, e
morendo decano di sua basilica, fu
tumulato in essa lasciando un an-
niversario per l'anima sua che tut-
tora si celebra ; il di lui concitta-
dino monsignor Picchioni canoni-
co della medesima , ne fece da
ultimo restaurare il monumento
sepolcrale. Tommaso Zerula bene-
ventano , fatto nel 1597 da Cle-
mente Vili, scrittore di varie o-
pere, come della Praxim episco-
palali, ac pnenitentiariae, de anno
jubilaei; padre de' poveri, vigilante
pastore, ornò la cattedrale con sa-
cre suppellettili. Nel i6o4 fr. Gior-
gio Lazari trevigiano, domenicano
e insigne predicatore; nel i6i5fr.
Tommaso Brandolìni napoletano,
domenicano sapiente e di lodata
vita, eloquentissimo predicatore: dai
fondamenti riedificò l' episcopio, e
fu largo di sacri doni colla catte-
drale, benemerito vescovo. Nel i636
Loreto de Franchis d'Abruzzo,
molto dotto; nel 1639 Patrizio
Donati romano, chiaro per belle
doli, duuù ullu callcdrulc multe rc«
MIN
liquìe, eresse 1' archivio ove collocò
i monumenti di sua chiesa, e fu
assai lodato. Nel 1649 Leonardo
Leri nobile di Vercelli, nato in Ro-
ma, di perspicace ingegno, vicario
generale de' carmelitani ; nel 1670
Antonio Botti nobile genovese, dot-
tissimo soniasco ; Domenico Menna
napoletano del i683, che divotissi-
ino dì s. Trifomena ne ampliò il
culto, e fece scriverne le memorie
daGio. Ballista d' Afflitto. Nel 1692
Innocenzo XII nominò Gennaro
Crispini napoletano, stato rettore
del seminario, mentr' era egli arci-
vescovo di Napoli, d' instancabile
zelo, benemerito assai di quella cit-
tà, provvido pastore, indi nel 1694
traslalo a Squillace. L' ultimo re-
gistrato neir Italia sacra fu Raf-
faele Tossi o Tosti di Molo di
Gaeta del 1718 o 17 19: gli suc-
cessero Silvestro Stana di Tropea,
fatto nel 1722, e Andrea Torre dei
pii operai amalfitano, eletto nel
1762, che fu l'ultimo vescovo. Do-
po lunga sede vacante, nel 18 18
Pio VII, colla lettera De utiliori,
unì la sede vescovile e diocesi di
Minori, a quella arcivescovile di
Amalfi [Fedi), la quale ora non
ha alcun suffraganeo. Anzi per sup-
plire alla brevità del suo articolo
qui riporteremo i più distinti suoi
arcivescovi, mentre all' articolo Ca-
PUA Pietro, cardinale, dicemmo che
tra le reliquie che donò alla sua
patria, vi fu gran parte del corpo
di s, Andrea apostolo [Vedi) che
si venera nella metropolitana, u-
scendo dalle ossa prodigioso liquore
detto manna.
Il primo vescovo di Amalfi fu
Primemio o Pigmeniodel 596, che
morì nel 620, dopo il quale non
si trovano altri fino a Pietro I del-
l' 839, e gli successero uell' 84»
MIN 199
Leone , nell' 848 Pietro II , in-
di Bono, poi Sergio morto nel-
r872; Orso dell* 897 ; Giaquino
del 925; Costantino del 9495 e
Mastolo del 960. Avendo Giovan-
ni XV detto XVI eretto nel 987
in metropolitana la chiesa di Amal-
fi, ne fu primo arcivescovo Leone
amalfitano di egregie qualità, abbate
benedettino, ricevendo il pallio nel
patriarchio Lateranense. Nel io3o
Lorenzo Geltabotte, prudente e
molto dotto; nel 1048 Pietro AI-
feri, chiaro per virtù e scienza ; nel
1070 Giovanni, che recandosi ia
Palestina ivi gli amalfitani eressero
in Gerusalemme due ospedali pei
due sessi. Nel 1082 Sergio nobi-
lissimo; nel iio3 Mauro de Mon-
te vescovo Reginnensis seu MinO'
rensìsj nel ii3i Giovanni della
Porta salernitano, pseudo-arcivesco-
vo perchè consacrato dall'antipapa
Anacleto II; nel 1142 Giovanni II
beneventano buono e dotto; nel 1 166
Giovanni III palermitano; nel 1168
Robaldo canonico di Palermo, pe-
ritissimo nelle lingue; nel 1174
Dionisio da Teramo ; nel 1 202 Mat-
teo di Capua nobile amalfitano, in-
signe per pietà e dottrina, sotto
di cui nel 1208 ebbe luogo la tras-
lazione del corpo di s. Andrea;
nel I2i5 Giovanni di Capua a-
malfitano, eh' ebbe ad ospite s.
Francesco d' Asisi ; nel i254 Bar-
tolomeo Pignattelli napoletano di
somma prudenza e probità , ma
subito gli successe l'ottimo Gualtiero;
nel 1266 Filippo Angustarici no-
bile e arcidiacono d' Amalfi, eresse
il magnifico campanile e la graa
campana; nel 1295 Andrea Ala-
neo nobile amalfitano, sommamente
pio, generoso colla chiesa e co' po-
veri ; nel i33o fr. Landolfo Carac-
ciolo napoletano de' fruii minori^
aoo MIN
pieno di vii'lù, aumentò gli orna-
menti alla cattedrale, e fu autore
di varie opere; nel i35i Pietro
di Capua amallitano, arcidiacono e
cappellano di Clemente VI; nel
1362 Marino del Giudice, poi car-
dinale ; nel 1 875 Giovanni Acqua-
viva napoletano, cui l'antipapa (cle-
mente VII die il falso successore
Beltramo; nel 1879 Sergio Griso-
ni, figlio di Sirleoni di llavello, che
ampliò il palazzo arcivescovile ; nel
1895 Paolo di Sorrento vescovo
di Minori; nel i4oi Bertiando de
Alaneo amalfitano, insigne per mol-
le doti; nel i4io Roberto Broncia
amalfitano, canonico, zelante pastore
celebrò il sinodo ed aumentò le ren-
dite della cattedrale; nel i449 ^'"'
Antonio de Carleno napoletano, chia-
rissimo domenicano; nel 1460 Ni-
cola Miraballi napoletano di esimia
probità e liberalità, restaurò l' e-
piscopioed abbellì la cattedrale; nel
ì^'jS Giovanni Niccolini fiorentino
che santamente governò; nel 1488
fr. Gio. Battista del Giudice dot-
tissimo domenicano; nel i4^4 ^' ^'
lualfitano Andrea de Cuiicto vesco-
vo di Minori, che molte beneficen-
ze elargì alla chiesa cattedrale; nel
i5o4 Tommaso liegalano napoleta-
no eloquente e virtuoso; nel i5io
a' 9 dicembre Giulio 11 fece per-
petuo commendatario il cardinal
Giovanni de Medici, che nel i5i3
divenne Leone X. Questi die la
chiesa in commenda al cardinal Ro-
berto Britto, e nel i5i4 f«ce ar-
civescovo Antonio Balestrati sanese,
dottissimo cislerciense, che nel i5i6
rassegnò lu dignità al cardinal Lo*
retizo Pucci, che fece il simile, onde
Leone X nel iSiy sostituì Guolamo
Fianca Incoronati romano, canonico
vaticano; nel i54i fi'. Alfonso Oli-
,Ta il' Ac^Mapeudeule, agosliuiuuo e
MIN
sacrista pontificio, dotto e virtuoso;
nel i544 •' cardinal Francesco
Sfondrati padre a Gregorio XIV ;
nel i^^j commendatore il cardi-
nal Tiberio Crispi. Nel i56i fu
fatto arcivescovo Massimo de Mi\-
xiini nobile rontano, che rinunzian-
do nel i564, il cardinal Crispi rieb-
be la chiesa; nel i565 Marc' An-
tonio Bozzuti napoletano molto eru-
dito, insigne pastore; nel iSyo
il degno Carlo Montili di Casale;
nel 1596 Giulio Rossini macera-
tese, chiaro giureconsulto, celebrò
due sinodi e ornò la cattedrale ;
nel i685 Matteo Graniti salerni-
tano, sa[)iente e mirabile per doti
egregie , superò i predecessori iu
magnificenze colla cattedrale, isti-
tuì il seminario, rifabbricò e ab-
bellì l'episcopio. Nel i638 Angelo
Pichi di Borgo s. Sepolcro, celebrò
il sinodo, consacrò ed ornò la me-
tropolitana, compì il seminario, e
fu traslato a s. Miniato. Nel 1649
Stefano Quaranta teatino napoleta-
no , sommo nelle lettere, affabile,
virtuoso, in più modi fu beneme-
rito della cattedrale e del capitolo.
Nel 1679 Gaetano Miraballi teati-
no napoletano di egregie qualità.
L' Ughelli, Ilalia sacra t. VII , p.
1 83, riporta la serie de'pastori di
Amalfi, che si termina con Michele
Bologna teatino de' duchi di Pcilini<,
diocesi di Nola, nel 1701 traslalo
da Isernia . 1 seguenti si leggo-
no nelle annuali Notizie di Ro-
ma. 1781 Pietro Agostino Scorza
della diocesi di s. Severo, traslato
da Teramo; 1748 Nicola Ciolfi di
Napoli, traslato da Sora. 1758 An-
tonio Puoti della diocesi di s. Aga-
ta; 1804 e dopo lunga sede va-
cante, Silvestro Micco minore osser-
vante di Napoli, traslato da Scala
e Ravvilo : sotto di lui Minori fu
MIN
unilo ad Amalti. Per sua morie
Gregorio XVI nel concisloio de'So
selleuibre i83i preconizzò 1' odier-
no vescovo moMsigtiur Mariano
Bianco napoletano, Inislalandolo da
Nicotera e Tropea. Le rendite del-
l'arcivescovo ascendono ad annui
ducali 3i)Oo.
Mli\SCKO o MINSK ( Min-
icea). Ciltìi con residenza vescovile
de' rili ialino e greco -ruteno di
Liluaiìia, nella Rusiiia europea, ca-
poluogo di governo e di distiello,
a 80 leghe da Pietroburgo, e 1 5o
da Mosca, sullo Svislolch. Vi risie-
dono ancora un arcivescovo greco
scismatico, che ha molte chiese, il
governatore e le principali autorità
del governo di Minsk, tonnato da
una parte dell' antica Polonia^ con*
fjuante con quelli di Vileb^k, Mo-
hilow, Tchernigow, Kiovia, Voli-
iiia, Grodiio e Vilna. Questo go-
verno formato nel 1793 corrispon-
de all' antica woiwodia lituana di
Minsk, ed a qualche porzione di quel-
le di Vilna, Polo/keNovogrodek. La
città di Minsk è irregolarmente fab-
bricata, ha due castelli, molte chie-
se greche, greche-unile e catloiiche,
un' abbazia di monaci greci-uniti ,
una sinagoga, un ginna>io, molle
jàbbriche di |)anni e cappelli, e va-
rie concie. Conia più di 3o()o abi-
tanti, molti de' quali sono ebrei. Si
ignora l' epoca della Ibndaziune di
questa città; i principi russi Izias-
lav, Sviatoslav e Vsevelod, iigli del
grande Jaroslav, la presero nel
1066, trucidarono la po[)olaziune
mascolina, e condussero schiavi le
donne e i fanciulli. Sotto il go-
"verno polacco Minsk fu il capo-
luogo di un palatinato e di un
distrello, ed ebbe uu collegio di
gesuiti. 1 russi la tolsero alia Polo-
nia uel ^656, e fu presa dai fvau-
MIN 20 1
cesi agli 8 luglio 1812. 11 distret-
to trovasi nella parte occidentale
del governo ; vi sono gran foreste,
e si alleva molto bestiame di bella
razza.
La sede vescovile fu eretta da
Pio VI. Abolite dai russi quelle di
Smolensko e di Livonia, Caterina
11 ottenne da quel Papa l'erezione
di Mohilow in arcivescovato latino,
ed essendo stata distrutta da essa
la sede latina di Kiovia, il suo (i-
glio Paolo 1 dando pace alla Chie-
sa cattolica non ardi ristabilirla ;
ma quasi in compenso, col consenso
di Pio VI, fondò il vescovato di Minsk
in Lituania rutena, mediante il dele-
gato apostolico arcivescovo Lorenzo
Lilla. La bolla di erezione data dalla
certosa di Firenze a' 17 novembre
1 798, Mttxiinis iindique pressi, si
legge nel voi. XIII, p. 289 e seg.
degli Annali dtlle scienze religiose,
in un a quelle di Pio VII intorno
agli all'ari religiosi in Russia e sedi
vescovili. Dell'istituzione del vesco-
vato di Minsk, ne trattano ancora il
Baldassarri, Relazione de' patimenti
di Pio fi, t. Ili, p. j66; ed il
eh. p. Theiner, P icende della Chie-
sa p. 5oo e seg. 11 vescovato fu
dichiaralo sulFraganeo di Mohilow
(f^edi), e si formò del governo di
Minsk, separandolo dalla diocesi di
Vilna, con annuo assegnamento di
seimila rubli. La calledrale si eres-
se in onore di Dio, del ss. Nomo
di Maria, e de' ss. Pietro e Paolo;
per episcopio venne assegnato il
convento de' domenicani : il semi-
nario aveva dodici seminaristi. Il
numero de' regolari ascendeva a
423, ed erano i benedettini, i ben-t
fratelli, i cappuccini, i carmelitani,
i cistcrciensi, i domenicani, i fran-
cescani, i missionari, gli scolopi, i ca-
nonici regolari latcraueusi, i triuitaf
aoj MIN
ri, e quei del lerz'ordioe. Cinquan-
ta erano i conventi della diocesi ;
i monasteri delle monache undici,
cioè benedettine del tera' ardine, ci-
sterciensi, domenicane e serve di
Maria, essendo le religiose 77. I servi
addetti ai villaggi del clero secolare
erano 7220 ; i suoi capitali, rubli
4i,io4; le sue annue rendite, rubli
17,000. I servi addetti ai villaggi
del clero regolare d' ambo i sessi,
erano 8866 ; i suoi capitali, rubli
193,120; le sue annue rendite, ru-
bli 61, 544* ^1 pi"' ino vescovo di
Minsk di rito latino fu Giacomo
Dederko, fatto da Pio VI li i5 no-
vembre 1 798, già canonico maggio-
re della chiesa di Vilna, non che
preposito infulato dell' insigne col-
legiata della chiesa Oliceuse. Per
sua morie, Gregorio XVI nel con-
cistoro de' 28 febbraio i83i, no-
minò r odierno vescovo monsignor
Matteo Lipski dell' arcidiocesi di
Mohilow, traslatandolo da Aurielo-
poli in partibus. 11 suflìaganeo va-
ca, ed a' 26 settembre 18 14 P'o
VII avea fatto suffraganeo e vesco-
vo di Camaco in partibus Gio.
Battista Masclet di Dovia. Avvi
pure un vescovo di rito greco-uni-
to, e le Notizie annuali di Roma
registrano dal 18 18 e tuttora mon-
signor Giuseppe Holownia dell' or-
dine di s. Basilio.
La cattedrale di gotica struttura
è sotto r invocazione della Beata
Vergine Maria. 11 capitolo si com-
pone di sei dignità, cioè il prepo-
6lo, ch'è la prima, l'arcidiacono, il
decano, lo scolastico, il custode, ed
il cantore ; di sei canonici e di al-
tri preti e chierici addetti al servi-
gio divino. Nella cattedrale vi è il
Baerò fonte^ e la cura d' anime si
esercita da un parroco. Vi sono
pure cinque coufralei-mle e tre u*
MIN
spedali. Il p. Theiner, Vicende della
Chiesa, all'erma che i fedeli ascendono
a 23 1 ,869, ma i divorzi sono frequen-
tissimi, pel danno recato dall'arcive-
scovo di Mohilow Stanislao Siestrzen-
cewicz. La diocesi è ampia, e con-
lenente molti luoghi, con 91 par-
rocchie, 48 succursali, e 174 cap-
pelle. Ogni nuovo vescovo è tassa-
to ne' libri della camera apostolica
in fiorini 33, essendo le rendite
700 nuinmoru/n aureonun illius
vionetae, come leggesi neh' ultima
proposizione concistoriale.
MISTURINO, Mintuma. Città
vescovile e colonia del Lazio nuo-
vo nella Campania, oggi provincia
di Terra di Lavoro nel regno del-
le due Sicilie, sulla via Appia al
di sopra dell'imboccatura del fiume
Liri o Garigliano. Tito Livio ne
parla come d' una città antichissi-
ma. I romani se ne iuìpadronirono
per tradimento l'anno di Iloma
439, e vi mandarono una colonia,
ed altre a tempo di Cesare. E ce-
lebre couje luogo della cattura, ese-
guita nella palude, di Caio Mario :
ora non è che un ammasso di ro-
vine, di acquedotti, de' templi di
Giove e di Marica e d' aniìteatri,
che mostrano però quanto sia essa
stata considerabile e splendida, già
ricoprendo ambedue le rive del fiu-
me cui un tempo die il suo nome.
Dalle sue rovine ebbe origine Trael-
to [Vedi). La fetle vi fu predicata
ne' tempi apostolici, e nel V seco-
colo già la sua chiesa era vescovi-
le. L' Ughelli, Italia sacra t. X, p.
iSg, riporta la serie de' seguen-
ti suoi vescovi sullraganei della me-
tropoli di Capua. Cecilio Ilustico
assistette nel 499 "' concilio roma-
no adunato da Papa s. Simmaco.
S' ignorano i nomi de' successori ;
certo è che s. Gregorio I, per ve-
MIN
der la cillà desolata dai barbari,
unì la chiesa a Fonnia [Fedi). Di-
siiulta poi questa dai saraceni nel-
r 84^9 J' vescovo Coslanliuo riti-
rossi a Gaeta, quindi la sede fu
trasferita a Traetto, laonde i prela-
ti che occuparono in seguilo quel-
la sede presero il titolo di vescovi
di M inturno o di Traetto. Talaro
vescovo Mlnturnenseni fu al concilio
romano dell' 853. Giorgio vescovo
Trajeclanuni intervenne nelTSBi
al sinodo romano, contro Giovan-
ni arcivescovo di Ravenna. Andrea
s. Trajeclanae ecclesiae episcopuni
è nominato nel 954 in un documen-
to di Ottone I imperatore; dopo
il quale non trovansi più notizie di
vescovi, venendo riunita la diocesi
a quella di Gaeta. Muilurno si re-
se anco celebre pel concilio in cui
si decise, che il Papa non potreb-
be essere giudicato da chicchessia.
MINUTO Giovanni, Cardinale.
Giovanni Minuto prete cardinale di
s. Maria in Trastevere, fiorì sotto
Alessandro li del 1061, che insie-
me col cardinal Mainardo lo desti-
nò in legalo alla città di Milano,
per sterminare da essa il vizio del-
la simonia e dell' incontinenza, non
che l'eresia de' nicolaiti, che vi ca-
gionava guasti orribdi. Ivi giunto
stabilì alcune leggi adattate a con-
tenere nel proprio dovere i mini-
stri di quella chiesa. Nel 1070 pas-
sò col cardinal Pietro romano, e
con Heiinenfredo vescovo Sedunen-
se alla legazione d'Inghilterra, ove
nel sinodo di Vincesler depose Stri-
gando arcivescovo di Cantorbery,
Agelmaro vescovo di Eistat, ed al-
cuni abbati dai loro monasteri, nei
quali erano stati intrusi con aperta
\iolenza, e come convinti rei di di-
verse colpe. Alcuni scrissero che
il cuidiualc si ribellasse a s. Gre-
MIN 2o3
gorio VII, per seguire l'antipapa
Clemente IH.
MINUTOLO Eneico, Cardinale.
Enrico Minutolo patrìzio napoleta-
no, uomo dotto del pari che co-
stumato, nel i382 da Urbano VI
fu promosso al vescovato di Biton-
to, donde nel 1389 lo trasferì al-
l' arcivescovato di Trani, ed in ap-
presso passò a quello di Napoli,
chiese alle quali impartì immensi
benefizi, fabbricando tra le altre co-
se in Napoli il palazzo per 1' abi-
tazione degli arcivescovi contiguo
alla metropolitana, in cui fondò
cappelle, altari e benefizi, pe' quali
lasciò rendite considerabili, e vi fe-
ce la porla maggiore di marmo,
prodigiosa per grandezza, per le co-
lonne di porfido, per le scolture e
statue con cui l' ornò, tra le quali
venne egli rappresentato genuflesso
avanti la Madonna, con iscrizione
in versi barbari. Bonifacio IX ai
18 dicembre 1389 lo creò cardi-
nale prete di s. Anastasia, ed arci-
prete della basilica Liberiana, fa-
cendolo Gregorio XII cameilengo
di s. Chiesa. Illustrò il suo nome
per mezzo delle legazioni che sos-
tenne con prudenza e valore in
Bologna, Ferrara, Forlì e Raven-
na, dove pubblicò alcune leggi o
costituzioni molto ulili e condu-
centi alla quiete ed al buon go-
verno di quei popoli. In compagnia
di Gregorio XI l si condusse in Sie-
na, dove si trattenne per lo spazio
di cinque mesi col Papa; ma nel
gennaio del i4o9) essendo già ve-
scovo di Frascati, lo abbandonò
per passare al con'cilio di Pisa, do-
ve fu uno degli elettori di Alessan-
dro V, a cui sembrò conveniente,
che rinunziato il titolo di vescovo
di Frascati che si possedeva da
Gherardi auti-cardiuale di Beuedel-
2o4 MIR
to XIII pseudo-pontefice, passasse a
(juello dì Sabina allora vacante, e
così togliere ogni fomento di sci-
sma. Era pure intervenuto ai con-
clavi d* Innocenzo VII e Gregorio
XII, e si trovò ancora a quello di
Giovanni XXIII. Pieno di gloria
morì nel i4i2 in Bologna. Tra-
sferito il cadavere in Napoli, fu col-
locato in sontuoso mausoleo, eretto
nella metropolitana dentro la cappel-
la di sua famiglia, ma senza iscrizione.
MIRA, I\]yra, Myrrha. Sede ar-
civescovile metropoli della Licia,
nell'esarcato d'Asia, già città con-
siderabile, ora villaggio della Tur-
chia asiatica dell' Anatolia nel san-
giacato di Meìs, chiamato anche
Strumeta, fabbricato sulle rovine
dell' antica e celebre città, la quale
conje tante altre soggiacque al do-
minio de' saraceni nel secolo XI,
quindi decadde dalla sua importan-
za. £ situata sopra una collina
suir Andraki, con buon porto, che
si getta in vicinanza nel Mediterra-
neo, Di tale città ne fanno menzio-
ne Straboqe , Plinio e Tolomeo.
L'apostolo s. Paolo essendosi con-
dotto a Roma per mare, approdò
in Mira, secondo la versione siriaca
degli Ani apostolici, ma in Listri
secondo la volgala latina. Tuttavol-
ta si ritiene aver s. Paolo fatto co-
noscere nella Licia Gesù Cristo col-
le sue predicazioni. La città fu da
principio la sede d'un semplice ve-
scovato sulIVagaiieo d'Iconio, in-
di nel secolo IV venne eretta in
metropoli della novella Licia sotto
r imperatore Teodosio li, ed esar-
cato di Licia nel secolo Xlll. F'u-
rono sue sudiaganee le seguenti
trentasette sedi vescovili. Telmisso,
Limira, Araxa, Podalea, Tatta, Ze-
nouopoli, Olimpo, Otla o TIos, Co-
ridalo, Canna o Cunnus, Acraso,
MIR
Xanto, Bobu o Sofìanopoli, Marliana,
Coma, Fello o Phello, Antifello,
Phaselis, Rodiopoli, Acamiso o A-
calisando, Acanda, Palara, Comba,
Carbura, Nasa o Nisa o Nissa, Ca-
iinda, Aprilla, Oricanda o Aricna-
da, Arnia, Sidima, Onurda o Ono-
mida, Candano o Cardamo, Pallio-
ta o Giustinopoli, Eudocia, Mele-
sa, Lebisso e Pacando. Ne fu pri-
mo vescovo s. Nicandro martire,
ordinato da s. Tito discepolo di s.
Paolo. Nicola L Nicola II, cioè s.
Nicolò celebre vescovo di Mira, na-
tivo di Patara^ abbate d' un mo-
nastero presso Mira, le cui ossa si
venerano a Bari, al quale articolo
dicemmo come vi furono traspor-
tale dalla Licia. Taziano che in-
tervenne al primo concilio di Co-
stantinopoli. Sereniano che fu al
concilio generale d' Efeso. R.omano
intervenne al secondo Efesino. Pie-
tro fu al concilio Calcedonese. Fi-
lippo sottoscrisse il V sinodo. Po-
lidecto fu al VI. Teodoro I. Nicola
111 si recò al VII sinodo. Nicela e-
retico dell' 825. Teodosio fu al
concilio in cui si ripristinò Fozio,
Leone visse sotto Michele Cerula-
rio. Teodoro II del 1 143. N. del
li5i. Cristoforo del 1166. Eusta-
zio traslato a Tessalonica a tempo
di Manuele Gomneno. Matteo XIX
vescovo o arcivescovo. Oriens christ.
t. I, p. 965. Mira fu ancora sede
d' un arcivescovo greco : fu 1' ulti-
mo monsignor Massimo Mazium, da
Gregorio XVI il primo febbra-
io del i836 traslato al patriarcato
d'Antiochia de' greci MelcInLi [Fedi).
Mira, Myren, al presente è un
titolo arcivescovile in parlibus, il
quale ha sotto di sé i titoli vesco-
vili pure in parlibus di Limira^
PatBrea, Sidima, TIoa o TIos, Tel-
messo, Antifello e Rodiopoli. Gre*
M I R
goiio XVI nominò gli ultimi due
arcivescovi, cioè Nicola Ferrarelli
canonico Liberiano e segretario del-
ia congregazione della visita, nel
detto concistoro del primo febbraio
)836, traslato da Marronea; e per
sua morte monsignor Pietro Anto-
rio Garibaldi genovese, già inter-
nunzio di Parigi, canonico vaticano,
cliierico di camera, protonotario a-
poslolico, fatto nel concistoro dei
22 gennaio i844> consecralo in s.
Pietro dal cardinal Lambruscliini,
odierno nunzio apostolico di Napo-
li per nomina del lodato Pontefice.
Mira, sebbene titolo in partihiis, a-
\ea la dote di dieciotto Luoghi di
Monte (^P^edi) e 99 centesimi , i
frutti de' quali ascendevano a scudi
56 e bai. 91, in favore degli ar-
civescovi prò tempore. Ma Benedetto
XIV, dopo la morte dell'arcivesco-
vo Nicolai, nel 174^ trasferì la sud-
detta dote annua alla cbiesa arci-
■vescovile di Tarso, indi alla palri.ir-
cale di Costantinopoli. Tale istitu-
zione della dote rimonta al 1682,
per decreto d' Innocenzo XI fatto
nel concistoro de' 2 maggio, per
cui furono depositati scudi duemi-
la pei suddetti luoghi di monte. E-
siste un mss. con questo titolo :
Elucuhratio parva super qnosdam
libros Sinenses ab archiepiscopo My-
rensi de Nicolais.
MIRACOLO, Mìraculum, por-
tenlum, oslentuni, prodigium. Cosa
soprannaturale, opera eil effetto che
non si può fare se non da Dio, e
per sua virtù ad intercessione della
Beata Vergine, dei santi, e di quei
servi suoi che vuole glorificare con
tratti di sua onnipotenza ; può ser-
virsi di altri come istromenli per
confermare una verità speculativa
o pratica. I miracoli sono quegli
avvenimenti memorandi superiori
M ! R 20')
alle leggi della natura, co' quali la
divina onnipotenza volle e vuole
manifestare e autenticare la verità
annunziata ai popoli dai profeti
e dai santi tra lo splendore di que-
ste irrefragnbili prove. Il nome di
miiacolo significa, i." in im senso
iiffatlo generale una cosa ammira-
bile, singolare, straordinaria, che
colpisce^ che sorprende, che reca
stupore, sia eh' essa sorpassi le for-
ze delle creatine visil)ili, sia che
non le sorpassi. Siguilica 2.° in
un senso più concreto una cosa
straordinaria che sorpassa le for-
ze delle creature visibili, ma non
delle invisibili , come gli angeli
buoni o cattivi . Significa 3. in
un senso proprio e rigoroso una
cosa o un elìetfo sensibile che sor-
passa le forze di tutte le creatu-
re , tanto visìbili che invisibili ,
e che non può provenire che da
Dio operando secondo le leggi su-
periori a quelle della meccanica del
mondo, giacché Dio ha stabilito
delle leggi ordinarie e generali che
regolano tutti i movimenti, i quali
formano questo bel meccanismo del
mondo, cui fu dato il nome di na-
tura, e delle altre straordinarie e
particolari secondo le quali produ-
ce effe' ti che soipassano 1' ordine e
le forze di tutta la natura; e nul-
r altro fuori di ciò eh' è prodotto
in conseguenza di queste ultime
leggi, è un vero miracolo, secondo
la dottrina di s. Tommaso, I part.
quest. I IO, art. 4> "^ corp., la qua-
le esige per un vero miracolo che
egli sorpassi l'ordine e le forze di
tutta la natura creata si visibile,
che invisibile. Si può dire nondi-
meno, secondo la dottrina dello
stesso santo dottore, che le meravi-
glie operate dagli angeli buoni o
cattivi sono miracoli in un senso
aoG
MIR
meno stretto, e per rapporto a noi,
ihiperciocchè esse sorpassano le for-
ze della natura a noi note. Ma por-
che una cosa miracolosa può essere
o contro la natura, o disopra , o
oltre, da ciò nasce la diversità dei
miracoli, che la maggior parte dei
teologi seguendo s. Tommaso li am-
mettono di tre sorta ; cioè miraco-
li contro la natura , al disopra
della natura, e oltre la natura. Un
miracolo è contro la natura quan-
do questa conserva una disposizione
contraria agli efTetti che Dio pro-
duce, come alloichè il mare si di-
vise per lasciar passare gì' israeliti;
quando il sole fermossi al coman-
do di Giosuè, e retrocedette alle
preghiere d'Isaia per provare al re
Ezechiele ch'egli sarebbe guarito.
In tutti questi casi la natura con-
servava una disposizione contraria
agli effetti che Dio produceva in
essa. Un miracolo è al disopra
della natura quando la natura non
può produrlo in alcim modo; tale
è per esempio la risurrezione d'un
morto. Un miracolo è oltre la na-
tura quando la natu''a potrel)be
assolutamente produrlo, ma non
nelle circostanze e nel modo con
cui Dio lo produce. Una persona
è pericolosamente malata. Dio la
risana all'istante, e senza alcun ri-
medio, la natura avrebbe potuto
guarirla col tempo e coi rimedi :
questo miracolo è olire la na-
tura.
Dio solo è la causa eflìciente dei
miracoli, perchè egli solo può in-
terrompere o rovesciare il corso
della natura da lui stabilito, e gli
angeli non ne possono essere che
le cause morali, ottenendoli colle lo-
ro preghiere, o le cause istrumen-
tali, concorrendovi come istrumenti
per le mani di Dio, il quale vuole
MIR
talvolta impiegarli nelle sue opera-
zioni. Lo stesso avviene de' santi,
sia prima che dopo la morte. Quan-
to ai demonii le cose straordinarie
eh' essi operano non sono che illu-
sioni ; oppure ciò eh' esse conten-
gono di vero non oltrepassa il loro
potere naturale, il che fa s'i ch'es-
se non sono, per conseguenza, veri
miracoli. Come il demonio fu vin-
to dalla morte del Salvatore, la sua
possanza è al presente legata, e lo
sarà sino alla venuta dell' Anticri-
sto. Non pertanto Iddio non gli
ha tolto al tutto il natio suo po-
tere, del quale lo lascia usare per
tentare gli uomini e indurli al ma-
le. Alcuna volta eziandio lo spirito
delle tenebre, colla permissione del
cielo, contraffa le meraviglie, che il
braccio solo dell' Altissimo opera ;
e procura di sedurre i mortali con
fantasime ingannatrici. Ma in que-
ste occasioni egli si smaschera sem-
pre da qualche canto, per cui è
agevole travedere l' impostura, e
distinguerla dall' opera di Dio, il
quale ispira l'umiltà a chi egli si co-
munica in modo straordinario, men-
tre il demonio ai suoi slromenti
insinua la superbia. Il fine primo
e generale de' miracoli è la gloria
di Dio. I fini secondari che lutti
si riferiscono a quel primo, sono o
la conferma della dottrina che ri-
guarda sia la fede, sia i costumi,
o r attestnzione della santità di
qualcuno, od i benefizi accordati
agli uomini tanto spiriluali, che
temporali, o la vendetta divina.
1 veri ed i falsi n)iracoli dill'erisco-
no dal lato del principio, del fine,
dell'efllcacia, della durata, delia uti-
lità, della maniera e della natura.
Essi dilferiscono dal lato del prin-
cipio. I veri miracoli hanno Dio
per autore, ed i falsi non lo hanno;
MIR
dal Iato del fine, i veri miracoli si
fanno per rassodare la fede, rifor-
mare i costumi, attestare la santità
di qualcuno, ed i falsi per corrom-
pere la fede o i costumi ; dal lato
dell'efficacia e della durata, i veri
sono reali e permanenti, i falsi pas-
seggieri ed illusorii; dal lato dell'uti-
lità , i veri recano profitto agli
uomini, mentre i filisi sono ad essi
nocivi ; dal Iato della maniera, i
veri si operano ordinariamente per
intercessione de' santi , i falsi per
gì incantesimi, le profanazioni e le
superstizioni ; dal Iato della sostan-
za , i veri sono o contro, o al di-
sopra, o almeno oltre la natura ; i
falsi non eccedono le forze naturali
dell'agente che li produce. Per e-
vitare la frode e 1' illusione nei
miracoli, il concilio di Trento ses».
0:5, de invoc. vener. et reliq. sa ri et.
et sacr. imng.^ ha saggiamente stabi-
lito, che non ne sarebbero ammessi
de'nuovi, a meno che essi non fos-
rero riconosciuti ed approvati dal
vescovo aiutato dal consiglio di al-
cuni pii e dotti teologi. Intorno a
che è d'uopo osservare, che il po-
tere di approvare nuovi miracoli
attribuito agli ordinari dal concilio,
non riguarda che i santi già cano-
nizzati o beatificati, e non le per-
sone eminenti in virtù, ma non
per anco canonizzate o beatificale ;
giacché se gli ordinari avessero il
diritto di pubblicare e di proporre
ai popoli i miracoli che si altri»
buiscono all'intercessione di questa
sorta di persone, essi avrebbero altre-
sì il diritto d'indurre il popolo fi
render loro un culto religioso, eh' è
ima conseguenza della santità at-
testata dai miracoli, il che non ap.
partiene che alla Sede apostolica.
Coi miracoli si provò dai nostri
maggiori la verità della religione
MIR "iof
cristiana ; il principale mlrncolo per
ciò provare è la risurrezione di
Cristo. I prodigi furono quelli che
uniti alla dottrina predicata dal
Salvatore ne provarono la verità
e ne attestarono la sapienza ; laon-
de i piodigi fiu'ono e sono ancora
una delle più forti prove di nostra
religione. Al tempo della primitiva
Chiesa furono più necessaii i mira-
coli, di quello che sia a' tempi no-
stri, perchè gli apostoli ed i suc-
cessori loro aveano a trattare coi
greci e romani, gente colta e dot-
ta , i quali se non avessero visti
miracoli fatti in conferma del van-
gelo, non si sarebbei-o mai dispo-
sti a crederlo ed accettarlo ; ed ai
tempi di Giuliano I' apostata. Dio
illustrò la sua Chiesa con molli e
strepitosi miracoli. Dei miracoli che
si facevano ne' sacri templi, si so-
levano formare ne' primi secoli dei
libretti, i quali si leggevano in
chiesa. I filosofi platonici al nascere
del cristianesimo ricorsero al potere
della magia, ma non impresero a
far miracoli in pubblico, benché
questo fosse l'unico modo per far-
li credere. Gli storici che riferi-
rono tali pretesi prodigi, loro uni-
co scopo fu di screditare maligna-
mente i miracoli che provavano la
divinità della religione cristiana, al
quale scopo adoperarono ìì impo-
stiu-a e le illusioni della maqia.
^fc/< Benedetto XIV, De serv. Dei
beat. t. Il e IV ; e Spagni, De.
miraculix, Fiomae 1777.
Del tanto decantalo magnetismo
animale si giovano in ispecial mo-
do i razionalisti, ad ispiegare le stu-
pende miracolose gesta de' profe-
ti, degli apostoli, di Cristo , e di
quanti si ebbero fama di tauma-
turghi cristiani , per togliere cosi
di mezzo quel motivo di credibili-
5o8 MIR
tà potentemenle fondato sui mira-
coli di nostra siinta religione. In
oggi i proièti sono dai sedicenti fi-
losofi riputati come i primi magne-
tÌ7zalori dell'antichità; segreto che
essi dicono pur conosciuto da Ge-
sù Cristo e dagli apostoli. Il famo-
so Mesnier riducendo a sistema il
magnetismo animale, sotto altre for-
me rinnovò le imposture e i va-
neggiamenti degli antichi per illu-
dere la mollitutline, come fecero i
maghi dell'Egitto. Se il magnetismo
anin)ale fosse slata la vera cagione
di tante stupende e miracolose ge-
sta di Gesù Cristo quante ci nar-
rano i libri sacri, converrebbe neces-
sariamente concludere che le gua-
rigioni da lui operate attribuir si
dovessero a umana potenza e non
a virtù superiore alle forze della
natura. Ma ciò non potrà gifimniai
dimostrarsi dai seguaci di Mesmcr:
anzi, esaminati i principii e le dot-
trine più solide dell' arte salutare,
si vede ad evidenza, che le opere
di Ciisto eccedono di gran lunga
quelle risorse che in pari circostan-
ze potrebbe dare la natura abban-
donata a sé stessa, o la scienza ippo-
cratica. Il nostro divin Maestro non
poteva nella sua santità operare
le istantanee £;uari"ioni con mezzi
contrari alla buona morale, siccome
fa il preleso magnetismo animale,
dal cui esercizio derivano infiniti
danni alla società. In fatti si legga
il rapporto compilato dal celebie
Bailly, in nome della commissione
dell'accademia reale delle scienze e
della facoltà di medicina in Parigi,
e si vedrà con quanta ragione deb-
bansi attribuire i fenomeni mesme-
riani a lult'altro che al magnetis-
mo animale, e chiamar V uso di
questo un ritrovamento nemico al
bea essere delia società e al can-
MIR
dor de'costumi. Se dunque i feno-
meni detti l<fs-crìses non sono ef-
fetto del magnetismo animale, se
il sonnambulismo artificiale è una
impostura, se le guarigioni opera-
te da Cristo eccedevano il potere
umano, se non riuscì a Mesmer di
produrre i prodigi di Cristo, do-
vià necessariamente coiichiudersi
col dolio monsignor d. Vincenzo
Tizzani odierno vescovo di Terni,
che il magnetismo animale è una
nuova veste data ai delirii degli
antichi, e che i miracoli di Cristo
non possono in alcun modo spie-
garsi col mesmerismo. Veggasi il
Discorso istorico-critico sul magne'
tismo animale, pubblicato dal loda-
to prelato in Roma nel 1842 con
molto plauso.
MIRAMIONE. Congregazione di
donne, le quali senza far voti si
dedicavano ad istruire le donzelle
de! loro sesso, ed alla cura delie
inferme. Furono fondate a Parigi
nel i665 sotto il nome di comuni-
tà di s. Genoveffa, da Maria Bon-
neau dama di Miramion, acciò le
sue religiose istruissero le donzelle
per formarne delle maestre per la
campagna, e per assistere le donne
povere spiritualmente e corporal-
mente, massime le inferme e ferite,
niedicarle e salassarle. La fonda-
trice piamente morì nel 1696.
xMlRANDA {Mirandcn). Città ve-
scovile di Portogallo nella provincia
di Trasos-Montes, capoluogo di
Comarca , 12 leghe da Bragan-
za, e 92 da Lisbona, posta su di
una rupe al confluente e sulla riva
destra del Duero o Douro, per cui
si chiama Miranda de Douro per
distinguerla da altre dello stesso
nome. Ha vecchie fortificazioni, in
parte rovinose, due ospedali, e
qualche stabilimento scientifico
MIR
primeggiano tra gli edlfizi 1* antica
cattedrale ed il seminario. Teneva
il quarto posto nelle assemblee del-
la corte, e conta circa 5ooo abitan-
ti. Questa città sembra aver porta-
to un tempo il nome di Contìum
o Contia. Distrutta dai barbari, fu
di nuovo riedificata nel ii36 da
Alfonso I. Gli spagnuoli l'assedia-
rono nel 1762, e in tale incontro
saltando in aria un magazzino di
polvere furono danneggiate in par-
te le mura. In un paese alpestre
e montuoso, la comarca, situata
nella parte orientale delia provincia,
contiene più di 82,000 abitanti. La
sua posizione è di grande impor-
tanza, essendo da essa agevole l'en-
trata nel regno di Leone, e perchè
posta tra due fiumi il Douro e la
Fresne.
La sede vescovile ad istanza di
Giovanni 111 re di Portogallo fu
istituita da Paolo HI nel i54^, il
quale eresse in cattedrale la chiesa
parrocchiale dedicata a Maria Ver-
gine, fondando il vescovato colle co-
piose rendile del monastero de' be-
nedettini di Castro d'Avelans, colla
rendita di diecimila scudi, e 3i4
parrocchie in 22 leghe di lunghez-
za, dichiarando la sede suITraganea
della metropoli di Braga, da cui
aveva dismembrato i luoghi per
formar la diocesi. Ne furono vesco-
vi Torribio Lopez elemosiniere del-
la regina Caterina, e Giorgio de
Messiot trasferito a Coirabra ; e per
gli ultimi nomineremo, Diego Mar-
ques de Mouratto di Lisbona, fatto
vescovo nel 1740 da Benedetto XIV,
il quale gli die nel 1750 in coa-
diutore con futura successione Gio,
dalla Croce di Lisbona, già vescovo
di s. Sebastiano del Rio Gennaro,
e di fatto successe nel 1753 ; fr.
Alessio de Miranda Uenriquez do-
VOI,. XLV.
MIR 209
menicano di Lisbona, preconizzato
da detto Papa nel 1758 ; Emma-
nuele de Vasconcellos Pereyra del-
la diocesi di Lamego, dichiarato nel
1770 da Clemente XIV; Michele
Antonio Barreto de Menesez della
diocesi di Braga, nel 1778 traslato
da Braganza da Clemente XIV, e
fu r ultimo vescovo di Miranda. Ad
istanza della regina Maria I, il Pa-
pa Pio VI colla bolla Romanus
Pontìfex, de' 27 settembre 1770,
Bull. Roni. Contìnuatio y t. VI, p.
253, soppresse la sede vescovile di
Miranda e la trasferì in Braganza
[Fedi)y pur sulìragaoea di Braga,
eretta in vescovato da Clemen-
te XIV , una delle città più an-
tiche del regno , i cui duchi di-
vennero re di Portogallo, casa che
tuttora regna. La cattedrale di Mi-
randa divenne collegiata insigne,
con undici canonici, ritenendo il
titolo vescovile, e concedendo Pio
VI ai canonici 1' uso della mozzet-
ta. Ecco la serie de' vescovi di
Braganza e Miranda. De Menesez
mentovato, fatto primo vescovo di
Biaganza da Clemente XIV a' 6
agosto 1770. Bernardmo Pinto Ri-
beiro Seixas della diocesi di Braga,
preconizzato vescovo di Braganza
da Clemente XIV a* 12 luglio 1778,
indi primo vescovo di Braganza
e Miranda. Antonio Lodovico de
Veiga-Cabral da Camera, della dio-
cesi di Braga, eletto nel 1798 da
Pio VI. Giuseppe Maria di s. Anna
Noronha, dell' ordine di s. Paolo
primo eremila, di Lisbona, dichiara-
to da Leone XII nel 1824. Per
sua morte il re d. Michele I nomi-
nò r odierno monsignor Giuseppe
Antonio da Silva Rebello, della con-
gregazione della missione, nato in
s. Caterina nel patriarcato di Li-
sbona, da Gregorio XVI preconizza-
i4
2IO MIR
lo vescovo di Brajj;anza e Miranda
nel concistoro de' 2 luglio i832.
La rendila episcopale è di scudi
25oo.
MIRANDOLA, Mìrandula. Città
cospicua del ducato e distretto di
Modena , capoluogo di cantone.
Assai antica, un tempo fu ben for-
tificata e difesa da un castello^ ma
le sue fortificazioni sono ora pres-
soché rovinate. Vi sono diverse bel-
lissime chiese, ed è rimarchevole la
principale; ampie e regolari so-
no le vie, dovendosi la sua ma-
gnificenza ai Pico ; conta più di
3ooo abitanti. Era anticamente la
capitale d' un ducato del suo no-
me, dipendente dall'impero, e tut-
tora ne porta il titolo di duca
quello di Modena suo sovrano. La
signoreggiò la celebre famiglia Pi-
co, dalla quale uscì Giovanni chia-
malo la ll'nice degl'ingegni del suo
secolo , siccome famoso pel suo
straordinario sapere, cognizione del-
le lingue, e amore alle scienze, che
celebrammo nel volume XXXVIII,
p. i-zg del Dizionario ed altrove.
Avendo Innocenzo Vili condannato
la sua opera. De omni re scibili,
Giovanni spiegò qual fosse il suo
retto sentimenlo, per cui l'approvò
Alessandro VI con bolla de'i3 giu-
gno 1493. D'allora in poi Giovanni
avendo corrello lo spirito ardente
che trasportava il suo prodigio-
so talento alle novità, si applicò
allo studio de' libri santi, e tre an-
ni prima di sua morte rinunziando
al principato, si lilirò in una casa
di campagna, ove datosi agli eser-
cizi di pietà e penitenza , in essi
morì d' anni 33 in Firenze nel
i494» terminando i suoi giorni
coir abito de' domenicani da lui
sempre amali. Le sue opere furo-
no pubblicale più compiutamente
MIR
in Basilea nel 1573 e 1607, insieme
colla sua vita scritta da Gianfraa-
cesco Pico suo nipote, e coll'apolo-
gia di sua condaima. Francesco Pi-
co della Mirandola feudatario dello
stato di Modena, si rese indipen-
dente nella Mirandola, di cui gli
antenati suoi possedevano il castel-
lo da parecchie generazioni in poi :
divenuto nel i3i2 podestà di Mo-
dena, come lo era stato nel 11 18,
Manfredi Pico, si fece capo de'ghi-
bellini, e vendè Modena a Passeri-
no Bonacossi signore di Mantova.
Le fortificazioni di Mirandola es-
sendo stale assai ragguardevoli, atti-
rarono sovente le armi straniere. Pas-
serino Bonacossi signore di Manto-
va, per riprendersi il denaro paga-
to per Modena, dopo aver morto
Francesco Pico onorato del titolo
di vicario imperiale, e due suoi
figli, le distrusse nel i33o. Nicolò,
altro figlio di Francesco, scampato
alla strage, potè vendicarsi quando
i Gonzaga cacciarono i Bonacossi.
Francesco HI della Mirandola fu
creato nel i4'4 conte di Concor-
dia dall' imperatore Sigismondo .
Quindi la Mirandola nelle rivolu-
zioni e vicende guerresche di Lom-
bardia soggiacque ad assedi e vi-
cende. Ma il più famoso assedio fu
quello con che la strinse il Papa
Giulio II in difesa di Giovanni Fran-
cesco III Pico, per espellerne i fran-
cesi, e Galeotto II ch'erasene im-
padronito. Agli articoli Giulio II,
e Milizia pontificia, dicemmo co-
me quel gran Pontefice alla testa
dell* esercito, tra le fulminanti ar-
tiglierie, con tre cardinali, trionfan-
te entrò nel i5ir per l'aperta
breccia nella piazza. Nel i532 Ga-
leotto II tornò ad occupar la Mi-
randola, uccidendo lo zio Giovanni
Francesco III col cugino Alberto:
Min
indi si sottomise alla protezione
della Francia, e poi nel i548 cede
lii Mirandola ad Enrico li median-
te un compenso, laonde divenne
piazza d'arme de' francesi. Tulta-
\olta nel i55i la casa d'Austria
la fece restituire a Luigi Pico fi-
glio di Galeoflolf. Morto nel i574>
il di lui figliuolo Federico assunse
i titoli di principe della IMirandola
e marchese di Concordia. Dipoi il
suo fratello Alessandro I Pico fu
dall' imperatore Mattia nel i6ig, o
meglio dall'imperatore Ferdinando
II, proclamalo duca di Mirandola e
principe di Concordia, borgo del
ducato di Modena con più di 9.5oo
abitanti, che assediandola poi i fran-
cesi nel 1704, s'incendiò il palaz-
zo di delizie de* duchi della Miran-
dola; Suo nipote Alessandro 11 re-
gnò dal i63i al 1691 ; essendosi
portalo in Roma nell'anno santo
i65o, alloggiò nel noviziato de'ge-
suiti. Di tre anni gli successe il ni-
pote Francesco Maria, che nella
guerra della successione di Spagna
prese le parti dei Borboni. Quindi
nel 1701 Mirandola fu occupata dai
tedeschi, ed in vicinanza i francesi
e gli spagnuoli uniti furono scon-
fini dagl'imperiali nel 1708. I pri-
mi la presero nel 170^, ma l'eva-
cuarono nel 1707. Per decreto del
consiglio aulico di Vienna, Fran-
cesco Maria perde i suoi stati, men-
tre Clemente XI creò cardinale
Lodovico Pico de' duchi di Miran-
dola. Come feudo dell' impero ,
Giuseppe I o Carlo VI nel 171 1
\enderono gli stali per 200,000 do-
bloni, o 600,000 scudi come altri
dicono, al duca di Modena Rinaldo
d'Este, che u' ebbe l'investitura
a' 12 marzo, riliiandosi la nobilis-
sima famiglia Pico in Francia, aU
tri scrivono in Spagna ove il duca
MIR III
fu fatto cavallerizzo maggiore da
Filippo V. Gli spagnuoli assediaro-
ro la Mirandola nel 1785 , ed il
re di Sardegna la prese nel 1742,
ma fu restituita al duca di Mode-
na nel i74'^> i'i conseguenza del
trattato d' Aquisgrana.
MIRANDOLA Lodovico Pico ,
Cardinale. Lodovico Pico de' duchi
della Mirandola, dopo essersi tro-
valo, a cagione dell'assedio posto
dai francesi alla sua patria, nelle
più critiche e dolorose circostanze,
se ne fuggii prima a Bologna, e poi
a Roma, donde portatosi a Vienna
ottenne dalla liberalità dell' impe-
ratore un sufficiente mantenimen-
to. Restituitosi a Roma fu tosto da
Clemente XI nel 1 70 t annoverato
nel numero de' prelati, e subito
ammesso tra i chierici di camera,
e dopo due anni promosso a mae-
stro di camera, indi a maggiordo-
mo col titolo e grado di patriarca
di Coslanlioopoli. In questi impie-
ghi avendo ricevuto la sua virtù
maggior risalto dallo splendore dei
suoi natali, Clemente XI a' 18 mag-
gio 17 12 lo creò cardinale prete
di s. Silvestro in Capite. Lo ascris-
se alle principali congregazioni di
Roma, tra le quali nomineremo
quelle del s. offizio, del concilio e
di propaganda, e nel 17 17 lo di-
chiarò vescovo di Senigallia, chiesa
che per delicatezza di coscienza ri-
nunziò passati sei anni, con infini-
to dolore de' buoni, avendo lasciati
esempi preclari di tutte le virtù,
massime di specchiata innocenza
de' costumi. Essendo vescovo pro-
mosse con instancabile zelo la gran-
ri' opera della dottrina cristiana, ed
eresse due conservatori!, uno per le
donzelle o orfane pericolanti, l'al-
tro per le femmine convertite, che
con generosa pietà e beneficenza
ais MIR
manteneva del proprio^ studiando
sempre tutte le maniere possibili
onde promovere la salute delie a-
nime e la gloria di Dio. Tornato
a Roma fu fatto arciprete della ba-
silica Liberiana, e prefetto della
congregazione delle indulgenze, e
dimesso il primo titolo passò suc-
cessivamente nell' agosto 174° al
vescovato di Porto. Mori in Iloma
nel 1 743 placidamente, dopo una
lodevole vita d' anni 64, essendosi
trovato presente ai conclavi d' In-
nocenzo Xlir, di Benedetto XII f,
di Clemente XII e Benedetto XIV,
ed ebbe onorevole sepoltura nella
nuova chiesa del Nome di Maria
a Colonna Traiana, di cui era sta-
to insigne benefattore, dove innan-
zi all'altare maggiore fu posta una
lapide ben ornala collo stemma
gentilizio ed il suo nome. Il cuo-
re poi, giusta la sua testamentaria
disposizione, venne collocato nella
chiesa di s. Prassede, in cui dal
cardinal Quirini gli fu eretta una
elegante inscrizione.
MIREPOIX, Mirapicum. Città
vescovile di Francia nella contea
di Foix, nell'alta Linguadoca, di-
partimento dell' Arriege, circonda-
rio di Pamiers, capoluogo di can-
tone, sulla riva sinistra del Lers,
in amena situazione, distante i5o
leghe da Parigi. Ha un ospedale,
la cattedrale dì s. Maurizio, e qual-
che altro rimarcabile edifizio. Gli
abitanti si occupano del taglio di
una pietra nera e lucida detta
jayet, di ferro scavato ne' dintorni,
e di carbone fossile. Anticamente
fu la capitale del picculo paese del
suo nome, indi eretta in marche-
sato nel XVI secolo. Fortificata ed
occupata nel XIII dagli albigesi, i
crociati la presero sotto il coman-
do del conte di Foix, e la diero-
MIR
no Q Guido di Levis uno de' loro
capi, donazione che confermarono
i re di Fi'ancia, ed a questa fami-
glia ne rimase il possesso sino al
tempo della rivoluzione. Giovan-
ni XXII nel i3i7 eresse la sua
parrocchia in cattedrale , suffra-
ganea di Tolosa, dichiarando primo
vescovo Raimondo d' Alhon nel
i3i8, già abbate di s. Saturnino di
Tolosa, che mori nel iZiS. 11 Pa-
pa gli die in successore il proprio
nipote Jacopo del Forno, traslatan-
dolo nel i326 da Pamiers, ìndi
nel i32 7 lo creò cardinale, e nel
1334 occupò la sua sede col nome
di Benedello XII [P'edi), veneran-
dolo la Chiesa per beato. Quanto
a' suoi successori fino u Luigi di
JVogaret, nominato nel 1629, veda-
si la Gallia christ. t. II. Gli ulti-
mi vescovi poi furono Giambat-
tista Campflour di Clairmont, fatto
vescovo nel 1737 ; e Francesco Tri-
stano de Cambon di Tolosa, eletto
nel 1768. Dopo lunga sede vacan-
te. Pio VII soppresse il vescovato
col concordato del 1801. Il suo ca-
pitolo consisteva in quattro dignità,
con dodici canonici; eranvi tre mo-
nasteri, e la diocesi conteneva 60
parrocchie.
MIRICIA, Myricium. Sede vesco-
vile della Galazia seconda, nell' e-
sarcato di Ponto, sotto la metro-
poli di Pessinunte, eretta nel IX
secolo. Si vuole chiamata ancora
Tliermas s. /égapii %>el Àgapeli. Ne
furono vescovi Elpidio 1 intervenu-
to al concilio di Calcedonia; Elpi-
dio II che sottoscrisse ai cationi in
Trullo ; e Michele che trovossi al
concilio pel ristabilimento di Fozio.
Oriens christ. t. 1, p. 497-
MIRINA o MIRINO, flfyrina. Se-
de vescovile della prima provìncia
d' Asia nell'esarcato del suo nome.
MIR
sotto la n)etropoli d' Efeso, eretta
nel secolo V. Situata presso il ma-
re nell'Eolia, ebbe un porto, secon-
do Strabone e Pomponio Mela ,
indi andò in rovina. Ne furono ve-
scovi Doroteo che sottoscrisse al
concilio d' Efeso ; Proterio che fu
al concilio di Calcedonia; Giovan-
ni che sottoscrisse ai canoni in
Tiullo; e Cosimo che trovossi al
VII concilio generale. Orieiis cliiisl.
t. I,. p. 7o5. Al presente Mirina o
Mirino, Myrinen, è un titolo ve-
scovile ili parlibua, sotto 1' arcive-
scovato litolare d'Efeso. JNel 1825
Leone Xll lo conferì a monsignor
Giovanni Ryan, divenuto nel i83i
vescovo di Limerich; e Gregorio
XVI il primo febbraio i836 a
monsignor Pietro India palermita-
no, cantore della cappella di Pa-
lermo con cura d' anime, e della
medesinìa vicario generale.
MIRIOFIDI oMIR10FlTI,;j/y-
riophilus. Sqì\& vescovile di Tracia
della provìncia d'Europa, sotto la
metropoli d'Eraclea, eretta nel se-
colo XYI, secondo Commanville;
ma il p. Le Quien, Oriens christ.
t. II, p. II 52, dice che ne fu ve-
scovo uno di cui ignorasi il nome,
che trovossi al concilio tenuto sotto
il patriarca Geremia. Situala la cit-
tà in Romania sul mare di Mar-
mora, dice Cedreno che fu distrut-
ta dal terremoto nei 5&S. MiriofìdI,
Myriophylan , è un titolo vescovile
in parlibus^ sotto 1' arcivescovato ti-
tolare d'Eraclea, che nel secolo
passalo ebbe da Benedetto XIV,
Giovanni Nicola à' Honlheini [J^edi)
ossia il famoso Febronio. Dopo il
quale Gregorio XVI lo conferì ai
24 aprile i845 a monsignor Gian-
francesco Manfredo di Cariogena
d'America, canonico penitenziere di
quella cattedrale, esaminatore siao-
MIS ai3
dale, e deputato coadiutore con
successione al vescovo di Panama.
MISANI Ugo, Cardinale. Ugo
Misani bolognese , nelle tempora
dell'avvento 1 144> ^^^ ^^ Lucio II
creato cardinale prete del titolo
di s. Lorenzo in Lucina, Si mo-
strò padre de' poveri e avvocato
de' pupilli e delle vedove ; trovossi
all'elezione di Eugenio III, e nel
ponlificato di Anastasio IV terminò
i suoi giorni.
MISENO, Misenwn. Città vesco-
vile distrutta, antichissima nella
Campania, nel regno delle due Si-
cilie, provincia di Napoli presso
Pozzuoli, situala sopra il promon-
torio Miseno. Cuma, Baia, Miseno
un giorno famosi, ora sono una de-
serta penisola frastagliala da laghi,
onde il golfo di Napoli vien diviso
da quel di Gaeta. Al sud di Bauli
o Bacola incomincia colla ridente
pianura de' campi Elisi il territorio
Misenate, i quali si estendono sino
al piccolo lago, chiamato Stigia pa-
lude, di cui Agrippa rese il cana-
le alto a ricevere le maggiori
navi, formando col lago il Mare-
morlo, il famoso porto Misenate
diviso in tre bacini. Qui stanziarono
le flotte romane del dipartimento
dal Mediterraneo sotto gì* impera-
tori, montate per lo più da cento-
mila armali; mentre il porto à'A-
riminurn serviva a quelle dell' A-
driatico. Si riconosce quindi nella
grotta Traconaria o Draconara una
vastissima sotterranea conserva di
acqua potabile per 1' uso degli eser-
citi ; come pure si ha ragione del
nome di Miliscola dato alla spiag-
gia occidentale, che unisce il Mon-
te di Precida al promontorio Mi-
seno, cioè Militwn schola , perchè
ivi si addestravano le numerose mi-
lizie. Si controverte la posiziona
2i4 MIS
dell'antica città di Miseno e la e-
stensione del promontorio del suo
nome, e presso al circo Misenate
credono taluni di riconoscere Mi-
seno, ove sono gli avanzi di un
teatro. La città fu in gran parie
distrutta nelT 836 quando fu presa
e saccheggiata dai longobardi, ca-
pitanati da Sicardo duca di Bene-
vento; egual disastro avvenne 54
anni dopo, finche fu interamente
spianala da' saraceni di Cuma. L'o-
dierno villaggio vuoisi che fosse un
sobborgo della cillà prossimo al
porto. Qui si riunirono sotto gli
Angioini i superstiti delle popola-
zioni di Cuma, Baia e Miseno, che
durante il governo vice-reale si
sbandarono, restando deserte con-
trade si deliziose. Resta vicina la
villa di Lucullo, ove morì Tibe-
rio; altra villa di Lucullo era ap-
partenuta a Mario. L'estremo Ca-
po Miseno, ove fu eretto un fa-
ro, è guardato da una torre. La
sede vescovile fu eretta nel V se-
colo in onore di s. Sosio martire
e patrono. L' Ughelli, Italia sacra
t, I, p. i4f, riporta i seguenti ve-
.scovi. Concordie che assistette ai
concilii di Roma del 5oi,5o2 e
5o4 sotto Papa s. Simmaco. Pere-
grino collega di s. Ennodio nel 5i8
nella legazione apostolica ai greci.
Costanzo rammentato in un docu-
mento del Pontefice Pelagio L Be-
nenato del Sga che s. Gregorio I
deputò a visitar la chiesa di Cuma,
morto nel 599. N. ... gli successe.
Massimo intervenne nel 649 al con-
cilio di Laterano. Agnello fu al
concilio romano di s. Agatone nel
680. Verso il secolo X la sede di JMi-
seno si unì a quella di Napoli di
cui era sud'raganea. Abbiamo uiiu
memoria di monsignor Capecchi tro
iulitulatu : // porlo di Miseno. Mi-
MIS
seno fu un fondo del patrimonio
napoletano, appartenente alla chie-
sa romana : tra i doni olFerli da
Costantino a s. Silvestro 1 per la
basilica de' ss. Marcellino e Pietro
di Roma, si noverano i promonto-
ri o isole di Miseno e Monte Ar-
gentario.
MISERERE MEI DEUS. Salmo
5o, misterioso e penitente del re
Davidde, con cui pianse i suoi pec-
cali, e implorò la divina misericor-
dia ; laonde sì celebre e comuio-
venle salmo, pieno d' unzione e di
fervore, fu chiamalo pmhnus inist-
ricordiae. Conliene la sostanza di
un cuore contrito ed umilialo, che
conosce, che confessa, che detesla
il suo fallo, e ne implora il per-
dono. E uno de' più belli e di voli
dell' uffizio divino, ed uno de' sette
salmi penitenziali Daviddici. I( sa-
crifizio di lode più grato al Signo-
re è quello di un cuore umiliato
e contrito. Davitlde lo compose per
piangere amaramente le sue colpe,
chiedendo pietà, per cui dalle co-
piose lagrime di penitenza, V anima
del santo re rimase lavata in modo,
che divenne bianca più che la ne-
ve; ed in virtù de' meriti del pre-
zioso sangue di Gesù Cristo ricu-
pera sì bel candore, e per mezzo
di dolore e sincere lagrime il pe-
nitente cristiano. Del famoso Mise-
rere che si canta inimilabiirnenle
dai cantori pontificii nella cap|)eila
papale, che rapisce l'animo di chi
l'ascolta, musica singolarissima e
sorprendente che ispira contrizione
e divozione, ne parlauuno nel voi.
Vili, p. 28G, 287, 3o4 e 3i5
del Dizionario. I Miserere in musi-
ca che si cantano nella cappella pon-
tificia di Gregorio Allegri e Tom-
muso Bai, il primo fiorito nel se-
colo XVII, il secondo nel XVlll,
MIS
nel 1 809 furono stampati in Lipsia
dal Kunel, cogl' Improperi, e Sta-
hai Mater del Palesliina. Nel 1821
in detta cappella per la prima vol-
ta si cantò altro Miserere del ce-
lebre d. Giuseppe Baiai, sommo
neir arte della musica, poi fallo da
Gregorio XVI suo cameriere d'o-
nore. Indefesso ne' gravi suoi studi,
egli intraprese con industriosa e
lunga fatica a comporlo in dieci
sole voci. Arduo era il cimento a
fionte de' sublimi lavori dei lodali
Allegri e Bai su questo medesimo
8ain:io. Il Baini colla sua modestia
cominciò dal mettere a prova coi
cantori suoi compagni i meditati
concerti; e questi rapili dalla pa-
tetica melodia, che dipinge, ragio-
na e commove, si riunirono intor-
no il benemerito collega, e lo sti-
marono ben degno di sostenere il
confronto co' parti degli antichi
maestri. Assistiti i cantori da quel-
l'arte privilegiata, che si conservò
da tanti secoli, come per tradizione,
nella scuola palatina, fecero coH'au-
tore a gara dal lato dell'esecuzio-
ne, ed ecco come si espresse chi lo
gustò, nel num. 35 del Diario di
Roma dì dello anno. « Una essen-
ziale osservazione non dee trascu-
rarsi. I Miserere di Allegri e Bai
sono limitali all' artifizio di tre soli
versetti, che replicalo, si adatta poi
ai susseguenti; ma per quanto il
salmo tutto s'aggiri sullo stesso ge-
nere di sentimento, pure questi so-
no mirabilmente tratteggiali dal
profeta regale, che in cento gui-
se ricerca e penetra il cuore de' fe-
deli. 11 maestro Baini all'incontro
ha seguito in ciascun versetto, con
particolare fatica e fedeltà, le di-
stinte e variate espressioni del vate
ispirato, e così l'insigne lavoro cor-
lispoude pienamente allo scopo che
MIS ai5
si propone Chiesa santa. Il canto
di questo salmo desta nell' animo
degli ascoltanti tenerezza e compun-
zione, risveglia ora gli alTetti dei
dolore e di gemito nella morte
del Nazareno, ora i moti della dol-
ce speranza e del gaudio divoto ,
jjer la compiuta redenzione. E ben
si è ravvisato r effetto mirabile del-
la commovente armonia nel reli-
gioso raccoglimento e contempla-
tiva attitudine di tutti i ceti, che
assisterono alla celebrazione di sì
venerandi misteri . Questo è il
più bello e non dubbio elogio del
compositore". Celebre è altresì il
Miserere posto in musica dal mar-"
obese Raffaele Muti, da lui vestito
di sublimi melodie e di nobilissimi
svariati sensi, sul volgarizzamento
del Giustiniani, che con tanto plau-
so fece eseguire nel 1846 in Koma
sua patria nella vasta sala dell' o-
spizio apostolico, a beneficio dei
virtuosi di musica bisognosi , da
cento e trenta voci di distinti di-
lettanti e professori d'ambo i sessi,
affidandone la parte istrumentale a
quaranta. Su quest' eccellente salmo
molli scrissero, fra' quali, Savona-
rola, Esposizione del salmo Mise-
rere, Bologna i499' Cesare Cal-
derari. Concetti spirituali sul Mise-
rere con varie lezioni, Napoli i585.
Sanie Rivetelli, Lezioni sopra il Mi-
serere, Roma 1607. Versione del
Miserere de' piti celebri autori, Bo-
logna 1775. P. Bernardino, Sposi'
zione del salmo Miserere, Roma
1758. Mirabile è pure il canto del-
la sequenza o prosa Dies irae, per
le messe de' defunti : al suo arti-
colo dicemmo chi lo attribuisce al
minorila p. Tommaso da Celano,
ma ciò è molto incerto, imperoc-
ché questo canto non si è veduto
comparire se non al principio del
ai6 MIS
i5oo, come dice mons. Alfieri, fiw/.
del canto della musica eccl.
MISERICORDIA. Religiose della
Madonna delia Misericordia, fonda-
te in Aix nel iGSy dal p. Ivano
dell' oratorio, e da Maria Maddale-
na della Trinità, fu un istituto mol-
to dolce. Recitavano il piccolo uf-
fìzio della Beata Vergine, ed oltre
i tre voti ordinari ne facevano un
quarto per ricevere senza dote le
donzelle di qualità. Urbano Vili
le approvò nel 1642, e Innocenzo
X le confermò nel 1648 colla regola
di s. Agostino. Ebbero case a Pa-
rigi, Arles, Avignone ed a Salon.
MISINO o MISINOPOLI. Misi-
no chiamata anco Drusìpara, se-
de vescovile di Tracia sotto Era-
clea, ebbe i seguenti vescovi latini.
Francesco morto nel iBgy. Nicola
Tzyraernan domenicano del iSgy.
Pietro morto verso il i477' Gio-
vanni Tidela domenicano gli suc-
cesse. Luigi di Sighen francescano
del i5o2. Oriens chrìst. t. Ili, p.
971. Commanville dice che Misi-
napoli fu sede vescovile di Rodope
nell'esarcato di Tracia, eretta nel
IX secolo sotto la metropoli di Tra-
janopoli.
MISNIA. Fedi Meissen.
MI SO Pietro, Cardinale. Pietro
di Miso da Adriano IV nel marzo
Il 58 (il creato cardinale diacono
di s. Eustachio, indi da Alessan-
dro IH venne dichiarato dell' ordi-
ne de' preti, col tilolo di s. Loren-
zo in Damaso, per la cui elezione
molto si adoperò, opponendosi allo
scisma insorto per l'antipapa Vit-
tore V. Insieme al cardinal Giulio
vescovo di Palestrina si condusse in
Ungheria per ridurre quei popoli
alla divozione e obbedienza del le-
gittimo Pontefice. Questo cardinale
ebbe alcune diiTerenze con Ugo
MIS
cardinale di s. Eustachio, per la giu-
risdizione di certe cappelle, e morì
in pace sotto Alessandro III nel
mese di settembre.
MISSIONARI . Ecclesiastici se-
colari o regolari che si dedicano
alle Missioni pontificie, od alle Mis-
sioni straniere [Fedi), e che sono
mandati dal Ptìpa o dalla Congre-
gazione di propaganda fiele [Fedi)
o dai diversi istituti delle Missioni
straniere, ed anche dai vescovi nei
regni e paesi stranieri , sia pel
mantenimento della fede, sia per i-
struire e coltivare i cattolici, sia per
condurre sulla retta via gli eretici
e gli scismatici, con riunirli alla
Chiesa, sia per convertire gì' infe-
deli ed i pagani, derivando la loro
denominazione dalla ricevuta mis-
sione. La commissione data da Ge-
sù Cristo ai suoi Apostoli [Fedi)
d' istruire e battezzare tutte le na-
zioni, si estende a tutti i secoli,
perciò lo zelo apostolico non cessò
mai nella Chiesa cattolica, e vi du-
rerà finché vi saranno sulla terra
infedeli e miscredenti da converti-
re, poiché Gesù Cristo promise di
essere co' suoi inviati sino alla con-
sumazione de' secoli. Nei tempi an-
co meno illuminati, lo zelo per la
conversione degl' infedeli produsse
fortunali elfetti, e si suscitò di nuo-
vo al risorgimento delle lettere, di
cui sono pur benemeriti i missio-
nari. Lo furono e lo sono, delle
arti più necessarie, dell'agricoltura,
e di altro clie lungo sarebbe ri-
cordare. Quanto non deve ad es-
si la geografia e le scienze natu-
rali, e lo studio de' costumi delle
più rimote nazioni I Renelle in certo
modo i missionari hanno avuto prin-
cipio colla Chiesa pel comando memo-
ralo del suodivin fondatore, propria-
mente parlando fu s. Gregorio I, che
MIS
sul finire del VI secolo mandò mis-
sionari nell'Inghilterra per conver-
tire i sassoni e gli altri barba-
ri che si erano impadroniti di quel
paese, ove la luce del vangelo già
vi era stata portata. Benché in I-
lalia come in altre regioni sia do-
minante la religione cattolica, pure
a cagione di alcuni luoghi di culto
misto, o de' porti di mare, la con-
gregazione di Propaganda [l^edi)
si rivolge a' vescovi di detti luoghi
o porti ove hanno dotnicilio eretici
e scismatici, per mandarvi missio-
nari per illuminarli, o pel mante-
nimento della fede in quelli che la
professano, e dagli slessi prelati si
informa delle qualità dei soggetti
che fanno istanza per divenir mis-
sionari apostolici, e partire per le
missioni, commettendo a' medesimi
\escovi talvolta l'esame de' misMo-
nari. La sacra congregazione inol-
tre mantiene agenti nelle principa-
li città e porti di mare d' ogni
parte, col ministero de' quali invia
e riceve i dispacci ; è avvisata de-
gli arrivi e partenze de' missiona-
ri e degli alunni del Collegio Ur-
bano [f^edi), seminario apostolico
di tutte le nazioni, i cui individui
esercitano il sLiblime ministero del-
l' apostolato cioè di missionario;
fa la spedizione degli arredi sacri
e de'sussidii pel viaggio o mante-
nimento, e si tiene in comunica-
zione con tutto il mondo. Cliia-
mansi eziandio missionari quegli
ecclesiastici, i quali secolari o re-
golari fanno la Missione [Fedi), od
appartengono alle congiegazioni e
pii istituti che hanno per line prin-
cipale le missioni urbane , subur-
bane e di altrove.
Il vescovo ha diritto di ordi-
nare delle missioni nelle pairoc-
chie o nelle altre chiese della sua
MIS 217
diocesi, e di mandarvi de' missio-
nari. Abbiamo dal padre Giaco-
mo Tiran gesuita : Missionarius^
sive vir aposlolicus in suis excur-
sionibus spirituali bus in iirbihus et
oppidis, ad Dei gloriani et salutem
aniniaruni susceptis, Lione e Pa-
rigi 1692. Sono innumerabili i
missionari che veneriamo sugli al-
tari per la loro santità e immense
fatiche e benemerenze, così il glo-
rioso stuolo di martiri che sparse-
ro il sangue e soifrirono atroci
tormenti, quali missionari bandito-
ri dell' evangelo e delle verità cat-
toliche. Egualmente non si possono
numerare gì' illustri 'missionari, che
coi loro sudori, pietà e scienza si
procacciarono le benedizioni e 1* e-
terna riconoscenza di popoli e na-
zioni , molti de' quali meritamente
furono esaltati alle principali digni-
tà ecclesiastiche. Uno de' caratteri
di cui lino da principio fu dal suo
divino fondatore adornata la Chiesa,
si è quello di mandare i suoi se-
guaci a predicare nel mondo la fe-
de, e Dio comprovò con splendidi
e replicati prodigi la verità di que-
sta divina missione. Vi sono anco-
ra missionari eterodossi, ma grande
è la dilfcrenza che passa con quelli
cattolici, sia dai principii da cui
partono, dai mezzi di cui si servono
e dagli edetti che ambetlue ne rac-
colgono, siccome in tanti luoghi
notammo, ed eziandio provò nell'ac-
cailemia di religione cattolica in
Roma il p. Luigi de Sanctis de' mi-
nistri degl' infermi, nella dotta dis-
sertazione : // miss'o/iario cattolico
f l eterodosso, di cui riporteremo
un sunto prendendolo dagli Annali
delle scienze religiose, voi. V, p. 278.
Moltissime sono le testimonianze
di protestanti, i quali viaggiando
in qualità di missionari attendono
2 1 8 M I S
a rnccoj^lieie piante e alla negozia-
zione o a tuU' altro, cosicché in
essi la qualità della loro missione
diviene accessoria e non principale.
Essi ricevono la missione dalle pa-
tenti della civile autorità, mentre
il missionario cattolico la riceve
dalla legittima autorità ecclesiastica,
la quale l'ebbe da Gesù Cristo,
che disse per tutto il mondo si an-
nunzi il suo evarigelo ; né osano i
protestanti opporre contrasto alla pa-
rola di Cristo, e concedendo essi
(juesta divina missione essere nella
Chiesa, è forza eh' eziandio conce-
dano, che con non interrotta suc-
cessione di pastori si conserva. Quan-
to ai principii domniatici che i mis-
sionari si propongono nelle predi-
che e confiM'eiize, essi sono diversi:
il protestante omette (in d' insegna-
re punti principalissimi di credibi-
lità, còme fra gli altri avvenne al
re Rikoviko, che convertito alla fe-
de nell'isole Sandwichiane nell'O-
ceania, mori da non uìolti anni a
Londra, dopo cinque che vi dimora-
va, e non gli era sialo insegnato essere
l'incesto proibito dal vangelo: all'in-
cunlro il cattolico nulla tralascia di
quanto alla fede appartiene. Per
mezzo di missionari protestanti tante
volle sonosi eccitate guerre civili
con molto spargimento di sangue;
per mezzo del missionario cattolico
sonosi sedate intestine guerre e di-
scordie le più accanite: quello nei
pericoli si ritira, questo tutto si
occupa nel bene de' suoi fratelli.
Cos\ in Dublino, quando ivi il mor-
bo asiatico del cholera infuriava,
r arcivescovo protestante Watly
proibì ai suoi sacerdoti di reoaie
aiuto agi' inlcrmi, e l' arcivescovo
cattolico monsignor Murray, con u-
iiu analoga pastorale, sotto pena di
«uspeosioue ordinò a' buoi ministri
MIS
l'assistenza degli ammorbati. Gli
stessi selvaggi, nell' udire il missio-
nario cattolico, ed il missionaria
protestante ammogliato, sono pie-
ni di venerazione pel primo, e dis-
prezzano il secondo. Circa i mezzi
de' missionari e loro diversità, il
missionario protestante ha protezio-
ne illimitata dell' autorità civile (e-
slesa anco alle loro mogli!) asse-
gnamenti annuali vistosissimi (su
di che tra gli altri si potrebbe con-
sultare quanto dissi a Inghilterra,
ed Irlanda), collette spésse volte
forzate; il cattolico invece, fidato
in Colui che spedi in lutto il mon-
do dodici poveri e nudi pescatori,
va sprovvisto affatto di denaro e
di protezione nelle parli le più re-
condite della terra. L' eterodosso
non vi penetra se non è benigna-
mente accolto, o per lo meno as-
sicurato dalia civile podestà che
sarà per garantirlo : il cattolico
tenta ogni mezzo per introdur-
visi , ed è lieto se ricever vi pos-
sa fiu anco la stessa morte. A
ciò si deve aggiungere gli altri
mezzi d' industria che non sono
scarsi ( mentre ai missionari catto-
lici è proibita la mercatura , al
modo detto a Mercante ), ed il
numero esorbitante di 1 5,333,3 33
Bibbie [P^edi) dispensate in pochi
anni dalla società biblica, della qua-
le parlammo in altri luoghi rela-
tivi, e le scuole gratuite aperte in
gian numero nell' America, e il
denaro che spendesi per comprare
uditori alle prediche, mezzi per al-
tro non benedetti dal padrone del-
la messe, e che però poco o niuu
frutto producono. Intorno alla dif-
ferenza poi degli effelli che le mis-
sioni de' cattolici ed eterodossi pro-
ducono, quelle de' protestanti, co»
uu Si graude appaiato di mezzi,
MIS
ridiiconsi per lo più a fallaci o lu-
singhiere speiaiize. Numerano le
conversioni dal numero de' piote-
slanti che sono presenti alle loro
prediche, dall'incredibile numero
delle bibbie che donano, mezzo da
essi creduto infallibile, ma che pur
troppo non produce l' effetto, pe-
rocché ordinariamente si fa altro
uso delle bibbie diffuse con tanta
premura. Il missionario cattolico
novera le conversioni dai battesimi,
ne rende in ogni anno conto au-
tentico ai superiori, dimostra un
notabile aumento di fedeli, rende
testimonianza dell'eroica condotta
de' convertiti ; quindi i soli catto-
lici rinnovano gli esempi de' primi
cristiani. Un principe tartaro della
famiglia imperiale della Cina, ca-
duto in disgrazia dell' imperatore
per essere cattolico, sostenne nel
1834 con eroica fermezza l'esilio
e la miseria, e domandò in grazia
al vescovo di poter servire il mis-
sionario, per avere il bene di assi-
stere ogni giorno alla messa. I pro-
testanti finalmente, mentre lodano
tanto la libertà, non la vogliono
ad altri concedere. Si può consul-
tare il libro del dotto monsignor
Wiseman : La slerililà dtUt missio-
ni intraprese dai protestanti per
convertire i popoli infedeli, provata
coi rapporti dei medesimi prote-
stanti, Uoma i83i. Questa impor-
tante operetta meritò d' essere tra-
dotta in tedesco, e nel i835 pub-
blicata in Augusta, poiché contiene
documenti, i quali mostrano che
tutte le fatiche e tutti i non pic-
coli sagrifizi di denaro impiegato
dai protestanti nell' acquistar pro-
seliti alla loro setta tra gl'infedeli,
non partoriscono i corrispondenti
fruiti. In quale compassionevole
condizione si trovano le missioni
MIS a 1 9
protestanti nella Cina , lo dichiara
un articolo inserito ne' succitati An-
nali voi. VI, p. 12 3.
Il eh. d. Domenico Zanelli, nel
nutneio 83 del Diario di Roma
1841, in lode de' missionari catto-
lici pubblicò un bellissimo articolo
in cui dice. « Non è mai venuto
meno lo spirilo de' banditori del
vangelo: anche l'età nostia vede
ministri del' santuario, che senz' ar-
uii, senz'oro e protezione, con un
biislonoello in mano, un Crocefisso
in pedo e la speranza in Dio_, la-
sciano la patria terra; e non ispa-
ventati dal caldo, dal freddo, dalla
fame e dalla sete, solcano mari, at-
traversano deserli e pianure, var-
cano monti, e ciò per portar la
luce della fede nelle regioni che
dormono nell'idolatria, 'o nella se-
parazione giacciono dalla vera Chie-
sa di Cristo. È per amore della
lede che montano sul cammello e
sul droajedario coli' arabo, che nel
deserto errano coi cafri, che si fàu-
no selvaggi nella Gujana, che si
cibano di olio di balena coi groen-
landesi, che di lutti ne assumono il
costume; é per amore della fede
e della umanità, che in quelle con-
trade i missionari della religione
cristiana diventano il n^edico per
l'infermo, il conforto del misero,
il sollievo del tapino, il maestro
della nazione, il patrocinatore del-
lo schiavo, il benefattore di tutti.
E nessuno si lascia imporre dalle
difficoltà; si vince la superstizione,
l'ostinatezza, la barbarie, l'amor
fervido alla falsa loro religione : la
croce trionfa di tutto, e il bandi-
tore della croce sofhe col sorriso
sulle labbra le minacce, le per-
cosse, i tormenti, la morte : si ri-
corda allora più che mai delle pa-
role di Cristo, che ai banditori del
220 MIS
vangelo predisse i mali che avreb-
bero sofferto. Persecuzioni furono
mosse in ogni tempo e tremende :
per resistere ad esse non vi vole-
vano che i fìgliuori d' una religio-
ne santa e divina. A fronte di tan-
te persecuzioni mosse contro la
Chiesa e i sostenitori di essa, il
cristianesimo sempre trionfò ; all'e-
tà nostra vediamo che va allargan-
do di assai i suoi confini la Chiesa
cattolica, non ostante le persecu-
zioni che sono mosse ad essa da
chi si trova dalla Chiesa separato.
Per cui dovunque si volge lo sguar-
do si hanno esempi consolantissimi
e di eretici e d' idolatri, che vinti
dalla grandezza del '*vero, corrono
a ricovrarsi all' ombra del caltoli-
cismo, in clie trovano quella pace
che invano sperato hanno altrove.
E nei paesi lontani e barbari che
ai missionari si veggono associate
pie e sante donne, che dominate
dallo spirito di Dio, elleno pure si
sono interamente sacrificate al bene
della religione. E queste misericor-
diose, quantunque per natura de-
licate, veggonsi affidare la loro vi-
ta air Oceano, cimentarsi a lunghi
e disastrosi viaggi, dormire su nu-
do terreno, tutto solfrire per coo-
perare coli' opera loro al trionfo
della Chiesa. Rese forti dalla mano
invisibile di Dio che le dirige, nei
paesi dai missionari frequentati, es-
se aprono scuola pel credente e il
non credente, e così gettano le fon-
damenta di un edificio, che non si
facilmente crollerà. Donne s\ pie,
sì timorate noi vediamo, o dirò me-
glio sappiamo che si trovano e là
dove regna il mussulmano e il be-
duino, e là ancora dove abita il
moro e l' indiano ".
I prodigiosi immensi vantaggi re-
cati dui missionari si possono leggere
MIS
ai relativi articoli, parlando delle
missioni di Europa, Africa, Asia,
America e Oceania; cosi quelli degli
alunni de' diversi collegi istituti per
le missioni di Roma, e in diverse
parti del mondo, e dei religiosi di
tanti benemeriti ordini. Al presente
sono principalmente missionari apo-
stolici gli alunni del collegio Urbano,
gesuiti, i filippini massime inCeylan,
i lazzaristi o signori della missione;
i sacerdoti delle missioni straniere
sì di Parigi che d' Irlanda ; i sul-
piziani, i redentorisli, i passionisti ,
gli oblati di Maria in Torino, gli
eudisti, la società de' ss. Cuori pie-
pus, i maristi, quella della Carità
o rosminiani ; i niechitaristi, dome-
nicani, agostiniani e carmelitani
scalzi ; i francescani minori osser-
vanti, riformati, conventuali e cap-
puccini ; oltre gli ordini che hanno
per iscopo la redenzione degli schiavi,
i chierici regolari ed i monaci di va-
rie congregazioni, come benedettini,
silvestrini, ec. ec. Tutto si può vedere
agli analoghi luoghi. Dei missiona-
ri che riportarono la palma del
martirio, se ne parla agli articoli
che li riguardano, ed anche a Mar-
tiri (ss.). 11 gran vantaggio che pos-
sono ritrarre gli uomini apostulici
destinati nelle missioni alla conver-
sione delle barbare nazioni, da una
cognizione anche limitata della me-
dicina, mosse lodevolmente il fra-
tei Pietro Antonacci della compa-
gnia di Gesù, infermiere e farnia-
cista nel collegio Urbano di pro-
paganda fide^ a pubblicare in Ro-
ma nel I S45 un prezioso libro da
lui compilato, e riveduto da otto
professori di medicina e chirurgia ,
anzi approvato ed encomiato, por-
tante per titolo: Manuale pratico
di medicina, chirurgia e farmacia
per comodo delle missioni straniere.
i
MIS
Dipoi il zelante e intelligente reli-
gioso pubblicò una Norma di ri-
piegOy in cui s' insegna il modo di
curare senza l'aiuto delle medicine
propriamente delle, con materie
domesticbe reperibili da per lutto,
e perciò utile in tutti qua' luoghi
ove non vi sieno spezierie. E final-
mente cogli stessi tipi del collegio
Urbano nel 1847 ha dato alla lu-
ce : Raccolta delle più ovvie, ed u-
tili operazioni fisico- chimiche ed
industriali per comodo delle mis-
sioni straniere. E comprovato dal-
l'esperienza nulla esservi di piìi
allo a maggiormente alienare i po-
poli rozzi e selvaggi che voglionsi
convertire alla fede, quanto il mo-
strarsi premurosi del loro bene si
fisico come morale. SuU' esercizio
della medicina e chirurgia ne' mis-
sionari, si possono vedere Medici-
na e JMedico. Clemente XII col
breve Ciini siciiiy de' 5 gennaio
1735, Bull, de prop. fide y t. II,
p. io4, facoltizzò i missionari cap-
puccini all'esercizio della medicina
e chirurgia . Vedi 11 missionario
apostolico o sermoni utili per le
missioni, Parigi 1682. P. Brullan-
gham Domenicano, Opusculum de
missionibus et missionariis tractaius,
Metz 1747- Bellarmino cardinale,
Dichiarazione della dottrina cri-
stiana, per uso degli alunni e mis-
sionari della s. congregazione di
propaganda fide, Roma 1842,
MISSIONE. Il mandare che si
fa de'saceidoti del clero regolare e
secolare a predicare la fede di Cri-
sto, o ad istruire i cristiani, laon-
de da missione essi fuiono chiamati
Missionari (J^edi), esercitanti il su-
blime ministero dell'apostolato. Mis-
sione significa ancora il potere che
si dà dal sommo Pontefice e dal ve-
scovo a'miuistri della Chiesa di pie-
MIS 22r
dicare l'evangelo ed amministrare i
sacramenti, non che per adempie-
re tutte le altre funzioni ecclesiasti-
che. Gesù Cristo diede la missione
ai suoi apostoli, dicendogli: Andate
e predicate l'evangelo a tutto l'uni-
verso : come mandò me il Padre ,
anche io mando voi. La missione
data da Gesù Cristo ai suoi apo-
stoli passò al Papa ed a' vescovi,
che sono i loro successori, ed il di-
ritto di conferirla risiede unicamen-
te nelle loro persone. Essi la con-
feriscono come l'hanno ricevuta essi
medesimi, per un'ordinazione suc-
cessiva, imponendo le mani, ordi-
nando i pastori, e mandandoli a
predicare, ad amministrare i sacra-
menti, e ad adempiere a tutti i
doveri attaccati al loro ministero.
Gli eretici non hanno questa mis-
sione divina, perchè non hanno es-
si alcuna commissione dai pastori
legittimi, e perchè non avendo essi
il dono de' veri miracoli, prove ne-
cessarie della vocazione straordina-
ria, non sono mandati da Dio im-
mediatamente né dalla sua Chiesa.
Sono lupi coperti di pelli di agnelli.
Fedi Missioni , e Missioni stra-
niere. Missione è pure una serie
di prediche, di catechismi, di con-
ferenze , di preghiere e di altri
esercizi spirituali, che fanno molti
sacerdoti o religiosi nelle città e
nei villaggi per 1' istruzione de'po-
poli, per ordine de' vescovi e col
consentimento de' parrochi locali .
p^edi Catechismo, Prediche. Mis-
sioni dicesi pure degli stabilimenti o
degli esercizi di sacerdoti zelanti,
i quali vanno a predicare 1' evan-
gelo agi' infedeli, ai pagani, o le
verità cattoliche agli eretici ed agli
scismatici per riunirli alla Chiesa,
l'arlando il Sarnelli, Lttt. eccl. t.
VI, lett. XLII : de notabili effetti
5.1CS MIS
delle sante missioni, le chinma lu-
strazioni, e ne consiglia l'uso almeno
ogni cinque anni; essendo il principal
fruito delle missioni le buone con-
fessioni ; due essendo i motivi del-
le missioni, la santificazione del cle-
ro, e quella del popolo. Dice inol-
tre, che la missione porta più uti-
le ad una città, clie dieci corsi
quaresimali ; e che sebbene il frut-
to delle missioni non duri lunga-
mente, luttavolla sempre ne resta-
no non pochi vantaggi, essendo cer-
to che chi ha cura d'anime non
può dargli aiuto spirituale miglio-
re. Quanto poi la missione giovi
alla santificazione del popolo, 1' in-
segnò Clemente XI a' i6 marzo
1702 con circolare a* vescovi, cui
insinuò valersi dell' aiuto delle mis-
sioni per le seguenti ragioni. i.°
Per potere con questo mezzo pia
liheraniente e più utilmente ripren-
dere gli abusi j imperocché i mis-
sionari comprovano colle loro pre-
diche al popolo le buone verità
dagli altri insegnate, le accreditano,
avvalorano, e danno maggior peso.
•2° Per supplire in ciò alla penuria
che si trova bene spesso nelle città
medesime della parola di Dio, che
da molti non viene predicata colla
dovuta semplicità e chiarezza. 3."
yi vendo mostrato l' esperienza, an-
che ultimamente in Roma, che quan-
do si spiegano familiarmente e in
forma adattata al frutto per le a-
nime le cose di Dio, il popolo le
sente con gusto, concorre colla fre-
qnenza, e ne riporta grande utile,
con emendazione dei costumi ed e-
dijlcazione universale. ^.^ Perche sic-
no specialmente bene istruiti e pazien-
temente aiutati ad uiui buona con-
fesslone generale, ad effetto di ap-
plicare in tal guisa l' ojiportuiu) e
necessario rimedio al pur troppo
MIS
grave e frequente male di quelle
confessioni che potessero per l'ad-
dietro aver fatte invalidamente .
Dice s. Teresa, che la maggior par-
te de' cristiani si danna per con-
fessioni mal fatte.
Molte congregazioni s'istituirono
per le missioni, di cui si tratta ai
loro articoli, come tra le altre qui
noteremo quelle della Missione, dei
Pii operai, del ss. Sagramento, e
degli Odonisti , quella della Carità
fondata dal sacerdote conte Rosmi-
ni, ed altre. In Roma furono isti-
tuite, come altrove, molte pie ope-
re per le missioni, sì urbane, che
suburbicarie, e per altrove, diverse
delle quali tuttora sussistono, laon-
de ne daremo qui appresso un bre-
vissimo cenno. Prima però notere-
mo, che i Papi per gli /4nni san-
ti. Giubilei straordinari [Vedi), e
per altre circostanze e calamità, or-
dinarono missioni straordinarie per
Roma, e v'intervennero essi slessi
a udirle, come tra gli altri fecero
Benedetto XIV e Leone XII : esse
ebbero luogo nelle principali piaz-
ze e chiese della città. La più an-
tica istituzione delle missioni, che
regolarmente poi si fece per le
chiese di Roma, e che con singoiar
vantaggio si continua per turno in
tutti i giorni festivi ne' vari rioni,
è la Missione Urbana dai gesuiti
istituita nel 1610, al modo detto
nel voi. XIV, p. 192 del Diziona-
rio, meglio stabilita dal p. Caravi-
ta, con predicare nelle feste per
le piazze : di questa tratta ancora
il p. Menimi gesuita, Notizie isto-
riche dell'oratorio della ss. Comu-
nione generale. Dei ristretti che so-
no in detto oratorio, quello degli
Apostoli è composto di artisti, i
quali si prestano in suo servizio e
della missione. La Missìotie dì s.
MIS
Maria del Soccorso, pei poveri del-
la Campagna di Roma, fu istituita
dal sacerdote Ottavio Sacco (depu-
tato poi da Innocenzo X giudice dei
poveri senza appello, da cui derivò
il giudice delle mercedi di cui parle-
remo a Senato, dicendo de! tribunale
del senatore), nobile di Reggio di
Calabi ia nel i638, nella chiesa par-
rocchiale di s. Tommaso in Parione,
ebbe per oggetto sino dalla origine
di propagare l'onore di Dio, la sa-
lute e il soccorso de'bisognosi, s'im-
piegò sempre all' istruzione de' po-
veri contadini, sowenimenlo e as-
sistenza dcgl' infermi, ed alle sante
missioni sì in città che in campagna.
Questa pia unione per opera del
cardinal Antonio Barberini, fu dal
suo fratello Urbano Vili ap[)rovata
il primo luglio di detto anno, col
titolo di arciconfraternita_, per pro-
tettole il nipote del Papa, e per
presidente il governatore di Roma
prò tempore : ne discorre il Piazza,
Opere pie, Irati. Y, cap.33. Si unì
poi nel 1789 il sodalizio a quello
tli s. Giuliano (di cui feci parola
ai voi. II, p. 3o2, e XIX, p. 5g
del Dizionario) eretto e conferma-
to da Clemente VII nel i524> nel-
la chiesa del suo nome a Monte
Giordano. Mantenendo sempre an-
co dopo l'unione questa arciconfra-
ternita lo spirito del suo istituto,
sotto il titolo di s. Maria del Soc-
corso e s. Giuliano, eseguisce oltre
1' opere di pietà comuni a tutti i
sodalizi, ancora le seguenti. Nel
giorno della fest^ della ss. Conce-
zione invita alla sua chiesa dodici
poveri, ed un sacerdote egualmente
povero, e questi veste interamente
di panno bianco con mostre turchine;
indi vengono loro dal prelato primi-
cerio e dai guardiani lavati i piedi.
Ascoltano poi un fervoroso discor-
MIS 7i3
so da un sacerdote fratello per pre-
pararli alla comunione, e quindi
confessati, il sacerdote scelto fra i
poveri celebra la messa e comuni-
ca i poveri medesimi. Terminata
questa sacra azione vengono tratta-
ti a lauta mensa, serviti dai fra-
telli ragguardevoli, e dopo la reci-
ta di varie preci sono congedati, ri-
manendo ad essi l'abito indossato
nella funzione. Dovendo l'arcicon-
fraternità soccorrere i poveri anche
infermi nelle campagne, con farli
trasportare ai pubblici ospedali,
tiene sempre apparecchiate delle ba-
relle e uomini per trasportarle coi
conladini malati, assistendoli poi
negli ospedali i confrali a ciò de-
stinati. Ma essendo l'oggetto pri-
mario del sodalìzio la salute spiri-
tuale di quelli che ne hanno più
bisogno, la procura per mezzo delle
missioni a sue spese in Roma e suo
distretto, con V opera di zelanti e
dotti confrati scelli fra il clero seco-
lare. Perciò nelle festività di Pasqua,
di Pentecoste, di Natale, il sodali-
zio spedisce sacerdoti per le missioni,
coir approvazione del cardinal vi-
cario, nei luoghi suburbani per lo
spazio di olio o dieci giorni, non
lasciando di dar altre mi.ssioni fra
r anno ai conladini ed altre per-
sone idiote, che oziose si trovano
per le piazze di Roma.
Dal citato p. Memmi abbiamo,
che nel 171 i ebbe origine dal p.
Giacomo Filippo Merlini di Visso
gesuita le missioni pei rnietilori, fal-
ciatori e altri contadini, con usci-
re alcuni gesuiti verso le ore 19
dal collegio romano a predicare
nelle piazze più frequentate di Ro-
ma, sotto la scorta del Crocefisso,
Dal medesimo ebbero pure inco-
minciamenlo le missioni ai velturi'
ni suir imbrunir della sera nella
224 wis
contrada dell'Orso ed altrove, da
dove li trasportavano in chiesa alla
missione notturna. Il p. Merlini in-
trodusse quelle sacre canzoni che
si cantano dai dodici fratelli nu-
merari del ristretto degli Angeli e
degli Apostoli, congregazioni delTo-
rutorio del p. Caravita, che porta-
no e accompagnano la Croce della
missione. 11 eh. e religioso letterato
cav. Francesco Fabi Montani nelle in-
teressanti Brevi notizie di Leopoldo
Boiirlit', fratello esemplare dell'ora-
torio della ss, Comuniotie generale,
parla della società fondata in Ro-
ma dal gesuita Gio. Maria Ratti, e
intitolata : La sacra alleanza degli
amanti di Gesù. Crocefìsso, cui Gre-
gorio XVI concesse indulgenze ple-
narie. Essa è divisa in tre ordini,
il primo de' quali dicesi de' militi^
che per cosi dire ne costituiscono
il nerbo, e con missioni, con pre-
diche ed altro adoperansi alla pro-
pagazione della fede. La Missione
di Nostra Signora delle Grazie det-
ta Imperiali, conta per fondatore il
marchese d. Francesco Imperiali-
Lercari genovese, che preso il sa-
cerdozio nel 1731, si consacrò al
bene delle anime specialmente col-
r esercizio delle missioni, unendosi
dopo il 1760 a diversi sacerdoti
massime genovesi, che manteneva
a sue spese. In morte costituì l'o-
pera pia da lui fondata sua erede
universale, colla clausola che se la
congregazione venisse a mancare,
fossero sostituiti nell'eredità il con-
■vitto de' signori della missione di
iiarzana pur da lui fondato, i si-
gnori missionari di Fassuolo in Ge-
nova, e le madri pie di s. Pier di
Arena, come riferisce il Semeria
p. 3i6 della Sior. cccl. di Genova.
La congregazione Imperiali esiste
nel palazzo di sua proprietà, pres-
MIS
so la basìlica Liberiana, ove i soli
sacerdoti secolari possono esservi
annoverali. Ivi sono mantenuti di
vitto e vestito. Quando fanno le
missioni nelle diocesi dello stato
pontificio, non solo non sogliono ri-
cevere emolumenti, ma anzi distri-
buiscono limosine ed altri soccorsi,
come vesti e letti. In diversi tem-
pi dell anno questi missionari dan-
no esercizi spirituali, frequentano
gli ospedali ed i confessionali, e si
esercitano in altre opere spirituali.
Con breve di Leone XII in detta
casa furono trasferite due opere pie,
cioè quella degli oratorii notturni
istituiti dal cardinal Antonelli , e
quella per gli esercizi spirituali dei
giovanetti per la prima comunione,
già fondala nel Collegio Romano
\Fedi) dal cardinal Vitaliano Borro-
meo.
Finalmente faremo menzione del-
la congregazione de' missionari del
preziosissimo Sangue, La compa-
gnia o confraternita istituita sotto
tale titolo, eretta nel pontificato di
Gregorio XIII e confermata da
Sisto V, si uni poi a quella del
Gonfalone, ed i sacerdoti fratelli
avevano per istituto l' esercizio del-
le missioni, il quale in seguito ter-
minò per mancanza di soggetti.
Sotto Pio VII, al modo detto a
CuiESA. DI s. NicotA IN CARCERE, Ven-
ne istituita l'arciconfralernita del
preziosissimo Sangue, di cui furono
primari fondatori Albertini poi ve-
scovo di Terracina, Bonanni poi
vescovo di Norcia, e Gaspare del
Bufalo romano, canonico di s. Mar-
co ed eccellente predicatore. Que-
sti veramente è venerato per l'i-
stitutore o propagatore più bene-
merito della congregazione, e ne
vide sorgere tredici case, compresa
quella di Giano fondata nel i8i5,
MIS
e la principale di s. l'aolo in Al-
bano. I sacerdoti asciitli alia con-
gregazione possono vivere libera-
luente in seno delie loro famiglie,
presentandosi a fare le missioni nei
luoghi stabiliti quando sono chia-
mati; possono anclie unirsi nelle case
erette a questo fine, senza legarsi con
voti, e restando liberi di ritirarsi.
INel tempo però che un sacerdote en-
tra nella casa di missione, quando vi
sia ammesso dal direttore generale,
previo il congresso della casa pri-
maria, deve vestire in abito talare
con (ascia dì fianchi, e Crocefisso
ai petto, non prendere emolumenti,
osservare i regolamenti della con-
gregazione e le opere di pietà pre-
scritte dall'istituto, facendo wen-
zione delle principali il Coslanzi,
V Osservatore di Roma t. I, ove
pure si parla delle altre missioni
romane summentovate. Il can. del
Culaio santamente morì a' 28 di-
cembre iSSy in Roma, e ne'fune-
lali fatti in s. Galla il can. d. A-
drìano Giampedi, ora degno vesco-
\'0 d'Alatri, ne pronunziò l'orazione
funebre. Altra ne fu recitata da
uno de' suoi missionari nell'esequie
in s. Paolo d' Albano, ove fu tra-
sferito il cadavere. Nel numero 5
del Diario di Roma 1 838 si leg-
ge la biografia di sì benemerito e
piissimo ecclesiastico, ove si lodano
le molte sue virtù, e si celebra i-
stitulore de' ristretti delle sorelle
della carità, delle figlie di Maria ,
degli esercizi spirituali pegli eccle-
siastici e secolari nelle case della
missione, convitti pei chierici, istru-
zioni pei fanciulli per la prima co-
munione, di confraternite e oratorii
notturni, propagatore della divo-
zione di s. Francesco Saverio, che
si era scelto in piotettore e mo-
dello. 1 vescovi dello stalo ponti-
VOL. xtv.
MIS
12S
ficio sogliono sovente chiamare i
gesuiti a dare le missioni, per le
quali si prestano ancora i passioni-
si! ed altri religiosi, p^edi Eserci-
zi SPIRITUALI.
MISSIONE. Congregazione dei
sacerdoti missionari di s. Vincenzo
de Paoli, delti lazzaristi o signo-
ri della missione. Ne Cu il fondatore
s. Vincenzo de Paoli {^Vedi), nato
a'24 aprile iSyS nella terra di Pony
presso Acqs, città vescovile in Fran-
cia, nelle pianure di Bordeaux. I
suoi genitori furono Giovanni di
Paolo e Bcrtranda de Moras , i
quali avendo una casa ed alcuni
piccoli poderi, li coltivavano colle
pioprie mani, in che impiegarono
i figli in un a Vincenzo, il quale
però dal padre fu destinato prin-
cipalmente a custodire gli armenti;
ma per la vivacità del suo spirilo
venne applicato agli studi qual peti-
siopario nel convento de' francesca-
ni d' Acqs. Fece egli tali progressi
nella lingua latina, che dopo quat-
tro anni Commel avvocalo d' Acqs
e giudice di Pouy lo condusse in
sua casa, acciò facesse scuola ai fi-
gli, e nel tempo slesso proseguisse il
corso degli studi senza aggravio del
genitore. Mentre egli viveva in que-
sta casa, sentendosi da Dio chiama-
to alla carriera ecclesiastica, vi die-
de i primi passi col ricevere la ton-
sura ed i quatlro ordini mitior't
a' 19 settembre 1596, avendo il san-
to venti anni. Quindi lasciala la
famiglia dell'avvocato, se ne ))assò
a Tolosa per istudiarvi la teologia,
poscia a Saragozza per proseguirne
il corso. Tornalo in Francia vi pre-
se il suddiaconato e il diaconato
nel 1598, e nel 1600 il sacerdo-
zio. Poco dopo gli fu conferita la
cura di Tilh nella diocesi d' Acqs,
da lui indi ceduta a un corapelilo-
i5
126 MIS
re che gliene contrastava il posses-
so, onde proseguì per sette anni lo
studio della teologia, ed essendo
stato fatto baccelliere neir universi-
tà di Tolosa, gli fu permesso d'in-
segnarvi pubblicamente. JNel i6o5
passò a Marsiglia per esigere un
credilo appartenente a patrimonio
che aveagli lasciato persona pia, e
nel ritorno che fece per mare cad-
de prigioniere di corsari turchi, che
lo condussero in Barberia ed in
Algeri , e lo venderono schiavo ad
un pescatore, il quale lo vendè
poi ad un medico, quindi da que-
sto passò a un rinnegato. Di tal
occasione Dio si servi per dare a
questo infelice la salute delKanima,
per mezzo delle esortazioni di Vin-
cenzo, ed al santo la libertà. Pen-
tito il rinnegato di sua apostasia, se
ne fuggì con Vincenzo su piccolo
schifo, e varcato il Mediterraneo,
non senza prodigio giunsero salvi
a' 2S giugno 1607 ad Aiguesmor-
tes. Da qui andarono ad Avignone,
dominio della santa Sede, ove il
rinnegato fece la sua abiura, e do-
vendo quel prelato vice-legato pon-
tificio passare a Roma, seco con-
dusse ambedue. Vincenzo visitali
con molta divozione i luoghi santi
dell'alma città^ dovette ritornare
in Francia per una gravissima com-
missione alUdatagli per quella cor-
te. Quivi avendo stretto amici-
zia con il celebre p. Berulle, poi
cardinale e fondatore della con-
gregazione dell'oratorio di Gesù,
u di lui insinuazione dovette assu-
mere la cura di Clichi, che il santo
antepose all'abbazia di s. Leonardo
di Chame, ed alla carica di limosi-
Tiiere della regina Margherita; indi
a non molto per nuova insinuazione
dello stesso p, IJerulle suo direttore
spirituale, passò in qualità di aio nel-
MIS
la casa dei figli del conte Em-
manuele Gondy generale delle ga-
lere di Francia, e prese la direzio-
ne della coscienza di sua moglie
Margherita contessa di Joigny. Ver-
so il 1616 essendo andato con tal
signora in Folleville o Gannes in
Picardia diocesi d' Amiens, predi-
cò a' 2 5 gennaio del seguente an-
no nella chiesa, con tanto profitto
degli uditori, che per udire le con-
fessioni de' molti convertiti, chiamò
in aiuto i gesuiti d' Amiens. Que-
sta prima missione fu sempre ri-
guardata dal santo come origine
del suo istituto, ed essendo stnto
poi solito egli ringraziarne in tal
giorno ogni anno il Signore, venne
l' uso nella sua congregazione di
celebrare con particolare divozione
la festa della conversione di s. Pao-
lo, che appunto cadde a' 7.5 gen-
naio. Avendo la contessa di Joigiiy
conosciuto da questo primo saggio
la necessità delle missioni, massime
pel popolo di campagna, concepì
sin d'allora il disegno di assegna-
re un fondo per qualche comunità,
la quale avesse voluto incaricarsi
di farle ogni cinque anni in tutte
le sue terre. Non trovando chi pren-
der volesse tale assunto, dispose nel
testamento 16,000 lire per fondar
questa missione nel luogo e nella
maniera che Vincenzo avesse giu-
dicato a proposito.
Per la brama di darsi tutto al
diviu servizio ed all'istruzione dei
prossimi, e sottrarsi dall'auge d'una
casa principesca ove vivea tanto
stimato, il santo nel luglio 1617
partì da Parigi, e col consiglio del
p. Berulle passò curato nella par-
rocchia di Chatillonles-Dombes ,
nella contea di Biesse. Quivi egli
indusse cin<jue u sei ecclesiastici
ad unirsi insieme, ed a formare
M I S
una specie di comunità per meglio
impiegarsi in procurare la gloria
«.li Dio e la salule dei prossimi ;
colle sue stupende istruzioni e ri-
forme al popolo convcrt"i molti e-
relici, ed a sollievo de' poveri in-
formi v' istituì la compagnia delle
sorelle della carità, clic fu la pri-
ma delle sue istituzioni sotto di
questo nome. Ma anche qui potè
poco fermarsi, perchè il p. Berulle
che tutto poteva sul suo cuore lo
richiamò a Parigi a seguitar la di-
rezione spirituale della conlessa, che
dopo averlo accolto come un an-
gelo, si fece promettere di assister-
la sino alla morte, come adempì.
In questo modo dispose Dio che
avesse principio la benemerita con-
gregazione della missione, poiché
né per parte sua, né per parte
della contessa poteva ne' suoi im-
pegni dimenticare V opera delle
missioni della campagna. Premu-
rosi di riuscirvi e cercando operai
perchè vi si consacrassero, e non
trovando comunità alcuna che aves-
se voluto addossarsi tale impegno,
non senza divina ispirazione la piis-
sima dama, ferma in tal proposito
che una compagnia di persone pie
andassero di tanto in tanto a far le
missioni nelle sue terre, si determinò
cooperare allo stabiliniento di una
congregazione particolare , i cui
membri uniti insieme in comuni-
tà, si impiegassero in un ministero
sì santo. Sapeva ella che molti vir-
tuosi ecclesiastici si univano sovente
a Vincenzo nel fare le missioni, e
perciò coir intelligenza del marito,
che ne approvò il disegno, e del
cardinal di Gondy primo arcivesco-
vo di Parigi, fratello del conte di
Joigny, quivi stabilì (ondar la casa
pei detti ecclesiastici. Intanto il
conte di Joigny destinò per loro al-
M I S 277
bcrgo il collegio de' buoni figliuoli
a sé soggetto, e fatta la proposta
a Vincenzo, 1' accettò con alcune
condizioni il primo marzo i6?.4-
Fu risoluto di dar principio alla
fondazione della casa colla nuova
fàbbrica^ per cui i due pii coniugi
diedero al santo 4<5)^oo '''"^ ^
l'autorità di eleggere quel numero
di ecclesiastici per abitarvi, che po-
tevano essere mantenuti colle ren-
dite della fondazione. Vollero altre-
sì che Vincenzo fosse il direttore di
questa nuova casa, finché viveva, con
patto però di non abbandonare la
cura e assistenza spirituale di loro
famiglia. Fatta questa divota fon-
dazione la contessa morì, e s. Vin-
cenzo essendo andato a recare la
trista nuova al marito in Proven-
ra, ebbe da questi il permesso di
ritirarsi nel collegio de'buoni figliuo-
li, dove diede 1* ultima mano allo
stabilimento della sua congregazio-
ne, di cui fu eletto superiore gene-
rale, che fu appi-ovata dall'arcive-
scovo di Parigi a'24 aprile 1626,
e nel i632 da Urbano Vili a' 12
gennaio, che gli diede il titolo del-
la missione, e permise al fondato-
re di stenderne la regola pel buon
ordine ed esatta disciplina. Mentre
si attendeva la bolla di tal Papa,
i preti missionari in Parigi entra-
roiìo nella prioria di s. Lazzaro nel
sobborgo di s. Dionigi, che appar-
teneva alia congregazione de' Cano-
nici di s. Vittore [Vedi), i quali
la cederono colle condizioni espresse
nel concordato fatto tra loro a' 7
gennaio i632. In vigore di questo
l'arcivescovo di Parigi unì la prio-
ria di s. Lazzaro alla congregazio-
ne della missione, come fosse un
l)enefizio di sua collazione. Ciò con-
sta dalle sue lettere de' 3 1 dicem-
bre i633, ed Urbano Vili confer-
228 MIS
mò questa unione con bolla del
marzo i635. Fu principalmente a
cagione della denominazione di tal
casa, che i sacerdoti della missione
Tennero chiamali padri di s. Laz-
zaro o Lazzarisli. Veramente il ti-
tolo di padri essi non l'usano, on-
de sono generalmente chiamati si-
gnori delia missione e col titolo di
don. Questa casa per la sua am-
piezza, pel numero de' suoi missio-
nari e per la residenza che vi sta-
bili il generale, divenne capo della
congregazione, che vivente ancora
il fondatore si stabili in molli luo-
ghi della Francia , nell' Italia e
nella Polonia, per opera principal-
mente del santo, allorché n' era ge-
nerale. In Ptoma fondossi la prima
casa della missione nel i64o dal
sacerdote Luigi Bretone, il quale
essendo stato quivi mandato dal
$anto per alcuni negozi, questi gli
avea pure ingiunto che quando ne
avesse tempo 1' impiegasse in i-
struìre e catechizzare i poveri agri-
coltori e pastori della campagna
romana, come pratico nella lingua
italiana. Esegui Luigi quanto era-
gli stato imposto, e uell' avvento di
detto anno con licenza del cardinal
Laute vescovo di Porto, impiegò
un mese in disporre con prediche
e dottrina cristiana, i popoli della
diocesi a santificar le feste di Na-
tale. Piacque a Dio benedire tal-
mente dette missioni, che giuntane
la notizia ad Urbano Vili, permi-
se che in Roma si erigesse per la
congregazione una casa j laonde nel
1642 presso il Monte Ci torio (di
cui parlammo nel voi. XIX, p. ^2 e
43 del Dizionario) madama Maria
de Vignard duchessa d' Aiguillon
e nipote del cardinal Richelicn, piis-
sima 0 'virtuosa, edificò la casa e
la chiesa con gran piacere de' ro-
MIS
mani, come narra il Piazza, Euitevo-
logia romano tralt. V, cap. XXI K,
della casa pia de' sacerdoti della
missione a Monte Citorio, ove il
santo subito mandò altri sacerdoti,
che sparsero per tutto il buon o-
dore delle loro virtù e si resero
benemeriti.
Frattanto s. Vincenzo per rendere
più stabile e ferma la sua congre-
gazione, nel i658 die l'ultima ma-
no alle sue regole e costituzioni,
ed avendo radunata la comunità ili
s. Lazzaro, in libretto stampato le
consegnò a tutti i congregati, esor-
tandoli ad osservarle esattamenle.
Né solamente si limitò lo zelo in-
stancabile di questo uomo apostoli-
co in procurare V incremento di
sua congregazione, ma per quaran-
ta anni diresse le salesiane religio-
se della Visitazione, a ciò destinalo
da s. Francesco di Sales ; si alFati-
co per r erezione di varie confra-
ternite e pie congregazioni perchè
s'impiegassero per sovvenire i po-
veri tanto ne' bisogni corporali che
spirituali , come sono le figlie o
.sorelle della Carità (^Fedi), eret-
te quasi in ciascuna parrocchia di
moltissimi luoghi , ed in parec-
chi ospedali ; le compagnie tlelle
dame della carità destinate a ser-
vire gì' inCermi ne' grandi spedali
di Parigi e nelle parrocchie ; gli
esercizi .spirituali di quelli che si
debbono ordinare; i riuri spirituali;
le conferenze ecclesiastiche intro-
dotte in molti seminari ; e final-
mente una quantità di ospedali ed
istituti benefici, destinati a ricevere
o i fanciulli esposti, o i vecchi po-
veri, o i pellegrini infermi, o gt'ui-
validi, o i pazzi, o i carcerali e-
ziandio malati, ed altri bisognosi.
In somma non vi fu genere di [)er-
sone poste in necessilù, che dulia
MIS
sua carila e relo non ricevesse niu-
to e provvedimento. Il perchè il
generale della congregazione del];i
iitissione diresse in Francia un gran
numero di missionari, servì la cap-
pella reale di Versailles, sommini-
strò i curali alle città di Versail-
les e Fontainebleau ove il re ave-
va i principali palazzi, e governò
nello spirituale la casa di s. Ciro
e l'ospedale degli invalidi. Dopo la
morte del re Luigi XIII, a cui s.
\ incenzo prestò gli estremi ufilzi di
cristiana carità, a tanti gravissitni
alhu'i aggiunse la qualifica di reg-
gente consigliere reale nelle materie
ecclesiastiche e beneficiarie , eh' e-
sercitò solo per anni dieci, senza
inai perdere di vista la propria san-
tificazione, colla pratica di tulle le
viriù. Oppresso alla fine dalle fati-
che e dall'austerità della vita, pie-
no di meriti e di anni morì in
Parigi nella casa di s. Lazzaro (che
»! tempo della rivoluzione fu tolta
ili lazzaristi o signori della missio-
ne, e convertita in luogo di de-
tenzione), a'27 settembre i66o, di
«^4 anni, e fu sepolto dopo solen-
uissime esequie nella chiesa della
stessa casa. Grandissimo fu il nu-
niero del popolo che concorse a
venerarlo, e Dio allora e poi ne
confermò la santità con molti mi-
racoli,, laonde Clemente XI fece in-
trodurre la causa di sua canoniz-
zazione nel 1709. Benedetto XI lì
lo beatificò colla bolla Jiistus, a'i3
agosto 1729, Bull. Rom. t. XII, p,
397, assegnando il 2 1 agosto per
celebrarne T annua festa con uflizio
e messa di rito doppio maggiore
in molti luoghi della Francia, e
nelle congregazioni della missione
e della carità. Quindi Clemente
Xll a' 16 giugno 1737 solenue-
(uente lo paQouizv:,ò ■ mediante I9
MIS 229
bolla Superna, presso il Bull. Rom.
t. XIV, p. 1 54 ; indi a' 7 dicem-
bre ordinò a tutta la Chiesa l'uf-
fizio e messa con rito semidoppio,
e il rg luglio per celebrarne la fe-
sta. Il parlamento di Parigi proibì
la ritenzione della bolla Superna,
col pretesto che fosse contraria al-
la libertà della chiesa gallicana, per-
chè in essa si loda il santo di aver
indotto 85 vescovi francesi a chie-
dere al Papa la condanna delle
cinque proposizioni di Giansenio, ri-
tirandosi dall'amicizia di Verger
abbate di s. Cyran quando Io co-
nobbe eretico. Ma Clemente XII
a' i5 febbraio 1738 condannò il
decreto del parlamento, che il car-
dinal Fleury procurò fosse rivoca-
lo. Benedetto XIV con decreto dei
28 marzo 1745 concesse 1' uHIzio
e messa del santo con rito doppio
di prima classe in tutti gli slati sor-
di, e con altro de' 12 maggio 1753
l'elevò dal rito semidoppio al dop-
pio n)inore nella Chiesa iiniversale.
Il Novaes, Storia de' Pont. t. XIII,
p. 220 ; ed il Cancellieri, 3Ient. dì
s. Medico p, 62, riportano una
biblioteca di autori che scrissero la
vita di s. Vincenzo ile Paoli, e la
difesa in diverse lingue, non che
del suo spirito e fondazioni delle
congregazioni della missione e figlie
della carità, e gli atti di sua bea-
tificazione e canonizzazione. Nella
basilica vaticana, la statua del san-
to scolpita da Pietro Bracci, fu e-
retta tra quelle de' fondatori nella
nave maggiore.
All'articolo Esercìzi spirituali ( F'e-
di), non solo dicemmo di quelli
che si danno nelle case della mis*
sione e in altre di diversi religio-
si , ma parlammo pure dì quelli
prescritti nel 1662 da Alessandro
VII e dai suoi successori, agli oi'>
23o MIS
dinaudi pel sacerdozio, sotlu pena
di sospensione ; e del grande utile
di questi esercizi ne tratta il Piazza
citato. Alessandro VII confermò la
congregazione, Clemente IX le ac-
cordò molte grazie e privilegi, ap-
provate da Clemente X. Propagan-
dosi successivamente la congrega-
zione, stabilì una casa in Africa ,
per assistere i poveri schiavi di
Barberia ; e nel 1697 Innocenzo
XII mandò alcuni sacerdoti della
missione nella Cina. Questo Papa
benefico colla congregazione, in det-
to anno le concesse il monastero,
l'abbazia, e la Chiesa de ss. Gio-
vanni e Paolo (P^edi), già de' gè-
suati e domenicani irlandesi. Inol-
tre Innocenzo XII assegnò a questa
congregazione quanto riporta il Ve-
nuti, Roma moderna, p. SSg. Que-
sti narra che la duchessa d'Aiguil-
lon o Aquillon aveva assegnata al-
la cosa la rendita di scudi duemi-
la ; che il cardinal Nicolò Guidi
di Bagno comprò nel iGSg il pa-
lazzo contiguo alla prima casa per
quindicimila scudi, il quale fu ad
essa incorporato, quindi considera-
bilraeute ampliata da altri bene-
fattori, come dai cardinali Stefano
Durazzo, Ludovisi e Giovanni Bo-
na ; dai marchesi Brignole e Du-
razzo, Annibale Saletti e Giuseppe
Palamolla. Desiderando il Papa
Clemente X! che l' istituto bene si
introducesse e stabilisse in Porto-
gallo, quando vi si recò Giuseppe
Gomez da Costa superiore de' ss.
Gio. e Paolo, con intendimento di
fondarvi una casa, Io raccomandò
all'arcivescovo di Braga, e nel 1 7 1 3
al re Giovanni V, Io che produsse
buon elTelto. Il re peruuse la fon-
dazione di una casa in Lisbona nel
silo detto Relbafolles, ove si reca-
rono quattro sacerdoti } ma volendo
MIS
il re assoggettarli al patriarca, la
fondazione restò sospesa, finché vo-
lendo celebrare la canonizzazione
di s. Vincenzo, accordò che avesse
luogo solo soggetta al superiore
generale ; laonde accorsi dalla Ca-
talogna, Francia ed Italia diversi
missionari, si aprì la casa di Lis-
bona, che il re dotò di abbondanti
rendite. Essendo costume da gran
tempo, secondo I' istituzione di s.
Vincenzo, che ogni martedì non
festivo nelle ore pomeridiane si te-
nessero dai missionari nella casa di
Monte Citorio spirituali conferenze
con r intervento di molti ecclesia-
stici ; Clemente XI, per vieppiù
allettarli a così utile e lodevole e-
sercizio, concesse loro l'indulgenza
di cento anni per ogni martedì,
colla bolla Cam sicul, de'27 otto-
bre 171 3, Bull. Rom. l. X, par.
I, p. 35o ; e plenaria a quelli che
confessati e comunicati visitassero
r interna chiesa della ss. Trinità nel
martedì santo. Il Piazza nel!' Ea-
sevologio tratt. X, cap. XVI H :
della conferenza spirituale degli
ecclesiastici alla Missione a Mon-
te Citorio, discorre di questa isti-
tuzione per degnamente esercitare
il ministero sacerdotale, che defi-
nisce per divota accademia di spi-
rito per la riforma interiore del
clero, e di singoiar giovamento a
chi la frequenta.
Dicemmo alla biografìa del car-
dinal Lanfredini Amadori come
questi contribuì in gran parte alla
spesa delia riedificazione di detta
chiesa, e come in morte istituì e-
rede la congregazione, volendo esse-
re tumulalo nel medesimo tempio.
Benedetto XIV colla costituzione
Quo magis, de' 18 dicembre I74'2>
Bull. Bened. XI F, t. I, p. 228,
dichiarò che i voti semplici de' si-
MIS
gnofi della Diissiuiie non potcsse-
l'o dispensarsi che dal Papa o dal
superiore generale della congrega-
zione, neir alto solamente che par-
tono da essa i soggetti con detti
voti obbligali. Clemente XIV aven-
do nei 1773 dato ai Passionisli
{^Vcdi) il monastero e chiesa de' ss.
Gio. e Paolo ; in vece concesse al-
la congregazione il noviziato ossia
Ja casa e chiesa di s. Andrea dei
Gesuiti {^r^edi), che desa'iveramo a
quell'articolo, ai quali Pio VII
tutto restituì. La rivoluzione di
Francia del 17^9, come ogni altro
istituto, cosi disperse questo della
missione, onde morto in Roma il
suo superiore generale d. Ceylà nel
i8oo, non le fu ritornato un suc-
cessore che sotto Leone XII . A
quell'epoca potè risorgere dalle sue
rovine, e facilmente ripristinarsi,
massime in Italia, dove a Roma
con una specie di prodigio ed uni-
co esempio rimasero sempre uniti
i missionari nella casa di Monte Ci-
lorio, la quale era divenuta re-
sidenza di un vicario generale, e
come centro di tutta la congre'
gazione, meno la Francia che a-
vea un altro vicario. Che nei pri-
mi del coirente secolo, gli alunni
del Collegio Urbano [Fedi) di pro-
paganda Jìde^ dopo essere stati in
custodia del p. Paccanari, furono
ammessi nella casa della missione
a Monte Citorio, lo dissi nel voi.
XIV, p. 2 25 del Dizionario. La
chiesa e la casa di s. Silvestro al
Quirinale, già de' Teatini {Fedi\
poi de' sacerdoti della fede di Ge-
sù istituiti dal Paccanari , Pio
VII la diede ai missionari, facen-
done couìprare la casa dalia ca-
mera apostolica , col pagamento di
<luattromila scudi, e ciò in com-
[)cuso della casa e chiesa di s. Au-
MIS 23 I
drea al Quirinale, che per quaran-
t' anni aveano posseduto. JNel 1837
nella chiesa della ss. Trinità solen-
nemente si celebrò la festa cente-
naria della canonizzazione di s. Vin-
cenzo de Paoli, per la quale cele»
brò messa all'altare maggiore il
Papa Gregorio XVI, ricevuto dal
superiore generale d. Giambattista
Nozò, il quale scelse questa occa-
sione per recarsi da Parigi a visi-
tale le case d'Italia. Il Papa accolse
poscia benignamente al bacio del
piede tutta la religiosa famiglia. Le
divote e magnifiche pompe ch'eb-
bero luogo per tal centenario, si
leggono nel numero Go del Diario
di Roma. Nel pontificato di Gre-
gorio XVI, nella casa di Monte Ci-
torio venne ripristinata 1' accade-
mia liturgica fondata da Benedetto
XIV, della quale è direttore im
missionario, pubblicando colle stam-
pe le sue utili e dotte dissertazio-
ni : ne parlammo al voi. XXXIX,
p. 5'/ e 58 del Dizionario.
Il fine principale di quelli che si
ascrivono a questa congregazione, è
di procurare la propria santificazione,
quella de'poveri contadini e popo-
lazioni delle campagne e castelli, per
mezzo delle missioni, e l' avanza-
mento spirituale delle persone ec-
clesiastiche, nella coltura delle scien-
ze e della pietà; ma in città ove
sono sedi vescovili non predicano
né amministrano sagramenti, meno
i casi di qualche notabile necessità.
Fanno essi un' ora di orazione
mentale la mattina , tre volte il
giorno r esame della coscienza, al-
cune conferenze spirituali ogni set-
timana, il ritiro di otto giofni
ogni anno, ed osservano senqjre il
silenzio, tranne il tempo della ri-
creazione. Si occupano alcuni di
essi per selle o olio mesi dell'an
a^?. MIS
no nelle coutìiiiie missioni delia
cam]);igiia, come ci' oidinaiio suole
avvenite nella casa di Monle Cito-
rio, e procurano di fondare ove
possano confraternite della carila
a' sollievo de' poveri. Attendono in
molli luoghi tinche alla direzione
de* seminari; dovunque sono danno
gli esercizi a quelli che si prepa-
rano per le ordinazioni, o che aven-
do già ricevuti gli ordini si ritira-
no per qualche tempo notabile ;
e si applicano alla pratica delle
virtù e delle funzioni proprie del-
la loro vocazione, essendo i missio-
nari assai diligenti nell'esercizio del-
le sacre cerimonie e riti, che per-
ciò ne istruiscono le persone eccle-
siastiche. Nel tempo in cui danno
gli esercizi agli ordinandi, oltre al-
le molte pratiche di pietà, nel-
le quali i missionari procurano di
occuparli, fanno loro ogni giorno
un discorso morale, ed un altro so-
pra le materie più importanti del
loro stato. Tengono per questo fi-
ne col clero adulto anche le me-
nìorate conferenze settimanali colle
persone ecclesiastiche in varie delle
loro case, che sono sempre aperte
tanto agli ecclesiastici che ai secola-
ri, i quali vi si vogliano ritirare a
farvi per alcuni giorni gli esercizi
spirituali sotto la loro direzione.
Benché quelli eh' entrano in que-
sta congregazione, dopo due anni
di noviziato facciano quattro voti
semplici, di povertà, di castità, di
obbedienza e di perseveranza o per-
petuità, da'quali, come si è detto,
non possono essere dispensali che
dal Papa o dal superiore generale
ntll'atlo della dimissione, giusta i
decreti di Alessandro VII e Bene-
detto XIV, appartengono nondime-
no al corpo del clero secolare, e
Iprp ti de^uno perciò il nome di
M 1 S
Signori della missione. Esercitano
tutti i ministeri dell' istituto, che
riguardano i prossimi, coli' appro-
vazione e licenza degli ordinari dei
luoghi, e nelle missioni non fanno co-
sa alcuna senza il consenso de'parro-
chi. Sono governati da un superiore
generale residente nella nuova casa di
Parigi, ch'è perpetuo, essendo ora il
lev.nio f\ (ìio. Battista Etienne, e
procuratore generale residente in
Roma nella casa della Missione il
rev.mo d. Simone Ugo. Vestono qua-
si come i preti secolari, laonde po-
co da essi si distinguono, forse dal-
la forma del collare, e prima da
un ciuiretto di barba che portava-
no sul mento, riportandone la figura
il p. Bonanni nel Calai, degli ord.
religiosi p. 43.
La congregazione della missione
si è largamente diffusa. JNegli ulti-
mi del secolo passato i missionari
avevano più di ottanta case, divise
in nove provincie, come di Sciam-
pagna, di Poitou, d' Aquitania, di
Lione. d'Italia, di Polonia, ec. Al
presente la congregazione, oltre la
nuova casa di Parigi ed altre in
Francia, ben venti e più case ha
in Italia, molte in Polonia, altre in
Ispagna ed in Portogallo. Anche
fuori d' Europa conta stabilimen-
ti, cioè diversi nel Levante, a
Smirne, Santorino, Naxia , Saio-
nicchi, con Costantinopoli. In A-
sia ha le missioni di Peckino ,
Nanckino, Tche-kiung-kiang-si, e
Mongolia, tutte nella Cma. Più le
missioni di Damasco, d' Aleppo, di
Antura, di Tripoli, di Siria e . di
Persia. In Africa, Abissinia, Sen-
nar, Alessandria ed Algeri. In Ame-
rica le missioni del Texas, case nel
Brasile, un noviziato negli Stati Uni-
ti, due collegi, sei seminari vescf)-
\ili, ed Qltu altre case e t csidenze.
MIS
Da pochi anni l' istituto si è inlm-
dotto anche in Irlanda, e vi ope-
ra un gran bene. Qggi ai degni snoi
alunni è altresì aflldata la difficile
prefettura ócW Etiopia (Fedi), al
(piale articolo parlammo della de-
putazione di etiopi a Gregorio
XVI, accompagnata dal prefello d.
(Giuseppe de Jacobis. Di questa
congregazione trattarono gli sto-
rici degli ordini religiosi, e nell'an-
no i8i5 fu stampato il libro :
De privdegiis et indulgentiis con-
gregationis Missionis. Questa con-
gregazione non venera sugli altari
che il solo fondatore, tuttavia es-
sendosi da Gregorio XVI recente-
Dienle introdotta presso la congre-
gazione de'riti la causa di cinquan-
ta martiri delia Cina e Tonkino,
si è aperto l'adito alla canonizza-
zione di due di questo numero
ciie appartengono al medesimo i-
stituto . Il primo è il sacerdote
Francesco Clet, martirizzato nel
1820, e l'altro Gabriele Perboy-
re, giovane sacerdote che sosten-
ne il martirio agli i i settembre
1840 (Gregorio XVI ne appese il
ritratto dipinto a olio, che ricevet-
te da Parigi, nelle pareti della ca-
mera ove esalò lo spirito a Dio),
così avrebbe pure potuto promo-
vtrsi ne' tempi trascorsi la causa di
molti altri, che per la santità della
loro vita, o per la generosità del-
la loro morte sostenuta fra i tor-
menti per la fede di Gesù Cristo,
ne furono reputati degni. Essa die-
de anche molti uomini illustri per
santità di vita, dignità ecclesiasti-
che e dottrina , non che scrittori
(Ji opere teologiche e morali, tra i
quali si distinse tra i francesi Pie-
tro Collet rinomato continuatore
della teologia di Tornely, e tra gli
italiani Francesco Giortjanini ^i^lo-
MIS a33
re di varie opere, tra le quali ri-
scosse somma approvazione la sua
istruzione ai novelli confessori, ri-
stampata più volle, ma solo nell'ul-
tima fatta in Roma col suo nome.
Ebbe la congregazione fino dai
primi tempi molli arcivescovi e ve-
scovi ; tra i defunti nomineremo
alcuni degli ultimi. Fenaia patriar-
ca di Costantinopoli, e vicegerente
di Roma, morto a Parigi deporta-
to nel 18 12 ; Giuseppe Scarabelli
vescovo di Sarzana ; Giuseppe de
Fulgure arcivescovo di Sorrento ;
Pietro Balducci vescovo di Fabria-
no e Matelica ; e Giuseppe Rosati
di Sora, che dopo aver sostenuta
l'opera della religione negli Slati-
Uniti d' America, governò la vasta
diocesi della Nuova Orleans, fatto
vescovo in partihus , e poscia dopo
la divisione , quella di s. Louis ;
fu l'anima de' sinodi diocesani e
provinciali di quelle parti, incari-
cato d' una singoiar missione apo-
stolica di Gregorio XVI alla re-
pubblica di Haiti, laonde come ve-
scovo di s. Louis [Fedi), a quell'ar-
ticolo parlammo delle sue singo-
lari qualità, coll'autorità de' Diari
del 1843, e non del i845, come
per errore di stampa ivi si leg-
ge. Tra i viventi, i vescovi di Con-
cordia e Conversano, fatti da Leo-
ne XII ; quelli di Oria , Ugen-
to , Tricarico e Nardo , fatti da
Gregorio XVI , fra* quali spicca
quello di Ugento monsignor Bruni
per varie sue opere date alle stam-
pe. Oltre questi Ja congregazione
della missione ha avuto vari ve-
scovi nella Cina, e di presente più
vicariati apostolici istituiti da Gre-
gorio XVI sono nelle roani de' ve-
scovi di questo istituto. Inoltre essi
hanno due vicari apostolici in Mon-
golia ed iu Ilonan, cioè i iiion&i>
234 M I S
gnori Giuseppe Marziale Monly ve-
scovo di Fessula, e Gio. Enrico Bal-
tliis vescovo di Zoara, ambedue no-
minati da Gregorio XVF; monsig.
Gio. Maria Odin da Gregorio XVI
fàlto nel i84i vescovo di Claudiopo-
li e vicario apostolico del Texas in
America ; e monsignor Pietro Paolo
Trucchi già superiore delia casa di
Roma, fatto vescovo d' Anagni dal
regnante Pio IX a* 25 settembre
1 846. La congregazione di s. Vin-
cenzo de Paoli ha dato alla Chiesa
innumerabiii operai apostolici, che
tra gli eretici ed infedeli versarono
sudori e sangue. Ne diede l'esem-
pio lo stesso fondatore, di cui esi-
stono le lettere scritte dalle coste
dell' Africa settentrionale e dall' i-
sola di Madagascar. La congre-
gazione della missione, in Roma ha
le line seguenti chiese, con case
contigue.
Ciiitsa della ss. Trinità della
Mìssioìit:, a Monte Citorio, nel rio-
ne III Colonna, presso la curia In-
uocenziana. Disopra dicemmo del-
la sua origine nel secolo XVII, e
del suo ingrandimento nel XVIII,
laonde qui aggiungeremo che la
chiesa fu eretta nel recinto della
casa di Monte Citorio fino dal
primo ingresso de' missionari, in
conformità delle disposizioni del-
la fondatrice duchessa d'Aiguillon ;
ma ({uesta chiesa nel corso degli
anni domandò una sostituzione, sic-
come piccola e disadorna; fu quin-
di edificata la nuova chiesa per le
ragguardevoli elargizioni del cardi-
nal Lanliedini. Il disegno della rie-
dificazione è del sacerdote della
Torre, già supcriore della casa an-
nessa, nel cui interno trovasi, ed è
la chiesa di graziosa forma. JNella
prima cappella a mano destra, en-
truudu iu chiesa, si osserva il qua-
MIS
dro con s. Francesco di Sales e s.
Giovanna Fremiot di Chantal, ope-
ra di Yien. Quello della seconda
cappella rappresenta la sacra Fami-
glia dipinta dal Roltari. L'altare
della terza ha un dipinto di Sal-
vatore Monosil io, esprimente la Con-
versione di s. Paolo. Il quadro del-
l'altare maggiore è pittura del cav.
Sebastiano Conca, il quale vi figu-
rò la ss. Trinità ed altre imma-
gini: i due quadri laterali, e l'al-
tro della sacristia furono eseguili
da Aureliano Milani. Il nominato
Monosilio colori l'Assunta nell'al-
tare della prima cappella a sinistra,
presso il memorato principale; co-
me il Milani è autore del s. Vin-
cenzo de Paoli nell'altare della se-
guente cappella; in quello poi del-
la tei'za Pietro Perotli elligiò s.
Filippo Neri. Va però avvertito
che l'altare di s. Vincenzo, per l'im-
pegno del lodato prelato Trucchi
fino da quando era superiore, e di
generosi ragguardevoli divoti, in pò-
chi mesi fu nobilmente abbellito e
fatto ricco ed adorno di marmi ,
bronzi , dorature e pitture nella
cappella, giusta il disegno dell'ar-
chitetto lienedelti , gli ornati ia
gesso e metallo del Martinoli, i
lavori in iscagliola dell' Urtis, e gli
affreschi del professore Agneni. Se
ne legge l'interessante descrizione
nel Diario di Roma 1847, num.
5S, e che a' 18 luglio fu consagra-
to dal vescovo promotore di sì
magnifica ed elegante opera, poco
dopo recandosi a celebrarvi la mes-
sa della dedicazione il Pontefice
Pio IX, come sull'altare maggiore
avca fatto Benedetto XI Vj e poi
ascoltò quella di un suo cappel-
lano segreto. Questo silo dovea
essere compreso nel foro di An-
louiuo Pio, giacché ucl giurdiuj
MIS
di quesla casa della Missione, nel
1705 fu trovata sotto terra la Co-
lonna d'Antonino stesso, ed il suo
magnifico piedistallo : di questo
parleremo a Palazzo Vaticano ,
dicendo del giardino ove esiste^ re-
staurato da Gregorio XVF, e della
colonna ne se fece parola nel voi.
XIV, p. 3i3 del Dizionario. Nel-
la prima domenica dopo la Pente-
coste, nella chiesa vi si celebra la
festa titolare della ss. Trinità. Quel-
la di s. Vincenzo de Paoli ai ig
luglio, con cappella cardinalizia, che
descrivemmo nel voi. IX, p. 143
del Dizionarioj ed in ogni qua-
driennio il senato romano vi fa
l'oblazione del calice d' argento e
quattro torcie di cera : talvolta vi-
sitarono in tal giorno la chiesa i
Pontefici, come fece Gregorio XVI,
al mododelto, pel centenario del-
la canonizzazione, nella quale occa-
sione pel solenne triduo fu permes-
so l'accesso in chiesa alle donne,
essendo ad esse vietato quale inter-
na nella casa religiosa. Da ultimo
vi fu pure il regnante Pio IX nel
1846, ascoltandovi la messa cele-
brata da un suo cappellano segre-
to, indi ammettendo nell'oratorio
interno benignamente al bacio del
piede tutti gl'individui della reli-
giosa comunità.
In questa chiesa da alcuni an-
ni gli aggregati alla pia opera di
s. Vincenzo de Paoli sono soliti
nel giorno della festa ad interve-
, nirvi e farvi la santa comunione.
La società di s. Vincenzo de Pao-
li istituita a'nustri giorni, e nell'an-
no i833 in Parigi per soccorrere
gì' indigenti, propagata mirabilmen-
te in Francia, si stabilì in Roma
nel 1842, ove il cardinal Patrizi
vicario con editto dell'aprile 1842
rie approvò ed encomiò lo scopo
MIS i2%
e le regole da praticarsi. Ecco co-
me il sacerdote eh. don Domenico
Zanelli (questi nel 1842 pubblicò
in Roma, Fila del missionario Già.
Gabriele Perboyre martirizzalo nel-
la Cina ) la descrive nel numei-o
12 del Diario di Roma i843.
" Costituita da persone quasi tutte
indipendenti per la loro fortuna,
diretta da uomini stimabili e per
le loro virtù e per la loro sociale
posizione, approvata e protetta da
Gregorio XVI, la società di s. Vin-
cenzo volge le sue cure a soccor-
rere il poverello, a visitare l'in-
fermo e il prigioniero, ad ammae-
strare il fanciullo, a consolare il
sofferente negli ospedali, a ricovera-
re l'orfanello. E siccome l' uomo
non vive di solo pane, così la ca-
ritatevole società a lato delle sof-
ferenze visibili de'corpi, contempla
ancora le piaghe invisibili e non
meno pericolose dell'anima; alla li-
mosina ha congiunto un altro bene,
che non puossi dire abbastanza am-
mirabile, ed ha voluto che i suoi
membri andassero a sedersi sotto
l'umile tetto delle povere famiglie,
e là conversassero con esse, rac-
contassero i benefizi della religio-
ne, conservassero la fede in chi la
possiede, la rianimassero ne'deboli,
e la risuscitassero dove fos.se estin-
ta. Con ciò si ottengono ravvedi-
menti, veggonsi santificati illeciti
matrimoni, richiamate al pudore
traviate giovani, preparati alla fe-
lice morte ostinali e ciechi colpe-
voli. Ma poiché per esercitare sì
belle opere di carità spirituale e
temporale sono nece.s.sari mezzi pe-
cuniari, la società pertanto stabili-
va che i suoi membri avessero a
contribuire con elemosine periodi-
che e proporzionate alla loro for-
tuna; quindi a misura che vanno
736 MIS
f» moltiplicarsi i membri, «ia atti-
vi, sia conti ibiienti, la società rad-
doppia i suoi mezzi con che prov-
vedere ai bisogni del poverello. E
questa operosa unione nelle sue set-
luuanali coufereir/.e rende conto del
suo operalo, e al cadere dell' anno
dà un pubblico rendiconto. Il clie
111 cominciato a fare anche la so-
cietà romana; e ciò fu, sono po-
chi giorni, nella chiesa di s. Clau-
.iio de' borgognoni (ivi fu istituita
nel i83tJ, e ne parlammo, come an-
cora di quella di Francia, nel volu-
me XKVI, p. 229 e 23o del Di-
z'oiKtrio) alla presenza del cardinal
vicario e di altri cospicui perso-
naggi, nella qual circostanza fece
li suo rendiconto anche la società,
o dirò meglio la conferenza fran-
cese, nata a benefizio degli stranieri
Ira noi dimoranti, qualche mese
prima della romana ".
Chiesa di s. SiL'estro al Quiri-
nale, nel rione li Trevi, presso
i'antico P^ico de' Co rudi y ed il luo-
go ove il famoso letterato greco
Ciiovanni Lascaris apri un collegio
di gioventù per istruirla nelle scien-
ze e nelle lettere greche, ciò che
ricordammo ne' voi. XIV, p. 170,
e XXXVllI, p. 45 del Dizionario.
\h\\ Martinelli, Roma ex elhiiicu
sacra p. 3o4, ii iia che la chiesa
era parrocchiale in cura di pochi
veligiosi domenicani, e noi aggiun-
geremo di j'us patronato con la
ciis.i annessa della famiglia Sforza-
Cesarini, per cui il cardinale Gui-
do Ascanio Sforza de'conti di s. Fio-
ra a'i3 novembre i555 la cede
a Paolo IV in favore de' teatini,
de'(|uali il Papa era confondato-
re, ed il 18 ne presero possesso
i religiosi , laonde i diritti par-
rocchiali furono trasferiti nella vi»
(:ÌMa chitJiU Uè' i>s. A^)usluli. ^'«1^4
MIS
il Venuti, Roma moderna p. 149,
che J teatini coll'aiuto di persone
pie accrebbero e resero comoda
la loro abitazione (ove Paolo IV
tenne più concistori , al dire di
Boinbelli t. I, p. 73 delle Imma-
gìni coronale), e rinnovarono ia
chiesa con buone cappelle, marmi,
pitture e soihtto dorato a' tempi di
Gregorio XIll. 1 teatini vi stabili-
roi»o il noviziato, con buona libre-
ria ed ameno giardino, da dove si
gode la veduta di tutta la città.
Allorché sotto Alessandro VII la
peste afflisse Roma, Adriano Velli
maestro di camera dell'ambasciato-
re di Spagna tramò una congiura,
di ilar fuoco a tutti i fenili , sac-
cheggiare la città, ed imprigionare
il Papa e Cristina regina di Svezia
per aver essa licenziato le guardie
spagnuole. Alessandro VII di ciò
spaventato, voleva rinchiudersi con
cancellij e niettere tutti i cardina-
li in questa casa di s. Silvestro,
ove furono scoperte molte armi da
fuoco. Nel 1800 la chiesa e la ca-
sa passò in dominio de' sacerdoti
dell' istituto tlella fede di Gesù,
fondati da d. Nicolò Paccanari
[fedi), i quali vi fecero molti riat-
tamenti, mercè i generosi aiuti del-
la piissima loro benefattrice l'arci-
duchessa Marianna d'Austria, che vi
riunì i ragazzi dell'ospizio di Ta-
ta Giovanni per la loro educazione.
Inseguito Pio VII nel luglio i8i4
diede la chiesa e la casa ai signori
della missione, che ivi tengono il
noviziato, restituendo ai gesuiti la
chiesa e casa di s. Andrea fino allora
abitata dai medesimi signori della
missione, rientrandovi i gesuiti iu
possesso ne'primi di agosto. Essendosi
celebrali nel vicino palazzo Quiri-
nale i conclavi per le elezioni di
J^eoue Xll, i'iu YIU, GregovJQ
MIS
XVI e Pio IX, il sacro collegio si
è adunato nel salone presso la sa-
crestia della chiesa (il quuie salone
serve alla comunità di refettorio, e
vi si ammira il celebre qiindro del-
la moltiplicazione de' pani dipinto
sul muro dal celebre p. Beiti tea-
tino), nella quale passando ne par-
tono i cardinali processionalmente
per fare il solenne ingresso in con-
clave, al modo descritto nel voi,
XV, p. 299 del Dizionario ; men-
tre a p. 266 si dice, che il clero
romano, cioè il secolare rappresen-
talo dai parrochi, e gli ordini reli-
giosi mendicanti , recandosi ogni
giorno processionalmente dalla ba-
silica de' ss. Apostoli al conclave,
tera]ina poi la processione e le pre-
ci nella stessa chiesa di s. Silvestro.
A questa si monta per una scala
a due branchi, e si passa nell'inter-
no, eh' è di una sola nave a cro-
ce Ialina, per unica porta. Le pit-
ture della prima cap{>ella a mano
destra, dedicale a s. Silvestro I Papa,
Io rappresentano nel quadro in allo
di battezzare Costantino, e sono di
Avanzino JVucci; la cappella contigua
aveva sull'altare un quadretto di
Giacomo Palma veneto, ed ora ha
un quadro di autore recente, che
rappresenta i ss. Francesco Saverio
e Francesco Borgia, con due laterali
della stessa mano; gli aiTreschi espri-
menti parecchi fatli «Iella vita di Ma-
ria, come anche le figure grandi per
di fuori, sono lavori del detto Avan-
rino. Il quadro della terza cappella,
il quale serve d'ornamento ad una
divota immagine di Maria Vergine
della Catena col Bambino, è di Gia-
cinto Gemignani che vi espresse s.
Pio V eoi suo nipote cardinal Bo-
nelli dello l'Alessandrino, ed alcuni
angeli : il rinmnente della cappella ,
dipinto a fresco, è opera del Ktbbia.
MIS 237
L'immagine si chiama della Galena,
peichè, come riferisce il citato Bons-
belli. Ira i miracoli da essa falli, vi
fu quello di una persona uscita di
senno, e dai suoi domestici messa
in catene, la quale ricnper«> pel suo
patrocinio la sanità, e consagrò ad
essa la catena con cui era stata av-
vinta. Essa è djpinta con stile gre-
co, e forse proveniente dall'epo-
ca in cui gì' iconoclasti perseguita-
rono le sacre immagini. I teatini
la trovarono in sacrestia, indi la
collocarono in aliare separalo, ove
il capitolo valicano la coronò ai
3i gennaio i65o. JNell'allare, della
crocerà vedesi il quadro coi ss.
Gaetano e Andrea Avellino, colorilo
da Antonio Ricci detto Barbalunga,
nia gli ornamenti della parete con
arme, figiue ed nitri capricci a.
chiaro-scuro sono del p. Zuccolino
teatino. Dai lati dellallare maggio-
re furono già i\\\t quadri, in uno
de' quali era eHìgiaio s. Pietro e
nell'altro s. Paolo, coloriti ambe-
due da frale Bartolomeo da Savi-
gnano ossia s. Marco, domenicano,
dello della Porta, al quale man-
cato il tempo- di perltzionarli, la-
sciò il s. Pietro non finito nello
studio di Baffaello, acciò lo c<in)-
pisse, come si crede Incesse. Questi
quadri ora sono ncll'appartamenlo
pontifìcio del Quirinale. La volta
innanzi l'altare maggiore, dove nel
mezzo è imo sfondato con alcni;i
putlini sopra certe mensole, fu ese-
guita da Giovanni Alberti da 5oi-
go s. Sepolcro. Sono anche sue al-
cune figure, e fuori dell'arco due
armi; le altre però che stanno nel-
la volta con quegli angeli che ten-
gono le armi Inori dell'arco, furo-
no eseguite da Cherubino Alberti,
La volla poi dalla parte del coro
fu condotta con ornamenli e pio-
2 38 MIS
spelli ve del p. Ziiccolino, e le fi-
gure vennero dipinte a fresco da
Giovanni Agellio da Sorrento. Nel
fondo del coro era vi una Madon-
na col Bambino assai bella, che di-
cevasi di Andrea del Sarto ; di
presente vi è un quadro grande
con ligure al naturale, rappresen-
tante s. Vincenzo de Paoli, colle
opere da lui istituite, dipinto nel
i832 da Giovanni Baccarini di
Lentinara : la disputa di Gesù fra
i dottori da un lato, è pittura del
p. Biagio Betti pistoiese, copiata da
Leonardo da Vinci; dall' altro la
Madonna e s. Gaetano sono di Laz-
zaro Baldi. La cappella di crocerà
da man sinistra, dopo l'altare gran-
de, fabbricata dai Bandini con archi-
tettura di Onorio Lunghi, ha un
quadro grande condotto sulle la-
vagne, rappresentante l'Assunzio-
ne di Maria coi dodici apostoli ed
angeli, il lutto colorito di azzurri
oltremarini da Scipione Pulzone da
Gaeta. I quattro tondi ne' peducci
della cupola di questa cappella, rap-
presentanti Davidde, Giuditta, Ester
e Salomone, sono del Domenichino,
intagliali più volle in rame. Le sta-
tue in basso, due sono dell'Algardi,
cioè la Maddalena ed il s. Giovan-
ni evangelista; le altre di diversi
scuhori. Il busto del cardinal Bandi-
ni collocalo sul suo deposito è di
Giuliano Finelli . La Natività di
Cristo dipinta nella seguente cappel-
la da Marcello Venusti, e le pitture
nella volta, e (juelle dai lati colla
strage degl'Innocenti, e coll'angelo
che apparisce a s. Giuseppe, e di
faccia l'Annunziata a fresco, sono
opere di Rad'aellino da Reggio. Ma-
riottu Albciiinelli fiorenlino lavorò
la cappella che viene dopo: nella
aulica tavpla dell' altare dipinse s.
Domenico con s. Caterina da Siena,
MIS
e Cristo, il quale stando in braccio
a Maria sposa la santa, ma que-
st'opera non più esiste. Le due sto-
rie della Maddalena ne'Iaterali fu-
rono colorite da Polidoro e Matu-
rino da Caravaggio con bellissimi
paesi; la volta con tre storie della
vita di s. Stefano fu dipinta dal
cav. d'Arpino pel cardinal Jacopo
Sannesio ivi sepolto, con più il
detto santo eseguilo a fresco per
di fuori nella facciata. L'ultima
cappella venne dipinta per intero
da Gio. Battista da Novara. La
pittura grande sopra la porla col-
la storia de'serpenti, è opera del
p. Caselli teatino, fuorché gli an-
geli coloriti dal p. Filippo Maria
Galletti pur teatino : le altre pit-
ture tra le finestre sono di Stefano
Pozzi. In questa chiesa sono prin-
cipalmente degni di osservazione
due depositi. In uno riposano le
ceneri del celebre cardinal Guido
Benti voglio, che mentre per senti-
mento comune si voleva Papa, u-
scilo dal conclave cessò di vivere,
e l'eslò quivi per lungo tempo sen-
za memoria. L' altro è il famoso
giureconsulto Prospero Farinaccio
romano, autore d'opere criminali,
che difese Beatrice Cenci, indi fat-
to da Paolo V procuratore fiscale,
per cui dal di lui stemma è so-
vrastato il monumento. Nella chie-
sa è pure sepolto il medico Giu-
seppe Ghislieri, fondatore in Roma
di quelle opere pie di cui parlammo
a Collegio Guislieri, ove dicem-
mo delle zitelle dolale che dove-
vano assistere al suo anniversario
in numero di quaranta, con an-
nui scudi tre durante la vita di
ciascuna. Tralasciate l'esequie pei'
4o anni, secondo il Diario di Ro-
ma (queste esequie non erano sta-
te omesse, ma facevansi nella chic-
MIS
sa di s. Andrea della Valle de'lca-
tini, donde con vicendevole con-
senso di lali religiosi e presidi del
collegio furono ristabilite nella cap-
pella di questa chiesa ov'è sepol-
to il Ghislieri), nel 1840 furono
ripristinate dal duca d. Scipione
Borghese Salviali, qual prolettore
del collegio, che v' intervenne coi
deputali, alunni e conviltori del
medesimo, in un alle vedove bene-
ficate dal defunto. 11 miracolo del-
la moltiplicazione de'pani e de'pe-
sci del p. Belli, da lui eseguito
con vasta dipintura nel refettorio
de'leatini suoi correligiosi, nel 1847
fu egregiamenle risarcito dal ro-
mano pittore Pio Anesi.
MISSIONI PONTIFICIE. I som-
mi Pontefici rivestiti dell'augusto
carattere di vicari di Gesù Cristo,
incominciando dal principe degli
apostoli e primo Papa s. Pietro,
sempre con ardente zelo inviarono
per ogni dove uomini apostolici con
Missione [Fedi), ordine e potere
di predicare e propagare V Evangelo
( Fedi), amministrare i Sacramenti
[Vedi), e adempiere il ministero
di tulle le funzioni ecclesiastiche,
giusta il coniando del divino fon-
datore della Chiesa; laonde dalla
missione data a sifTalli banditori
dell'eterne verità, ne derivò loro il
nome di Missionari ( Fedi), i quali
dilatarono per tutte le parti della
terra il Cristianesimo ( Pedi), e il
nome adorabile di Gesù. Quanto
i romani Pontefici con l'opera delle
missioni abbiano contribuito e con-
tribuiscano all'incivilimento del mon-
do, fu l'argomento di dotta e im-
portante dissertazione, che nell'ac-
«ademia di religione cattolica les-
se in Pioma il p. m. Giuseppe
Palma carmelitano calzato, poi ve-
scovo di Avellino, e di cui parlò
MIS 9 3<)
il numero yS del Diario di [io-
nia 1840. Con essa dimostrò che
la vera civiltà derivò dalla luce del
vangelo, the divulgato specialmente
dai Papi e dai missionari e uomi-
ni apostolici spediti da loio in tut-
te le direzioni, portò fra le genti
insieme con la vera religione il
miglioramento delle leggi e de'co-
stumi. Colla storia e colle teslimo-
nianze de'novatori, detrattori delle
glorie pontificie, additò quanto nel
tempo delle incursioni barbariche
del settentrione ben meritarono del-
l' ìncivilinienlo i successori di san
Pietro, col giungere per via delle
missiuni a .spogliare persino i bar-
bari delle loro feroci costumanze, e
ridurre a poco a poco l'Europa tut-
ta alla moderazione e al vivere
gentile. Dipinse veridicamente le
premurose industrie de' Papi nel
proclamare e promovere le Cro-
ciate [Fedi) per arrestare il tor-
rente delle orde saracene che mi-
nacciavano di estrema rovina la
nascente civiltà europea, enumeran-
do i vantaggi che ne trasse la re-
ligione, il commercio e le arti,
llaccontò lo scuoprinienlo dell' A-
merica, e provò che l'attuale col-
tura di cui godono quegli abitan-
ti, è tutta opera de'missionari in-
viativi dai Pontefici: parlò ancora
delia cardinalizia congregazione di
propaganda Jide fondata dai Papi,
e ne mostrò la grandezza, l'impor-
tanza, l'utilità, e descrisse la bene-
fica attività degli operai evangelici,
che muniti di missione apostolica,
discorrono l'Africa, l'Asia, le indie
e l'Oceanica con mirabile coraggio;
e mentre infondono nelle menti e
ne' cuori parole di eterna vita, in-
segnano ai selvaggi le arti utili, né
credono di avvilirsi col distendere
all'aratro, alla scure, alla squadra
24o MIS
e all'ago quella mano istessa, con
cui dispensano le celesti benedizio-
ni. Analogo all'argoraento ci sem-
bra eziandio opportuno quanto di-
ce del santissimo e maraviglioso
isliluto pontificio della propagazio-
re della fede per tutte le parti
del mondo, il eh. Gioberti nel Pri-
mato degV italiani t. I, pag. 43»
edizione di Benevento i844; P''""
"vando ancora con questo il prima-
to italiano, allorché fece il con-
fronto delle glorie di s. Francesco
Saverio, onore della compagnia di
Gesù, colle conquiste di Napoleo-
ne, nel seguente modo.
« Volete, italiani, gustare anche
al dì d'oggi una di quelle glorie pu-
re ed intemerate, che non turbano
i sonni del possessore, e non sono
detestate, ne maledette da nessuno?
Una di quelle glorie che rinfran-
cando gli spiriti degli scorati, e ri-
destando in essi la ragionevole fi-
ducia delle proprie forze, possono
sollevarli al riacquisto de'beni smar-
riti, e insegnar loro il modo di ri-
cuperarli ? Volgetevi alla religione,
la quale ve ne porgerà i mezzi.
Siede presso il Campidoglio un uo-
mo canuto e venerando , che ha
sudditi spontanei ed ossequenti in
tutte le parti del mondo abitato.
Questo sublime vecchio regna colla
sola autorità della parola sugli a-
iiimi liberi de' suoi soggetti, e sen-
za aver cannoni ed eserciti, impe-
ra salvando e benedicendo. La leg-
ge ch'egli insegna e promulga, legge
di pace di amore, di giustizia, di
fratellanza, fu per confessione di
tulli hi prima fonte di quella ci-
viltà eh' è sparsa in Europa, e per
cui r Europa sovrasta di prosperi-
tà e di potenza a tutte le altre
parti del globo, benché loro sotto-
btia di gran lunga per ogni altro
MIS
rispetto. Ai piedi del mirabile tcc-
chio fiorisce una congregazione di
uomini cosmopolitici, che chiamasi
la Propaganda (a questo articolo
parleremo meglio delle pie opere
sulla propagazione della fede), di cui
non v' ha alcun esempio antico, né
moderno, e che destò la nieravi-
glia e r invidia del più illustre
conquistatore che sia vissuto da
molti secoli ; ma Io scopo di essa
è di conquistar gli spiriti al vero,
e alla virtù i cuori, abilitandoli
coir innocenza a godere in terra
una felicità virtuosa, e a fruire in
cielo i gaudi della vera patria. Men-
tre i superbi potentati d'Europa
consumano le loro cure, e spendo-
no sovente un tesoro di sudori e
di sangue infinito per provvedere
a volgari interessi o soddisfare alla
loro gretta ambizione acquistando
al loio dominio una nuova striscia
di terra, la propaganda abbraccia
colle vaste e animose sue speranze
tutto il genere umano, e stende i
suoi benefici influssi sino ai termi-
ni più lontani del mondo. Ella
spedisce a tal effetto i suoi miti
conquistatori, non ad uccidere, ma
a convertire ed u mansuefare, e
se occorre, a morir perdonando; e
questi uomini poveri ed umili,
aventi per insegna una croce e per
sole armi la fede e la persuasione
congiunte ad un'eroica carità e ad
uno spirito illimitato di sagrillzio,
operano spesso quei prodigi che
sono interdetti al valore de'capita-
iii e degli eserciti. Chi potrebbe
descrivere le meraviglie dell'apo-
stolato? Chi potrebbe dipingere a-
dequatamente ciò che v' ha di bel-
lo e di grande in una missione
cattolica, che fra i trovali cristiani
é forse il più stupendo, poiché con
mezzi debolissimi iu apparenza prò-
MIS
duce gli effetti più grandiosi e du-
revoli ? Qual è l'istituto che sia
più degno della considerazione del
filosofo, dell'amore e dell' ammi-
ia/ione di chi anela a dilFondere
la civiltà, e ha un animo benevolo
pei* la famiglia universale de' suoi
fratelli V La storia coetanea e" in-
segna a che riescano le spedizioni
conquistatrici e trafficanti, per dif-
fondere l'incivilimento e felicitare
le nazioni barbariche ed infedeli,
quando la cupidigia politica e mer-
cantile non è raffrenata dal sacer-
dozio. Le missioni cattoliche conver-
tirono e addomesticarono la Spa-
gna, la Francia, 1' Inghilterra, la
Scandinavia, la Germania, l'Unghe-
ria, la Eoemia, la Polonia, e vi
seminarono quella gentilezza, che
ora fruttifica e si spande sul resto
del globo ; il che basta per rispon-
dere a coloro che le giudicano inu-
tili, o mettono i conquistatori e
i missionari nella medesima schie-
ra. Ma a che giovano le imprese
guerresche e mercantili, non aiu-
tate e temperate dalla religione ?
Dicnnlo le misere schiatte dell'Au-
stralia , della Polinesia ( ne par-
liamo a Oceania), dell'Africa me-
ridionale e delle due Americhe,
che miseramente si estinguono sot-
to il giogo dispettoso, o la fllantio-
pia impotente ed improvvida dei
nuovi occupalori. Chi può dubita-
re, che i miracoli delle antiche
missioni non si rinnoverebbero ,
quando si rimettesse in piedi, e
largamente e sapientemente si or-
dinasse questo mezzo potente di
civiltà, e il concorso dei principi
e dei popoli non mancasse allo ze-
lo della Chiesa? "
Della propagazione dell'evangelo
ne parliamo agli articoli riguardan-
ti parti del globo, stali, regni,
YOt. XLv.
MIS 9.4 1
nazioni , sedi vescovili si esistenti
che non più esistenti, con che ho
la religiosa consolazione di avere
riempito vm significante vuoto, con
quella faticosa e penosa brevità
che esige un vasto Dizionario, non
solo all'episcopologio cattolico, an-
co delle regioni degli eterodossi o
d'infedeli, ma ad una quasi geografia
cattolica romana sino ai nostri memo-
rabili tempi feracissimi di avveni-
menti politico-religiosi; ed eziandio
di avere supplito a quanto in gran-
de nel secolo passato erasi proposto
voler compilare il celebre cardinale
Garampi, come dissi altrove , cioè
dell' 0/'/>;y chrislianus, ossia Episco-
pologio universale , i cui materiali
radunati da quel dottissimo si con-
servano in innumerevoli schede nel-
l'archivio segreto della Sede aposto-*
lica; sebbene dal 1792, in cui mo-
ri l'illustre porporato, ad oggidì^
lutti sanno come le nozioni storico-
geografiche siensi immensamente au-
mentate, e la diffusione del van-
gelo meravigliosamente per tante
successive benemerite missioni sia
penetrata in tante e nuove regio-
ni, onde s'istituirono un grandissimo
numero di sedi vescovili, di vica-
riati apostolici , e di prefetture di
pontificie missioni, e principalmen-
te da Gregorio XVI. Quanto alle
missioni j a tale articolo dice il
Bergier, che da un secolo si fece
in Roma lo Slato presente della
chiesa romana in tulle le parli del
mondo, cioè una relazione partico-
larizzata delle missioni stabilite nei
diversi paesi dell'universo, scritta
per comando d'Innocenzo XI (deve
dire Clemente XI, la posseggo , e
ne parlai nel volume XV!, pag.
259 del Dizionario ed altrove) ; ed
aggiunge essere tale libro assai ra-
ro e curioso. Laonde per non ri*
16
24« MÌS
pelere quanto vado narrando agli
indicati innumerevoli luoghi, qui mi
limiterò riunire alcune generiche e-
rudizioni sulle missioni , mentre
delle benemerite istituzioni dei se-
minari delle Missioni straniere di
Parigi e d'Irlanda, ne tratterò a'due
seguenti articoli.
L'apostolico zelo de'sommi Ponte-
fici che con amore di veri padri e
pastori hanno avuto sempre a cuore di
eseguire il divino comando nella pre-
dicazione del vangelo, come di ricon-
durre all'ovile di Cristo le pecorelle
smarrite, non lasciò diligenza alcuna
per riunirle alla Chiesa, mercè del
divino Spirito che loro regge e
governa. Appena s. Pietro si recò
in Roma a predicarvi, la fede ed a
fondarvi la cattedra apostolica, inco-
minciando r opera delle missioni,
che i suoi successori non hanno
giammai intermessa, inviò i suoi
compagni e discepoli per tutta
Pltalia per farvi conoscere Gesù
Cristo; quindi colla vera religione
si riformarono le leggi conformi a
quelle del vangelo , ed all'ombra
della salutifera croce germogliò la
pianta preziosa della vera civiltà,
formandosi la società cristiana nel
centro del paganesimo, e sostenen-
dosi poscia in mezzo alle barbarie.
Tralasciando dunque di dire in detta-
glio, come successivamente i Pontefi-
ci spedirono nei primi secoli per ogni
parte missioni nella Francia o Gal-
lia, nella Germania, Spagna, Inghil-
terra, Irlanda, Scoziaj in Carinlia,
ai fiamminghi, schiavoni, sassoni,
svedesi, moravi, boemi, bulgari, da-
nesi, polacchi, russi, ungheri ed al-
tri; non che in Asia e Africd e
più tardi in America, e negli ulti-
mi tempi nell'Oceania, poiché se
ne tiatta ai loro luoghi ; solo
rimarcheremo che dovunque gli
MIS
uomini apostolici stabilirono la fe-
de cristiana sulle rovine dell' i-
dolatria, e la civiltà nel seno del-
la barbarie. Quindi goti, unni, bor-
gognoni, franchi, longobardi ed altre
nazioni, emendarono le loro legqi
sullo spirito del vangelo, Videsi allo-
ra accadere quel prodigioso cambia-
mento, ch'eccitò l'ammirazione e lo
stupore degli storici, poiché coll'effì-
cacia della divina parola degl' in-
viati dai Papi, in pochi anni riu-
scirono a persuadere l'umilia all'or-
goglio, la castità alla lascivia, la
misericordia alla ferocia, la libera-
lità alla rapina, ia pazienza all'al-
terigia, il perdono delle offese al
risentimento, il rispetto e l'amore
alle inimicizie ; a far proscrivere
la poligamia, l'adulterio, il suicidio,
le uccisioni, gli spettacoli crudeli e
i sacrifizi umani. Furono così feli-
ci e prodigiosi i successi delle mis-
sioni, che gli stessi nemici di esse non
han potuto non riconoscere e con-
fessare la benefica influenza de* mis-
sionari sul vero inciviliinento. Il so-
lo cristianesimo contribuì a tanti
sorprendenti cauibiauienti, ed i Pon-
tefici colle loro missioni seppero
produrli completamente , venendo
per ciò addolcili e migliorali i co-
stumi degli uomini, dando le vere
idee del diritto pubblico e privalo
d'Europa, fondamento di una so-
cietà veramente incivilita. Immensi
poi furono i vantaggi prodotti
dalle crociate, con che si arresta-
rono i formidabili progressi de'sa-
raceni, ed un chiaro scrittore le
chiamò missioni corporali. JNè om-
misero i Papi ad un tempo di
risvegliar il cristianesimo ne'popoli
soggiogati dai seguaci di Maomet-
to, anche per mezzo del clero re-
golare e de 'monaci.
JNci primi anni del secolo XIII
MIS
fondandosi nuovi ordini religiosi,
questi somminisliarono innumerahili
missionari che con eroismo e petto
sacerdotale incontrarono stenti e
tnnrtirio per divulgare l'evangelo,
massime i domenicani ed i fiance-
scani, i pritni spediti da Gregorio
IX nell'Asia, i secondi da Onorio
HI già mandali nella Grecia', Siria
ed Egitto, quindi da Innocenzo IV
in Tartaria. Sotto questo Papa eb-
be origine quella sacra lega de'do-
menicani e francescani, chiamata la
società de'pellegrini di Cristo, di
cui parlammo nel voi. XXVI, p.
96 del Dizionario, la quale scorre-
va per l'oriente e pel settentrione
a portar la luce della verità ai
gentili e idolatii, agli eretici ed agli
scismatici, rinnovata poi ne'ponti-
cati di Giovanni XXII, Gregorio
XI, Urbano VI, e Bonifacio IX;
ed agli articoli degli ordini e con-
gregazioni religiose si dice delle
missioni loro affidale tlai Papi, co-
me di quelle che hanno per subli-
me fine la redenzione degli schiavi.
Inoltre Giovanni XXIl concesse ai
francescani la giurisdizione episco-
pale nei luoghi ove non si trova-
no vescovi cattolici ; e inviò mis-
sionari a predicar l'evangelo tra
gl'infedeli che gran danno aveano
recato nell'oriente al cristianesimo.
Leone X e Adriano VI inviarono
missionari in America, ed instituen-
dosi indi i teatini ed altri chierici
regolari, anche ad essi furono asse-
gnate missioni. Nel nuovo mondo
Ira i primi banditori del vangelo
vediamo i mercedari, i francescani,
anche cappuccini, i carmelitani ed
altri molti religiosi, come i dome-
bìcbdì, con immenso frutto di conr
versioni e d'incivilimento, derivato
dallo zelo dei Papi che mandarono
missionari anche in altre regioni.
MIS 243
Per non dire di tutti. Paolo III
spedì i gesuiti nel Giappone e
nelle Indie orientali, i quali poi pe-
netrarono anche nella Cina, ove
dicesi erano stati prevenuti in qual-
che parte dai domenicani. Il Papa
s. Pio V emanò diversi decreti ri-
guardanti la facoltà e giurisdizione
de'missionari, e la cura delle ani-
me. Gregorio XIII, assai benemeri-
to delle missioni, ebbe la gloria di
vedere a'suoi piedi gli ambasciatori
di tre principi giapponesi, in me-
moria di che fu coniata una me-
daglia coir epigrafe : Ab regibus
japonior. prima ad Rom. Pont,
legnlio et obedienlia . Clemente
Vili prese parti colar cura del-
la promulgazione del vangelo , ia
che si dislinse ancora Paolo V.
Il successore Gregorio XV ebbe il
vanto immortale d'istituire nel iG-za
la Congregazione di propaganda
fide [Fedi), assoggettando ad essa
tulli i collegi già istituiti, o che
si fondassero in seguito collo sco-
po delle sante missioni per tutto
il mondo. Questo grandioso stabi-
limento fu continuato, accresciuto
ed arricchito di privilegi e fondi
cospicui da altri Papi , cardinali,
ed altre pie persone ; essendo la
congregazione incaricata di provve-
dere ai diversi bisogni delle mis-
sioni, ai mezzi di farle riuscire be-
ne e dilatarle. Quale e quanto
sia immensamente vasta la giu-
risdizione di propaganda in tutto il
mondo, cioè ne' paesi degl'idolatri,
degl'infedeli, degli eterodossi o di
culto misto, si può vederlo nel voi.
XVI, p. 24B e seg., ove produ-
cemmo il catalogo òtvi<^ariaÌL ape-
stolici e prefetture apostoliche che
ne dipendono in Africa, America,
Asia, Europa ed Oceania, cui suc-
cede il novero de' patriarcati, arci-
244 M I s
\escovali e vescovati a propaganda
soggelli e successivamente aiiaien-
tali . 11 novero pure aumentalo
dei FicariaU e Prefetture [ledi),
si leggerà meglio a tali articoli, nei
quali indiclieremo ove sono riportale
le notizie di quelli che non hanno
speciali articoli. Urhano Vili fon-
dò il celebratissitno Collegio Urba-
no [Fedi], da cui uscirono eccel-
lenti missionari di tutte le nazioni,
e tuttora fiorisce grandeoiente: que-
sto collegio apostolico è destinato
a mantenere ed istruire un rag-
guardevole numero di giovani di
diverse nazioni, per renderli capaci
di alFaticarc nelle missioni del lo-
ro paese principalmente. Quel Pa-
pa proibì la mercatura a' missionari.
Tanto alla veramente apostolica i-
stituzione di propaganda, quanto a
quella del grandioso suo collegio
Urbano con alunni d'ogni lingua,
i Pa|)i in ogni tempo prodigaro-
no benefizi larghissimi, per cui i
due stabilimenti formeranno sempre
l'onore e la gloria del loro apo-
stolato.
Clemente X col breve Credi-
tae lìobis, de 6 aprile 167 3, Bidl.
de prop. tom, I, pag. 178, proibì
ai missionari di qualunque ordine
imprimere libri trattanti materie
riguardanti le missioni, senza l'ap-
provazione , della congregazione di
propaganda. Innocenzo XI pre-
scrisse il modo come i missionari
debbano fìire la lelazione dello sta-
lo delle missioni e de' luoghi, che
riportasi a p. 233 loco citato. A
suo onore fu coniata una medaglia
che lo rappresenta in trono col
motto : Fenile et videle opera Do-
mini, nell'atto che un gesuita gli
presenta tre ambasciatori del Tou-
chino. Altra medaglia fu battuta per
luuocenzo XII, colle parole: Àu-
MIS
militiate in ter gentes. Si vede il
Pontefice assiso in trono che dà la
croce ai missionari di propaganda;
ed indica la sua munificenza per
la vistosa somma da lui donata
alla congregazione , onde mandar
missionari ne'paesi orientali. Anche
Clemente XI fu zelante delle mis-
sioni: abbiamo due medaglie che
ciò celebrano. La prima del iyo2 J
è col motto: Fade et praedicaj si 1
vede il Pontefice che spedisce al-
la Cina il p. Tournon poi cardinale.
La seconda ha la leggenda: Fenti
et mare obedinnt ei. Vi è effigia to J
il Salvatore cogli apostoli nella na- ^
ve : il Venuti la riferisce alla
spedizione nella Cina di Mezzabar-
ba patriarca d'Alessandria, il quale
fu comunicalo dal Papa coi mis-
sionari suoi compagni prima di
partire per la Cina. Il BcMgier,
Diz. encicL, all'articolo Missioni, in
cui egregiamente confuta i calun-
niatori de'missionari, citando il Fa-
brizio e la sua opera, Salutnris lux
evangelii loti orbi exoriens, naira
che Clemente XI nel 1707 coman-
dò ai superiori de'princijìali ordini
religiosi di destinare un certo nu-
mero de' loro alunni per rentlersi
capaci al bisogno di affaticare nel-
le missioni nelle diverse parli del
mondo, come ancora dicemmo nel
voi. XXVI, p. 127 del Dizionario.
Agli articoli di tali ordini parliamo
de'collegi istituiti nei medesimi per
le pontificie missioni. Nei primi an-
ni del pontificato di Clemente XI
ebbe origine il collegio delio Spi-
rito Santo, O Missioni straniere,
seminario di Parigi delle colonie
{Fedi).
Clemente XII fu benefico colle
missioni, col breve Nuper, del i 73.T,
confermò il decreto emanato da
propaganda sulla tumulazione dei
MIS
cadaveri de'missionari morii nelle
parli degriufedeli ; col ijreve Coele-
sliiini, del 1737, concesse indulgen-
ze in arliculo mordi ai missionn-
ri cappuccini francesi ; col breve
Cum sicut, del 1737, ne accordò
altre a chi ne avesse vigilati gli o-
ratorii, e col breve Cani siciil, di
detto anno, ne accordò allre ai
medesimi religiosi anco irlandesi, i
(|uali brevi sono riportali nel t.
li del citalo Bull. Delle missioni
Jfu zelantissimo Benedetto XI\ } ed
il snccessoi'e Clemente XI 11 coi bre-
vi Incxliausluin del 1762, e De-
rei Romanos del 1763, nel t. IV
del Bull, de prop. p. 62 e 76,
prescrisse un nuovo regolamento ai
missionari nel compartire al popo-
lo l'apostolica benedizione ; mollo
fece per le missioni e propagazio-
ne della fede. Altrettanto si dica di
Pio VI, il quale approvò la messa
da celebrarsi da tutti i missionari,
al modo detto nel voi. XVI, p.
247 del Dizionario, eslesa poi da
Gregorio XV I. Grandi progressi fe-
cero le missioni sotto Pio VII, il
quale istitm il vicariato apostolico
dell'isola dell'America settentriona-
le nel i8rt), e le sedi vescovili di
Boston, di Filadellìa, di Nuova York,
di Bardstown, di Cincinnati, di
CliarIstowD e dì Piichmond , ele-
vando ad arcivescovile quella di
Baltimore, tulle negli Stali Uniti di
America, e sotto la giurisdizione
di propaganda. iXel ponlilicato di
Pio vii, e nel 1822, in Lione
^P'ecli) ebbe origine la tanto be-
nemerita opera pia della propaga-
zione della fede, fondatrice di tante
ubertose missioni, nata per suppli-
re ai molteplici bisogni del semina-
rio delle missioni straniere di Pa-
rigi. Leone XII fece prefetto di
propaganda il cardinal d. Mauro
MIS 245
Cappellari con indescrivibile utilità
delie missioni, che fungendo tale
rilevantissima carica , meritò poi il
triregno col nome di Gri-goiio XVI.
Nel 1826 Leone XII fondò i vesco-
vati di Kingston nel Canada e di
s. Louis nel Missouri ; quindi nel
1827 istituì il vicariato apostolico
del terzo distretto della Scozia. Nel
1828 fu fondata la sociel;i Leopoldina
onde procurare colla orazione e col-
l'elemosine un' attività più efiìcace
delle missioni cattoliche in America, e
Leone XII ne'primi del 1829 l'ap-
provò, concedendo n^olte indulgen-
ze ai membri della fondazione, con
breve che spedì a Vienna alla di-
rezione centrale. Nel pontificato di
Pio Vili si promulgò nella gran
Bretagna 1' emancipazione de'catto-
lici , e nell'impero ottomano quella
degli armeni, istituendo l'arcivesco-
vato primaziale di Costanliiujpoli
per tal nazione nel i83o; avendp
nel precedente anno fondato i ve-
scovati di Mobile e Charlottelowu
nella giurisdizione di propaganda.
Elevalo alla cattedra di s. Pietro
nel i83i Gregorio XVI, subito col
suo ardente zelo e profonda pie-
tà volle dare un novello impul-
so alle missioni cattoliche, ed il
frutto amplissimo che ne raccolse
superò quello di qualunque altro
suo pili illustre predecessoie, come
in parte si può vedere a Gregorio
XVI, ove notai che sino al mag-
gio 184?, epoca in cui ne rividi lo
stampone (giacche nell'altro anno
che regnò istituì altre sedi vesco-
vili ed altri vicariali apostolici), a-
veva fatti centonovanlacinque ve-
scovi con decreti di propaganda,
istituiti trentasei vicariali apostoli-
ci, e fondale quindici sedi vesco-
vili, compresa una arcivescovile,
mediante decreti di dettai cougrt;«
246 MIS
gazione. Ed ivi nominai tanto le
sedi che i vicariati, mentre de'vi-
cariati apostolici istituiti nel mede-
simo anno e non compresi nel no-
minato novero, ne parlai a Indie
Orientali, e ad Oceania i vicaria-
ti apostolici aumentati al nume-
ro di sette. Nel primo anno del
suo pontificato i capi convertiti
delle tribù Algonchina, Nipsilingia
ed Irochese gli mandarono atl'et-
tuosissime lettere e doni singolari,
di che facemmo parola all' articolo
MiLWANCHiA, altra sede vescovile da
Gregorio XVI fondata, e non com-
presa tra le memorate. Il suo no-
me suonò benedetto e venerato in
tutte le parti del mondo e persi-
no tra i selvaggi dell'Oceania, il
capo de'quali nelle isole Gambier
venuto alla fede, assunse il di lui
nome e gl'invio donativi. I missio-
nari di quelle selvagge regioni,
colla morale pura e colle dottrine
consolatrici del catlolicismo fecero
sparire la barbarie, com'era già
sparila dall'Europa innanzi ai pri-
mi banditori del vangelo. Non di-
menticarono i ministri apostolici i
bisogni della vita presente, inse-
gnando ai popoli selvaggi le arti
utili, ed aprirono essi stessi il sol-
co, vi gittarono il frumento, e so-
stituito il pane ad alimenti orri-
bili, ne fecero dei selvaggi agri-
coltori e buoni cristiani ; tali es-
sendo i vantaggi delle pontificie
missioni. Nel i836 il Pontefice af-
fidò la direzione del collegio Ur-
bano ai benemeriti gesuiti, sotto
de'quali egregiamente procede con
aumento di alunni.
La pia opera della propagazio-
ne della fede di Lione, protetta dai
Papi e benedetta, lo fu pure da
Gregorio XVI, il quale nel i83G
cou lettera di propaganda csleruò
MIS
al consiglio di essa, che sarebbe di
suo gradimento che un' opera de-
stinata alla propagazione del van-
gelo fosse generale per tutte le mis-
sioni, promettendo d'introdurla a
Roma e nello stato pontifìcio, co-
me con particolare premura ese-
guì. Quindi ne approvò i privile-
gi e le indulgenze, ed in onore
le fece coniare una medaglia mo-
numentale. La sede vescovile isti-
tuita nel i838 da Gregorio XVI
in Algeri, sulle spiaggie dell'Africa ,
ad istanza del re de'francesi, fece
concepire le pib belle speranze, per
rivedere la religione trionfare in
quella parte del globo, già nobi-
litata da tanti martiri, zelanti cri-
stiani, e da tante cattedre vesco-
vili su cui sederono santissimi uo-
mini. Vide pure Gregorio XVI
sempre nuovi e gloriosi trionfi in
Inghilterra, e rivolgersi questa a
gran passi verso l'unico ovile del-
l'unico pastore; vide quivi innu-
merabili conversioni eziandio di
ministri e di uomini dottissimi tra
gii anglicani ; e negli Stati Uniti di
America cresceie a dismisura i
cattolici, e tenersi nella sede di
Baltimore utilissimi nazionali con-
cilii, accresciuti successivamente dal-
l'intervento di nuovi prelati. Nulla
pretermise Gregorio XVI a van-
taggio delle missioni per cattivar-
si l'animo de'dominatori, non solo
di Europa, ma anco di lontanis-
simi luoghi e popoli, e tutto im-
maginar seppe il vasto e veramen-
te apostolico suo animo, perchè o
si mantenesse od aumentasse o si
portasse ne'redenti l'inelfabile luce
del santo evangelo. Cosi pel suo
Spirito antiveggente e coliciliatore
divenne non solo il padre e l'ami-
co de'sovrani europei , ma ispi-
rò rispcllo uuchc in quelli ucultu-
MIS MIS 247
liei e infedeli, e ne trasse profitto ad esternare i desideri! che nutri-
per l'incremento della religione di va di stringere particolari amiche-
cui era capo, ed a protezione del- voli relazioni tra il governo Gito-
le missioni cattoliche. Gregorio XVI mano e la santa Sede, con discor-
allorchè ricevè gli spontanei omaggi so che pubblicò il Diario di Ho-
de'due ambasciatori ottomani, viva- fna e in diverse lingue ripeterono
mente raccomandò loro i cattolici le gazzette estere. Questo stupendo
dimoranti nel vasto impero della e meraviglioso avvenimento, degno
sublime Porta, e le missioni ed i de'fasli del memorabile pontificalo
missionari in esso esistenti. Vera- di Gregorio XVI, nel i838 il ci-
inente il primo inviato turco che tato Diario accennò coi numeri
si presentò ad un Papa, fu Camis- 4^, 4^, 79, 80, oltre il numero
bucreh, da altri chiamalo Cassa- 24 àeWe Notizie del giorno^ ripor-
liegh, il quale come dissi nel voi. landò altresì il discorso pronunziato
XXXV, p. 176 del Dizionario ed da Reschid pascià,
altrove, nel 1492 era stato spedito Nel i84i Gregorio XVI accolse
ad Innocenzo Vili da Bajazette II in Roma i deputati etiopi di tre
a donargli la sacra Lancia [Vedi) regni cristiani dell'Abissinia, venuti
perchè gelosamente custodisse il anch'essi a rendergli omaggio. Quan-
fratello Zizimo ^ che aspirando al to poi in tale anno caldamente
trono avea potenti fautori. Ma la raccomandò al viceré d'Egitto Me-
prima volta che un imperatore ot- hemet-Alì, di proleggere le nazioni
tornano ordinò un'apposita spedi- cattoliche che vivono sotto i suoi
zione solo per ossequiare il som- dominii, ampiamente lo riportammo
nio Pontefice, è certamente quella nel voi. XXI, p. 108 fino a 122 del
in cui l'illuminato sultano Mah- Z?/z?o«<3r/o, in un ai reciproci magni-
moud II, padre del regnante, inviò fìci donativi, e circostanze confor-
a Gregorio XVI, che formando tanti alla propagazione della fede. Ai
epoca nella storia ecclesiastica, noi 3i agosto 1842 il cardinal Giacomo
registrammo nel voi. XVlll, p. 87, Filippo Fransoni prefetto generale
88 e 89 del Dizionario, in uu di propaganda, promulgò il decreto
alle dimostrazioni praticate dal Pa- della sacra congregazione, Ad foveii-
pa coi due ambasciatori ottomani, dani anùnorum concordiam, quo
Volendo dunque Mahmoud II da- nonnulla prohantur prò aliquibus
re a Gregorio XVI una solenne missionibus rcgularium ordinuni ,
e luminosa prova dell' universale sii'e societalutn presbylerionmi sae-
■ ammirazione eh' erasi procacciata culariuni curae credilis. Già in que-
colle sue magnanime azioni, ordinò sto tempo i fratelli della carità i-
a Reschid pascià suo ambasciatore stituili nella gran Bretagna , si
alla gran Bretagna, di condursi e- spandevano per l'Inghilterra e Sco-
spressamenle in Roma per esprime- zia come missionari, facendo gran
re nel sovrano nome la sua stima frutto per i tanti che abiuravano
e riconoscenza anche per la bene- i loro errori, rientrando nel grem-
vola accoglienza usata ad Ahmed- bo della Chiesa cattolica; essi ave-
Felhi pascià (che poi sposò una vano pure aperto scuole pei gar-
figlia dello slesso sultano), amba- zoncelli e fanciulle, e pel gran con-
sciatore al re de'fiaucesi, non che corso vengono dai protestanti prefe-
248 MTS
l'ite alle proprie. In dello anno
1842 gli Oblali di Pinerolo [Fe-
di) ebbero la missione e il vica-
riato di Ava e Pegù nell' Indie
orientali. Come Gregorio XVI nel-
l'anno 1844 condannò le socie-
tà bibliche, lo dicemmo al suo
brevissimo articolo biografico, il cui
gravissimo danno può argomentar-
si, cioè che dalla loro istituzione
in Inghilterra nel i8o4fino al i83o,
si vantano i protestanti averne di-
spensati dodici milioni di esem-
plari, e questi tradotti in ceB)to-
quarantotto idiomi , La costante
cura e vigilanza di Gregorio XVI
per l'aumento della religione in o-
gni parte del globo, acciocché rice-
vesse ogni giorno maggiori acqui-
sti, lo animò ad insinuare e per-
suadere ai banditori evangelici di
formarsi presso di tutti i popoli un
Indigeno clero (f^edi), a incoraggi-
re religiosi istituti di sacerdoti spe-
cialmente indirizzati a quel santo
fine, ed eziandio ad approvarne dei
nuovi, come diciamo a' loro artico-
li; mentie al termine di quello di
RioviA, facemmo meuz'ione di quel
grave e memorando duplice ab-
boccamento, onde si comnmsse Eu-
ropa tutta, che il gran Pontefice ebbe
col potentissimo imperatore delle
Russie in vantaggio della religione.
Nell'articolo Indie orientali, par-
lando dei vicariati apostolici di Ton-
lino e Cochinchina , si fece pa-
rola di quanto Gregorio XVI de-
plorò le persecuzioni che in essi a-
vevano solFerto i cristiani ed i
missionari, alcuni de'quali non per-
donandosi all'età quasi decrepita, né
al carattere sacerdotale, né alla di-
gnità vescovile, racchiusi in gabbie
di ferro avevano in mezzo agli stra-
pazzi, alla farne, alle battiture, ai
tormenti data la vita, popolando il
MIS
cielo di novelli martiri, molti dei
quali appartenevano all'inclito or-
dine de' predicatori. Nella speranza
di ricevere i processi per potere
un giorno decretare loro giusta il
rito r onore degli altari , il Papa
invitò tutti a pregare caldamente
Dio, acciocché quel nuovo sangue
dilFiiso in sì popolose regioni va-
lesse ad inafljarle di novelli cri-
stiani. Dio esaudì i voli del sua
vicaiio, poiché riuscì quindi all'o-
perosità dell'ambasciatore La.grenée,
nello statuire scambievoli rapporti
tra il regno di Francia e l'impe-
ro della Cina , secondando le pre-
mure de'missionari cattolici e dei mo-
narchi d'Eiuopa, di ottenere final-
mente dall'imperatore regnante Tao-
kuang, pel potente mezzo dell'in-
viato imperiale Rying, quanto nep-
pure ne' più fiorenti tempi delle
missioni primitive aveano goduto
i missionari, cioè il tanto bramalo
editto imperiale sull'immunità di
coloro che professano la religione
cattolica o la divulgano, de' 20
febbraio 1846, e pubblicato il 18
marzo, riportandosi nel niunero
78 del Diario di Rojna 1846 ,
e nel voi. Ili, p. 207 degli An-
nali delle scienze religiose, seconda
serie; in forza del quale, fuiono
restituiti ai cristiani cinesi i loro
templi, tranne quelli convertiti in
pagode o in case pei cittadini. L'e-
ditto in lingua cinese fu consegnalo
all'abbate Callery dragomanno del-
l'ambasciata, che recatolo in Fran,-
eia lo depose nell'archivio del mi-
nistero degli affari esteri. Immen-
sa ne fu la gioia di Gregorio XVI
qiumdo ne apprese la notizia dal
cardinal Fransoni, e se ne congratu-
lò coire de'francesi, e certamente ne
avrebbe parlato in concistoro, s?
gli Iòsse bastatala vitaj egli peròeb*
MIS
he la non descrivibile religiosa con-
solazione, con eterna gloria del suo
nome, che nel suo pontilìcato vide
maravigliosamente prosperare le mis-
sioni pontificie e crescere nc'Iuoghi
ove già erano, e giunsero eziandio
a penetiar là dove la fede o non
erasi giiuriMiai predicata, o col vol-
ger de'secoli se n' er9 smarrita e
cancellala per fino la memoria.
Poco tempo prima di moiire com-
piise al zelante p. Massimiliano
Ryilo gesuita e rettore del colle-
gio Urbano , la nuova ed ardua
missione ne' paesi centrali dell'A-
frica per evangelizziue popoli sco-
nosciuti, al che si accinse col nolo
apostolico coraggio ; làcendo ve-
scovo di Cassia e vicario aposto-
lico di Qallas in Africa, vicariato al-
lora da lui eretto, "niousignor Gu-
glielmo Massaia da l'iovà piemon
tese. E nel niaggio i i>4G dopo Bt
■ver istituito il vicariato apostolico
dell'Africa centrale, nominò vicario
apostolico e vescovo di Maurica-
Stro in parlihns monsignor An-
netto Casolani di Malia. JN'el suo
testamento olografo, il cui mira-
bile principio non potrebbe es-
sere uè piU commovente , nò piii
degno di un Papa, lasciò alla con-
grega/ione di propaganda scudi die-
^iseltemila da impiegarsi a bene-
fizio delle missioni; più al collegio
prbano la sua libreria (tranne
quei libri disposti a favore di
quella di s. Gregorio, dell' univer-
sità romana, e della congregazione
di s. Cecilia), preziosa siccoQie com-
posta nella maggior parte di ope-
re moderne, e stampale in diversi
idiomi e parli del niondo, degna
per le materie che trattano, e di
§omma importanza pel collegio Ur-
bano in cui fu collocata, ed al (juale
"vivente avea fatto analoghi doni.
MIS 249
Dopo avere i Papi coli' opera
delle missioni pontificie tanto l'Eu-
ropa protetto e contribuito all' in-
civilimento di essa e di tutto il
globo conosciuto, del pari colla
stessa opera influirono assai alla
civiltà dei due nuovi emisferi. Dei
privilegi, grazie e giurisdizioni con-
cesse dai Pontefici alle missioni ed
ai missionari con bolle , brevi e
decreti, si possono leggere nelle
collezioni contenute nel Bidlarìiim
Poni. sac. cong. de propag. Jìde,
che coi tipi del menzionato colle-
gio se ne incominciò nel 1889 la
pubblicazione, e dopo il quinto to-
mo stampato nel i84'> l'anno ve-
duto la luce due allri tomi di Ap-
pendice- In <Ju' opera scritta da uà
ecclesiastico anglicano e citata dal
voi. XVII, j>. 4^*' de' memorati
Annali, che ne riporta un brano,
si legge una ingenua confessione iiir
torno alla sterilità delle missioni
protestanti, le quali, per quantun-
que grandi sieno le fatiche, le in-
dustrie e le ricchezze che vi si a-
dopeiano, pure alcun frutto non
pollano. E qual altra prova più
di questa evidente, che il Signore
non è co' ministri della chiesa an-
glicana, e che il celeste Agricoltore
non benedice le fatiche di questi
lavoratori da lui non chiamati a
coltivai* la sua vigna? In confronto
della veneranda istituzione delle
missioni pontilicie con quella delle
missioni acattoliche, queste svanisco-
no qual lieve meteora errante sce-
vra di natio vigore, che non le vie-
ne né può venire dal cielo. Dalla
cattedra apostolica pertanto, come
centro comune delle particolari mis-
sioni di tutto r orbe, si debbe l'u-
bertosa e oguor viva energia subli-
me di queste. Anche a Missionabi
parlammo della sterilità delle mis-
25o MIS
sioni eterodosse, della gran diversi-
tà che j)assa tra il missionario [)ro-
tfstaiite ed il missionario cattolico,
e facemmo il novero degli attuali
missionari apostolici. Agli articoli re-
lativi a questo argomento, a quelli
delle differenti missioni, citiamo le
opere parziali e generali che furo-
no pubblicate sulle missioni ponti-
ficie, formando le missioni una par-
te integrante ed essenziale delia
storia della Chiesa e dell' Orbis
chrisdanus , laonde qui solo ci
limiteremo a citare . Gio, Filip-
po Marini, Delle missioni de padri
della compagnia di Gesìt nel Giap'
pone, Roma i663. Alessandro de
Bhodes, Relazione de' felici successi
della s. fede predicala dai pp. della
compagnia di Gesù nel regno del
Tondino, Roma i65o. Relalions des
ììiissions des évesques francois aux
royaumes de Siam, Paris 1674. Rc'
lation desmissionset des voyages des
évesques vicaires aposloliques, Pa-
ris i686, Nel novero de' segretari
della congregazione di propaganda,
dicemmo come il Fortiguerri fece
un'opera intorno alle missioni, man-
cante però di quelle d' Europa, che
pur voleva scrivere. Muratori, Ilari-
stianesimo felice nelle missioni del
Paraguai, Venezia 17.43, e Torino
1824- -D- ^' Rovenio arcivescovo di
Filippi e vicario apostolico, Tra-
ctalus de missionihits ad propagati'
dani /idem, et conversioneni itifide'
Unni et herefiroruni inslituendis,
Metz 1747- Monila ad missiona-
rios s. congregaiionis de propagan-
da fide, Komae 1840. Nel 1843
un rispettabile vescovo pubblicò in
Roma: Notizia statistica delle tnis'
sioni cattoliche in tutto il mondo,
coir intendimento di pubblicarla
ogni anno, ma il libretto è rarissi-
liiu perchè fu ritirato. Finaliueute
MIS
abbiamo del dottore Patrizio Wit-
mann, La gloria ddla Chiesa nel-
le sue missioni dall'epoca dello
scisma nella fede, ossia una storia
wiii'crsale delle cattoliche missioni
negli ultimi tre secoli, traduzione
dall' originale tedesco del sacerdote
Giuseppe Marzorati, Milano 1842-
1843. Dopo la Ilaria delle missioni
del p. Hazart gesuita, questa è la
più in)portante e completa compi-
lazione da spaventare l'intelletlo piìi
ardimentoso, e l'uomo più laborioso
ed instancabile. Se ne fa l'elogio nel
voi. XX degli Annali delle scienze
religiose, ove a p. 36 e 201 si ri-
porta la bellissima analisi che di
tale opera ne ha fatta monsignor
Michele Loschiavo. Abbiamo inol-
tre r interessante e dotta opera del
barone Henrion: Storia universa-
le delle missioni cattoliche del se-
colo XTII sino ai tempi nostri^ To-
rino 184X
MISSIONI STRANIERE, semi-
nario o congregazione di Parigi.
Società di sacerdoti stabilita nella
capilale della Francia, di sacerdoti
e vescovi che fanno professione di
predicare 1' evangelo ne' paesi stra-
nieri, tanto in oriente che in occi-
dente, dove ha molti stabilimenti e
fiorisce. 11 p. Bernardo di s. Tere-
sa carmelitano scalzo e vescovo di
Babilonia, avendo predicato la fe-
de con grandissimo successo in
molle contrade dell'Asia, risolvette
di fondare a Parigi una casa nella
quale si dovessero istruire de' mis-
sionari per lo stesso oggetto, e cod-
sacrà tuttociò che possedeva allo
stabilimento che poi divenne tanto
benemerito della Chiesa. Egli nel
i663 a' 16 marzo donò alcune ca-
se di sua ragione in Parigi a de
Marangis e de Garabal consiglieri di
stalO; per stabilirvi un seminario per
MIS
le missioni straniere, affinchè qne-
iijli ecclesiastici che ne aveano voca-
zione potessero esservi istruiti nelle
materie necessarie alle missioni da
farsi ne' paesi scisniatici ed infede-
li, e paiticolarmente nella Persia;
laonde gli alunni si mandavano poi
ad Ispahan, dove si perfezionavano
nello studio delle lingue e nella
conoscenza de' costumi del paese,
poiché il fondatore avea in quella
capitale della Persia una casa che
diede alla nuova società per stabi-
lirvi un seminario. La donazione
in discorso non eccedette il valore
di trentamila lire francesi, e ripor-
tò Ja patente reale, colla quale
Luigi XIV confermò la donazione.
Questo stabilimento fu confermato
dal cardinal Flavio Chigi nipote e
legalo a Intere di Alessandro VII,
a' i3 agosto 1664. La loro chiesa
di Parigi fu cominciata nel i683,
ed i fondamenti ne furono gettati
in nome di Luigi XIV. La duches-
sa d' Aiguillon e molte altre dame
illustri per nascila e pietà, contri-
buirono molto ai progressi degli
alunni delie missioni straniere e
suo stabilimento. Il cuore del fon-
datore vescovo di Babilonia, quello
dell'abbate d' Argenson, e quello di
madama di Bouillon si depositaro-
no in detta chiesa. Questo semina-
rio nelle epoche francesi di repub'
blica e d' impero subì la disgrazia
di soppressione coinune ai luoghi
pii, ma le missioni tuttavia e gli
operai apostolici non cessarono per-
ciò di esercitarsi, non però senza
dillicoltà. Alle reiterate istanze di
Pio VII fu riaperto lo stabilimento
circa il 1820, ed ha continuato a
rendere importantissimi servigi alla
Chiesa. I direttori d'allora del se-
minario ebbero la principal parte
alla fondazione della pia ed utilis-
MIS 25 1
sima associazione della propagazione
della fede di Lione, la quale deve
nel principio la sua origine allo
stabilimento delle missioni del cle-
ro secolare. Altro potentissimo au-
siliare dalla divina provvidenza ac-
cordato alle missioni straniere, è la
istituzione Leopoldina di Vienna,
della quale come di quella di Lio-
ne se ne parla anche a Propagali'
da [Fedi). Il superiore del semina-
rio delle missioni straniere si eleg-
ge tra i suoi alunni, quindi ne dà
parte alla Congregazione di propa-
ganda fide [Vedi). In quanto agli
alunni che partono da questo se-
minario, riportano essi le patenti
del nunzio pontificio residente in
Parigi, al quale suole spedirle la
detta sacra congregazione. Nell'alto
che sono consegnate al superiore
del seminario, questi dà il nome del
candidato, e il luogo dove viene
spedito. Questo istituto forn"i uomi-
ni apostulici alle missioni della Ci-
na, Tonkino, ec. Da esso uscirono
mai sempre un numero valoroso di
missionari, tV'^tHtts444 prelati, prefet-
ti, vicari apostolici e vescovi, ed al-
la Chiesa de' martiri gloriosi. Meri-
tano distinta inenzione monsignor
de Lavai Muntniorency primo vi-
cario apostolico del Canada, non
che i primi vicari apostolici vesco-
vi di Eliopoli, Berito e Metellopo-
li, che si portarono nella Cina a
tempo di Alessandro VII. Oggi al
seminario delle missioni straniere
sono affidati parecchi vicariati apo-
slolici, di cui faremo qui appresso
il novero. Tutti i vescovi missiona-
ri di questo istituto sono alunni del
seminario, e (ormano una vera socie-
tà, ma senza voti.
In una istruzione mandala ulti-
mamenle dalla congregazione di pro-
paganda a tutti gli arcivescovi, ve-
25?. MIS
scovi, vicari apostolici, ed altri supe-
riori di missioni, leggiamo quanto
segue. » 1 più gravi documenti, e
specialmente l'esempio degli apo«
stoli, ed il testimonio della Chiesa
primitiva manileslamente provaijo
che i due principali e quasi neces-
sari mez7.i per procacciare e man-
tenere la religione cattolica, sono la
missione de' vescovi a' quali è stalo
detto : Spiriius Sanctus posuit vos
regere ecclesiatn Dei, e 1' accurata
formazione del clero indigeno ".
Questa istruzione fatta in seguito
di una decisione espressa della con-
gregazione di propaganda , sulla
massima trattata nel sinodo di Pon-
dichery (del quale si disse a Indie
orientali), fu approvata da Grego-
rio XVI li 23 novembre i845.
Queste appunto furono le massima
sulle quali si fondarono i sommi
Pontefici nello stabilimento dellq
missioni straniere. Nei tre secoli
passati diverse cause, specialmente
la rivalità della Spagna e del Por-
togallo per il comn)ercio e la so-
vraniUi dell'Indie orientali, aveva-
no opposti grandissimi ostacoli nel-
le missioni, allo stabilimento de've-
scovi, e come conseguenza inevita-
bile, alla formazione ùeW Indigeno
clero [I edi). Colpito dai pericoli
di una tal situazione, e per le mis-
sioni del Giappone, Urbano Vili
procurò di tutto per tiovarvi un
rimedio, e per segno delle sue sol-
lecituilini a'28 novembre i63o e-
manò il decreto sulla formazione
del clero indigeno e la nomina di
alcuni vescovi vicari apostolici indi-
pendenti dal patronato s'i della
3pngna che del Portogallo. Dopo
di lui ne prese impegno Imiocen-
zo X, e voleva mandar nella Cina
e regni adiacenti di nuovo alcuni
vescovi, quando sorpreso dalla mov-
MIS
te non potè effettuare il divisamen-i
to, ciò che però riuscì al successo»
re Alessandro VIJ. 11 suo primo
progetto era di mandar nelle mis-
sioni cinesi un patriarca, due o tre
arcivescovi e dodici vescovi, ma
potè mandarvi soli tre vicari apo-
stolici Cui carattere vescovile, e fu-
rono, il primo Francesco Pallìi ca-
nonico di s. Martino di Tours, e-
lello vicario apostolico del Tonkitjo,
col titolo di vescovo d' Eliopoli in
partihus ; il secondo Pietro de la
IMothe Lambert, già consigliere al
parlamento di Ilouen, eletto vica-
rio apostolico della Cocincina, ver
scovo di Derito in partihus j il ter-
zo Ignazio Cololendi francese, come
i due altri, parroco d'Aix in Pro»
venza, eletto vicario apostolico del-
la Cina e Tarlarla, vescovo di Me-
tellopoli in partibus. 1 brevi analo-
ghi furono spediti nel i658 e i GSg,
11 primo tle' tre vescovi partì nel
i66q, quindi dopo tre anni fu fon-
dato il seminario delle missioni
straniere. Tali furono l'origine e i
principii della congregazione delle
missioni straniere, la quale ha sem-
pre avuto la gloria di propagare
e mantenere la fede fra popoli sen-
za numero, ad onta delle pili fiere
persecuzioni, come pure il vanto
ed il merito di aver formato il cle-i
ro indigeno nell'islesse contrade, e
finalmente di aver sostenuto eoa
fermezza e costanza l' online ge-
rarchico, e l'obbedienza dovuta al-
la santa Sede. 11 seminario stabili-
to in Parigi, ebbe egualmente una
grandissima importanza nella Chie-f
sa, poiché fu la prima e sinora
quasi la sola scuola stabilita pel
clero secolare dt^stinato alle missio-
ni tra gl'infedeli. Quindi sembra
che il Signore voglia farne aumen-
tare r importanza , per le buuQ»
MIS
flizioni che gli concede a' noslii
tempi.
Come abbiamo già accennato, Io
stato florido in cui si trova più che
mai la società delle missioni stra-
niere, acciesce sempre il vivo desi-
derio già concepito di veder simili
senìinari stabilirsi nelle diverse par-
ti del mondo cattolico, ma special-
niente in Italia, e particolarmente
in Roma, dove se ne prova biso-
gno • Alla società delle missioni
straniere sono aflìdati quattordici
vicariati apostolici, fra' quali quello
di Pondichery, dato alla cura di
tre vescovi di giurisdizione indipen-
dente una didl' altra, e sono i .se-
guenti. I. Pondichery colle divisio-
ni di Mysore e del Coimbattour.
2. La Malasia. 3. Siam. 4- La Co-
cincina inferiore. 5. La Cocincina
superiore. 6. li Tonkino occiden-
tale superiore. 7. II Tonkino occi-
dentale inferiore. 8. 11 Thibet in-
feriore. 9, Il Su-Tchuen. io. 11
Kouei-Tcheou. 11. 11 Yun-nan, 12.
Il Leao-Tong . i3. Il Giiippone
con le isole Lieou-Kieou. ì/\. La
Corea. P". Ciwa, Indie orientali,
Giappone. Tutti i vicariati aposto-
lici sono governali da vescovi in
partibus, fra' quali diversi hanno il
loro coadiutore pure insignito del
carattere vescovile. Per compire il
bene dell'organizzazione di questa
missione, non manca più altro che
lo stabilimento di provincie eccle-
siastiche con sedi episcopali di re-
sidenza. Le tante savie e gloriose
determinazioni prese da Gregorio
XVI in altre parti, danno speran-
za di veder realizzare lo stesso be-
ne al tempo o[)portuno, anche per
le missioni indiane e cinesi, di cui
fu tanto eminentemente benemeri-
to, anco pel gran numero di vica-
riali apostolici istituiti in quelle va-
MIS 2 53
slissime regioni. Seminari d'indige-
no clero si trovano in tutte le
missioni già stabilite da qualche
tempo. II Tonkino essendo slato
amministrato sul metodo de' primi
vicari apostolici, si distingue per-
ciò da tutte le altre missioni per
il numero e la regolarità del cle-
ro indigeno. Nelle due parti del
regno, cioè nel Tonkino occidentale
e nell'orientale afljdato alle cure dei
domenicani spagnuoli, più di venti
preti nazionali hanno solferto il
martirio con grandissimo coraggio
nell'ultima persecuzione. Come si
può verificare al citalo articolo In-
die ORIENTALI, il vicariato apostoli-
co di Pondichery si è distinto in
questi ultimi tempi per le premu-
re prese dai vescovi e missionari
in favore del clero indiijeno. Non
sono due anni che fu filta la divi-
sione del vicariato in tre giuri.sdi-
zioni, e già da un anno a questa
parte sì sono stabiliti due missio-
nari nel JVIysore e nel Coimballour,
mentre quello di Pondichery fiice-
va nuovi progressi. Questo fallo
prova i vantaggi che ricevono le
piissioni dalla molliplicazione dei
vescovi. Il fallo veramente prodi-
gioso dell' ingresso recente del ve-
scovo e de' missionari nella Corea,
mediante il coraggio e l'inteiligen-
te sagacità di un giovane sacerdote
coreano, aumenta egualmente il nu-
mero delle prove che dimostrano
più che ad evidenza la necessità
del clero indigeno in tutte le mis-
sioni del mondo. Per rimediare al-
le difficoltà sulla formazione di co*
sì iniportante clero nelle missioni
perseguitale, il seminario delle mis-
sioni straniere ha sempre fatto gran
sacrifizi per mantenere un collegio
generale in qualche regione libera
delle missioni. Stabilito lino dai
254 1^1 1 ''i
primo tempo questo collegio in Siam,
dopo varie vicende si trova oggi
situato nell'isola di Pulo-Pinang',
all'iraboccatura dello sfretto di Ma-
lacca, e vi si trovano in questo
momento circa duecento alunni
per lo più cocincinesi o cinesi. Al-
tia gloria appartiene egualmente
alle missioni straniere di Parigi,
cioè che la maggior parte de' mis-
sionari martiri, de' quali la causa
di beatificazione è stata introdotta
da Gregorio XVF , sono alunni
delle medesime, come alunni di es-
se sono i vescovi o coadiutori vica-
ri apostolici. Da ultimo il redatto-
re degli Annali della propagazione
della fede, nel compie renda, dice-
va che le missioni straniere da di-
versi anni si trovano ai posti i piti
micidiali della grande armata cri-
stiana. F. Missionari e Missione.
Lettre des messieiirs des misaions
élrangères au Pape sur les idola-
tries et sur Ics snperstitlons chinoi-
ses. Scelta di lettere edificanti scrit-
te dalle missioni straniere, con ra-
mi coloriti, Milano iBoiS. J. F. O.
Luquet, Lettres à monseigneur Vévè-
qne de Langres sur la congregntion
des missions c.lrangcres, Paris 1842.
Questo alunno delle medesime Gre-
gorio XVI lo fece vescovo di Ese-
bon in pnrlihus,e coadiutore al vica-
riato apostolico di Pondichery, indi
nel 1845, nel giorno di s. Tom-
maso apostolo delle Indie, pubblicò
in Roma colle stampe : Synode de
Pondichery et instruction de la s.
C. de la Propagande sur la for-
mation du clergé. indigene.
MISSIONI STRANIERE, semi-
nario di Parigi delle colonie. Questo
collegio è sotto l'invocazione dello
Spinto Santo, e fu fondato nel
1703 con fine di formarvi degli
ecclesiastici capaci di servire agli
MIS
ospedali ed alle missioni , e non
andarono deluse le speranze di sua
fondazione. Tutti gli stabilimenti
che la Francia [Fedi) ha in Asia,
jéfrica ed America (Fedi), videro
gli alunni di questo collegio porta-
re o mantenere fra loro la reli-
gione cattolica. Soppresso all'epoca
repubblicana, fu ripristinato nel
1 8 1 9, eie sue regole ebbero la
pontificia approvazione nel 1824
da Leone XII. Caduto nel iBSo
nelle mani del demanio, fu ricupe-
rato mediante una somma data
dal regnante Luigi Filippo asceso
allora sul trono de'francesi. Le sue
rendite provengono da un sussidio
del governo di diecimila franchi,
dalle oblazioni del clero e dalla
pietà de' fedeli. Avanti l'ultima ri-
voluzione godeva anche la pensio-
ne di cinquemila franchi, che co-
minciò a somministrargli Luigi
XVIII. Si sogliono mandare dalla
Congregazione di propaganda fide
(Fedì), per mezzo del nunzio apo-
stolico di Parigi, le patenti in bian-
co per gli alunni, che il superiore
del collegio destina alle missioni
delle colonie, i cui prefetti tra le
facoltà che hanno possono erigere
la Fia Crucis. S'\ trovano oggi af-
fidate ai medesimi alunni, non pe-
rò insigniti del carattere vescovile,
le prefetture apostoliche dell' isola
di Borbone, di Madagascar, del Se-
negal, della Cajenna, della Guada-
lupa, della Marlinicca, di s. Pietro
e Miquelon, delle quali passeremo
a darne un brevissimo' cenno. Del
prefetto apostolico delle colonie
francesi neir/«<^//e orientali ne par-
lammo nel voi. XXXIV, p. ciSG
del Dizionario. Noteremo che del-
le missioni straniere è pure bene-
merita la congregazione di s. Sul-
pizio {Fedi), fondata in Parigi, che
M I S
in America e a Montreal si rese
somniamenle utile. Inoltre nel i8i5
l'abbate Legris-Duval fondò \e Mis-
siona de Frauce.
Isola di Borbone^ prefettura a-
postolica. Isola dell'Oceano indiano
equinoziale in Africa. La missione
di qnest' isola fu aperta nel i 7 i 2,
ed aflìdata ai lazzaristi coli' assen-
so del re di Francia a cui appar-
tiene. Il superiore del seminario
dello Spirito Santo di Parigi, a cui
la congregazione di propaganda
manda le patenti di prefiello e vi-
ce-prefetto, provvede di missionari
quest' isola. Dipende dalla prefettu-
ra di Borbone la piccola isola di
s. Maria vicina a Madagascar, di
cui i pochi abitanti di essa conser-
vano l'indole ed i costumi. I po-
poli di questi luoghi sono d' inge-
gno perspicace , e gustano quelle
dolcezze di religione, di cui non
sentono ordinariamente né traspor-
to uè piacere le genti dell'Africa
continentale, ma il libertinaggio fa-
talmente li distrae. S. Dionigio, ca-
pitale dell'isola, è residenza de! pre-
fetto apostolico, il quale a^ presen-
te è l'abbate Poncelet, e l'abbate
Dalmond vice-prefèllo fu trasferito
a Madagascar. In s. Dionigi fu sta-
bilita nel 1832 una società di da-
me della carila in sollievo de'pove-
ri. Loro ufficio è di visitare i ina-
lali, assistere gì' indigenti, vestire
ed educare le giovinette. In tutta
l'isola si trovano tre stabilimenti
delle soi'elle di s. GiuseppCj ed uno
de' fratelli delle scuole cristiane. La
popolazione dell' isola, tra liberi e
schiavi, negri e di colore, ascende
a 100,000; quella cattolica, senza
contarvi gli schiavi che ascendono a
60,000, èdi 27,000. Vi sono dodici
chiese parrocchiali, oltre le piccole
cappelle, e si parla la lingua francese.
MIS 255
Madagascar, prefettura apostoli-
ca. Isola dell'Oceano indiano equi-
noziale in Africa, una delle più
grandi del globo, divisa dall'Africa
dal canale di Mozambico, e vasta
quasi quanto tutta la Francia. Nel
tempo che i portoghesi possedevano
alcuni punti dell'isola, vi furono spe-
diti de'gesuiti. Dopo che Richelieu
nel 1610 vi fondò una colonia fran-
cese, vi s' introdussero i domenica-
ni, e più tardi s. Vincenzo de Pao-
li s'impegnò sommamente della
conversione di quest'isolani, e di con-
certo colla congregazione di propa-
ganda vi spedì molti soggetti e vi
istituì una prefettura. La missione
ebbe breve vita dopo la morte del
santo, e più volte restaurata si eslin-
se. L'isola fu talvolta sotto la giu-
risdizione del vicario apostolico di
s. Maurizio e del Capo di Buona
Speranza, talvolta al prefetto del-
l' isola di Borbone. Nel collegio Ur-
bano vi fu un ahmno dell' isola.
I pioteslanti» inglesi vi si introdus-
sero e fanno ostacolo ai missionari
cattolici. Gregorio XVI v' istituì la
prefiiltura che si funge dall'abbate
Dalmond. I madascaresi o mada-
gassi sentono con vivo interesse par-
lare di religione, e corrono in fol-
la ad ascoltarne la disciplina ed i
misteri : quei dell' interno sono più
docili ed ospitali. Il figlio del ca-
po delle tribù degli ovahs, chiama-
to Kadama, per le sue belle do-
ti prese superiorità quasi su tutta
r isola, e fondò un impero possen-
te, ma fatalmente fu obbligato al
libertinaggio dal genitore, che lo
credeva incapace di legnare senza
passioni tra un popolo dissoluto.
Questo re fu influenzalo dagl'ingle-
si, procurò di civilizzare il suo po-
polo, e lece fondare in Tananariva
una scuola da un protestante : da
256 MIS
questo slahilimenlo derivarono cir-
ca cento scuole sparse pel regno ;
egli non si opponeva alla difl'usìone
del cristianesimo , e mostrò dis-
prezzo per la idolatria. Nel i835
si volea erigervi un vicariato apo-
stolico; ma essendo morto fino dal
1828 il principe Radama, la regi-
na Ranavalona sua vedova, che ne
occupò il trono, suscitò fiera per-
secuzione ai cristiani, la quale ces-
sata vi furono spediti tre gesuiti
e tre alunni del collegio delle co-
lonie. I francesi hanno in questa
isola un piccolo stabilimento sot-
to il nome di Forte Delfino, e vi
mantengono una piccola guarnigione,
ma pare che aspirino alla conqui-
sta dell' isola. La sua popolazione,
in gian parte selvaggia, secondo il
rapporto de'francesi del luogo, è di
4,000,000: Facourt però la ristiin-
gè a 1,600,000. Gli abitanti ama-
no con passione il loro paese, e se
debbono assenta isene recano seco
loro un poco della teifa dove nac-
quero, e sovente riguardandola con
affettuosa melanconia, soggiacciono
alla nostalgia, cui pure sono sogget-
ti gli svizzeri.
Senegal, piefettura apostolica del-
l'Africa che comprende Corea. Se*
negai è un fiume dell'Africa occi-
dentale, che si scarica nell' Oceano
Atlantico. Vicino alle sue foci for-
ma l'isola di s. Luigi, eh' è pure la
capitale : Corea è un' altra isola
presso i lidi della Senegambia. Que-
ste ed altre isoielle, e qualche par-
te del continente spettano alla Fran-
cia, e costituiscono la prefelUu'a
apostolica, ch'esercita l'ab. May-
nard. Questa missione a richiesta
del re di Francia fu fondata nel
1765 dai recolletti, da'cjuali passò
a'preli secolari, ed ora dipende dal
superiore del seminario dello Spiri -
MIS
lo Santo, al quale la congregazione
di propaganda ha mandata tal voi-
ta la patente in bianco pel prefetto
apostolico, raccomandando che la
scelta cadesse in ecclesiastico de-
gno. Nella rivoluzione francese la
religione soffri assai. In s. Luigi vi è
una chiesa, altraiu Corea. Avvi una
scuola pei figli delle primarie fa-
miglie.
Cajenna, prefettura apostolica ,
isola nella Cujana francese nell' A-
merica. La sola religione cattolica
vi si professa ; gli adulti parlano
il francese, e il linguaggio naturale
la gioventù, perchè l'educazione è
aflìdata alle donne negre. N' è pre-
fello l'abbate Cuillier. Vi è una
scuola pei fanciulli, diretta dai fra-
telli della dottrina cristiana ; altra
per le fanciulle, sotto la direzione
delle sorelle di s. Giuseppe. Nell'o-
spedale gli infermi sono assistiti dal-
le sorelle di s. Paolo Chatres: vi
erano le sorelle della carità. La po-
polazione, compresi i negri, è di
1 6,000, con tre chiese parrocchiali.
Guadalnpn, prefettura apostolica,
isola delle Antille in America, e
comprende le isole di s. Bartolomeo,
di Maria Galante, della Desiderata,
di s. Martino e dei Santi. Il pre-
fetto apostolico ch'è l'ab. F. Lacoin-
be riceve 12,000 fianchi dal tesoro
reale, e 2000 ne ^riceve ciascun
missionario. Essendo nato il dubbio
se l'isola di s. Bartolomeo, donata aU
la Svezia nel 1 788, appartenesse piìi
alla giurisdizione di questo prefetto,
Leone XI 1 gliene conferì nel 1824
facoltà speciale, e ad esso .si accor-
dò pure l'uso degli abiti prelatizi.
Questa isola era affidata ai padri
domenicani e cap[)uccini, ed ora vi
sono più di trenta preti. Vi sono
(lue ospedali sotto la direzione del-
le sorelle ospitaliere di s. Mauril-
MIS
«io Chatres, ed una casa di odii-
cazione per la gioventù di Bassa
Terra, la quale è capitale di Gua-
daliipa. La popolazione dell'isola è
di 120,000 forse tutti cattolici;
quella di s. Bartolomeo di 8000.
Ivi parlasi lingua francese, coni*
prendendo la prefettura ventisei par-
rocchie con chiese.
Mnrtinicca, prefettura apostolica
delle isole Anlille in America. For-
tereale capitale dell' isola è resi-
denza del prefetto apostolico, che
da ultimo era l'ab. Pietro Paolo
Castelli , ed ora è vice-prefetto
l'ab. Jacquier, con più di trentun
preti provenienti dal seminario del-
le colonie, che ha la cura di provve-
dere i missionari di questa prefet-
tura. Un giorno eranvi i domeni-
cani, carmelitani e gesuiti, a' quali
successero i cappuccini. Vi erano
tre comunità religiose per le don-
ne, ma il furore delle rivoluzioni
tutto distrusse, tranne le orsoline :
i beni ecclesiastici esistono in po-
tere del governo francese. Al pre-
fetto sono accordali gli abiti pre-
latizi, e si tollera l'uso del baldac-
chino. La fede ivi si conserva nella
sua purità, ecclissata però dal mal
costume. Avvi un convitto di don-
zelle sotto la protezione del gover-
no, diretto dalle sorelle di s. Giu-
seppe di Clency; un ospizio per gli
orfani a carico del governo; due
ospizi di carila, ma senza fondi;
quattro ospedali pei militari e per
la marina. In più chiese sono e-
rette confraternite del ss. Rosario,
dello scapulare, e de' ss. Cuori. Vi
sono le monache adoratrici perpe-
tue e le orsoline. Vi fu da ultimo
istallata l'opera pia della propa-
gazione di Lione. La popolazione
tutta cattolica ascende a 140,000,
comprese Je truppe francesi, ed i
VOL XLV
MIS 13 7
foresi ieri attirativi dal commercio:
in Forlereale si contano i3,ooo
abitanti, ed in s. Pietro 3o,oóo. In
tutta l'isola sonovi circa trentadne
chiese; in Fortereale una chiesa
parrocchiale e due cappelle; in s.
Pietro chiese delle orsoline, e di
s, Giuseppe di Clency: parlasi lin-
gua francese.
«5". Pietro e Miquelon, prefettu-
ra apostolica, isole del golfo di s.
Lorenzo nell'Atlantico settentrionale,
presso la costa meridionale di Ter-
rannova in America, di cui è prefet-
to r ab. Ollivier, e vice-prefetlo
l'ab. Lainet, con pochi missionari,
ed una popolazione originaria del-
le coste di Francia di più di 1200,
i quali occupansi quasi unicamente
alla pesca, laonde stabilimenti di pe-
sca sono le isole di s. Pietro e Mique-
lon, massime del merluzzo. Lo sta-
bilimento di s. Pietro e Miquelon
è il solo punto . sedentario che in
oggi abbia la Francia in quelle ac-
que; il solo rifugio che offrir si
possa in caso di bisogno alla pesca
errante. Acquistò la Francia il pos-
sesso di tali isole nel 1763, che
perduto riacquistarono i francesi nel
l8i5. Gli abitanti di Miquelon vi-
vono dispersi lungo le coste ed
hanno buoni pascoli. Avvi pure
Miquelon piccola o Langladè, con
belle praterie e qualche terra alta
alla coltivazione. Le due Miquelon
formano con s. Pietro una colonia
francese, sotto un comandante am-
ministratore.
MISSIONI STRANIERE, ^f //ai-
zzano d' Irlanda. JN'e' tempi antichi
è certo che lo studio e le scienze
sacre fiorivano nella rimota Irlan-
da {Vedi). Nel V!, VII e Vili se-
colo vi furono stabilite molle scuo-
le e monasteri che acquistarono gran
celebrità per tutta l' Europa. Non
J7
258 MIS
pochi scolari dalla Francia e dalla
Germania "vi si portavano, e il veti.
Beda ci racconta che gli anglosas-
soni vi concorrevano in gran nu-
mero, e vi erano ricevuti con o-
spitalilà e maolenuti gratuitamente.
Le scuole più celebri erano quelle
di s, Lismore, Bangor e Mayo. Da
queste scuole uscirono innumerabili
missionai'i eh' ebbero la gloria di
convertire gran parte de' paesi set-
tentrionali dell'Europa. S. Willibro-
do uscito dall'Irlanda converti la
Frisia, 8. Riliano la Baviera, s. Vir-
gilio la Carintia, s. Colombo le parti
settentrionali della Scozia, s. Edano
la Norlumbria; mentre s. Caidoco,
s. Furseo, Fiacrio Gallo, Colomba-
no ed altri illustrarono il Belgio, la
Francia, la Svizzera, e persino le
belle contrade d'Italia. Queste fati-
che missionarie degli irlandesi con-
tinuarono a produrre ottimi frutti
in diversi paesi per più secoli; ma
venuta l'infelice riforma, furono di-
strutte tutte le cure religiose in
Irlanda, disperso il clero, banditi i
monaci, saccheggiate le chiese, e
cos^i distrutta ogni speranza di con-
tribuire alla propagazione della re-
ligione di Gesù Cristo. Nel presen-
te secolo essendosi rallentate al-
quanto le leggi penali, subito co-
minciarono a fiorire di nuovo le
lettere in Irlanda, e vi furono sta-
biliti collegi, che hanno dato ec-
cellenti operai che coltivano la vi-
gna del Signore in ogni parte del
mondo. Ne siano testimonio i mol-
ti vescovi e sacerdoti che l'Irlanda
ha somministrato dentro gli ultimi
\enl'anni all' America settentrio-
nale, all'Australia nell' Oceania, al-
le Indie orientali ed occidenta-
li, e all'Africa medesima. Le cir-
costanze de'tempi e la difllcollà di
trovare i mezzi di sosteutaiueu-
MIS
to fecero sì che non si stabilisse al-
cun collegio in Irlanda destinalo
esclusivamente alle missioni este-
re sino agli ultimi anni. Il pri-
mo che formò l'idea di un tale
stabilimento fu il pio sacerdote d.
Giovanni Foley, il quale circa die-
ci anni sono aprì un seminario per
le missioni nella città o borgo di
Youghall nella diocesi di Cloyne e
Ross. Questo seminario fu ben-
tosto pieno di giovani studiosi, e
il sacerdote Faley, fu incoraggi-
lo dal cardinal prefetto di propa-
ganda e da Gregorio XVI , di
proseguire con zelo 1' intrapresa
carriera; ma essendo egli collo da
immatura morte nel i844. piima
di aver potuto maturare i suoi
piani ed una stabilità alla sua ope-
ra, si chiuse il seminario, e gli
studenti si ritirarono in altri col-
legi. Nel 1843 morì nella diocesi
di Kildare il parroco di Ciane
Kearney, il quale lasciò una som-
ma vistosa di diecimila lire sterli-
ne al vescovo di quella diocesi, da
erogarsi nell'educazione degli studen-
ti per le missioni estere. Quel pio e
zelante vescovo monsignor Haly
colle rendite derivate da quella
somma mantiene molti giovani ec-
clesiastici nel suo seminario di Car-
lovia, i quali vi si mandano da di-
versi vescovi o vicari apostolici nei
paesi esteri. Nel 1840 un pio sa-
cerdote della diocesi di Meatli, don
Giovanni Hand, avendo ottenuta
l'approvazione dalla congregazione
di propaganda e da Gregorio XVI,
fondò un collegio missionario det-
to di Allhallovv^s o di tutti i santi,
nella vicinanza di Dublino. Il Iland
cadde ben tosto vittima del suo ze-
lo nel promovere questa opera, es-
.sendo morto nel i84> di febbre.
Il seminario però continua a fiori-
MIS MTS 55:9
re ecl è protetto ed incoraggUo dai la conoscenzH , e che ha qualche
Tescovi e dal popolo d'Irlanda. Vi volta comunicato a'suoi profeti ed
si mantengono circa settanta alun-
ni, con mezzi ottenuti principal-
mente dalie limosine de'fedeli. Vi
sono in detto collegio eccellenti
professori di tutte le scienze, e vi
regna un oltimo spirito , cosicché
sì può sperare che gli alunni che
vi si allevano rinnoveranno gli
esempi dell'antica Irlanda, e cal-
cheranno le vestigia di quei santi
uomini, che si fecero gli apostoli
e benefattori di tante parti del-
l'Europa.
M I ST A GOG I A , Mystagogia .
Spiegazione de' misteri agli iniziati.
Con questo vocabolo distinguono
altres'i i greci il santo sagrifizio del-
la messa, perchè come scrive il Goar,
sublima la mente a comprendere i
reconditi secreti di Dio, cuopre le
azioni e le passioni di Cristo sotto
i simulacri e le cerimonie, e Cri-
sto stesso sotto le specie del pane
e del vino, ed in pari tempo gui-
da a conoscerlo in modo arcano,
ed insieme, col ricevere ora mani-
festamente il cibo celeste ne dà un
pegno nascosto di ottenere la vita
eterna.
MISTERO, Mysterhim. Segreto
sacro, arcaniim, cerimonia religiosa.
Il termine di mistero deriva dal-
l'ebraico salar, nascondere, quindi
rnystar, una cosa nascosta, secieta;
oppure dal greco rnyo, io chiudo,
sloma, la bocca j come chi dicesse
cosa sulla quale deve chiudersi la
bocca. Quindi il nome di mistero si
prende: i." Per tutte le cose na-
scoste, scerete, difficili od impossi-
bili a con^prendersi, sieno naturali
o soprannaturali. a.° Si pi'ende più.
particolarmente pei secreti di un or-
dine superiore e soprannaturale, co-
me quelli di cui Dio si è riservato
ai suoi devoti. 3." Si prende più
particolarmente per le verità che
la religione cristiana propone di cre-
dere, come la Tiinità, l' Incarna-
zione, i sacramenti e soprattutto
quello dell'Eucaristia, eh' è il. più
sacro ed il piìi grande di tutti i
nostri sacramenti. La Chiesa ha sta-
bilito delle feste particolari per o-
norare i misteri della religione, che
avea gran cura di nascondere agli
infedeli, a cagione della loro pro-
fondità che li rendono impenetra-
bili allo spirito umano che non è
rischiarato dai lumi della fede, e
per quelle altre ragioni che notam-
mo ad AECATfo, a Liturgia ed al-
trove. E un diritto esclusivo della
potestà ecclesiastica il dirigere l'e-
sercizio del culto esterno : s. Paolo
scrivendo ai corinti sulla celebra-
zione de'sanli misteri, dopo aver fat-
te diverse prescrizioni , disse: ^lle
altra cose poi, venuto eh' io sìa fra
voi, darò ordine. I pagani avevano
altresì i loro misteri, intorno ai
quali conservavano un inviolabile
secreto; ma erano misteri d'iniqui-
tà, eh' essi nascondevano perchè pa-
lesandoli avrebbero resa la loro re-
ligione spregevole, ridicola e odio-
sa. Di essi gli scrii tori antichi eb-
bero scrupolo di parlare, non cos\
i più moderni : i primi tralascia-
vano a bello studio di palesarli ,
ed il propalare i misteri ai profani
e non iniziati era dai gentili più
superstiziosi riputato grandissimo
sacrilegio.
MISTI A, Mistltia. Sede vesco-^
vile della provincia di Licaonia,
neir esarcalo d' Asia eretta nel V
secolo sotto la metropoli d' Iconio,
e nel IX divenne arcivescovato o-
norario. Ne furono vescovi Dario
26o MIT
che intervenne al primo concilio
di Costantinopoli ; Ermazio pel qua-
le Onesiforo d' Iconio sottoscrisse
il concilio di Calcedonia ; Longino
appose la sua firma ai canoni in
Trullo j Basilio che fu all' Vili con-
cilio generale, ed a quello di Fo-
zio, dopo la molte di s. Ignazio ,
e si sottoscrisse arcivescovo. 'O/'te/w
christ. t. I, p, 1088.
MISTIA, Mystia, Città vescovile
d'Italia ne'Bruzi o Magna Grecia,
antica ma rovinata, sulla costei o-
rientale fra il promontorio Cocin-
tum, e la città di Coecìnum, un
poco al mezzodì del golfo di Squil-
lace. L' Ughelli nell' Italia sacra
t. X, p. 143, la registra tra le se-
di vescovili, e dice ch'ebbe Seve-
rino per suo vescovo, fatto da s.
Gregorio I Papa del 590.
MI XILENE. Vedi Metelino.
MITRA, Milhra, Infida. Orna-
mento ed insegna ecclesiastica del
capo, che portano il Papa, i car-
dinali, i vescovi, gli abbati regolari
o mitrati, ed altri prelati : segno
di onore, di maestà e di giurisdizio-
ne. È un berretto rotondo, pun-
tato e spaccato nella sua sommità,
con due bendoni od infole che cado-
no sulle spalle; e fu chiamata anche
pileo cornuto, perchè finisce in due
punte. Il Thiers, nell' Istoria delle
parrucche, dice che le mitre sono
quasi di tutti i tempi, nazioni, re-
ligioni, e le portarono s"i gli uomi-
ni come le donne, benché non fos-
sero tutte della stessa figura. Il p.
Bonanni, Cerare, eccl. cap. Sg, del-
la mitra, la descrive: divisa in due
parti piane, le quali allargandosi
cingono il capo, e nella parte emi-
nente terminano in punta acuta,
corrispondendo a quella mitra de-
gli antichi sacerdoti idolatri, che
però r usavano più bassa; quindi
MIT
riporta testimonianze, che i brac-
mani sacerdoti indiani usarono mi-
tra ornata di gioie, cosi il primo
sacerdote della dea Siria, ed il som-
mo pontefice de' gentili adoperava
mitra d' oro. E siccome tal sorta
di ornamento fu espresso coi nomi
mitra, cidaris , tiara, infula phri-
gitint, corona sacerdotalis, cùpida,
e in altri modi, quindi nasce non
piccola difficoltà in riconoscere la
forma usata dagli antichi e dalle
diverse persone che la portavano.
'Aveva pure la mitra il sommo sa-
cerdote degli ebrei, che portava in
capo quando celebrava le sacre fun-
zioni nel tabernacolo, dilferente di
molto da quella usata dai sacerdo-
ti inferiori, come coperta di colore
giacinto, e circondata di una coro-
na d'oro distinta in tre ordini, i
quali lasciavano spazio per la La-
mina d' oro [Vedi) che legnvasi .sul-
la fronte con nastro di colore gia-
cinto, conforme al comando di Dio;
mentre si controverte la forma di
tale lamina o lastra d' oro, che di-
cesi aver avuto quella di Corona
[Vedi) di un mezzo circolo che da un
orecchio all'altro occupava la fron-
te del saceidote, e larga circa due di-
ta, venendo chiamata corona, e coro-
na dimidiata, e creduta da alcuni
divisa quasi in tre ordini. Il Sarnelli,
Leti. eccl. t. I, lett. Ili, pattando
della mitra, dice che quella de'sa-
cerdoti era un berrettino aguzzo,
che non copriva tutta la testa, ma
poco più della metà, a giiisa d'u-
na bènda di lino avvoltolata in gi-
ro e cucita, nascondendo le cuci-
ture ultra tela che calava sulla fron-
te. Della mitra del sommo sacer-
dote il Bonanni ne tratta al cap. 9;
ed al cap. 16 riporta due figure
di esso con due diverse mitre, e
cerca la cngiouc perchè Dio volle
MIT
che i sacerdoti dell' antica legge te-
nessero il capo coperto ne' sagrifi-
zi per segno di riverenza, e per
accrescere decoro e maestà al sa-
cerdozio. Essendo la legge mosaica
costituita come legge di timore e
soggezione, era conveniente che i
sacerdoti la professassero con por-
tare in capo il peso delia mitra
prescritta da' Dio; al contrario nel-
la legge nuova o cristiana usano i
sacerdoti il capo scoperto, perchè
questa è legge di perfetta libertà,
come governata non da legge di
servitù, ma da legge di amore. Nel
rito siriaco però nelle sacre funzio-
ni tengono i ministri il capo coper-
to; altrettanto fanno diversi orien-
tali anche scismatici. Su questo pun-'
to si può vedere Berrettino, Mes-
sa e gli articoli relativi, ed il ci-
tato Thìers. Questi asserisce che i
vescovi orientali celebrano col capo
coperto, tranne l'alessandrino, o
per le ragioni che diremo, o per
seguire la tradizione o la regola
di s. Paolo che insegna di orare
colla testa scoperta.
Il nome di mitra è comunissimo
presso gli scrittori antichi, tanto sa-
cri, che profani. Per mitra intendesi
una specie di acconciatura, la quale
cangiò di iìgura secondo i tempi, che
fu talvolta comune ad ambo i sessi,
e talora particolare alle sole donne,
parlando Isia delie loro mitre; gli
jouli, gli egizi ed i siri usarono un
ornamento pel capo equivalente al-
la mitra, e nell'Africa nei IV se-
colo era contrassegno di vergine
dedicata a Dio, come oggi il veloj
secondo il Macri, Not. de vocab.,
che dice essere stata di lana tinta
ili porpora detta Milrella e Mitcl-
la : nella Spagna si narra che l'u-
sassero le monache nel secolo Vili.
11 Buonarroti, De medaglioni p.
MIT 261
412, riferisce che le donne usa-
rono per ornamento del capo una
specie di mitra detta anche tiara,
come il pileo gli uomini, formata
d' una fascia larga che si girava
più volte intorno alla testa, e quan-
do era più corta chiamavasi forse
semimitra, dicendosi le strette Mi-
trelle o Mitelle, e 1' usarono le bac->
canti. Anch' egli afferma che lesa-
ere vergini africane l' usavano, a
tempo almeno di s. Ottato, poiché
avanti Tertulliano si fa menzione
di mitre, come abito delle matro-
ne e donne attempate, descriven-
dole in modo che lasciavano sco-
perta la cima della testa. E per-
chè ordinariamente erano fatte di
ricamo, e ancora adornale di gioie,
le portavano per lo più piccole e
corte come un Diadema ( Vedi) le-
gate con alcune vitle dette perciò
anademaia e redimicula, onde molti
autori non più distinsero la mitra
dal diadema. Si vuole che le donne
siriache ed arabe portino ancora
in oggi una mitra d' argento chia-
mata arkiè, fatta a foggia di pane
di zucchero, cui vedesi attaccato
un velo nero ricco di perle e pie-
tre preziose.
Per tradizione apostolica i vé-
scovi portano la mitra nelle sacre
funzioni, poiché gli apostoli s. Gia-
como primo vescovo di Gerusalem-
me, e s. Giovanni vescovo d' Efeso
portavano la lamina d' oro in testa,
ornamento misterioso equivalente
alla mitra, cosi i primi vescovi co-
me dicemmo a Lamina: che se tale
lamina non si p.uò dire rigorosa-
mente mitra, non avendone la for-
ma eh' ora si vede, era bensì segno
della dignità che gli apostoli ave-
vano nelle chiese da essi governate,
ornamento della dignità episcopale,
e simbolo del sacerdozio regale.
a6-i M l T
Vogliono alcuni che s. Clemente
1 Papa del gS, tra le insegne che
attribuì a' vescovi, abbia compresa la
mitra; opina però il Thiers che ii
primo vescovo latino a usare la
mitra fu il Pontefice s. Silvestro I,
sebbene poi dica che le mitre non
si conobbero avanti il looo. 11 Ma-
cri e il Bonanni affermano vene-
rarsi in Roma nella chiesa di s.
Martino a' Monti la mitra di s.
Silvestro I eletto nel3i4>'a quale
è tonda, acuta in cima, alta circa
im palmo, di drappo tessuto di
seta e oro colore azzurro o verde ;
in essa vedesi effigiata la Beata Ver-
gine tenente nella destra un ramo
d' ulivo, e sedente col Bambino, in
mezzo a due angeli in dalmatiche,
oltre altri quattro simili disposti
lateralmente, con sette stelle e fre-
gio intorno, leggendosi sotto i pie-
di della Madonna : Ave Regina
Coeli. Questa mitra fu riprodotta
anche dal Rocca nel fine del t. I
delle opere di s. Gregorio I, come
prova che già usavasi in Roma.
Veggasi lo stesso Rocca ; De mitrae
s. Silvestri I Papae, et de efus-
dern ac s. Martini I, et Honorii 1
sandalìs sive calceis, nel suo The-
saurus t. II, p, 378, ove ne riporta
il rame. I medesimi scrittori asseri-
scono conservarsi in Valenza di Spa-
gna la mitra di s. Agostino (in vece
il Rinaldi dice che il suo corpo colla
mitra fu trasportato in Sardegna
in un al bacolo pastorale), di seta
bianca e forma acuta, con fascia
di seta azzurra e d'oro, che la cin-
ge nel mezzo ; ed il Bonanni ag-
giunge che prima di tal tempo,
cioè a qtiello di Costantino, la mi-
tra vescovile fu detta Apex da s.
Agostino; Serlum cum genimis da
Ennodio parlando della mitra di
s. Ambrogio; Corona sacerdotali da
MIT
Ammiano Marcellino; Corona glo-
riae da Eusebio (anzi anticamente
si dava ai vescovi il titolo di Co-
ro/za, come scrissero s. Girolamo a
s. Agostino, e Sidonio al vesco-
vo Eufronio); Pyteum, Galea et
Tyara da Isidoro; Infula da ti-
gone di s. Vittore; Cidaris da
Alenino; Phrygium da JN'iceforoj
Lorum da Balsamone, sebbene il
Barouio dice che gli ultimi nomi
significano il pallio e non la mitra:
ma la donazione falla da Costan-
tino a s. Silvestro I parla della mi-
tra, dicendo: Phrygium vero candi-
do nitore splendiduni resurrectio-
neni dominicarn designans ejns san-
ctissìnio vertici manibus nostris im-
posuinius. L' istesso Balsamone, ra-
gionando della preziosa mitra do-
nata a s. Cirillo patriarca Alessan-
drino dal Pontefice san Celestino
1 del 4^3, dice: Celestinus phry-
gium Cyrillo episcopo Alexandri-
no dedit ; anche Innocenzo HI chia-
mò la mitra Auriphrygium. Ap-
presso il Surio si riferisce l' inven-
zione del corpo di Birino vescovo
di Dorchester, il quale morì nel
65o, e si narra che fu trovato ,
cuni infula rubra, et panno serico
cuni cruce e metallo confecta ; ac-
cennandosi la mitra nella parola
infula, la quale come asserisce Ma-
cri, infula mitravi siguificat, e cita
Tritemio, dicendo: Hoc anno neni-
pe 1244 Papa Innocentius IV
concessit decano majoris ecclesiae
usimi mitracy seu injulae in prae-
cipuis festìvitatibus. Più chiaro ar-
gomento dell' uso antico della mi-
tia proceduto dagli apostoli e man-
tenuto dai vescovi di Gerusalemme,
si ha dalla lettera di Teodosio pa-
triarca, scritta a s. Ignazio patriar-
ca di Costantinopoli, riferita nel
concilio Vili dell' 879 con queste
MIT
parole. Podereoi, et siiperhumera-
le cum mitra et pontificalem or-
naiurii s. Jacobi fratris Domini, et
primi archiepiscoporitm, quo ante-
cessores mei patriarchae circuma'
mieti seniptr in sancta sanctorum
ingrediehaiilur sacerdolio fungentes,
et sanctiim calciare, cjuo et ipse in-
dutus sii/n, eadem gerens, tuo de-
siderabili, et honorandi capiti, ex
amore et dileclionis copia transmi-
si. Tullociò può servire di confu-
tazione ad alcuni scriHori, i quali
tacciarono i vescovi cattolici quali
introduttori della mitra, che chia-
mano ornamento da essi inventato
iu tempi nien lontani. Contro di
essi egregiamente scrisse Andrea
Saussay nella sua Panoplia episco-
palis, seu de sacro episcoporum or-
nala, Lutetiae 1646: lib. I, De
mitrae episcopalis antiquitate.
Alcuni sostengono 1' origine del-
la mitra non essere più antica del
secolo X, non trovandosene vesti-
gio nei sagra men lari dei Papi s.
Gelasio I e s. Gregorio I, e nep-
pure negli antichi ordini romani ,
né nelle antiche liturgie, né in
quegli autori ecclesiastici che scris-
sero iulorno ai riti fino a tal se-
colo. Invece il p. Marlene, De an-
tiq. eccl. ritib., lib. I, cap. IV,
opina che la mitra come ornamen-
to episcopale fu sempre usata dal-
la Chiesa, ma che anticamente i ve-
scovi non potevano portarla, se pri-
ma non avevano ottenuto un pri-
vilegio particolare dai sommi Pon-
tefici. Infatti il p. Mabillon nel se-
colo W ,praefal. in acla ss., lo pro-
va dal privilegio di s. Leone IV
dell' 847 concesso ad Anscorio ve-
scovo d'Amburgo, col quale accor-
dò r uso della mitra a lui e suc-
cessori ; e colla lettera di Alessan-
dro 111 del 11 59, a Godwaldo ve-
MIT 263
scovo d'Utrecht, riferita nelle Cro-
nache di Fiandra lib. X, cap. i o,
ove si legge: Episcopaleni mitrani
libi tuisque successoribus deferen-
dani concedimus. Argomenti evi-
denti, che non tutti i vescovi po-
tevano usare la mitra, altrimenti
sarebbero state superflue tali con-
cessioni. Ciò si conferma col rac-
conto di s. Bernardo nella vita di
s. Malachia arcivescovo d' Armagh,
che riferisce con quanta dimostra-
zione di alletto fu accolto dal Pon-
tefice Innocenzo II, il quale ado-
perando la mitra come parte del-
l' abito ecclesiastico, V usava nelle
udienze, onde in quella che diede
al santo vescovo, tollens mitrani de
capite suo imposuil capiti e/us. Da
ciò sembra non esserne stato prima
ornato, se pure non volle il Papa
dare al santo vescovo un solenne
segno di particolare stima, reputan-
dolo forse degno della dignità pon-
tificia, o perchè dovea rappresen-
tarla quale legato della santa Sede
in Irlanda a cui l' avea nominato.
Conferma il p. Marlene la sua o-
pinione, che i vescovi anticamente
usarono la mitra per concessione
pontificia, con dichiarare aver os-
servato i sigilli de' vescovi fioriti
nel secolo XII, i quali non tutti si
vedono ornati di mitra, benché le
loro figure fossero in abiti pontifi-
cali, ciò che servì di argomento
negativo di quegli scrittori che sos-
tengono l'introduzione della mitra
circa il secolo X, avendo essi os-
servato nelle pitture antiche i Pa-
pi ed i vescovi vestiti pontifical-
mente col capo scoperto e senza
mitra. Diversi esempi di siffatte im-
niagini riferisce il p. Bonanni ; ma
il citato Saussay rigetta e stima
deboli questi argomenti contrari
all'uso della mitra, dicendo che nei
264 MIT
rituali antichi molte cose si tra-
lasciaronOj benché si sa di certo che
fiii'ono in uso per tradizioni ordi-
nale e praticate dagli apostoli ; è
poi nolo che i pittori ed allri ar-
tisti rappresentarono i Papi e i
vescovi a capriccio, ed i capricci
degli artisti giammai fecero autori-
tà nella Chiesa e nella critica. Quin-
di prudentemente avverti il card.
Bona, Rer. liturgie. § i^, cap. 24 « ''t>-
1, che si possono conciliare le due
diverse opinioni sulla mitra adope-
rata oggi nella Chiesa, se usata a-
vanti il X secolo, con dire essersi
usata, se non da tutti i vescovi, al-
meno da molti, cosa equivalente
lilla mitra in segno della dignità
episcopale, e di esserne stato intro-
dotto 1' uso dai ss. apostoli Giaco-
mo e Giovanni. Suli' antichità del-
l' uso della mitra, essendo varie le
sentenze degli eruditi, si possono
inoltre consultare: Gori, De mitra-
to capite Jesu Chris ti, cap. X, .vyw-
bolarum ( poiché un rozzo artefice
de' bassi tempi rappresentò Cristo
crocefisso colla mitra), voi. Ili, p.
191; Marangoni, Chronologi a pon-
tifìcia p. SyjBingham, Origin. eccl.
Iib. li, cap. IX; Y^nWoXXe, Ritiis ec-
cles. Laudari, p. 87; Giovanni Vis-
»;onfi, De missa apparata, e. 3 r ;
e Marlene , De mitrn pontificali
a pad christianos, t. I, p. 347j De
antiq.
Diversi sono i mistici significati
che i liturgici danno alla mitra.
Durando, De divin.off. lib. 3, cap.
3, osserva che gli eretici derisero
la mitra con)e cosa indecente, anco
perchè tern)ina in due punte che
chiamano corna, cornila. Che l'i-
dea del corno non era ignominiosa
presso gli antichi, lo dicemmo al-
l'articolo Corona. Il corno di cui
si parla uella sacra Scrittura^ suole
MIT
significare gloria, potestà e segno
di principato. La mitra si usa in
segno di potestà, ed è bicorne, per-
chè indica onore e la scienza del-
l' uno e r altro testamento che de-
vono risplendere nel capo de' pa-
stori ecclesiastici, al dire del Ma-
cri ; ovvero come insegnò s. Tom-
maso, le due parti della mitra so-
no insieme unite e separate per fi-
gurare i due testamenti, come spie-
gò sopra il cap. i3 dell'Apocalisse.
Altre spiegazioni le addusse Inno-
cenzo III, cap. 60, dichiarando la
mitra significare la magnificenza
di Cristo. Altre ne riportò 1' Ales,
De off. miss^ § 4> secondo il Bo-
nanni ; mentre il Pascalio, De co-
ronis, stima che una parte signifi-
chi la santità del vescovo, 1' altra
la sua dottrina; Pietro Gregorio
\i crede espresso l'amore verso Dio
ed il prossimo; ed il Piazza, Iride
sacra p. 270, dichiara, che l'al-
tezza della mitra misticamente e-
sprime, che il vescovo deve cosi
sopravanzare nella scienza i sudditi;
e che quanto alla mitra di lastra
d' oro , simbolo dell' oro è la no-
biltà, di dominio, di costanza, <li
fede, di sincerila, di sapienza e di
conforto, qualità proprie del pasto-
re delle anime, ed esemplare d' o-
gni virtù. DiOicile però è conosce-
re i molivi per cui fu introdotto
questo ornamento del capo, certa-
mente per accrescimento di decoro
e maestà, inerendo a quanto Dio
prescrisse ai sacerdoti del tempio
con insegne ecpiivalenli . Quanto
alla materia di cui formasi la mitra,
non fu sempre uniforme, ed il si-
gnificato non è presso tulli lo stes-
so, come notò Onpfrio Panvinio,
che scrisse essersi usata nei secoli
avanti di lino o di seta bianca, e
poscia di tela d'oro e ornata d
MIT
gioie, come dice al verbo Mitra,
nel traltato delle voci ecclesiastiche.
L' Oldoiiio però nelle addizioni al
Ciacconio, <;on descrivere la mitra
di s. Silvestro 1, che Eugenio IV
fece portare a Roma da Avignone,
la dice qual fu di sopra descritta ;
ma dal Gallico, Ada caerem. p.
io5, si apprende che tal mitra
fu quella chiamata Corona e /fe-
f^'io, e che con essa vi fu coronato
il successore di Eugenio IV nel
i447 Nicolò V, Avverte il Bonan-
ni che il Vittorelli errò nel dire
che la mitra di s. Silvestro I fosse
ornata di tre corone. Che da qual-
che Papa si usasse la mitra di for-
ma non acuta, apparisce nell'im-
magine di Gelasio II, del 1 1 i8, e-
sposta in pittura da Costantino
Caetani nella sua vita, riprodotta
dal Macri, Hierolexicon, verbo Mi-
tra, e dal p. Bonanni a p. 25o.
Pendono dalla mitra due fascie o
code non senza mistero, eh' essen-
do di colore rosso, simboleggiano
la prontezza che devono avere i ve-
scovi nel difendere la fede col san-
gue; e siccome cadono sulle spalle,
significano il peso che devono sos-
tenere nella predicazione del van-
gelo, qual simbolo dello spirito dei
prelati, i quali devono portar sulle
s[)alle quanto insegnano colia boc-
ca, secondo Innocenzo 111 : queste
fascie anticamente erano nere, e
pendevano avanti il petto. I latini
chiamarono ville, lemuisci o fascie
( ne parlammo a Diadema ed a
Fascia), dette anche infule, le due
estremità che pendevano da quelle
corone o da quelle fascie che ser-
vivano a cingere i capelli e le
tempia, di cui il Pascalio citalo
trattò nel lib. IV, cap. 22. Le fa-
scie, bende, liste o code delle o-
dicrne luilre (altrove delle fluì-
MIT 265
brine, lingnlae, bendae, e pendali),
sono nell'estremità decorate del se-
gno della croce, e talvolta di stem-
mi gentilizi o altri ornati. Final-
mente il cardinal Torrecremata, in
cap. Discipl. disi. 4^ , dice che le
due parti della mitra benché dis-
giunte sono unite, figura della fede
cattolica, e disgiunte per la varie-
tà de' liti e cerimonie, la cogni-
zione delle quali si ricerca diti ve-
scovo, e per ciò gli si pone in ca-
po sede del sapere. Secondo la di-
sciplina presente, la mitra ha tre di-
verse forme di ornamenti e di stoife
per i quali distinguesi in preziosa
detta anche gioiellata, o con gemme;
in aurifrigiata, delta ancora di la-
ma, lastra, tela o tocca d' oro; ed
in semplice. La mitra preziosa è
intessuta di lama d'argento e di
oro a ricamo con guarnizione di
gioie e di pietre preziose. La mitra
aurifrigiata può essere guarnita o
di piccole perle, o di seta bianca
vergata d' oro, ovvero di lama d'o-
ro semplice senza ricami e senza
perle. La mitra semplice può es-
sere, o di damasco bianco, oppure
di tela bianca di lino, colle frange
di seta rossa nell' estremità del-
l'infule o ville. Tutto ciò si de-
duce dal Ceremoniale de' vescovi.
Ma altre notizie sulle mitre an-
tiche, su quelle moderne e loro
uso, sì de' Papi, cardinali, vescovi,
abbati ed altri, le andiamo qui ap-
presso a riportare; mentre de' tem-
pi e funzioni in cui da tutti si
usano, meglio se ne discorre ai
tanti relativi articoli.
3Jitre del Papa. Mitra turbina-
ta, regno, corona, tiara, fu antica-
mente chiamata quella mitra pon-
tificia di forma conica, che avente
prima una corona , poi ve ne fu
agj^iunla una seconda, indi una
a66 MIT
terza, per cui prese il nome di
Triregno [f^edi). La distinzione di
questa dalle altre mitre, e la spie-
gazione perchè il Papa ora usi il
triregno ed ora la mitra, la fece
Innocenzo III colle parole: Roma-
nus Ponlifex in sigiium Ii/iperii
iUitiir Regno, et in signiun Ponti-
fìcii utilur Mitra; sed Mitra seni-
ptr nlilur, et uhiqne ; Regno vero
nec ubiquCy nec seniper. E parlan-
do altrove di sé medesimo, come
si ha dal Burio, Not. Rom. Font.
p. 579: Ecclesia in signuni lem-
poraUwn dedit mihi Coronavi ; in
signnni spiritualiuni contulit niilii
Muram : Milram prò sacerdolio,
Coronani prò regno : illius me
constilnens Ficariuni , qui hahet
in vestimento et femore scriptnm
»> Pvex Regnum, et Dominus Domi-
nantium " . Tre mitre diverse da
antichissimo tempo usarono i Pa-
pi nelle sacre funzioni e solennità,
come raccogliesi dal cerimoniale
romano pubblicato per ordine di
Gregorio X del 127 1, presso il
Mabillon, Mas. Ital. t. II, ordine
rom. XIII, p. 232, e dall'ordine
romano XIV, pag. 822, compo-
sto dal cardinal Giacomo Gaelnni
Stefaneschi ne' primi del secolo
XIV. Nel primo di questi si legge:
« Primo notandum est, quod domi-
nus Papa Ires mitras diversas ha-
Jjet, quibus diversis temporibus u-
titur, scilicet unam albam totam,
imam cum aurifrisio in titulo sine
circulo, et mitram aurifrisiatam in
circulo et in titulo. Mitra auri-
frisiata in circulo et in titulo u-
titur in oITiciis dìebus festivis, et
idiis, exceptis a septuagesima uscjue
ad Pascha, et ab adventu usque ad
iS'alalem , et quando cantal prò
dcfunctis. Et est illa ratio, quia
curuuam rc^^raeseutat, et aclivue, et
MIT
contemplativae vitae discursum. Mi-
tra vero cum aurifrisio in titulo
sine circulo, utitur cum sedet in
concistorio, et judicat, unde coronaoi
regalem repraesentat. Alba utitur
dìebus dominicis, et aliis non fe-
stivis ab adventu Domini usque
ad vigiliam Nativitatis Domini in
vesperis, praelerquam in terlia do-
minica de adventu, quae dicitur
dominica de Gaudete, eie in
festo Innocentium, mitra simplici".
Neir ordine XIV poi: de uso mi-
trae, ecco quanto si dice : « Mitra
aurifrigiala ndn utitur ecclesia ro-
mana ab adventu Domini usque
ad festum Nativitatis Domini, ex-
cepto quod dominus Papa utilui*
in dominica de Gaudetej nec a se-
ptuagesinm usque ad feriam quin-
tam majoris hebdomadae, excepto
quod dominus Papa utitur in do-
minica quarta quadragesimae, qua
cantatur, Laetare Jerusalentj nec
in omnibus vigiliis , de quibus
jejunium celebratur , nec in o-
muibus qualuor temporibus, nec
in rogationibus, nec in letaoiis, nec
in olliciis defunctorum " . Erano
dunque queste tre mitre, una bian-
ca tutta liscia, detta anche mitra
alba et plana de ganitllo (panno
fatto d'accia e bambagia) absqiie
aurifrigiis, et perlis, o al piti un
qualche piccolo fregio d'oro, e ser-
viva nella quaresima e nell'avven-
to; l'altra ricamata in oro, ma sen-
za cerchio nella parte inferiore, e
la terza pure ricamata con cer-
chio d'oro , chiamata perciò eoa
diversi nomi, indi divenuta trire-
gno. Il citato Piazza p. 272 ripor-
ta i tempi in cui il Papa deve as-
sumere la mitra preziosa di tela o
lastra d'oro e d' argento pro[)or-
zionata ai tempi di lutto, penitenza
e diiìiuno. La mitra di lama d'uro
MIT
fu detta concistoriale, usandosi dal
l'ontefìce in concistoro, e Io atte-
sta il Patrizi nel suo Cei emonia-
le. Se ne fa pure menzione nell'or-
dine romano XIV, ed era cum
auiijiisio in titulo sine circulo. II
p. JBonanni cap. 64, della mitra
pontifìcia, dopo aver detto delle tre
mitre usale dai Tapi, aggiunge che
altri riferirono essere le mitre a-
doperale dal Pontefice di più sor-
ta, e furono numerate dal vescovo
Saussay, ove disse essere una della
titillai is f ili qua est lilulus sic di-
ctus quasi index quidam, et est
lamina aurea, quae in giro mitrae
orifìcium ambit. In secondo luogo
disse esserne una priva di tal giro,
ornata però di gemme e nella
legatura circondata d'oro, e adope-
rata nelle funzioni di minore so-
lennità. Oltre questa si adoprò u-
lìa mitra semplicissima di damasco
Lianco , ornata però d'alcuni fiori
d'oro, cioè nella quaresima e nel-
l'offizio de'defuiiti. Questa variazione
però si restringe a tre sole mitre
comunemente usale dal Papa, cioè
la semplice di lama d'argento con
galloncino simile intorno, e frangia
a granoni pur d'argento nell'estre-
mità delle due fascie o code ; la
aurijrigìala o di lastra, tela o toc-
ca d'oro con galloncino simile in-
torno , e frangia a granoni pur
d'oro nell'eslremilà delle dette code;
la terza si dice preziosa, ed è or-
iiula di perle e di gioie con rica-
mi d'oro, i quali decorano anche
le due fascie, che terminano con
frangie e granoni d' oro. Di tutte
queste tre mitre ne hanno l'uso
anche i vescovi, con quelle avver-
tenze che faremo parlando di loro.
11 p. Bonanni a p. 264 riporta
la forma delle tre mitre pontifìcie,
che tuttora si conserva, solo diver-
MIT 267
sificando 1' aurif rifiata, eh' essendo
quale la descrivemmo, nel Bonan-
ni si vede con cinque gemme 01 iz-
zonlali nel mezzo, ed una gemma
contornala da altre piccole in mez-
zo al circolo corrispondente alla
fronte. Aggiunge che la mitra tro-
vala sul cadavere di Bonifacio Vili
era admodum parva , ex tela
hombacina. Riferisce il Macri nel
Hierolexico, che nella pittura antica
del portico di s. Cecilia in Traste-
vere si vedeva la mitra di s. Pa-
squale I Papa dell' 8 17, simile a
quella suddescrilta di s. Silvestro 1,
la quale essendo slata ristorata, il
pittore di suo arhitrio la fece nella
forma simile alle moderne, errore
copialo nel disegno di Tempesta.
11 Garampi erudilamenle parlò del-
le mille pontifìcie, e del loro uso
nelle diverse funzioni, nel Sigillo
della Garfagnana p. 79 e seg.; co-
si il citato Marangoni, ed il Giorgi,
Lifurgiae Rom. Pont. t. I, p. 2 3o.
Abbiamo da Cencio Camerario ,
nel Rituale, che il Papa quando
arrivava alla porla delle chiese,
deponeva il regno o tiara, e piglia-
va la mitra come ornamento sa-
cro. Osserva il p. Bonanni, che nei
secoli passali, pei Ponlefìci l'uso
della mitra fu più frequente di
quello attuale, perchè si legge nel
rituale romano pubblicalo da Gre-
gorio X, che il Papa dopo • avere
preso il possesso della basilica la-
terauense soleva pranzare in pub-
blico coi cardinali in mitra; car-
diiiales vero omnes habebiint siiper-
pelliceuni cuni camisiis et niantel-
lo, et mitra alba simplici in capite,
et coinedent omnes praelati simililer
cani mitra. Finito il pranzo, car-
dinales et alii prelati redeunt ad
hospitia sua cum mitris equilantesy
et parati sicul steierunt in comme-
a68 MIT
stione. Si usava anche la mitra
dai Papa, dai cardinali, dai vescovi
e da altri nelle solenni cavalcate,
e ciò si praticò sino ed inclusive
al possesso di Leone X nel 1 5 1 3.
Si usava anticamente dai Pontefici
la mitra anche in alcune udienze
private , come si legge in Baronio
all'anno i i33, n. 35. Dei tempi,
.luoghi e cerimonie in cui il Papa
e gli altri usavano la mitra, si par-
la ove si descrivono le funzioni an-
tiche. Solo qui diremo che la mi-
tia preziosa il Papa attualmente
nou l'adopera mai ; ma tale uso
non rimonta a grande antichità ;
anzi anche di presente nelle circo-
stanze delia canonizzazione si deve
procurare dai postidatori la mitra
preziosa, che serve al Pontefice per
la funzione stessa della canonizza-
zione. Nelle canonizzazioni celebra-
te da Benedetto XIV usò mitra
preziosa, la quale in altre funzioni
1(1 piu'e adoperata da Pio VI. Dice
il Garampi che l'antica vita d' A-
driano 11 dell' 867 lo rappresenta
cuin apostolicis infidi s niissas ce-
lebrantentj e sebbene talvolta nei
tempi posteriori siasi usata infida
per pianeta, non è però che secon-
do il linguaggio de' più antichi e
accurati scrittori, come dei dotti
continuatori del glossario del Du
Cange, che non vada preso per il
puiilificale ornamento del capo, non
potendo negarsi che lino dal se-
colo XI non si facesse frequente
e ordinario uso dèlia mitra da' Pa-
pi ; avendo osservato lo stesso Ga-
rampi, De nummo Bened. IH, p.
123, che la figura di Giovanni XV
fu rappresentata cuin mitra coni
instar insurgente j e nelle monete
di Sergio IV del 1009 si vede la
sua figura, o quella di s. Pietro
cuu uiilru ucuiuiiiata in capo.
MIS
Pev titolo della mitra, eh' è diver-
so dal circolo, secondo l'ordine ro-
mano, il Garampi intende quella lista
o fregio dritto, che taglia la faccia
della mitra perpendicolarmente dal-
la punta all' orificio, come vedesi
in varie antiche pitture, dal qual
fregio la mitra prese la denomina-
zione ossia il titolo di aurifrisiaia,
seppure in principio non si disse
titolo per corruzione di pronuncia
il tiitulo, o sia punta della mitra
onde cominciava il fresio. Il cer-
chio poi è l' orlo inferiore, o sia
l'apertura della mitra, che solevasi
ornare con oro o altri lavori. Me-
glio si cotnprende la forma e la
preziosità delle mitre pontificie dal-
le descrizioni estratte dagli inven-
tarli pontificii pubblicati dal Gal-
letti, Del vestarario p. 58 e seg.;
non che delle suppellettili di Boni-
facio Vili, Clemente V, Innocen-
zo VI e Gregorio XI, riprodotte
dal Garampi, a pag. 85 e seg. E
da notarsi l' enorme peso di tali
mitre, di otto, dieci e più libbre,
che diflicilmente si comprende co-
me si potessero portare anco rare
volte sul capo, come il loro valo-
re computato fino a 9500 fiorini
d' oro, corrispondenti a circa 20,000
scudi. Decoravano tali mitre anche
cammei e pietre intagliate con fi-
gure gentilesche; campanelle, cioè
anelli o altri ornamenti di gemute
o di altro lavoro attaccati alle mi-
tre e pendenti da esse, quasi goc-
ciole o perette penzoloni; orna-
menti di gioie in forma di croce;
e smalti di cui sì faceva grande uso.
Furonvi inoltre mitre di tele diaspro^
di cui ve n'erano di ogni colore, lòrse
drappo di seta trasparente o luci-
da, o anche ondata, e probabilmen-
te così delta come quasi somiglian-
te ullu bellezza e lucidezza delia
I
MIT
pietra diaspro; e mitre ornate di
oro filato o battuto in sottili la-
minette; con perle vere e buone
a distinzione delle false o fìnte,
fra le quali ve n'erano d'occhi
di pesce, ciim lapidi bus vùrtis, et
grossis perlis ociiloruni piscium.
Eugenio IV nel 14^9 fece fare
in Firenze da Lorenzo Gliiberti una
mitra preziosa, la quale pesava lil:f
bre quindici, delle quali cinque e mez-
za erano perle, che unitamente ad
altre gioie in essa legate, erano sti-
male 3o,ooo ducati d'oro, come
scrive il Vasari nella vita di tale
artista. Questa od altra mitra Eu-
genio IV impegnò ai fiorentini per
4o,ooo scudi, che diede a' greci
che intervennero al concilio di Fi-
renze, come alFerma il Rinaldi al-
l' anno i438, n. 20, e i439> "•
IO. Si può vedere anche il Can-
cellieri, Cappelle p, 275. Più tardi
altri Pontefici fecero ricchissime mi-
tre, e sino al declinare del passato
secolo esistevano quattro mitre pre-
ziose di gran valore, che andiamo
a descrivere, cioè due fatte da s.
Pio V, e Paolo V il quale v' im-
piegò yo,ooo scudi, cóme scrive il
Bzovio presso, il Ciaccoiìio t. V, p.
344' ® tlue da Pio VI. Le prime
si custodivano in Castel s. Angelo,
e si estraevano ne'giorni preceden-
ti ai pontificali e del Corpus Do'
mìni, con formalità ed assistenza del
gioielliere pontificio, e con rogito
notarile, indi accompagnale dallo
stesso gioielliere nel portarsi nelle
processioni di tali funzioni, e quan-
do posate sulla mensa dell'altare
papale, da lui guardate in un ai
triregni; le altre due mitre si cu-
stodivano nella sagrestia pontificia,
ove ora si conservano le presenti ,
ed essendo queste ultime di poco
valore non crediamo opportuno de-
M I T 2(Ì9
scriverle. Pio VI dunque nel 1780
fece fare una mitra col fondo <li
tocca d'oro, con ornati filettali di
oro, con perle orientali e scara-
mazze, tutte infilate con filo d'ar-
gento, e con molte pietre orientali
preziose, cioè zaflìri, balasci, sme-
raldi, rubini, giacinti, granate, to-
pazi, grisolite e amalisle. La sna
parte anteriore aveva una raggiera
di pietie preziose, con una perla
grandissima in mezzo foruìanle lo
Spirilo Santo. Nella posteriore si
vedeva il vento allusivo allo stem-
ma pontificio, inciso in grosso to-
pazio con sbrudb di brillanlini, e
con un fiore di brasca di smeral-
di. Le code erano ornate nella sles-
sa guisa, e colla targa da piedi
tutta d' oro, guarnita di perlette e
di brillanlini, e dello stemma smal-
tato di Pio VI. La seconda sua
mitra fu formata nel 1781, ed or-
nata nella medesima maniera ,
ma con diverso disegno di pietre e
di perle della stessa qualità, sopra
fondo di tocca d' argento, e con le
code d'altro disegno, ma cogli stes-
si ornamenti. Nel davanti di tal
mitra risaltava un grossissimo to-
pazio triangolare con occhio inciso
che formava la Triade con raggie-
ra. Neil' altra parte eravi un me-
daglione con cappio di perle con
rubino in mezzo, formato da una
ciambella di cristallo di monte, che
serviva di cornice allo stemma pa-
pale con simbolo. La ciambella era
composta di ventisette lettere, e di
tre stelle di brillanlini, coll'epigra-
fe': Velut phoenix in aclernum vi-
vet. In mezzo al medaglione era si-
tuata sopra rogo smallato la feni-
ce formata da perla grossa assai ;
il sole colla raggiera composta di
vari sbruffi di brillanlini, e il ven-
to soffiante sopra un fiore di
270 MIT
brasca di smeraldi, con fondo di
pietra torcliina, erano incisi sopra
due topazi. Quindi nel 1791 Pio
VJ fece disfare la mitra preziosa
di s. Pio V e rimodernare con va-
go disegno sul gusto di Raffaello,
con sue crociate, ornalo con filet-
tature d'oro intagliate di lustro,
guarnito con perle orientali e sca-
ramazze infilate, con fondo delle
crociate di perle minute, e intorno
alla mitra e crociate delle perle
orientali grosse e mezzane in for-
ma di gailoncino. Erano situali
nell'ornato e crociate d'ambo le
pai'ti i4 zaffiri orientali grossi e
mezzani, 8 piccoli, 2 zaffiri bian-
chi orientali mezzani grandi, e 8
mezzanelli, 17 rubini orientali mez-
zani grandi, 24 mezzani, ig8 mez-
zanelli, 58o piccoli. Tavola di zaf-
firi orientali grandi, 9 smeraldi, 6
mezzani grandi, 35 mezzani e 34o
mezzanelli e minuti, 2 plasme di
smeraldo, 6 diamanti mezzani, ac-
quemarine ed una grande, 3 baia-
sci del Brasile, 4 ametiste stra-
grandi, 2 grandi e 16 mezzane gros-
se, 2 giisolite grandi e 16 tuezza-
nelle, 4 topazi grandi e 12 a goc-
cia, 60 granatine e 212 rose d'O-
landa poste nelle lettere. Le infule
erano ornate e filettate d'oro e guar-
nite di perle e pietre, con perle
orientali mezzane in forma di gai-
loncino, con fondo di perle minute,
e nel fine 1' arma tutta d' oro a
bassorilievo collo stemma di Pio
VI smaltato a colori, e intorno una
fascia sn)altata bianca con lettere
di rose d' Olanda che dicevano :
Pius V ftcit, Piiis VI auxit. Nel
1792 fu per ordine di Pio VI dis-
fatta la mitra preziosissima di Pao-
lo V e rimodernata sullo stile di
Raffaello con sue crociate e ornato
di filettature d'oro intagliate di lu-
MIT
stro e guarnite con perle orienta-
li di diverse grossezze, con fondo
di tocca d'argento, e di tocca d'o-
ro qtiello delle crociate; intorno al-
la mitra e crociate, delle perle o-
rientali grosse e mezzane in forma
di gailoncino. Erano situati nell'or-
nato e crociate da ambo le parti
434 diamanti mezzani e mezza-
nelli, fra'quali uno grosso; 2 3 zaf-
firi orientali mezzani grandi, fra
i quali uno grosso, 2 bianchi mez-
zani, e moltissimi zaflìretti piccoli
oiientali; 345 rubini orientali mez-
zani grandi, 5i5 mezzani e mezza-
nelli, e moltissimi piccoli ; 3 sme-
raldi grossi, 6 a goccia gogoli mez-
zani grandi , 1 58 mezzani glossi,
263 smeraldi mezzani e mezzanel-
li, e moltissimi piccoli ; 16 gia-
cinti grisopazi grandi, 2 topazi gran-
di ed uno bianco, 8 a goccia mez-
zani, e 8 balasci del Brasile a goc-
cia mezzani ; un' acqua marina o-
rientale di smistirata grandezza, 38
perle orientali grosse a pendere a
garbo di peretta, e 1281 perle o-
rientali tonde grosse e mezzane, e
moltissime minute e mezzanelle , e
225 rose d'Olanda poste nelle let-
tere. Le infule erano ornate e fi-
lettate d' oro, guarnite di perle e
di pietre con perle orientali mez-
zane, che formavano gailoncino in-
torno alle medesime, con fondo
di tocca d'oro. IVel fine dell' infu-
le eravi l'arma tutta d'oro a bas-
sorilievo collo stemma di Pio VI
smaltato a colori, e all'intorno del-
lo stemma una fascia smaltata bian-
ca con lettere di rose d'Oland'a che
dicevano : Paulus V feck, Pio VI
auxit. Tutte queste quattro mitre
preziose, coi triregni, furono fatte
sciogliere da Pio VI per darne il
prezzo a conto di quanto nel i 797
fu da lui convenuto co'francesi nel-
MIT MIT 171
la pace di Tolentino. Delle mede- sono portatori dello mitre al modo
sima mitre ne fa la descrizione il detto ai loro articoli, e del diver-
Cancellieri ne' Pontificali a p. 191 so loro incedere nelle processioni
e seg.; quella delle due prinae la in cui ha luogo il triregno prezio-
riprodussero il JVovaes, Disseti, t. so, in cui i cappellani comuni Io
II, p. 78; ed il Baldassarri, Relaz. portano in un alle mitre preziose
de patimenti di Pio VI, t. II, p. sopra sostegni di legno foderati di
346 e seg. damasco o velluto rosso (nel pos-
Le mitre papali che oggidì usa sesso di Leone X, che come si dis-
il Pontefice, come abbiamo detto se fu l'ultimo in cui ebbero luogo
sono tre: la semplice di tela o gan- le mitre di damasco bianco ne'car-
zo d'argento, quella di tela o gan- dinali, e di tela bianca ne' vescovi
zo d' oro, e la preziosa ornata di ed abbati, tutti così cavalcando in
gemme. Il cadavere del Papa si es- paramenti sacri, ed il Papa col re-
pone e seppellisce colla mitra di gno in capo, due cubiculnri porta-
tela o lama d'argento mentovata vano in mano ed a cavallo due
in capo: però il cadavere di Gio- mitre preziose pontificie e due tri-
vanni XXII morto nel l334, fu 'fg"'); mentre la mitra e il trire-
trovato con mitra piccola di seta gno usuale sono portali avanti la
bianca, tessuta con fiorami delle croce da due cappellani segreti, in-
stoffe di damasco, piena di disegni di posti nelle cappelle ordinarie
con figurine e di gigli simili a quei sulla mensa dell'altare dalla parte
dell'antico stemma di Francia; i dell' evangelo, ed anche in quella
suoi lemoisci o pendenti, pure di dell'epistola ne' pontificali: va pe-
seta bianca, avevano 1' estremità rò avvertito, che quando il Papa
di seta rossa. Questa mitra fu re- usa la mitra semplice di lama di
galata a Pio VI, il quale ne fece aigento, non si pone sull'altare ve-
dono al museo sacro della biblio- run'altra mitra. Parlando della pro-
teca vaticana. Descrivendo le fun- cessione del Corpus Domini rimar-
zioni pontificie all' articolo Cappei,- cai quali Papi portarono il ss. Sa-
lE PONTIFICIE, ed in altri, come gramento coperti di mitra. Vegga-
CoNcisTORo, notai quanto riguarda si il Mabillon, Mus. Ital. t. Il, p.
le diverse mitre del Papa, i di- 263, de mitra imponenda Papati
■versi usi, quando la prende e de- per diaconum cardinaleni ; p. 3 io
pone; chi gliela mette, eh 'è il car- de officio cappellani , qui debet
dinal primo diaconoj chi gliela le- servire de mitra ; dicesi poi a p.
va, ch'è il secondo cardinale diaco- 197 che qualunque volta il Pa-
no, o chi per loro ne fa le veci, pa celebrava le stazioni o le so-
come il diacono e suddiaconi pre- lite sue coronazioni fra l'anno, era
lati quando questi lo assistono nel- officio de 3fappulari {^Vedi) e cu-
le particolari benedizioni del ss. biculari il custodire la mitra pon-
Sagramenlo o altre ; che il decano tificia. Il Biu-cardo nella descrizione
della rota n' è nelle funzioni il cu- del possesso d'Innocenzo Vili, ri-
slode e portatore quando il Pon- ferisce che il decano della rota in-
tefice la depone, o in sua mancan- cedeva a cavallo in superpeWcio
za il più antico uditore di rota; tohaleam ad colliim habens prò
che i cappellani segreti e comuni mitra. Nei diari di Clemente XI si
27 2 MIT
legge che il decano della rota in
rocchetto, colta e fascia lo serviva
alla iTiitia nella benedizione degli
/4gnus Dei. Nota il Cancellieri nel-
la Lf Itera al d. Korejf^ p, 189,
che quando Clemente Xlll consa-
crò due cardinali vescovi a Castel
Gandolfo, per sostenere la mitra lo
assistè monsignor Paracciani sotto-
decano della rota, vestito di cotta
e rocchetto, e colla fascia pendente
dai collo. Questa ultima ora non si
adopera, soi-reggendo gli uditori di
rota la mitra pontificia colle mani
nude. Alla La\.'anda delle mani
[f^edl) del Papa, i cardinali i ve.
scovi e gli abbati si levano la mi-
tra. Presso il mentovato Mabillon,
nell'ordine del cardinal Stefaneschi,
si legge che a diUerenza del Papa,
i cardinali, i vescovi ed alili pre-
lati, stando in curia, ovvero innan-
zi al Papa, non portavano che mi-
tre semplici, che doveano essere
State bianche come la pontilicia.
Attualmente, come vedremo, i car-
dinali e vescovi alla presenza del
Papa, come gli abbati usano mitre
semplici bianche, e se funzionano
e celebrano, le preziose soltanto al-
le lavande, e nell' ingresso e re-
gresso. Ora riporteremo alcime e-
rudizioni sulle mitre de' Papi.
Prima di morire s. Gregorio VII
mandò la sua mitra pontificale a
s. Anselmo vescovo di Lucca, per
mezzo della cpiale Dio operò molti
miracoli : il Baronio dice all'anno
io85, in segno di potestà di legare
e sciogliere, che avendola ricevuta
da Dio, gliela compartiva. Urbano
VI partendo da tal città si ruppe
U freno del suo cavallo, e gli cad-
de la mitra dal capo, e fu preso
per infausto presagio. Eugenio IV
fatta trasportare da Avignone in
Uoma la mitra di s. Silvestro I,
MIT
con gran divozione e concorso di
popolo, la portò processionalmente
dal Valicano alla basilica Latera-
nense, secondo Platina. Altri dico-
no che in vece la processione la
fecero da s. Marco al Latera no i
cardinali per la di lui guarigione.
Ad Eugenio IV cadde la mitra sul
cardinal Parentucelli, che gli suc-
cesse col nome di Nicolò V. La
madre di Pio II, la notte innanzi
che lo partorì si sognò di dare al-
la luce un figlio con mitra in le-
sta (ciò che prese per cattivo au-
gurio, solendosi allora porre una
mitra di carta ai chierici degra-
dati) ; ed avendo seti' anni , altri
fanciulli lo crearono Papa con mi-
tra di malva, e bacianilogli il pie-
de. Gregorio XIII nel ricevere
all' obbedienza il cardinal Facchi-
netti, gli cadde sul di lui capo
la mitra : poi divenne Innocenzo
XI. Essendo caduta in concistoro
la mitra dalla testa di Alessandro
Vili fu preso per tristo augurio,
e morì dopo quattro mesi. Inno-
cenzo XII per la canonizzazione di
s. Pio V, nella traslazione del di
lui cadavere al luogo ove si vene-
ra, fece sostiture alle vecchie nuo-
ve vesti, e furono date al Papa la
mitra e la croce dal generale dei
domenicani. Benedetto XIII consagrò
un gran numero di vescovi, e soleva
loro regalare una mitra di lama d'o-
ro. Nelle pitture, sculture e medaglie
si sono rappresentati i Papi in mi-
tra. P^. Gemma, e Colori ecclesia-
stici.
Milre de' cardinali. Il Garampi
a p. 73 stima che • Cardinali {^Ve-
di) godino r uso della mitra sino
da s. Leone IX, Papa del 1049,
esprimendosi così nel concederla
per privilegio agli arcivescovi di
Treveri: Romana mitra caput ve-
MIT
sìrum insignimus, qua et vos et sue-
cessores vestri in ecclesiasticis qf-
ficiis more romano semper utamini,
sempergite vos esse romanae sedis
discipulos reniiniscatnini . Più es-
pressamente poi lo dimostra il fat-
to di que' quaranta Mansionari
[Vedi) della basilica Vaticana, i
quali al tempo di s. Gregorio VII
usurpavansi le oblazioni di delta
basilica, mentienles oraloribits, et
praecipue midliUuìini rustìcanae
lomhardorum, asserenles se cardi-
nales presbyteros esse, i quali erant
cives romani , uxorati seii con-
cithinarii, barba rasa et mitrali.
]Nè fu già questo un distintivo per
i soli preti cardinali, ma fu anche
comune ai diaconi. Celestino III
circa il 1192 creando cardinale s.
Alberto che fu vescovo di Liegi,
constituìt eiim summus Pontifex
S. R. E. cardinalent, et imposita
mitra capiti ejus, inler cardinales
siimmus eitm fecit considere. Et
proximo sabbaio (juatuor tempo-
rum Penlecostes, ordinai eum dia-
conum j et eo jubenle, magno o-
vinium favore^ in solemniis ejus mis-
sae legit evangelnim Albertus, dia-
conus cardinalis creatus ; come si
esprime Egidio monaco d' Orval
nella di lui vita cap. 61, presso
Chapeaville, Gesta Pont. Lcod. t. II,
p. 145. Più sicuramente poi d'una
tal prerogativa danno testimonianza
due sigilli di cardinali diaconi del
it2i4 e 1290 colla mitra in capo,
osservati dal p. Mabillon, Praef. in
satc. IT' , n. 184. Il p. Bonanni
p. 24^ scrive che la mitra benché
sia propria e distintivo della di-
gnità episcopale, si usa però anco
dai cardinali, benché non sieno ve-
scovi, e ciò per privilegio loro con-
ceduto nel primo concilio di Lione
da Innocenzo IV, in un alla porpo-
VOL. XLV.
MIT Ì75
re, facendo mutare in colore rosso
il paonazzo da loro usato sino a
quel tempo. Osserva il Garampi,
che nella pittura esistente nella ba-
silica di s, Lorenzo fuori le mura,
sopra il sepolcro di Guglielmo Fie-
schi, nipote di detto Papa e diaco-
no cardinale, morto nel I256, se
ne vede l'immagine con mitra a-
perta in capo, e alquanto bassa.
Nel codice della vita di s. Giorgio
martire, donato dal cardinal Stefa-
neschi diacono di s. Giorgio in Ve-
labro, scritto sul principio del pon-
tificato di Giovanni XXll del i3i6j
vedesi il medesin)o cardinale ivi di-
pinto inginocchioni, vestilo di dal-
matica, con mitra bianca a due
punte, posata in terra, tutta bian-
ca, ma intorno all'orlo fregiata di
una bordatura d'oro, e dalla cima
della mitra scende direttamente nel-
la fronte un'altra simile lista, che
va ad unirsi alla bordatura suddet-
ta. Né meraviglia deve recare che
ai diaconi cardinali si dasse per o-
norifico ornamenta la mitra, quan-
do la chiesa romana nelle sue fun-
zioni ne permetteva e concedeva
r uso anche agli abbati privilegiali.
Per le litanie di s. Marco universi
mitrati percepivano, separatamente
dal rimanente del clero, 4^ soldi
dalla confessione di s. Pietro, fra i
quali mitrati erano compresi car-
dinali, vescovi ed abbati ; anzi agii
abbati mitrati faoevansi le stesse di-
stinzioni che ai cardinali, perchè ap-
punto a somiglianza di questa in-
segna cardinalizia venivano essi de-
corati della mitra, come nelle di-
stribuzioni de' presbiteri di N'alale
e Pasqua. Il cerimoniale di Gre-
gorio X, e l'ordine romano XIV
summenlovati, descrivono il modo
con cui distribuivasi dal Papa il
presbiterio nel giorno di sua coro-
18
274 MIT
nazione, nel giovedì santo e nel
Natale : ipse Papa sedei in sede,
et quilihet cardinalis et praelalus va-
dit corani eo, ttjlexis genibus exiiet
sibìniel cardinalis sive praelatus mi-
tram, et tenet aperlam ante Papam,
et ipse projicit Ulani peciiniam,
quani dal ei in uno scypho argen-
teo camerarius ; et ille, qui veci-
pit pecnniam in mitra, osculalur
gemi domini Papae. Dopo la di-
stribuzione del presbiterio seguiva
il convito solenne; il Papa era in
mitra, cosi i cardinali mitra alba
sintplicis in capite, e con essa in
cavalcala si restituivano alle loro
case, laonde molto più essi 1' avran-
no usala in chiesa e nelle sacre
funzioni. 1 cardinali diaconi con mi-
tra in testa volgarizzavano al popo-
lo i monitorii e le scomuniche ; e
concliiude il Garampi che antica-
mente ne' cardinali 1' uso della mi-
tra era più comune e frequente di
quello prescritto dai posteriori ce-
rimoniali.
Quanto all'uso dì porsi dal Pa-
pa il presbiterio nell'apertura del-
la mitra ai cardinali, dura tuttora
nella distribuzione delle due meda-
glie d'argento che loro fa nella
funzione del possesso. Inoltre nella
distribuzione degli Agnus Dei be-
nedetti, il Papa li pone dentro la
mitra ai cardinali^ ai patriarchi,
agli arcivescovi, ai vescovi ed agli
abbati mitrati, ed ai penitenzieri
nella berretta. Quanto alla forma
delle mitre de' cardinali, antica e
presente, è quale di sopra la de-
scrivemmo, altiettanto dicasi delle
mitre vescovili ed abbaziali. Circa
la materia, nel secolo XV Vespa-
siano Fiorentino .scrive nella Aita
del cardinal Cesarini, che i cardinali
andavano colla mitra di band/mi-
na bianca, il che corrisponde all'è
MIT
spressione che si legge in un codi-
ce valicano di tal secolo, ril'erilo
dal p. Gallico, /Ida caerem. p.
252, cioè che i cardinali portant
mitras semptices de fustanio albo.
Paolo 11 fu il primo, come narra
il Rinaldi all'anno i464> che ai
cardinali per distinzione degli altri
prelati concesse invece delle berret-
te, e mentre portano i paramenti
sacri, la mitra di seta a lavoro di
damasco bianco, all'estremità delle
cui code pende la frangia di seta
rossa. Tanto affern)a il Cannesio
nella vila di Paolo li , il Ciacco-
nio, il cardinal Ammannali dello
Papiense lib. i, n. 4o de' suoi
Commentari j ed il Pialo, De car-
dinalis dignità te cap. ìli, § 11. Con
questa n)ilra in capo in Roma si
espongono e seppelliscono i cada-
veri di cardinali vescovi, preti e
diaconi ; ignoro se allrellanlo pra-
ticasi fuori di Pioma coi cardinali
vescovi di giurisdizione, ma rego-
larmente dovranno esporsi e tumu-
larsi i loro cadaveri con milra di
damasco bianco. Tultavolla pochi
anni dopo la concessione di Pao-
lo II, i cadaveri de' cardinali ^\
seppellivano con mitre preziose,
poiché al termine dell' articolo Ca-
davere dicen)nio conje furono i li-
bate quelle di Mezzarola morto
nel i465 , e di Eslouteville mor-
to nel i483, ambedue vescovi su-
burbicari. 1 cardinali vescovi di
diocesi con giurisdizione hanno l'uso
delle mitre di damasco bianco, di
lama d' oro, e preziose con gioie.
I cardinali preti hanno l' uso del-
le mitre di damasco bianco e pie-
ziose con gemme. 1 cardinali dia-
coni hanno Tu^o delle mitre di da-
masco bianco. Nelle Cappt-lle pontifì-
cie [Fedi), ei\ aìlitt funzioni cui inter-
viene o Celebra il Papa, tulli t
MIT
cardinali adoperano mili'e di dama»
SCO bianco , allorché assumono i
paramenti sacri di qualunque co-
lore. I cardinali vescovi suburbi-
cari, ed i cardinali preti che can-
tano la messa nelle cappelle e
funzioni memorafe, nell' ingresso e
regresso, recandosi dopo il Gloria
dall'altare al Faldistorio , e nella
Lavanda delle mani, e Incensazio-
ne [Tedi) usano la mitra preziosa;
nel resto delle azioni adoperano la
mitra damascena bianca. Nelle mes-
se feriali e pei defunti, come nel
•venerdì santo, i cardinali celebran-
ti adoperano soltanto mitra di da-
masco bianco : ma suU' uso delle
mitre de' cardinali nelle Cappelle
pontificie o altre funzioni, sono a
\edersi tali articoli e gli altri che
le descrivono. Solo qui avvertire-
mo, che i cardinali pieli, ancorché
non insigniti di carattere vescovile,
possono usare mitra di lama d'oro
quando è prescritto dal rito, altret-
tanto dicasi de' cardinali suburbi-
cari e vescovi cardinali con giuris-
dizione, anco in Pioma. I cardina-
li diaconi nelle loro diaconie non
\estendo mai i paramenti sacri,
non hanno l'uso della mitra d'oro
o preziosa, solo avendo l'uso della
mitra di damasco bianco, in luogo
della berretta, quando indossano la
dalmatica de' colori correnti, o pia-
neta ripiegata paonazza nelle fun-
zioni papali. Sostenitori della mi-
tra de' cardinali sono i Caudata-
ri [Fedi), e la sorreggono con
velo bianco in forma di larga sto-
la, che sopra la cotta gli pende
dal collo, detto bimba o vippa,
che fermasi sul petto con nastro di
fettuccia di seta bianca, avente l'e-
stremità guarnita di frangia d'oro.
Quando al cardinale si leva il ber-
leltiuo rosso, il caudatario lo pone
MIT 275
sulle punte della mitra; altrettanto
fanno col berrettino nero i cap-
pellani de' vescovi e degli abbati mi-
trati che fungono l'uffizio di cau-
datari.
Mitre de* vescovi. Dicemmo su-
periormente che la mitra distintivo
proprio de' vescovi nelle sacre fun-
zioni , sebbene di tradizione a-
postolica, r uso non fu comune nei
primi secoli a tutti i vescovi, ma
solo di quelli cui la concessero i
Papi, e ne producemmo gli esem-
pi insieme ai mistici significati a-
naioghi alla dignità episcopale, ri-
marcando che nel secolo XII la
mitra non l'adoperavano tutti i
vescovi. Adoperandosi la mitra dal
Papa anticamente anche nelle u-
dienzCj osserva il Thiers, che i ve-
scovi le portavano ancora nelle loro
case, ed anche quando mangiavano,
né se le cavavano in porsi a letto,
come si rileva da quanto scrisse
di sé nella sua vita Guglielmo di
Maire vescovo d'Angers del 1291,
il quale usava la cuffia, ciiciifa,
sotto la mitra, le quali poi furono
vietate, e mai usate all' altare dai
greci, come pretendeva che le a-
doperassero l'autore del libro dei
divini uffizi attribuito ad Alenino.
Tre sono le mitre che usano i ve-
scovij cioè patriarchi , arcivescovi
e vescovi, ed ecco come le descri-
ve il Caerenioniale episcoporicrn lib.
I, cap. XVII. » Mitrae usus anti-
quissimus est, et ejus triples est
species ; una, quae pretiosa dicitur,
quia gemmis, et lapidibus pretiosis,
veì lauiinis aureis, vel aigenteis
contexta esse solet; altera aiiri-
phrygiata sine gemmis, et sine la-
minis aureis, vel argenteis ; scd vel
aliquibus parvis marguritis compo-
sita, vel ex serico albo auro inter-
raisto, vel ex tela aurea simplici
276 MIT
sine l«mini8, et margaritis; terlia,
quae simplex Tocatur, sine auro,
ex sìmplici serico damasceno, vel
alio, aut etiam ex lineo, et tela
alba confecta, rubeis laciniis, seu
frangiis, et vittis pendentibiis ".
Quindi si dice dei tempi in cui si
usa ognuna, lo che corrisponde a
quanto pratica il Papa nelle diverse
funzioni, tranne poche diversità, fra
le quali, che il Pontefice invece
della damascena usa la mitra sem-
plice di lama d'argento, e che a-
doperà il triregno chiamalo mitra
papale, siccome unicamente propria
del supremo Gerarca vescovo dei
vescovi. 11 perchè Paolo II la proi-
bì agli arcivescovi di Benevento,
che uè' giorni solenni usavano mi-
tra di tal forma , avendo ricono-
sciuto essere ciò un' usurpazione;
laonde proibì sotto gravi pene a
Nicolò Piccolomini arcivescovo di
Benevento e successori di portare
triregnalein mitram, come diflusa-
mente descrive il Borgia, Mem. isl.
di Benevento t. I, p. 828 e seg.
E perchè il cardinal Giacomo Sa-
velli arcivescovo di Benevento sotto
s. Pio V, usò più volte il Camau-
ro {P^edì) o sia la mitra triregnale
o regnale, non ostante che igno-
rasse il divieto di Paolo II, ad o-
gni modo con molo-proprio del
1569 fu da s. Pio V a buona
cautela assoluto dalle pene incorse.
Il Borgia dichiara ignorare a p.
3i5 chi conferisse agli arcivescovi
beneventani il privilegio del regno
o tiara, detto camauro dagli anti-
chi scrittori, usato solo dal Papa,
e fu distintivo non ad altri con-
ceduto fuori del patriarca di Ge-
rusalemme legalo della santa Sede,
a cui il Pontefice Alessandro IV,
propter honorem locoruni domini-
corum, permise di fare uso delle
MIT
papali insegne in Cypri et Anne-
niae regnis, principatu Àntiochiae ,
parli bus Syriae, et insulis seu pro-
vinciis adjacenlibuSy el in omni par'
te orientali, dove esercitava l' uffi-
zio di legato apostolico, come scri-
ve il Mabillon, Praef. in IV saec.
n. 182. Quando Federico II fece
conte il vescovo di Montefellro
[Fedi) eh' era signore temporale
di varie castella, gli pose una co-
rona nella sua mitra e ne ornò lo
stemma: altrettanto fecero i vesco-
vi eh' ebbero dominio temporale,
almeno nell'arma, e tuttora si ve-
dono gli stemmi di quei che furono
conti o signori ornati di corone.
Anche il Piscara nella sua opera
delle Sacre cerimonie lib. I, cap. 4>
sess. V, parla delle tre mitre usa-
te dai vescovi, una preziosa tessor
ta di seta e oro, ornata di perle
e di gemme j altra parimenti tes-
suta di seta e oro chiamata auri-
frigiata; la terza di damasco bian-
co detta semplice. Notò il Garam-
pi, che i vescovi ed altri prelati,
stando in curia o innanzi al Papa,
nel secolo XIV non portavano che
mitre semplici, cioè bianche, come
scrisse nell'ordine XIV il cardinal
Stefaneschi. Quelle di damasco in
Roma adoperandosi solo dai car-
dinali, i vescovi quando nelle fun-
zioni dovrebbero assumerla pren-
dono quella di tela, quantun(|ue
la mitra di damasco non si oppor-
rebbe, nò alla giurisdizione, né al
cerimoniale. Nelle Cappelle, ponti-
ficie i vescovi usano mitre di tela
bianca, ed alla estremità delle co-
de o infule evvi frangia di seta
rossa ; a tale articolo si dice quuii'
do r assntnono col piviale, e c;he la
debbono lencie da loro quando se
la levano ilal capo, come pure che
si porta la mitra anco dai vescovi
MIT
non consagrati, che ti ammettono
ne' loro luoghi in cappella^ ancor-
ché cardinali suburbicari ; se cele-
brano la messa la sorregge col sud-
descritto velo il loro caudatario.
Però nelle Cappelle cardinalizie,
i vescovi usano le mitre preziosa
ed aurifrigiata, purché non sia
messa feriale o pei defunti. I ca-
daveri si espongono e seppelliscono
con milra bianca semplice, al mo-
do descritto nel citato Caeremoniale
lih. II, cap. XXXVIII: in Roma
i cadaveri de' vescovi si espongono
e tumulano con mitra di tela bian-
ca ; fuori di B.oraa è in arbitrio
dell'erede fargliela porre di dama-
sco o di tela, con cui dovrebbe
seppellirsi. La milra, oltre il cap-
pello prelatizio, serve di ornamen-
to talvolta agli slemmi e sigilli
de' vescovi. Dice il Macri che i ve-
scovi greci non usano milra, tran-
ne il patriarca d' Alessandria, per
quella data da s. Celestino I a s.
Cirillo, di sopra rammentala, qual
suo legato al concilio d'Efeso, don-
de i vescovi greci presero l' uso
della tiara che descrivemmo nel
voi. XXXII, p. i47 del Diziona-
rio, avendo parlato a' loro luoghi
delle mitre usate dai vescovi orien-
liili in un agli abili sacri ; degli abi-
li con cui intervengono alle cappelle
pontificie, oltre il luogo citato, lo
si disse nel voi. Vili, p. 232. Ag-
giunge il Macii, che i vescovi ru-
teni portano milre rotonde con va-
ri lavori, forse come quelle de' gre-
ci, ed i vescovi moscoviti, pur di
questo rito, l'usano della medesima
forma, ma di color nero; solamen-
te il vescovo Novogradiense la por-
la bianca, della t'orma ordinaria
de' latini. 11 p. Bonanni osserva che
la milra sì usa dai vescovi maro-
niti e dai vescovi armeni della tbr-
MIT 277
ma Ialina : quella del tescovo si-
ro è in figura di berrettone ton-
do di seta con croce in cima; ma
quando fu in Roma l'odierno pa-
triarca de' siri lo vidi con mitra
bianca ricamata d'oro con gemme,
terminando la punta anteriore col-
la croce, la quale è pure nella mi-
tra del vescovo armeno. Il Thiers
avveile col Goar che i vescovi gre-
ci talvolta od alcuni usano la mi-
tra, e che anco il patriarca scisma-
tico di Costantinopoli 1' avea adot-
tata ; che il patriarca alessandrino
celebra colla testa coperta, e si le-
va la mitra in tempo del sacrifi-
zio, ponendo in dubbio il privile-
gio d' usare la mitra conferitogli
da s. Celestino I; e dicendo cre-
dere taluno, celebrare i latini col-
la mitra ad esempio del sommo
sacerdote degli ebrei, e nel repu-
tarla figura della corona di spine,
o del sudario posto nel capo a Cri-
sto. Il Borgia a p. 821 delle Meni.
riporta le ragioni perchè i vescovi
greci non usano milra, citando il
Bona, Rer. liturg. lib. J, cap. 24,
n. i4- Oltre i citati autori sulla
mitra, il Dinovart scrisse: Remar-
ques sur la tiare du grand prclre,
sur les habits à la jnda'ìque, et
sur la milre des éveques : erreurs
des peintres à ce sujet, t. \lìì du
Joitr. eccl. mai p. 217. Fedì Yz-
scovo.
3Iitre degli abbati. Oltre quanto
dicemmo aW aviicolo Abbate (Fedi),
sulle loro insegne ponlifìcali, con-
cessione della mitra, lagnanze che
perciò ne fecero i vescovi, e distin-
zione quindi che ordinò Clemente
IV, che gli abbati esenti portasse-
ro milre ricamate d'oro senza gem-
me, e bianche senza ornamenti i non
esenti, e di quelli che le usarono
gioiellale, si possono vedere gli
278 MIT
articoli delle altre insegne vesco-
vili loro concesse , come Croce
PETTORALE, BaCOIO, GuANTF, SANDA-
LI, Dalmatica, Anello, Mozzetta,
Mantelletta, ec, non che Monaci
e Canonici regolari, Archimandri-
ta DI Messina (che ne' pontificali
come altri adopera mitra con gem-
me) e Commendatore di s. Spirito.
Quali abhati intervenivano e in-
tervengono con diverse insegne pon-
tificiili, e mitra di tela bianca con
code aventi nell' estremità frangie
di seta rossa, alla Cappella pon-
tificia, a queir articolo e ai rela-
tivi si dichiarò. Oltre il cappello'
prelatizio, colle mitre abbaziali si
ornano le armi e i sigilli degli
abbati mitrati, degli ordini, congre-
gazioni ed abbazie s\ monastiche che
di canonici regolari, ed anco quel-
le di abbati mitrati del clero seco-
lare e loro abbazie, essendo la mi-
tra negli abbati non prerogativa,
ma privilegio pontificio, come de-
terminò Clemente IV nel 1266, c?e
pii\'il. 61, confermato da Bonifacio
Vili nel sesto delle decretali ; pre-
scrivendo lo stesso Clemente IV
che ne'concìlii e sinodi gli abbati
usassero mitre semplicemente rica-
mate, onde distinguerli dai vescovi
che in tali occasioni le portavano
preziose. La più antica concessione
delta mitra agli abbati latini, è
quella fatta da Alessandro li del
1061 agli abbati di s. Agostino di
Cantorbery in Inghilterra {f^edi), e
della ss. Trinità della Cava; quin-
di venne accordata da Urbano II
del 1088 agli abbati di Cluny o Clu-
gny, e di Monte Cassino, al quale
s. Leone IX del 1049 ^^^^ t^on-
cesso o confermato le altre insegtie
pontificali de' sandali, guanti e dal-
matica nelle principali feste ; già
Oiovuuni XIII avea accordato dal-
MIT
matica e sandali all' abbate di s,
Vincenzo di Metz. Tuttavolla il Ma-
cri, Not. de' vocab. , verbo Ahbasy
dice che Silvestro II pel primo
concesse la mitra all'abbate di s.
Savino di Piacenza nel 1000; e
che gli abbati che hanno i' uso
del bacolo e della mitra possono
riconciliar le chiese profanate, con
acqua benedetta dal vescovo. Al-
l' abbate di s. Pietro di Modena
concesse la mitra Urbano III nel
1186. All'abbate di Coibeia che
avea ottenuto l' uso di portar la
mitra e 1' anello temporaneamente,
questo concesse in perpetuo Inno-
cenzo III, in premio della sua di-
vozione all' imperatore Ottone IV,
oltre la conferma de' privilegi con-
cessi all' abbazia. Tutti gli abbati
che solennemente si benedicono e
tutti gli altri che per concessione
della Sede apostolica hanno 1' uso
de' pontificali, adoperano la mitra:
oltre le bolle citate all' articolo Ab-
bate, si vegga il decreto di Alessan-
dro VII del 1659, riportato in fine
del Caereni. episc.ycnha usum ponti-
ficalium praelatis episcopo inferio-
ribus concessorum. Nel medesimo
libro si parla ove siedono nello
funzioni vescovili, nbhates dioecesa-
ni benedicti habentes usum niilrae
et bacali ; con quale ordine incen-
satij e come intervengono ai sino-
di diocesani, cuiii plu\>ìalibus et
niitris siniplicibus. All' articolo Cap-
pelle pontificie parlammo di quan-
to riguarda gli abbati mitrati : es-
si intervenivano alle cavalcate dei
possessi, finché ebbero luogo, in a-
biti sacri, vestiti di piviale e mitra
di tela bianca; anzi nella relazione
del possesso di Leone X si leggo
che i vescovi eletti, e gli abbati
non consacrati o benedetti, con di-
spensa v' ìutcrventiero in mitra di
MIT
tela e piviale bianco. Giegoiio
XVI concesse agli abbati generali
de monaci antoniani armeni 1' uso
della mitra, pastorale, croce e a-
nello. Tutti gli abbati ora hanno
l'uso de' pontificali, perciò in essi
ed altre funzioni usano mitre gioiel-
late, di tela d'oro, di tela d'ar-
gento, e secondo le funzioni di da-
masco bianco, e di tela bianca nel-
le messe da morto. I cadaveri de-
gli abbati regolari si espongono
con abiti abbaziali, e si seppelli-
scono con cocolla; la mitra di tela
bianca si pone sul loro catafalco.
Milre accordate a dignilà, ca-
nonici e secolari. Avverte il Macri
che tutti ì canonici i quali hanno
per privilegio l'uso della mitra, nel
distribuire le candele, ceneri e pal-
me, ancorché portino in queste fun-
zioni la mitra, devono stare in pie-
di, a differenza del vescovo, come
decretò la congregazione de'vesco«'i
a' i8 febbraio i65o. Dei canonici,
dignilà, ed altri che godono l* uso
della mitra, ne parliamo a' luoghi
loro ; qui riporteremo alcune con-
cessioni di tal privilegio, e di que-
ste ancora nella maggior parte se
ne tratta ai rispettivi articoli. Il
Piipa s. Leone IX del 1049 die il
singoiar privilegio della mitra sem-
plice ai canonici di Bamberga nel-
le feste di iVatale, Pascjua, Pente-
coste, giovedì e sabbaio santo, co-
me si legge nel Surio a'i4 luglio,
nella vita di s. Enrico imperatole;
come pine l'accordò al diacono e
suddiacono del capitolo di Besan-
oon, ministrando al vescovo. jrVles-
sandro II accordò ai canonici della
cattedrale di Lucca l'uso della mi-
tra di tela bianca, che l'usano nel-
le processioni e funzioni solenni. Lo
stesso Papa, secondo il p. Bonanni,
la concesse pure ai canonici regola-
Ai IT 279
ri di Uratislavia, cioè al dire del
Tbiers, di Praga, accordata ad i-
stanza del duca Uratislao al prevo-
sto, decano, prete che celebra, dia-
cono e suddiacono ministranti, con-
fermando il privilegio s. Gregorio
VII: il medesimo p. Bonanni ed il
Macri affermano che Alessandro III
concedè l'uso della mitra al primi-
cerio della basilica di s. Marco di
Venezia. Onorio IH nel 12 17 l'ac-
cordò al decano, arcidiacono, canto-
re e tesoriere della chiesa di Tole-
do, quando l'arcivescovo celebrava
solennemente col pallio. Clemente
IV ordinò, che quegli ecclesiastici
secolari che godevano l' uso della
mitra, a distinzione de' vescovi e
degli abbati, ne'concilii e sinodi la
pollassero affatto semplice e senza
ornamenti. Clemente V nel i3i2
accordò la mitra al cappellano mag-
giore del re di Norvegia. Riporta
il Bzovio all'anno 1878, che fu con-
cessa la mitra al prevosto e deca-
no della cattedrale di Praga; ma
deve essere 1' indulto accordato da
Alessandro lì. Clemente VII ad i-
stanza di Francesco I re di Fran-
cia concesse la mitra al tesoriere
della regia cappella di Paiigi. 11
Moulinet narra che il priore dei
canonici regolari di Roncevaux iu
Navarra, ebbe l' uso della nìitra e
degli ornamenti pontilìcali in chie-
sa. Che i canonici di Messina han-
no r uso della mitra ab immemo-
rabile, r attesta Giulio 111 in una
bolla del primo febbraio i553, ci-
tata dal Macri, il quale aggiunge
che egual privilegio fu accordato
nel ìS'ji al generale de'girolamini
d'Italia, e in diversi tempi al priore
della chiesa conventuale di s. Gio-
vanni in Malta, in un al bacolo e
altri paramenti pontificali; alle di-
snilà della cattedrale di Manfredo-
28o MIT
nia, ed a quella di s. Michele di
Monte Gargano ; ai canonici di
Lione che adoperano mitre secondo
il colore de' para menti; al p. guar-
diano del s. Sepolcro in Gerusa-
lemme nelle sacre funzioni che ce-
lebra in tal santuario; ai canonici
della cattedrale di Napoli di tela
di bisso, per indulto di Clemente
XI. Altre concessioni sono mento-
vate dal p. Bonanni, come del dia-
cono e suddiacono di alcune chie-
se di Lione, di canonici di s. Ilario
di Poitiers, di Puy, di s. Pietro di
Macon. La mitra venne accordata
nel 160 r al preposto della colle-
giata di Prato ; nel 1618 a quello
'del monastero Choriesconuiense ;
nel 1621 al visitatore o correttore
del magnifico ospedale di Napoli,
secondo il Macri, Clemente XI ac-
cordò la mitra ai canonici di Be-
nevento e della patriarcale di Lisbo-
na, come quella che godevano i car
nonici di Milano e di Pisa. Bene-
detto XIII con bolla Ad aposiolicae
dign'Ualis del 1724 concesse 1' uso
delle mitre ad instar abballini, alle
dignità ed ai canonici della metro-
politana di Uibino, cui solennemen-
te benedl ed impose l'arcivescovo
con particolari orazioni, prescriven-
do il Papa i tempi per usarsi, con
facoltà di ornare i loro stemmi col-
r insegna della mitra . Il tutto di-
stesamente si legge nell'opuscolo:
Relazione di quanto è occorso nel-
la solenne funzione della benedi-
zione e prima imposizione delle mi-
tre fotta all' illustrissimo capitolo
lìietropolitano {l'Urbino, lyaS. Be-
riedello XIV nel concedere ai ca-
nonici della cattedrale di Bari l'u-
so de' pontificali, gli accordò pure
quello della mitra bianca, e poi
Gregorio XVI gli concesse l'uso di
quella di lama d'oro, non però pre-
MIT
sente il TesooTo alla funzione. Il No-
vaes scrive che Pio VII accordò le
sacre mitre ai canonici delle catte-
drali di Annecy, di Brioude (ma il
Thiers dice che godevano già il
privilegio, cioè i canonici di s. Giu-
liano), di Viterbo e di Siena. Nel-
la collezione de' decreti de' riti si
leggono diverse notizie sull' uso del-
le mitre riguardanti i canonici, i
dignitari ed i vescovi. Secondo le
regole generali, cioè i decreti di
Alessandro VII e Benedetto XIV,
e la costituzione di Pio VII, Dc'
cet Romanos Pontifìces , de' 4 lu-
glio 1823, hanno l'uso della sola
mitra semplice di tela bianca gli
abbati mitrati secolari : se si rego-
lano diversamente dipenderà dai
vari privilegi particolarmente con-
cessi.
Il padre Bonanni a pag. 178
della Gerarchia eccl. riferisce, che
hanno stimato alcuni, che ai sacer-
doti sia stato assegnato ì' Amino
[Fedi), in luogo della mitra pro-
pria de' vescovi, com' era usata dai
sacerdoti inferiori della legge mo-
saica, la quale opinione favorisce
Y uso introdotto da molli anni in
Francia, ove s' incominciò a usare
l'anjitto con ornamenti di seta e
oro, formando quasi un Cappuccio
(F'edi) ricamato all'incirca come quel-
lo de' sacerdoti e vescovi armeni. Il
Garampi opina aver goduto in ì\o-
ma r uso della mitra anticamente
anche il primicero de' cantori, ed
osserva che nel secolo XI portava
la mitra anche il prefetto di Ro-
ma, mentre la Corona imperiale
i^Vedi) prese la forma di mitra cle-
ricale con sopra il diadema dell'itn-
pero; e che Benzone vescovo d'Al-
ba scrisse che Enrico IV recatosi
in Roma per la sua coronazione, si
presentò cuni nivea mitra, cui su->
MIT
perimponit patrìcialem circulum .
Nel 1068 Cralislao duca e poi
primo re di Boemia, avendo pro-
messo ogni favore alla santa Sede,
domandò ed ottenne da Alessandro
Il il singolarissimo privilegio dell'uso
della mitra, non mai dai laici si-
no allora ottenuto, e ne fa testi-
monianza s. Gregorio VII che glie-
lo confei'mò coli' ep. 38, lib, I.
Questo esempio fu seguito da In-
nocenzo II, secondo il Thiers, o
meglio da Lucio II che concesse a
Ruggiero I re di Sicilia la mitra, l'a-
nello, il bacolo o virgani, i sandali
e la dalmatica, affermandolo lo sto-
rico Summonte t. II, p. 20, perchè
usato nella coronazione di quei re;
ed Innocenzo III a Pietro II re di
Aragona da lui coronato in s. Pie-
tro, come si ha dai Kinaldi all'an-
no 1204.
Il du Gange e il Carpenlier
parlarono ancora della Mitra pa-
pyracea. Questa mitra cartacea si
poneva per ischerno in testa ai
chierici degradati , ed ai rei di
delitti, come ladri, cornuti, falsa-
ri, ec. che con essa si esponeva-
no dalla giustizia ai dileggiamenti
del popolo e alle percosse, e ne
parla il Mazzucchelli, Scrilt. d' Ita-
lia t. Ili, p. 147. Nella pratica
criminale negli ultimi tempi in uso
a Roma, ai cornuti volontari e
contenti si dà la pena, ducatur mi-
tralus per Urbeni ; e negli antichi
statuti di Roma, ai contravventori
degli ordini de' giudici, eravi pre-
scritta la pena di stare a cavallo
del leone marmoreo, posto nelle
scale del Campidoglio, con mitra
di carta in capo, e la faccia unta
di miele, per tutto il tempo che
durava il mercato, che allora si fa-
ceva presso il Campidoglio. Ribel-
la lisi i romani a Lucio 111 del 1 18 i,
MIT 281
barbaramente acciecarono alcuni
chierici, li posero sopra giumenti, con
mitra di carta in capo e faccia indie-
tro, e fecero loro giurare che in ta-
le atteggiamento si sarebbero pre-
sentati al Papa. Per le gemme ru-
bate nel 1438 dal canonico Nico-
la alle teste de' ss. Pietro e Pao-
lo, egli fu messo a cavallo di un
asino con mitra di carta in capo
dipinta con diavoli, indi appeso y|-
r olmo della piazza Laleranense.
Ai tempi di Alessandro VI furono
puniti sei impostori con frusta e
mitra di carta in capo, per aver
fatto fare bagni d' olio a diversi
infetti di mal venereo, allora intro-
dotto in Italia.
MITRIO (s.), martire. Sembra
che soffrisse il martirio sotto Dio-
cleziano ad Aix in Provenza, e si
aggiiuige eh' egli passò per molte
torture, tutte assai crudeli, ma che
non furono capaci di smuovere la
sua costanza, anzi le sopportò con
allegrezza. Egli è patrono principa-
le di Aix, dove è onorato ai i3 di
novembre. Il suo nome sta nei
martirologi in questo giorno. S.
Gregorio di Tours fa onorevole
menzione di s. Mitrio, e dice che
Dio glorificò la sua tomba con
molti miracoli. Egli ci rimette alla
storia della di lui vita, la quale
però non è giunta sino a noi, e
non abbiamo nessuna notizia vera-
mente autentica di questo santo.
RllTTARELLI Giovanni Bene-
detto. Nacque nel 1708 in Venezia,
da onesta famiglia originaria di Bellu-
no. Dopo aver appresa la filosofia
dai gesuiti, per la sua naturale incli-
nazione alla vita ritirata e divota
abbracciò l'istituto monastico ca-
maldolese, indi compì gli studi a
Firenze e R.oma. Ivi contrasse a-
micizia col prelato Rezzonico poi
282 MIT
Clemente XIII, e con Alberico Ar-
t;l)into indi cardinale e segretario
ili slato. Nel lyS** fu destinato a
le""ere filosofm e teolos'ia nel suo
no o
monastero di s. Michele di Murano
tli Venezia, ove introdusse la buona
critica, e colla domestica conversa-
zione del celebre p. Calogerà suo
correligioso , cominciò a formarsi
una libreria composta di ld)ii di
ogni scienza e i migliori. Divenuto
confessore delle monache di s. Ca-
risio di Treviso, scrisse la storia
ili (|iiel monastero, colla vita di s.
i*a risto camaldolese, che pubblicò,
Poiialosi nel 174? •» Faenza qual
cancelliere tli. sua congregazione, in-
cominciò coir aiuto del dottissimo
consocio padre Costadoni la gran-
diosa compilazione degli annali ca-
maldolesi. Ritornati ambedue a Mu-
rano incominciarono 1' opera nel
1754^ e felicemente fu com[)ita nel
1773. Il p. Millarelli ne fu l'esten-
sore, e il p. Costadoni lo assistè
col trovargli le notizie, con por-
le in ordine, con formare le ap-
pendici e col comporne gl'indici,
ti furono essi anche correttori del-
le stampe. Inianto il p. Mittarelli
essendosi acquistata un' alta ripu-
tazione, più volle fu richiesto di
jjarere nelle didlcollà storiche dei
bassi tempi, quali sviluppava pron-
tamente. Eletto nel ij56 abbate
nella provincia di Venezia, nel 1760
lo divenne del suo monastero di s,
JMichele, e molte delle allocuzioni
da lui pronunziate ne' pontificali ,
meritarono la stampa per opera
del suo ammii'aloie Domenico Gritti
jiatrizio veneto. JNel l'J^^ con
plauso d'Italia fu fatto abbate ge-
nerale di tutto l'ordine, il quale
grato alla pubblicazione degli an-
nali a pi'oprie spese impressi con
tanto utile e decoro, gli fece co-
MIT
niare una medaglia, come altra
n'era stata fatta al celebre abba-
te genei-ale Pietro Delfino e al p.
Guido Grandi camaldolesi. Reca-
tosi in Roma col p. Costadoni, fu
onorato dai più distinti personaggi,
massime e teneramente da Clemen-
te XIII, al quale avea mostralo de-
siderio di sua esaltazione, per l'amo-
re e stima che nutriva per lui, per
cui lo distinse con molte alfeltuo-
se dimostrazioni, e l'avrebbe fallo
cardinale e vescovo di Faenza. A.
questa città fece ritorno il p. Mit-
tarelli, senza coltivare tale propen-
sione, e si pose ad illustrare Faen-
za con opera che poi pubblicò.
Terminato il quinquennio di sua
dignità, si restituì a Murano, ove
proseguì i suoi studi, e ad edifica-
re colla sua soda pietà, morendo
piamente assistito dal p. Costadoni
nel 1777, d'anni quasi 70. La di lui
memoria fu onorata eolle comuni
lagrime, con orazione funebre e
con decorosa iscrizione, celebran-
dosi il cumulo delle sue splendide
virtù e profondissima vasta erudi-
zione, tra cui rifulsero la dolcezza,
la prudenza e l'umiltà. Le sue o-
pere sono preziose per la storia ec-
clesiastica , per l'antichità e per
la diplomazia, tra le quali nomine-
remo, i." Memorie di s. Parisia
e del monastero de ss. Cristina a
Parisia di Treviso, Venezia 1 74^.
2." Memorie del monastero della,
ss. Trinità in Faenza, ivi 17 49*
3.° Annales camaldulenses ordinis
s. Benedicti ab, anno 907 ad an-
nmn ijG^, {^nihus plura intersecati'
tur, tiini caeleras italico- monasticas
res, timi historiani ecclesiasticani ,
remqne diplomnticani illii.ttrantia d.
Jolutnne Denedicto Mittarelli, et d.
./Anselmo Costadoni presbyteris et
ììionachis congregalione canialdu-
MNI
lensi aucloribus , Veneliis '773,
voi. 9 in loglio. Tesoro d'immen-
sa eiudi/.ione monastica, ti antichi
inediti monumenti, e d'innuniera-
bili importantissime notizie, appor-
tatrici di nuovi lumi alla sacra di-
sciplina, alla corografìa d'Italia ed
alla facoltà diplomatica, ed apre il
corso all'emeuda e supplemento delle
immortali opere di Biironio, Mabil-
lon, Uglielli, Muratori, de'Bollandi-
sti e di altri. 4-° -^^^ scriptores ve-
runi ilalicaium ci. Muratori oc-
cessioìies hisloricne favt-iiimae, Ve-
iietiis 1771. 5." De. litleralura fa-
vtutinoi uni, sii'e de ifiiis doclis et
scriploribus urbis Favcndae. Ap-
peiidix ad accessìones hisloricas
favenlinas, V^enetiis 177^. 6.° Ei-
bliodu'ca codìcuin manuscHplorum
s. HJlcliaelis f^enedarnm prope Mu-
riaiium, una cuin Appendice libro-
rum impressoruin saeculi XF, opus
postumuin, Venetiis 1779. '' P- ^°'
stadoni ne pubblicò la vita nel voi.
33 della Nuova raccolta d'opuscoli
scientifici, coi l'elenco di tulle le sue
opere^ Venezia 1779.
MNIZO, Mnesuin seu Miswn.
Sede vescovile della prima Galazia,
nell'esarcato di Ponto, sotto la me-
tropoli d'Ancira, eretta nel IX se-
colo. Ne furono \escovi Leucadio
che trovossi al concilio di Calcedo-
nia; Aruaazio die sottoscrisse alla
lettera del concilio della prima Ga-
lazia dell'imperatore Leone, sull'as-
sassinio di s. Protero; Andrea fu al
VI concilio generale, e sottosciisse
i decreti in Trullo j Leone e Giu-
liano. Oriens chrisl. t. I, p. /\.8i.
MOBILE [MobUieu). Città con
residenza vescovile negli Stali Uniti
d'America seltcutrionale, nello stato
d'Aliibuma, capoluogo della contea
del suo nome, lungi 45 leghe dalla
^'uova Orleans, alia foce di uu
MOB 283
maestoso fiume dello sfesso non)e,
il quale si perde nella baia di Mo-
bile nel golfo messicano, e sidia ri-
va destra di tal bfiia, con più di
10,000 abitanti. È difesa dal forte
Carlotta, le strade sono larghe e drit-
te, le case quasi tutte in legno ve-
donsi ben fabbricale : ha diversi
edifìzi e sei cantieri di costruzione.
I principali articoli di esportazione
sono, arredi, pelliccerie, bestiami e
grani. Due battelli a vapore vanno
a s. Slephens ed alla Nuova Or-
leans. L' ingresso del porto è dillì-
cile pei navigli che pescano più di
otto piedi d'acqua. Al declinai*
del secolo passato l'Ahibama era
ancora un deserto; la grande onda
della trasmigrazione dogli schiavi
insorti a s. Domingo, si spinse agli
stadi medi ed ai settentrionali, per
cui la faccia del mezzogiorno re-
stò quasi in variala e srpiallida per
qualche anno ancora, Pensacola, cit-
tà della Florida orientale, e Mobi-
le erano egualmente deserte ; la
Florida venne dalla Spagna ceduta
alla lega, e le famiglie spagnuole
abbandonarono il paese con quasi
tutti i loro sacerdoti. Questa città
è ora uno de' priuìi slabilimenti
sul golfo del Messico. Gli Stati U-
nili ne presero possesso nel 18 13,
epoca in che non cqnsisleva appe-
na che in un centinaio di case, ma
ricevette poi un rapido accrescimen-
to. Le autorilà spagnuole al dipar-
tirsi dalle Provincie americane, tras-
sero seco la maggior parte de' co-
loni e del clero, in modo che al-
l'istituzione del vescovato la città
si trovò spogliala delle cose più ne-
cessarie, e si dovette in sulle pii-
nie far servire di chiesa una mise-
ra capanna di legno. Pensacola sul
golfo del Messico era egualmente
abbandonata, e s. Agosliuo sull'Ai-
7H.; M O 13
lanlico, città della Florida occiden-
tale che possedeva una bella chie-
sa, si vide saccheggiata da qne'me-
desimi eh* erauo slati eletti a cu-
slodiila. Nel iSiS fu da Leone
XII fatto vescovo in pardbus di
Olena monsignor Michele Poitier
«li Monlbrison arcidiocesi di Lione,
erigendo in diocesi particolare 1' e-
slesissiine regioni d' Alabama e di
Florida, in cui appena trovavansi
tre preti, e noaiinando per vicario
;>postolico tal prelato con lettere
apostoliche del 26 agosto iSaS.
Pio Vili col breve Inter multi-
plices, de' i5 maggio 1829, Bull,
(le prop. t. V, p. 46, istituì la se-
de vescovile di Mobile, dichiaran-
dola sulFiagaiiea di Baltimore. La
diocesi venne foruaata dello stato di
Alabama, che conta 809,206 abi-
tanti, e del territorio delle Flori-
de orientale ed occidentale che ne
hinno 34,725, e contemporanea -
tnente il Papa traslatò a questa
chiesa il lodato prelato, e lo fece
primo vescovo di Mobile, clie tut-
tora eon zelo e generosità governa,
inteso al ben essere di sua chiesa.
Vedendosi però deserto e privo di
ogni mezzo, recossi in Europa, im-
plorò aiuto, e r el>be principalmen-
te dalla congregazione di propagan»
(la fide, che inciuque rate gli sora-
tninistrò ventimila scudi , e dalla
pia società Leopoldina di Vienna;
quindi iuipiegiuidolo santamente e
t'on economico accorgimento potè
«•rigere chiese ed utili stabilimenti.
Nell'Alabama vi sono sette chiese.
In Mobile la chiesa cattedrale fu
fdìbricata e dedicata alla ss. Con-
cezione dal vescovo, essendosi bru-
ciata l'anteviore nel 1827. In Spring-
Iiill vi è la chiesa di s. Giuseppe;
in Sommerville quella della Visita-
'imiXQ ; in Aloiint- Veruon quella di
MOB
s. Paolo; in Montgommery, piccola
città Sulla riviera dell'Alabama, per
la cui erezione concorsero anco i
protestanti, quella di s. Pietro; in
West Florida, cioè in Pensacela, quel-
la di s. Michele ; in East Florida,
cioè in s. Augustine, quella di] s. A-
gostino ; più vi sono altre 27 sta-
zioni. I pii stabilimenti sono il col-
legio di Spring-hill presso Mobile,
al quale accorrono ogni anno piìi
di cento individui studiosi, e nel
cui recinto sussiste eziandio un se-
minario con dodici alunni. Scuola
pei ragazzi di Mobile aperta nel
i833. Scuola pei giovani in s. A-
gostino nella Florida. Monastero
della Visitazione e scuola per le
donzelle in Sommerville. Scuola per
le donzelle in s. Agostino. Scuola
per le ragazze in Mobile. Orfano-
trofio in Mobile. Il vescovo affidò
la direzione del collesrio e del se-
o
njinario diocesano mentovati ai pp.
della Misericordia che chiamò dal-
la Francia ; ed ac(juistato un pez-
zo di terra in Mobile, vi eresse uu
monastero alle suore della carità o
misericordia, come avea fatto a s.
Agostino per piantarvene uno del-
la Visitazione. La religione vi fa
sempre progressi, ed il clero della
diocesi ascendeva a circa i5 preti;
concorrono pel mantenimento de-
gli ecclesiastici le pie oblazioni dei
fedeli. I pochi indiani che viveva-
no in questa diocesi, a poco a po-
co si ritirarono al di là del Missis-
sipì.
MOBILI FESTE. Chiamansi fé-
ste mobili quelle che non si cele-
brano nello stesso giorno tutti gli
anni, cioè le domeniche di settua<
gesima, quinquagesima, le Ceneri,
Pasqua, l'Ascensione, la Paritecosle,
la Trinità e il Corpu.f Domini.
Questo dipende dalla festa di Pa-
MOC
sqiia fissata dalla Chiesa alla dome-
nica dopo il plenilunio di marzo,
cioè dopo il plenilunio che segue
l'equinozio della primavera, ossia
il 2 1 marzo. Pedi Pasqua, Calen-
dario, Festa.
MOCCA (s), alliimenti detto
Cronano. Fioriva ai len)pi di s.
Congallo, e fondò il monastero di
Balla nella Connacia, divenuto poi
una città. Mori in età di cinquan-
tasei anni ; e Colgano ne'suoi atti
de'sanli d'Irlanda mette la sua morte
ai 3o di marzo del GSy. 11 Butler
lo riporta il i.° di gennaio.
MOCESA , Mocyssus, Jnslinia-
nopolis. Sede vescovile della Cap-
padocia, nell' esarcato di Ponto, e-
letta in metropoli nel VI secolo,
ed in esarcato della terza Cappado-
cia nel Xlll, con Nazianzo arcive-
scovato cui erano soggetti quattro
sudraganej. Essendovi in una rasa
campagna presso Cesarea il forte
Mooeso in islato rovinoso, Giusti-
niano I lo fece atterrare, ed innal-
zato un muro sul colle assai er-
to, in quel recinto fece fabbricare
chiese, ospedali, bagni ed altri e-
difizi. Lo stesso imperatore avendo
formato una terza provincia di
Cappadocia, dividendo la seconda,
destinò Mocesa per metropoli di
questa terza Cappadocia che chia-
mò dal suo nome Giuslinianopoli.
Tu Ita volta, perchè il concilio di
Calcedonia aveva regolate le prò-
vincie ecclesiastiche per modo che
non potessero essere cambiate da
"verun' altra disposizione del prin-
cipe, Mocesa ancor non godeva i
diritti metropolitani all' epoca del
VI concilio generale. Ne furono ve-
scovi, Pietro che nel 536 assistè al
concilio di Costantinopoli; Teodosio
che fu al detto c(jncilio generale; Teo-
pi.iiijilo ivi al \ Il ; N.... venne rappre-
MOD 2ti5
sentalo ad altro concilio dal prete
Giorgio; Teognosto sedeva nel i02<S;
Leone assistè al concilio del patriar-
ca Luca Crisobergo, ed a quello
della condanna di Soterich Panleu-
geno eletto patriarca d' Antiochia ;
Luca fu a quello del i 167 sotli»
lo stesso Crisobergo; N....; Pachyui;
N ordinato da JMetroCane pa-
triarca di Costantinopoli dopo il
concilio di Firenze. Oiicns chrisl.
t. I, p. 4o8.
MODAJNO (s.), abbate. Si con-
sacrò a Dio nel monastero di Dry-
burgh presso Maiiros, uno dei piìi
conosciuti della Scozia, l'anno 52"?..
Mortificando la sua carne co'lu
pratica delle più grandi austerità,
intertenevasi sei o sette ore del
di nell'eserci/io della preghiera e
della contemplazione, aHlne di giun-
gere alla perfezione evangelica. Ad
onta della sua profonda umiltà, i
religiosi del monastero lo elessero
a loro abbate. Fu zelante pel con-
servamento della disciplina; ma il
suo zelo fu mai sempre moderato
dalla <lolcez7.a e dalla carila. Pre-
dicò la itati a Steiling, nel vicina-
to di Forili , e singolarmente a
Falkirk. Di quando in quando e-
gli interrompeva le sue tàtiche a-
postoliche per ritirarsi sulle monta-
gne di Dunbarton , ove passava da
trenta a quaranta giorni nell'eser-
cizio della contemplazione. Mori
nel luogo del suo ritiro, nel setti-
mo secolo, sebbene alquanti autori
portino opinione che morisse pi fi
tardi. Le sue reliquie ne'tempi pas-
sati erano a Rosneith, in una chie-
sa del suo nome. E anche primo
protettore della gran chiesa di Ster-
liiig, ed è onorato in singoiar mo-
do a Dunbarton ed a Falkirk. La
sua festa si celebra il giorno 4
febbraio.
a86 MOD
MODENA {Mutinen). Città con
residenza vescovile, illustre e nobile
d'itiiiifi, capitale e sede del duca
del ducato del suo nome, come di
tulli i domitiìi Estensi, situata nel-
Ja destra riva della Secchia e sul-
la sinistra del Panaro, in una fer-
tile ed amena pianura, non tanto
umida come per lo passato. È di-
stante i5 miglia da Reggio, 20 da
Bologna, 35 da Mantova, e 60 da
Firenze. La di lei posizione geo-
grafica è longitudine 8' 36, latitu-
dine 44" 38'. Il ducato di Modena
si forma da quello di Modena pro-
priamente detto, da quelli di Reg-
gio e Mirandola {^f^cdi), dai prin-
cipati di Correggio, di Carpi {^Ve-
di) e di Novellara, da patte della
signoria di Garjagiiana , e dalla
f Alili già na {^Vtdi) Estense. Confina
col distretto di Guastalla, col re-
gno Lombardo-Veneto, da cui è in
parte diviso dal Po, cogli stati del-
la Chiesa (cioè colle legazioni di
Bologna e Ferrara ) che tocca so-
pra due parti del corso del Pana-
ro, col granducato di Toscana, e col
ducato di Massa- Carrara [Fedi),
il quale appartiene eziandio al du-
ca di Modena, dopo che fu aggie-
gato al di lui ducato a' i4 "o-
vetubre 1829 per morte della du-
chessa Maria Beatrice d'Este, arci-
duchessa di gloriosa rimembranza.
Quanto a Correggio e Novellara, non
avendo ailicoli, ci limiteremo qui a
darne una semplice indicazione.
Correggio, Corrcggium, Corrigia,
principale avente la città del suo
nome per capoluogo, ov'è il palaz-
zo degli antichi signori della celebre
famiglia de' Correg^eschi, con duo-
mo decoro^io nobilitalo da privilegi
pontificii, come di Gregorio IV,
Innocenzo II, e s. Pio V, patria
d'uomini illustri^ fra' quali il più
MOD
famigerato è Antonio Allegri pit-
tore, più conosciuto sotto il nome
di Correggio. I suoi signori, bene-
meriti per aver cooperato in cac-
ciare d'Italia i saraceni e domina-
tori in Parma (da essi uscì l'An-
tipapa Clemente IH [Fedi), da
conti divennero principi e feuda-
tari dell'impero. Derivando la ce-
lebre famiglia da Gilberto o Gui-
bei lo, figlio di un antico conte di
Aubsburg, Federico III riconobbe
essere del ceppo medesimo, e nel
i^^i gli die il cognome d'Austria:
del suo antico facemmo parola a
Fascia. Decaduto per gravi colpe
dal feudo d. Siro ultimo signore
di Correggio, in occasione della
guerra di Mantova , e per aver
falsalo moneta , fu dall' imperato-
re nel i633 spogliato di tulli i
suoi diritti, a condizione di poter-
li ricuperare coll'esborso di 280,000
fiorini d'oro. Vi supplì la Spagna
ed ebbe Correggio nel iG35 in
deposito, finché indusse l'imperato-
re a concederlo al duca di Mode-
na Francesco I, coll'obbligo di rim-
borsare di quella somma il regio
erario, e di dare a d. Maurizio
figlio di d. Siro la facoltà di re-
dimere il feudo con l'esborso della
somma medesima ; ma non aven-
do questi potuto mai farlo, venne
ad un accordo col detto France-
sco I (che secondo alcuni pagò
20,000 scudi alla Spagna ) , al
quale cedette ogni sua ragione sul
principato nel 1649, estinguendosi
la linea maschile nei 171 i in
Mantova. Novellara, con città ca-
pilale del principato , ebbe già il
titolo di contea, e fu lungamente
posseduto qual principato d'un ra-
mo cadetto della famiglia Gonzaga
de'duchi di Mantoi'a (Fedi), indi
uuilo al ducato di Modena nel 1737.
MOD
Il ducalo di Modena ossia il
Modenese, dopo aver appailenu-
to a^li cliuschi, ai galli boi, alla
repubblica romana, agi' imperatori
romani e greci , ai longobardi, ai
suoi propri conti; dopo esseisi go-
vernalo in forma di repubblica in
conseguenza della pace di Costan-
za, ed essersi eletto a signori gli
Estensi marchesi di Ferrara [Fe-
di), fu eretto in ducato nel 14^2
didl'iniperatore Federico 111. Occu-
pato il ducalo di Modena nel 1 796
dai francesi, foimò successixaiuenle
parte delle repubbliche Cisalpina,
Cisalpina-ltaliana, e finalmente del
regno d'Italia. Sotto di questo le
provinole di Modena e di Reggio
formarono il dij)artimento del l'a-
iiaro e del Croslolo, e la Carla-
gnana fece parte del principato di
Lucca. Alla cessazione del regno
italico, nel 181 4 il ducato di Mo-
dena venne restituito alla casa re-
gnante.
La parte meridionale del du-
calo di Modena è attraversata
dall' Apennino s<'ttenlrionale , o
Alpe Apuana, eh "estende raniìfjca-
zioni su quasi tulio il ducato, in-
nalzandosi al sud il monte Cimo-
ue . Tranne la Lunigiana e la
Garfagnana situate sul versatolo
meridionale degli Apennini, ed ir-
rigate dal Serchio tributario del
MediUnaneo , il ducalo appailiene
al buc.iwj del Po, e gli manda le
sue accfue mediante la Enza, il
Croslolo, la Secchia o Gabello, ed
il Panaro o Scoltenna; si osserva-
no nella parte settentrionale i ca-
nali di Carpi e di Modena. Que-
llo ducalo è in generale fertile e
ben coltivalo , e quantunque la
quarta parie del territorio sia
bassa e piana , pure il clima vi
è sano e temperato. Sono usale
MOD 287
e note le acque termali della Pie-
ve Fosciana in Garfagnana, e quel-
le minerali di arandola e di Mo-
reali presso Modena. Le salse o
vulcani freddi si trovano in un.i
zona di colline parallelamente alla
linea che divide il colle dal piano,
ed in vicinanza ai filoni copiosi
di gesso e di selenite. Abbonda di
produzioni e di manifatture, con-
tando piti di 5i 1,000 abitanti
compreso il ducato di Massa Car-
rara che ha il suo vescovo com«
r hanno Modena, Reggio di Mode-
na e Carpi. 11 ducato si divide nel-
le quattro provincie di Modena,
Reggio, Gaifagnana e Lunigiana
Estense: quella di Modena è sud-
divisa in venti cornimi. Il ducalo
è ora posseduto da una linea del-
la casa d'Ausilia, cil il sovrano è
assoluto e prende i titoli di arci-
duca di Austria, principe reale ih
Ungheria e di Roemia, duca di
Modena, di Reggio, ili Mirandobi,
di Massa e Carrara. Il ducato è go-
vernato da quattro ministeri , cioè
degli all'ari esteri , di pubblica e-
conomia ed istruzione, di finanza ,,
e del buon governo incaricalo ilei-
l'alla polizia, olire il consiglio di
stato, e il dipartimento di grazia
e giustizia : Modena, Reggio, Mas-
sa-Carrara , e Garlagnana hanno
governatori. Evvi un tribunale tli
giustizia in Modena e in Reggio,
tribunali che fanno reciprocamente
le veci di tribunale d' appello. Ji>
Modena e Reggio vi sono pure
uhici di conciliazione, e »iel duca-
to più giurisdicenze, lanlo per gli
affari civili , che pei eliminili.
L'amministrazione de'coinuni è af-
fidata ai podestà ed ai sindaci. 11
ducato di Massa -Carrara reggesi
tuttavia colla slessa forma di go-
verno con cui reg^c vaisi sullo la
288 MOD
defunta lodata duchessa. Il suo
degno figlio, l'immortale Francesco
IV, d'accordo col Papa Gregorio
XVI, rettificò le leggi in opposi-
KÌone dell' immunità della Chiesa,
foro vescovile massime criminale,
e sopra altri punti di disciplina,
al modo che con edificazione in-
dicammo nel voi. XXXIV, p. 38
del Dizionario. In Roma sua al-
tezza reale il duca di Modena life-
ne un itica ricalo d'afTari presso la
santa Se(\e. La forza armata è
composta di un corpo di dragoni,
del corpo del genio e di artiglie-
ria, di quello dei pionnieri, del
battaglione di linea diviso in due
compagnie di granatieri e sei di fu-
cilieri , d'una compagnia di vete-
rani, del corpo de'caccialori del Fri-
gnano diviso in quattro compagnie,
e del battaglione urbano diviso in
sei. Si aggiunga una compagnia
di deposito, guardie campestri e
urbane volontarie.
Modena, Mulina , cos'i chiamata
dal Muratori, dal Tassoni Modana,
e dall'Amenta Modona, è residen-
za del sovrano e dei tribunali su-
premi. In passato prima dell'addi-
zione erculea di Ercole II o accre-
scimento della vecchia città, e del-
la fondazione della cittadella, aveva
un'antica cinta con torri, e la roc-
ca o castello era nel luogo ove ora
esiste il ducale palazzo. Tali forti-
ficazioni furono demolite, non le
moderne, esistendo quasi lutti i ba-
stioni, e della cittadella non essen-
done slato demolilo che uno, ra-
sali i parapetti , colmale le fosse,
distrutte le opere esterne di terra.
Piccola parte delle fabbriche della
cittadella sono ad uso di ergastolo,
le altre quartieri .di soldati, padi-
glioni d' ulllziali e di armeria. La
popolazione di Modena è di circa
MOD
28,000 abitanti. Le sue strade so-
no selciate di ciottoli, ed a mag-
gior comodità della gente ha mar-
ciapiedi proporzionali alla larghez-
za delle vie, non che portici, alcuni
de'quali spaziosi e vaghi, come
sarel)bero quello del collegio prin-
cipalmente, e gli altri del palazzo
comunale sulla piazza, e dell'anti-
co seminario annesso alla catte-
drale. Il palazzo ducale con mae-
stoso frontespizio, sul disegno del-
l' architetto Bartolomeo Avanzini
romano, è tra i più belli di Eu-
ropa^ e mollo vi fece lavorare con
splendidi ornamenti il duca Fran-
cesco IV , per cui è sontuoso e
sorprendente, con deliziosi giardini
e grandiose scuderie. Stanno nel
palazzo medesimo una stupenda
galleria di quadri nel grande ap-
partamento, eh' è una meravigliosa
scuola per gli arlistì che vogliono
profittarne ; la ricchissima e pre-
ziosa biblioteca Estense, fornita do-
viziosamente di più di 100,000
volumi stampati, e di oltre 3, 000
manoscritti pregevolissimi o per
l'antichità , o per le magnifiche
miniature di cui vanno adorni, o
per le classiche opere che conten-
gono ; biblioteca la quale vanta
fra i suoi prefetti uomini celebra-
tissimi, cioè il famoso geografo Ja-
copo Cantelli ; il p. ab. Bacchini ;
il sommo Lodovico Muratori di
Vignola nel Modenese, che vi pre-
siedette per 5o anni ; il celebre p.
Zaccaria gesuita ; il p. Granelli ge-
suita, teologo e oratore assai di-
stinto, ed il tanto benemerito del-
le lettere italiane ab. Girolamo Ti-
raboschi, che n'ebbe per 24 anni
la direzione. Il museo numismati-
co aggiunto alla medesima biblio-
teca contiene oltre 26,000 meda-
glie antiche, fra cui è preziosissima
MOD
la serie delle medaglie greche. Il
rinomatissimo archivio segreto du-
cale è uno de'piìi rispettabili che
si conoscano in Italia, e che som-
ministrò al gran Muratori molle
peregrine notizie per illustrare i co-
stumi de' bassi secoli, non che la
vetusta potenza e grandezza del-
la prosapia Estense. L'osservatorio
astronomico è fornito de' più op-
portuni e migliori strumenti di
Amici, Keinchebac, Fraunhofer. Il
palazzo della comunità decoralo di
magnifica sala, è pure rimarchevo-
le anco per le pitture a fresco, e
per quanto vi operarono Guido
Mazzoni e Antonio Begarelli ce-
lebri plastici modenesi.
Modena conta più di 25 chiese, e
fra queste otto parrocchiali più degne
di menzione, oltre la cattedrale, cioè
quella di s. Doraenicoj reale parroc-
chia della corte , di s. Vincenzo, di
8. FrancescOj del Carmine, di s. A-
gostino o s. Maria Pomposa, della
Beata Vergine del Voto, di s. Bar-
tolomeo, di s. Carlo e s. Pietro,
in alcuna delie quali, e particolar-
mente in questa ultima, si vedono
pitture e statue assai buone, per
non dire di altri pregi. La fab-
brica del duomo o cattedrale, ove
si venera il corpo di s. Geminiano
vescovo e protettore della città, e-
sleriormente incrostata di marmi, è
magnifica massime per riferirsi al
finire del secolo XI ed al princi-
pio del XII, in cui fu innalzata,
ed è a considerarsi l'architettura
di essa, la .quale non presenta tut-
te quelle bizzarrie, che fecero poi
distinguere il gusto detto gotico ;
anzi se ne Scosta in un carattere prin-
cipale, quello di avere tutti gli ar-
chi di forma semicircolare, e non
a .sesto acuto, tranne quelli della
tolta delle tre navi. L'archivio ca-
voi, xit.
MOD 189
pitolare è ridondante di pergamene
e carte antiche della più grande
importanza , comprovanti i suoi
molti privilegi, i quali rimontano
all'epoca di Carlo Magno. Annessa
alla cattedrale è la torre maggio-
ré, una delle più belle dell'Italia,
verisimilmente eretta all'epoca suin-
dicata, almeno la parte quadra-
ta fino alla quinta iinpalcalura o
cornice , poiché il restante fusto
quadrato ottagono piramidale e
gli ornamenti che l'abbelliscono so-
no del secolo XIV , e dei tempi
in cui Modena soggiacque a Pas-
serino Bonacossi. Il Cancellieri a
p. 1 5o delle sue Campane, osser-
va che non si sa in qual tempo
fu innalzata sì vasta e magnifica
torre, giacché non può prestarsi
fede al Vedriani che fosse eretta
fin dai tempi di Desiderio re dei
longobardi : essa però certamente e-
sisteva nel 1224, almeno nella
sua parte inferiore e quadrata, nar-
randosi dal Muratori negli Annali
di Modena, t. XI Rer. Ital. p.
58, e nella Cronaca di Gio. da
Bazzano, ivi, t. XVj p. 569, che la
torre di s. Geminiano fu occupata
da uno de'partiti in cui Modena
era divisa, e che però ne nacquero
gran tumulti fra' cittadini. E alta
braccia i64e oncie 8 modenesi; vol-
garmente viene detta la Ghirlandinay
ed in essa conservasi la famosa sec-
chia di legno , trofeo delle guerre fra
i Petroni ed i Geminiani, cioè dei
bolognesi e modenesi , della quale
con tanta amenità cantò festevol-
mente il rapimento Alessandro Tas-
soni modenese, celebre poeta, ma!
piccante e satirico. La principale
sua fama la deve al poema eroi-
comico della Secchia rapita^ com-
posto da giovine in sei mesi. Ri-
corda due epoche del secolo Xlli
»9
290 MOD
e XIV, ed una di quelle ostilità
tanto frequenti allora fra le città
italiane, e quando i modenesi ar-
rivati fino a Bologna s'impadioni-
rono di una secchia di legno, e
delia catena di cui era appesa al
pozzo, e qual segno di trionfo la
sospesero nella Torre.
Nel cosi detto albergo Arti, ove
risiede l' intendenza generale delle
opere pie, evvi la casa di ricovero
con magnifici luoghi, il monte dei
pegni, ec. ; e nei loggiati del suo
primo maestoso corridore fu ulti-
niamente collocato il museo lapi-
dario delle antiche iscrizioni roma-
ne e dei grandi sarcofagi che già
erano nel clauslro del duomo, non
che di quelle dei bassi e più infe-
riori tempi. Di contro all'albergo
Arti si vede 1' ospedale degl' infer-
mi, civile e militare, a cui sono
annessi il teatro anatomico e la ca-
sa degli esposti. Ha Modena una
università divisa in licei convitti,
legale , medico e matematico, il
qual ultimo è annesso al real cor-
po de* pionnieri ; una florida acca-
demia di belle arti, e più altri
scientifici stabilimenti. Aggiungere-
mo, che tra le primarie accademie
d' Italia merita di essere per ogni
rispetto celebrata la reale accade-
mia di scienze, lettere ed arti, la
quale distinguesi tra le altre pegli
utili concorsi che apre annualmen-
te, e pei premi che conferisce ad
incoraggimento de' talenti, e ad in-
cremento delle buone discipline: con
programma del i845 la soviana
munificenza di Francesco IV isti-
tuì sei premi d'onore. Il conte
Mastai Ferretti, Recaci, d' Europa^
p. 64, rifijrisce che l'accademia di
Modena fu eretta sul gusto di quel-
la di Bologna, e fu celebre per la
dottrina di Azione giureconsulto:
MOD
vogliono alcuni che 1' accademia
fosse fondata da Giovanni Grilicnzo-
ni dotto modenese; ma si legge nel-
la sua biografìa, che l'accademia è
a lui anteriore, ed esisteva già
quando Porto insegnava a Modena,
poiché n'era membro; piuttosto es-
sere fondatore di altra accademia
ove si discutevano classici lavori
con calma letteraria, indi turbata
neir epoca della riforma da contese
di religione : Grillenzoni mori nel
i'ti5i, lasciando gli Statuti di me-
dicina approvati da Ercole II, ed
un Trattato delle famiglie di JSlO'
dena, opera che andò perduta. Ag-
giunge il chiaro storico, che l'ac-
cademia ebbe la sua crisi nel \5Zj
a'tenipi di Lutero e di Calvino, i cui
errori pareano volessero infestar l'ac-
cademia ; e che nel iSSg fu aper-
ta in Modena un' altra accademia
dal conte Sartorio Ser torio, ed il
conte Ferrante Tassone, che pel du-
ca Alfonso II reggeva la ciltà, fu
eletto in protettore . Alfonso HI
tenne un' accadeuìia scicnlilica, che
finì con lui. Verso il 1680 ebbe
principio l'accademia de' Dissonan-
ti, terminata nel l'^Qi. JNel ly^i
venne fondata quella medica dei
Congcttnranti; indi nel tySS vi fu
aperta altra accademia di belle let-
tere per la nascita di un principe
ereditario della casa Estense, e si
celebrò nella chiesa de' gesuiti. Nel
1796 accolse Modena la società i-
taliana delle scienze, che il governo
Estense protesse con magni licenza,
ma il marchese Rangone avea già
nel proprio palazzo stabilito un'ac-
cademia di scienze con annuo pi-e-
mio. Maria Teresa fondò l'accade-
mia di pittura, scultura e archi-
lettura, cioè la scuola reale delle
belle arti. 11 celebre arciprete della
cattedrale d. Giuseppe Baraldi ai
MOD
tempi nostri volendo rlifendere la
conciilcat« religione e la schernita
Tirtù, stabilì nella propria casa una
adunanza di parecchi a lui conformi
d'indole e di studi, ed incomincia-
rono nel 1822 coi tipi reali degli
eredi Soliani a pubblicare le Me-
morie di religioiir, di inorate e di
leKeralura in Modena, (;he nel i83i
giunsero a tomi XX. Indi dopo la
morte del benemerito prelalo Baral-
di, i medesimi dotti collaboratori nel
i832 incominciarono la pubblica-
zione della Continuazione delle me-
desime 3Iemorie, che felicemente si
prosegue ; colle/ione infinilaraenle
utile e preziosa per quanto riguar-
da la religione e la letteratura, la
<lifesa dell' altare e del trono, e
mollo interessante la storia eccle-
siastica, anco per le notizie biogra-
fiche e bibliografiche che contie-
ne. Molte sono le aiìtorevoli te-
stimonianze di grandi vantaggi re-
cati da questa società rispettabile
alla religione, alla morale e alla
letteratura, per lo che i zelanti au-
tori furono incoraggiti ed encomia-
ti da Pio VII, Leone XII, Pio
Vili, e da Gregorio XVI che fece
il liaraldi prelato domestico e prò-
tonotario apostolico. Abbiamo dal
eh. Giuseppe Riva, Discorso intorno
la l'ita e le opere di nionsig. Ba-
raldi ec. Modena 1882 per G.
Vincenzi e compagno.
In Modena vi è il collegio dei
nobili, sotto la direzione de' preti
secolari, da cui uscirono allievi che
onorarono le lettere, le scienze, la
politica e le armi. Ha pure vari
altri stabilimenti di beneficenza, di
istruzione, di cui parleremo poi, e
fra gli altri l'educandato di s. Pao-
lo per cento donzelle di bassa con-
dizione, quello de' bernardini e fi-
lippini, delle sordemute, ec. Solo
MOD 291
qui noteremo che nel collegio di
s. Bartolomeo de' gesuiti, depose le
insegne vescovili e cardinalizie il
venerando cardinale Carlo Odescal-
chi {^Vedi), per vestir l'abito della
compagnia di Gesù, e in esso poi
santamente mori, tumulandosi il
cadavere nella chiesa contigua. Vi
sono due accademie filarmoniche, e
due principali teatri, quello della
corte ed il comunale. Modena è
patria di moltissimi uomini illustri
che fiorirono in santità di vita, in
dignità ecclesiastiche, nelle scienze,
nelle arti e nelle armi, essendo
sempre stati munifici e benemeriti
mecenate dei dotti e degli artisti i
magnanimi principi Estensi, come
dichiarammo all' articolo Ferrara.
Oltre quelli che nominiamo in que-
sto articolo, qui solo ricorderemo
fra i tanti: Nicolò dell'abbate pitto-
re, Gio. Maria Barbieri, Lodovico
Castel vetro, Gabriele Falloppio a-
«atomico, Francesco Maria Molza
poeta , Tarquinia Molza, Geminia-
no JMonlanari astronomo, Raimon-
do Principe Montecuccoli, Bartolo-
meo Schedoni pittore, Carlo Sigo-
nio storico, Ugone Rangoni, Gio.
Francesco Forni; Nicola, Gherardo,
Annibale e Guido Rangoni celebri
militari; il giureconsulto Nicola Mat-
tarelli, il famoso poeta Fulvio Te-
sti, il prelato Giuseppe Baraldi, ed
altri molti, avendo anche in que-
sti ultimi tempi dato dei primi ma-
gistrati e dei militari di nome al
cessato regno d' Italia. Abbiamo da
Lodovico Vedriani : Memorie di
molti santi martiri, confessori e bea-
ti modenesi, Modena i663 con
molte figure. Vite ed elogi de' car-
dinali modenesi cavati da molti au-
tori, Modena 1662 pel Soliani. Giro-
lamo Tiraboschi, Notizie de'pittori,
scultori, incisori ed architetti viodene-
29^ MOD
si, con un'appendice de' professori di
musica, Modena 1786. Del medesimo
ivi nel 1824 Ju pubblicato: Dizio-
nario topografìco-storico degli sta-
ti Estensi. Ecco i nomi de' dieciot-
to cardinali modenesi, le cui noti-
zie si possono vedere agli articoli
delle rispettive biografie, qui po-
nendo ad ognuno la data in cui
furono creati cardinali. 1061 Paolo
Boschetti. 1088 Pandolfo Rangone.
iSyS Tommaso Frignano. i5oo
Giambattista Ferreri. i5ìj Ercole
Rangoni. i536 Jacopo Sadoleto .
1542 Tommaso Badia. iS/^i Gre-
gorio Cortese. i55i Pietro Berta -
no. i55i Sebastiano Pighini. iSgS
Alessandro d' Este. 1641 Rinaldo
d'Este. 1686 altro Rinaldo d'Este.
1743 Fortunato Tamburini. 1753
Giuseppe Livizzani. 1785 Carlo
Livizzani. 1787 Filippo Carandini.
1823 Antonio Frosini.
Ogni lunedì si tiene in Mo-
dena un fioritissimo mercato di
bestiame grosso e minuto, ec, ; si
fa anche particolare commercio di
ottimi vini , eccellenti acquavite ,
superbo aceto distillato , e tra i
salati di maiali sono famosi i zani-
poni di Modena j si fanno va-
ri tessuti, cappelli di paglia, ed
altro. Dagli statuti modenesi del-
l'anno i3o6 si rileva, che facevasi
una gran fiera con copioso concor-
so de' paesani confinanti, tre giorni
prima e tre dopo la festa di s.
Geminiano. Nel declinar del 1846,
nella città si attivò l'illuminazione
notturna a gas. Ottime sono le sue
acque bevibili , e celebrate e da
molti scrittori ricordate le fontane
modenesi. Il naturalista può tro-
vare buon pascolo, osservando at-
tentamente 1 agro, i monti e le
acque medicate del circonvicino
paese . Modena viene intersecala
MOD
dalla strada Emilia, e da quella di
comunicazione colla Toscana. Que-
sta ultima eraulatrice delle opere
romane, e dal celebre Alfieri deno-
minata veramente poetica, fu aper-
ta da Francesco III, e percorre si-
no al confine toscano per circa 60
miglia, passando per le grosse ter-
re di Formigine, Pavullo, Fiumal-
bo, Pievelago. Nel grazioso villaggio
di Buonporto, situato nel punto o-
ve il canale naviglio modenese, che
prendendo corso in Modena presso
i fondamenti dell' antico castello,
sbocca nel Panaro, riuscendo van-
taggioso al commercio della capita-
le, per la comunicazione che pel
Po gli deriva dall' Adriatico, vi si
rimarca l'artifizioso sostegno innal-
zatovi a tutela della navigazione.
La città antichissima di Modena
si trova primieramente ricordata
dagli antichi scrittori nell' anno di
Roma 536, essendo consoli P. Cor-
nelio Scipione e T. Sempronio Lon-
go, ed era fin d'allora una città
forte e cinta di mura. 11 Modene-
se viene dai geografi chiamato,
tratto dell' Etruria transpennina,
quindi della Gallia Togata, priuia
che soggiacesse alla romana domina-
zione. Modena è probabile sia stata
fondata dagli etruschi 184 anni a-
vanli la nascita di Gesù Cristo; an-
zi Tito Livio dice espressamente
che i campi intorno a Modena, pri-
ma che fosse dedotta colonia roma-
na (il che accadde nel 5j i di Ro-
ma), erano dei galli boi, e da prin-
cipio furono degli etruschi. Nel
567 di detta era M. Emilio Lepi-
dio condusse da Piacenza fino ad
Arimino o Rimino la via che da
lui venne detta Emilia. Fu dopo
la sconfitta data da Manlio ai gal-
li boi, che venuta Modena in pote-
te de'rooiani, fu dichiarata colonia
MOD
illustre. Cinque anni dopo eli' era
idiv(,iiula colonia romana, la città
fu occupata dai liguri, ma ben to-
sto loro ritolta dal proconsole Ti-
Jiei'io Claudio. Indi si rese famosa
principalmente per l'assedio che vi
sostenne Bruto dopo 1' uccisione di
Giulio Cesare, contro il triumviro
Marc' Antonio. A questi tempi la
colonia modenese fu appellata Urbs
felicissima, da Cicerone chiamata
alla presenza del senato e popolo
romano firmissima et spUndicìissi-
ma .... Jìilissima et fortissima ...
et florentissima, e per la sua ric-
chezza da Pomponio Mela assomi-
gliata a Patavio et Bononiae. Dopo
la liberazione dell'assedio di Mode-
na vollaronsi le cose, e Bruto tra-
dito dal senato e dai suoi, fu pre-
so ed ucciso, e Marc'Antonio, con-
giuntosi a Lepido e pacificato con
Ottaviano Augusto, tornò nelle con-
trade modenesi quando si tenne il
celebre congresso del triumvirato in
un' isola del Beno, presso Bologna,
ed a lui toccò tutta la Gallia di
qua e di là dalle Alpi, tranne la
IVarbonese, e perciò Modena istessa
rimase sotto il suo impero. Inimi-
catisi Marc' Antonio e Ottavianp,
questi riportò vittoria sopra di lui
a Modena, divenendo poscia assolu-
to signore dell' impero romano. Co-
sì colla guerra modenese dell'anno
di Roma 711 ebbe fine la repub-
blica romana e principio l'impero,
che presto successe al triumvirato.
Divenne Modena celebre per la
fabbrica di vasi di terra cotta, e
simili manifatture, per cui Plinio
ne vantò la vaghezza. Neil' anno
3i2 di nostra era fu la città op-
pugnata da Costantino Magno; il
danno però recatole non fu grande,
e per fede di Nazario si narra, che
3 questo ed altri luoghi, per ca-
MOD 293
gione de'vantaggi incredibili che ne
seguirono, piacque altamente 1' ol-
traggio di essere assediati. Dopo la
metà del IV secolo serbava Mode-
na poco della antica sua grandezza,
e nell' invasione del tiranno Mas-
simo nell'anno 887 ne seguì l'e-
strema rovina , quale la descrive
s. Ambrogio nell' epist. 89 a Fau-
stino, che la chiamò con Reggio,
Brescello, Bologna ed altri luoghi,
seminitarum urbium cadavcra. In-
di peggiorò la condizione di Mode-
na per r irruzione de' barbari che
successivamente occuparono l'Italia,
e parlando di s. Geminiauo diremo
quanto riguarda gli unni di Attila
che calò in Italia nel 4^^. I goti
di Alarico inferociti per la rotta di
Pollenza, nel recarsi a Roma de-
vastarono il Modenese, specialmen-
te Modena e Reggio. Verso il Sgo
r imperatore Maurizio la tolse ai
longobardi collegato coi franchi ,
entrandovi i greci combattendo. Tut-
tavolta Modena non potè risorgere a
cagione delle lunghe guerre tra i
longobardi ed i greci padroni del-
l' Esarcato. Era questa città da
quella parte il confine del regno
longobardico, e però sottoposto alle
continue incursioni e molestie dei
nemici. Allora i fiumi e torrenti
senia freno alcuno scorrevano per
le campagne, con giungere ad al-
zare il terreno sopra l'antico suolo
di Modena parecchie braccia. Nel-
l'entrante del secolo VII Agilulfo
l'e de' longobardi ricuperò Modena,
e il confine de' suoi stati tornò ad
essere fra Modena e Bologna, nou
comprendendosi Modena nell'Esar-
cato come taluni scrissero.
Luitprando re de' longobardi fon-
dò all'occidente e quattro miglia
lunge da Modena, sulla via Emilia,
Città Nuova, appellata uelle vecchie
294 MOD
carte Claudia, per cui, o per la de-
solazione in cui trovavasi Modena,
la maggior parie del popolo passò
ad abitare in essa Città Nuova : a
tempo del Muratori ne durava il
nome e la chiesa parrocchiale, il
resto essendo sotterra. Questa ai
tempi di Carlo Magno, benché fos-
se in fiore, non era esente da pa-
ludi, come si ha da vari monu-
menti; ma a poco a poco l'indu-
stria degli uomini aumentò gli edi-
fizi della città, come rendè abita-
bili e coltivabili quelle campagne.
In Città Nuova vi risiedeva il ga-
staldo regio, uffizio eguale a quello
de' conti o governatori, ed era mu-
rata con castello o fortezza nelle
sue vicinanze, venendo anco detto
Città Geminiana e Flexiana. L'area
attuale dunque di Modena non è
già quella dell'antica città, che in
più alto sorgeva nella via Emilia,
che essendo perita in tante incur-
sioni e calamitose vicende, come
narrano altri, sul finir del seco-
lo Vili mossi i principali possi-
denti delle terre modenesi , adu-
natisi nella chiesa di s. Gemi-
niauo sulla via Claudia, per le in-
sinuazioni di A niellano de' Magno-
ni divisarono di far jisorgere sul
basso piano la patria, ne disegna-
rono il recinto, e 1' impresa si' di-
visero ; onde in bieve si vide cin-
ta di mura e di convenienti edili-
zi, in modo che i popoli circostan-
ti concorsero ad acciescere il nu-
mero degli abitanti. Questo stalo
di Modena deve riferirsi a tempo
posteriore, poiché dallo scrittore (Id-
ia vita di s. Geminiano si lia che
nel secolo X il suo aspetto era tut-
tavia lagrimevole : sembra però in-
dubitalo, che il vescovo Lcodoindo
verso V Sj i intraprese a cinger
Modena di nuove mura. TS'cU' ^5j
MOD
mori agli 8 luglio nel castello di
s. Cesario presso Modena il l*iipa
Adriano 111, e fu sepolto nel mo-
nastero di Nonantola. Modena ebbe
poscia i suoi conti, quali nel seco-
lo IX reggevano le città, le provin-
cie e le castella con autorità non
già ereditaria ma personale, per de-
cidere le questioni e condurre le
milizie. Essi ebbero molle questio-
ni coi vescovi ch'esercitavano il do-
minio temporale, e su .Modena, co-
me il vescovo Guido. Nell'invasio-
ne degli ungari nel secolo X, sof-
fri molto la città per le loro rapi-
ne. Nel io38 il vescovo Varino
Ingonio ne divenne conte per l'au-
torità dell' imperatore Corrado II.
Il vescovo Eriberto verso il io56
con permesso di Enrico III inco-
minciò la riedificazione di Modena.
Nel 1078 la gran contessa Matilde
[Vedi) donò alla santa Sede gran
parte del suo amplissimo patrimo-
nio di cui era signora, e s. Grego»
rio VII lo ricevè qual feudo della
Chiesa. Molte di queste terre erano
situate nel Modenese e nel Reggia-
no, olire tutta la Gaifagnana di cui
la contessa era sovrana come dei
mentovati territorii, quale erede dei
conti di Canossa signori di Reggio.
Per questo patrimonio nacquero poi
gravi deferenze, perchè gl'impera-
tori se ne vollero inq):idronire, e
talvolta l'ebbero anco in investitu-
ra dui Pa[»i, lo che si racconta a
Germania ed altri relativi articoli.
11 Modenese soggiacque alle deva-
stazioni di Eiu'ico IV, perchè Ma-
tilde difendeva s. Gregorio VII, uui
ne assediò in vano le fortezze, la
Canossa del Reggiano il Papa ri-
cevette a'suoi piedi 1' inqieratore
per interposizione di Matilde, a"!
modo detto a s. Gregoiuo VII ;
ed ivi pur si lece meu/^iunc de^li
MOD
altri luoghi del Modenese in cui si
recò spesso s. Gregorio VII, massi-
me a Carpineto castello del Pieggia-
no. A Sorbara nel Modenese nel
1084 le truppe della confessa ri-
portarono una significanle vittoria
sugl'imperiali. Nel 1102 a Pasqua-
le II la contessa rinnovò la dona-
zione del suo pnlrimoiiio. Quindi
Pasquale II da Benevento nel i 106
passò a Modena, dopo cli'erasi fatta la
traslazione del corpo di s. Geminia-
no dall'antica alia nuova basilica,
ed agli 8 ottobre vi consagrò l'al-
tare principale dedicato a tal santo
vescovo, concedendo indulgenza, pre-
sente moltissimo popolo, e princi-
palmente la contessa Matilde con
tutta la sua corte. Dopo il iii5,
in cui mori la gran contessa signo-
ra di Modena, di Reggio e della
Gajfagnana, non trovasi più men-
zione di verun conte di Modena, e fu
questo il tempo in cui le città italia-
ne cominciarono a rendersi indipen-
denti dall'impero, e ad emanciparsi
dai legati imperiali che per lungo
tempo vi aveano esercitato autorità,
come nel Modenese che adottò li-
bero reggimento. Secondo il Cecco-
ni, Rito di consacrar le chiese, Lu-
cio III a'22 luglio 1184 consagrò
la cattedrale di Modena, essendo
compilo r edilìzio della basilica ; in
essa si adunarono il vescovo Ardi-
zone, i consoli, i rettori, i cittadini
di Modena, confederati per la co-
mune libertà, e fatta l' ostensione
del corpo santo del pationo, a lui
solennemente dedicarono il tempio,
concedendo indulgenza il Papa, che
indi passò a Verona. Per rivalità
municipali, fomentate da potenti fa-
miglie, scoppiarono guerre tra i
modenesi e bolognesi, che poi a
sicurezza del loro commercio si pa-
cillcarorio nel 1166 e nel 1177,
MOD 395
promettendosi reciproci aiuti. Era
preceduta la discordia sino dal 1 13[
per occasione de' nonantolani pro-
tetti dai bolognesi . Anticamente
passò quasi sempre una strettissima
alleanza tra i modenesi e parme-
giani, e questa rinnovata piìi volte;
imperocché intervenendo sovente li-
ti e guerre fra Modena e Reggio ,
i modenesi contenevano i reggiani
in dovere col braccio de'parmegia-
i)i. All'incontro fu per lo più lega
e società fia i bolognesi e reggia-
ni, per tener a freno gì' interposti
(uodenesi.
Facendo parte Modena della lega
lombarda, dopo un' ostinata guerra
di quìndici anni contro l'impera-
tore Federico I, le città italiane si
videro stabilite in libertà e in repub-
bliche nella famosa pace di Costanza
nel I I 83, alla quale i modenesi man-
darono ambasciatori : pure nell'atto
della lega rinnovalo tra i parmegia-
ni e modenesi nel i 188, si dice sal-
va la fedeltà all'imperatore e ad En-
rico VI suo figlio, non che alla
società lombarda, e vi concorsero
anche i reggiani, per timore de* no-
minati principi. Nel 1201 il popo-
lo di Modena si confederò con quel-
lo di Mantova, poscia assediò il
castello di Piubbiera ; ma in favore
de' reggiani s' interposero per la pa-
ce gli ambasciatori de' parmegiani
e cremonesi nel 1202, essendo po-
destà di Modena Manfredi de Pizo
o Pichi o l*ico. I bolognesi arman-
dosi sovente per accrescere il loro
distretto colle spoglie de' vicini ,
mentre nel i2o3 le milizie mode-
nesi aiutavano i cremonesi, i bo-
lognesi ne invasero il territorio col
carroccio, infestarono Bazzano, e in-
cendiarono il castello di s. Cesario,
spettanti a Modena. Innocenzo IH
nel 1 2 1 3 fece intimare ai padova-
296 MOD MOD
ni di non molestare Aldobrandino che vi spedi il suo figlio Enzo re
marchese d' Esle, da lui investito di Sardegna, il quale rimase pri-
della Marca d' Ancona ; in tal con- gioniero de' bolognesi a Fossalto
giuntura anche la città di Modena nel 1247} e mor\ in carcere,
spedì il suo podestà con forte stuo- Pare che non prima del 124'^ ^^ ''^'
io d'armati in aiuto della casa di pubblica di Modena battesse moneta,
Este. Avendo Innocenzo III ricu- leggendosi negli antichi annali di
perato molte terre della contessa essa a detto anno, primo coeplurn
Matilde, ne investì Salinguerra di Jiiit cadere numnios iti civitate Ma-
Ferrara, fra le quali ve n' erano linae. Però il Muratori pubblicò
nelle diocesi di Modena e Pieggio. il diploma di Federico II, spedito
Il successore Onorio III nel 12 17 nel 1226 in Borgo s. Donnino,
volle smembrare i castelli di Carpi dove alla città si vedono confer-
e Monte Baranzone, che concesse mali tutti i privilegi , e fra le
a' modenesi, lo che confermò con altre grazie si dice: Ex abundati-
annuo censo Gregorio IX. Nel 12 18 tiori quoque grada celsitadinis nO'
erasi rinnovata tra Modena e Man- slrae coiicedimus praedictae Civita-
tova la lega, e nel i225 altra ne tis communi , ut licilum sit eis
fecero i modenesi con Pistoia, per inonetam sub charactere nominis
la sicurezza delle strade e de' mer- nostri prò voluntaLe et commodo
canti delle due città. Bollivano nel suo cudere facere, et habtre^ ma'
1219 delle differenze fra i comuni gnam, vel parmm, quae ubique
di. Modena e Ferrara, perchè i fer- terraruni imperii nostri expendatur
raresi tenevano serrate le strade , et currat, et ei deheant nomeii pra
né permettevano il passo agli nomi- sua imponere voluntate, etc. Di
ni e merci de' modenesi pel loro questo Federico II, piuttosto che
distretto. Fecero ricorso i modene- del I, si trova poscia ripetuto il
si a Federico II, il quale ordinò ai nome nelle antiche monete di Me-
ferraresi ed a Salinguerra che li dena. 11 Mutina ne riporta questi
dominava, di non impedire i passi esempli di monete da lui vedute:
sotto pena di duemila marche di di argento nel museo Chiappin,!
argento; seguita però la concordia, che ha nel contorno Fe^/cr/cus e nel
Federico lì la confermò nel 1226 rovescio de Mutina. Altra del mu-
con diploma in Borgo s. Donnino, seo Bertacchini, con Fredericus e
Verso questo tempo negli Aigoni nel contorno Imperator, nel rove-
e nei Grasolfi ebbe pur Modena le scio moneta de Mutina. La terz^i
funeste fazioni de' Guelfi e Ghi- ha nel diritto /Izo Marchio, e nel-
bellini {Fedi). Al Papa Gregorio IX la sommità l'aquila, arma della .se-
nei 1236 si presentarono in Vi- renissima casa d' Este: il rovescio
terbo i modenesi amba.sciatori, fa- è simile al precedente. Questo è
cendo istanza perchè denunziasse Azzo Vili o X marchese d' Este,
scomunicati i bolognesi ipso j.ure, che nel 1293 succedette ad Obiz-
perchè erano venuti all'armi a zo li suo padre nel dominio di
danno del popolo contro la tregua Ferrara, Modena, Reggio, Rovigo.,
fatta, non sapendo trovar miglior Comacchio, ec. La quarta ha l'ef-
ripiego. Nelle guerre con Bologna figie di s. Geminiano, colle Ietterò
fu aitatala Modena da Fcdevico II, s. G^minia Mutinae Epis. Nel ro-
MOD
vescio uno scudo colla croce^ arme
della città, e nel contorno Respub-
blica Miitinae . La quinta d'ar-
gento coir effigie e nome di esso
santo, ha nel rovescio la croce col-
r epigrafe Comunilalis Aiutine.
Nel 1233 dal domenicano p.
Bartolomeo da Vicenza fu fondato
r ordine de' frati cavalieri della
Beata Vergine Maria Gloriosa, det-
ti Gaudenti [P^edi), per prendere le
armi contro i perturbatori della
pubblica quiete guelfi e ghibellini,
e ne furono primi cavalieri e con-
fondatori bolognesi, reggiani, man-
tovani e modenesi: l'ordine ebbe
commende anche in Modena. Frat-
tanto nel calore de' parliti degli Ai-
goni e dei Grasoin, IModena e sua
repubblica, divisa tra i nobili e la
plebe, fu dominata dai propri cit-
tadini, fra'quali meritarono distin-
ta fama più individui delle fami-
glie Boschetti , Guidoni, Rangoni ,
Savignonij Grassoni. 11 perchè i
modenesi vedendosi sacrificali agli
adii civili, alle passioni ed ambi-
zione de' prepotenti, fecero partito
i più saggi di sottomettersi all' au-
torità moderata di un solo, sce-
gliendo un principe che ricondu-
cesse la pace, sedasse le intestine
discordie, e comandasse a lutti. O-
bizzo -Il marchese d' Este, signore
di Ferrara e di quegli altri luoghi
nominati a quell'articolo, fu eletto
dai modenesi per loro signore, di
cui grande suonava la fama di guer-
riero e potente, ed aveva nel 1282
colle sue armi e con quelle dei
parmigiani e cremonesi difeso la
città quando i bolognesi volevano
occuparla col carroccio . Pertanto
a'i5 dicembre 1288 il vescovo di
Modena fr. Filippo Boschetti, Lan-
franco Rangone, Guido Guidoni e
tari deputati del comune, si por-
MOD 297
tarono a Ferrara, presentarono le
chiavi a Obizzo II, e si sottomise-
ro alla sua perpetua signoria. Il
marchese spedi a Modena il conte
Anello o Cicinello suo cognato per
vicario a prenderne possesso, e poi
vi si recò con copioso corteggio ai
23 gennaio 1289, venendo procla-
mato colla maggior solennità in un
a' suoi discendenti perpetuo signo-
re; e maritando ad Alda Rangoni
il secondogenito Aldobrandino, da
questo matrimonio fu poi propaga-
ta la discendenza degli Estensi. O-
bizzo li restituì ai modenesi la pa-
ce, con richiamar anco i fuorusciti.
Dell'eccelsa famiglia d'Esle, sua an-
tica origine, stemma, nobiltà, ma-
gnanime gi'sta, splendidezza, cele-
brità e potenza , ne parlammo a
diversi articoli massime a Ferrara,
avendo parziali articoli lutti i car-
dinali di questa famiglia. Ivi pure
finché la signoreggiò ne descrivem-
mo in compendio la successiva stot
ria e vicende, non che le paci, le
alleanze, le guerre, gli avvenimenti
ordinariamente comuni al Mode-
nese, al Reggiano ed altri domi-
nii Estensi, laonde qui appresso ac-
ceimeremo le cose di maggior im-
portanza, potendosi il resto vedere
a tale aiticelo, siccome collegalo
colla storia di Modena, Reggio
Carpi, Garfagnana e Lunigiana.
A'i5 gennaio 1290 anche Reggio
proclamò suo sovrano perpetuo O-
bizzo II, che colla sua ftimiglia se-
guiva il partito guelfo, come fe-
cero i discendenti, sebbene alcuni
divennero ghibellini con loro danno.
Mori Obizzo II nel 1293, e gli
successe Azzo Vili o X, ricono-
sciuto per signore da Ferrara, Mo-
dena e Reggio ; lultavolta al suo
fratello Aldobrandino 11 riuscì di
dominare in Modena ed altri luo-
,
298 MOD
ghi sino al i3a6. Nel i3o6 perle
mene tie'bolognesi, de' Coneggcschi
e di altri potenti, Modena si ribellò
ad Azzo X, ingelositi per aver egli
sposato la figlia di Carlo II re di
Napoli ; allrettanto fece Reggio.
Nel i3o8 divenne erede di Azzo
X il nipote Folco, sotto la tutela
del genitore Fresco naturale del
defunlo. Con l'aiuto del Papa riu-
scì a Francesco, altro fratello di
Azzo X, di far espellere Fresco da
Ferrara, subentrando egli a domi-
narla sotto i ministri di Clemente
Y, il quale nel i3i2 scomunicò i
modenesi con l' interdetto alla città
per aver uccìso il nipote e ruba-
to il tesoro della cliiesa, al modo
nariato nel voi, XXIX, p, i3 del
Dizionario. Dice 1' Uglielli, che nel
i3i2 Enrico VII imperatore occupò
Modena, e ne dicbiurò vicaro impe-
riale Francesco conte della Miran-
dola, altri dicono che fu podestà
di Modena. Nel i3i3 a Francesco
d' Este successero i figli Azzo XI
e Bertoldo ; ma perderono Mode-
na, poiché nell'anno i3i9 l'occupò
Manfredi Pio primo signore di Car-
pi, e ne fu dichiarato vicario im-
periale: per un tempo la dominò
pure Passerino Bonacossi signore
di Mantova. Lodovico il Bavaro
nel i323 fece lega cogli Estensi,
e nel i324 concesse ad essi l'investi-
tura de' loro stati. Nel i325 i mo-
denesi assistili dalle soldatesche di
Passeiino, di Azzo Visconti, e dei
marchesi d'Este, diedero una gran
rotta al numeroso esercito de' bo-
lognesi a Zappolino, e passarono
culi' armala vittoriosa sino alle
porle di Bologna: nel tSi'j i mo-
denesi cacciarono da Modena i mi-
nistri di Passerino, chiamando a
loro difesa il legato pontificio, e
l>05cia le arcui di Lodovico il Ba»
MOD
varo. Avendo questi dichiarato vi*
cario dell' impero in Italia Giovan-
ni re di Boemia, figlio dell' impe-
ratore Enrico VII, questo principe
s'impadronì di Modena nel i33i.
Nell'anno precedente, a cagione del-
la vacanza dell' impero, Giovanni
XXI 1 concesse agli Estensi il vica-
riato di Fumale, benché dipendente
da Modena feudo imperiale, aven-
do assolto gli Estensi dille censure
incorse prima di ritirarsi dal segui-
re il Bavaro. Sotto Nicolò I e O-
bizzolll nel i336 gli fu restituita
Modena a' 1 7 aprile, quando cioè
i guelfi e ghibellitii dimenticate le
antiche inimicizie si opposero al
re Giovanni di Boemia, come frut-
to della stretta alleanza degli Esten-
si coi fiorentini e loinl)ardi : cedet-
te loro la città Manfredo Pio che
n' era vicario pel re, e suo fratel-
lo Guido.
Benedetto XII nella vacanza del-
l'impero coslituì vicario di Mo-
dena e Ferrara Obizzo 111, con in-
vestitura e tributo di diecimila
fiorini, laonde vuoisi che gli Esten-
si, come i più antichi vicari della
Chiesa, posero nel loro stemma le
chiavi col triregno pontificio ; al-
tri dicono che tali insegne furono
inquartate pel gonfalonitrato di s.
Chiesa dato al duca Borso da Pao-
lo II, il cui successore Sisto IV
die facoltà d' inserire nell' arme
le chiavi apostoliche, sopra delle
quali fu poi aggiunto il triregno.
Nell'investitura che di Ferrara die
Clemente VI a Nicolò I e Obizzo
111, volle la mallevadoria de' comu-
ni di Modena, Comacchio e Adria.
Morto Nicolò I nel i344 gli suc-
cesse il fratello Obizzo IH, il qua-
le comprò Parma dai Correggi,
dominando ancora Rinaldo HI al-
Ifo fialello. Per le premure di O-
MOD
l)izzo HI il cardinal Guido de
Coulogne legato di Clemente VI, nel
nel i35o assolvette Modena dal-
l' interdetto, fulminato da Clemen-
te V per r uccisione del parente
con avergli tolto duecentomila fio-
rini d'oro; delitto di pochi e non
del comune, onde furono restituiti
gli ufiizi divini alla città con in-
credibile consolazione del popolo e
applauso al marcliese. Nel iS'Ta
terminò di vivere Obiz/.o III, il cui
primogenito Aldobrandino 111 fu
proclamato signore di I^'errara, e
riconosciuto per tale dai modenesi,
difendendo energicamente nel s 354
la città dagli eserciti dell'arcive-
scovo Visconti signore di Milano
che voleva soggiogarla. Poscia il
marchese nel i355 da Carlo IV
re de' romani e figlio di Giovarmi
re di Boemia ebbe la rinnovazione
de' privilegi imperiali e delle inve-
stiture, compiesa quella di Mode-
na feudo dell' impero con titolo di
vicariato. In detto anno mori Ri-
naldo ili, e nel i36i Aldobrandi-
no ili, cui successe il figlio Ni-
colò 11. Prima sua cura fu d' im-
petrare da Carlo IV imperatore
le investiture di Rovigo e di Mo-
dena per sé e pei suoi fratelli Ugo
ed Alberto, non che pel nipote O-
bizzo. Temendo Nicolò li che i mi-
lanesi invadessero lo stato di Mo-
dena, si collegò col Papa Urbano
V, ed altri principi, ospitando nja-
gnificamenle in Modena i cardinali
che accompagnarono a Roma Ur-
bano V proveniente da Avignone.
I Visconti daimeggiarono il Mode-
nese, e nella battaglia di R^eggio,
de' 2 giugno iSya, i collegati furo-
no dispersi. Nicolò 11 dopo aver
ampliato i dominii Estensi con altri
luoghi, mori nel i3B8, succedendogli
il iialello Alberto, il quale fu ri-
MOD 299
colmalo di onori dal Pontefice Bo-
nifacio IX. Alla sua morte nel
iSgS nominò erede Nicolò III il-
legittimo figlio, ma il Papa avea
sanalo tal difetto. Azzo, altro E-
stense, procurò di contrastargli la
signoria, e nel i4o5 stette per ce-
der Modena al cardinal Cossa le-
gato.
Nel 1409 Nicolò III conqui-
stò Parma e Reggio ; questo ri-
tenne, e cede Parma nel 1420 al
duca di Milano, perchè avea fatto
assassinare a' 27 maggio in Rul>-
bicra il suo generale Ottobuono
Terzi che vi dominava. Tolse pu-
re Borgo s. Donnino a Pallavicino,
ma nel 1 420 transigette col duca
di Milano al modo detto. L'impe-
ratore Sigismondo nel i433 in Fer-
rara rinnovò a Nicolò 111 le inve-
stiture imperiali, come del Mode-
nese, Reggiano, e di gran parte di
terre e castelli di Garfagnana, Eu-
genio IV nel 1439 trasportandola
celebrazione del concilio generale
da Ferrara a Firenze, preceduto dal-
la ss. Eucarista, che si portava in
una scatola, nel gennaio vi si recò
sotto la scorta di Nicolò III: a' 17
pranzò a Modena, e per P^inale, va-
ga città munita di fortificazioni sul
Panaro, e per le montagne del Fri-
gnano giunse a Firenze. Il Frigna-
no regione montuosa e fertilissima
che si estende nel lato sud-est del
ducato con capoluogo omonimo ,
prese il nome dai liguri frignati cho
lo abitavano, e che Caio Flaminio
discacciò nel VI secolo di Roma
dulie opposte meridionali pianure,
e fra questi luoghi raccolse. Si a-
perse attraverso i monti la strada
di comunicazione fra la Lombardia
e la Toscana, avendo il Cimone
che sorpassa tutte le altre monta-
gne, come la più alla degli A-
8oo MOD
pennini; e dicesi che di qua si apris-
se Annibale il passaggio nell' Etru-
ria, dopo la battaglia di Trebbia,
Ne fu capitale Sestola con antichis-
sima rocca, essendo le terre più
considerabili, Panano bagnato dal
Leo influente dello Scoltenna, Fiu-
inalbo, Pieve, Pelago e Pavullo.
Ebbe un tempo quasi altrettanti si-
gnori quanti erano i castelli, e ne
furono i più potenti i Montecucco-
li, i MontegaruUi, i Gualandelli.
Alla fine del secolo XII ed al prin-
cipio del XIII alcuni di loro e pa-
recchie comunità di Frignano si
collegarono con Modena, essendosi
in progresso tale alleanza cangiata
in assoluto dominio. Allorché la
casa d' Este acquistò la signoria di
Modena, si estese anche sul Frigna-
, no; avendone però questa provin-
cia molte volte scosso il giogo, fi-
nalmente si sottomise per sempre
al marchese Nicolò III.
Mentre Nicolò III esercitava il
vicariato in Milano, pel duca Fi-
lippo Maria che lo amava, e l' a-
vrebbe (orse ereditato, peri di ve-
leno nel i44'> e gli SMccesse Leo-
nello, cui prestarono giuramento
quei di Modena e di Reggio a mez-
zo del fratello Boiso ch'ebbe in
successore nel i45o: il loro regno
segnò un' epoca avventurosa pei
modenesi, che parteciparono alla
prosperità commerciale ed alla let-
teraria coltura di questi ottimi prin-
cipi ne' loro stati con tanto ardo-
re diffusa. Borso profuse le sue be-
neficenze su Modena e Reggio, e
ricevette splendidamente ne' suoi
stati l'imperatore Federico III, il
quale riconosciuti Modena e Reg-
gio per ((ìudi dell'impero, nel i4'>2
eresse Modena in ducato e ne creò
primo duca Rorso, con titolo di
prìncipe del sacro romano impero,
MOD
duca di Reggio e conte di Rovigo.
Porso con amplissime facoltà fece
governatori di Modena Ercole, e
di Reggio Sigismondo suoi fratelli
legittimi ; ed Ercole si rese immor-
tale nel 1469 pei' aver scoperto la
congiura de' signori di Carpi con-
tro Borso, Questi nel i^'ji recan-
dosi in Roma, fu da Paolo II di-
chiarato duca di Ferrara da vica-
rio che ne era. Poco dopo mori,
ed Ercole I gli successe, che poi si
collegò contro Sisto IV per la mas-
sima dell'equilibrio di dominazio-
ne già in uso; i suoi stati però
soffrirono tutti gli orrori della guer-
ra, principalmente per parte dei
veneti collegati del Papa, e quelli
che meno ne soffrirono furono i
dominii modenesi, salvandosi i figli
del duca in Modena. Alla discesa
di Carlo Vili re di Francia in Ita-
lia, Ercole I seppe mantenersi neu-
trale, e continuò la sua amicizia
cqI successore Luigi XII, indi dopo
il 1499 divenne signore della me-
tà di Carpi. Mori nel i5o5 Er-
cole I, e ne ereditò gli stati Alfon-
so I primogenito e marito della
celebre Lucrezia Borgia. Si unì coi
francesi e Giulio II alla lega di
Cambrai contro la repubblica di
Venezia ; pacificata questa col Papa,
Alfonso 1 restò collegato co' france-
si, molestando i veneti a fronte del
divieto di Giulio II. Quindi colle
censure ecclesiastiche e colle mili-
zie pontificie fu punito : il duca di
Urbino nipote del Papa col suo
legato occuparono Modena nel 1 5 1 o,
mentre i francesi s' inoltrarono nel
Modenese, e l'imperator Massimi-
liano I ricevette in deposito Modena
per le ragioni dell' impero. Lo sles-
so Papa alla testa delle sue mili-
zie si recò negli stati di Alfonso I,
prese Rubbiera borgo del Reggiano
MOD
Talidamente fortificato, ora prigio-
ne di stato, e siccome nel secolo
XIV era della santa Sede, Giulio
II lo ritolse agli Estensi, i quali
poi lo ricuperarono dopo la morte
di Adriano VI. Abbiamo dall^ an-
nalista Rinaldi che s. Gerainiano
liberò Modena dallo sterminio che
volevano farne i francesi. AH' odio
che Alberto Pio signore di Carpi
nutriva contro gli Estensi, si attri-
buisce lo sdegno contro di essi di
Giulio II; però in seguito Carpi
fu tolto alla famiglia Pio. Inoltre
Giulio II con formidabile assedio
espugnò la Mirandola nel i5) r ,
e la restituì a Gio. Francesco III
Pico signore della medesima, cac-
ciandone i francesi, che non tarda-
rono a ricuperarla in un a Carpi.
Indi Giulio li celebrò il concilio ge-
nerale Lateranense V, in cui furono
lasciate al Papa le città di Mode-
na e Reggio, senza pregiudizio dei
diritti dell' impero. Frattanto i fran-
cesi colle artiglierie d' Alfonso I as-
sediarono Ravenna; nella battaglia
il duca si diportò valorosamente^
ed il cardinal legato delle milizie
papali de Medici, poi Leone X,
prodigiosamente scampò la vita col-
la fuga in Modena, ospitato ma-
gnificamente in casa Rangone.
Esaltato nel i5i3 al pontifica-
to Leone X con giubilo del duca,
a questi promise restituire Reg-
gio ch'era nelle forze della Cbiesa,
previa la di lui rinunzia alle sa-
line di Comacchio; ma Alfonso I
vide con dolore venduta Modena
per trenta o quarantamila ducali
d'oro, da Massimiliano I al Papa,
mentre lo stesso imperatore gliene
avea confermata l'investitura. Leone
X promise anco a Francesco I re
di Francia restituire Modena e
Reggio, ma non l'efieltuò, anzi no-
MOD 3ot
minò vice-legato contro i francesi
che volevano occupare lo stato di
Modena Antonio Pucci. Adriano
VI assolvette gli Estensi dagl'in-
terdetti ; e Alfonso I pei-meltendo
a Carlo V il passaggio delle sue
truppe ne' propri dominii , ebbe la
assicurazione di riavere Modena e
Reggio, collo sborso di centocin-
quantamila scudi d' oro. Dopo la
morte di Adriano VI il duca nel
i52 3 ricuperò Reggio, ma gliene
fu domandata la restituzione dal-
l'eletto Clemente VII. Nella lega
del Papa contro l' imperatore, nel
lOsS ambedue procurarono gua-
dagnare Alfonso 1, e Clemente VII
gli offri il comando di sue miiÌ7ie
e la restituzione di Modena ; il du-
ca vi aderì, poi passò a Carlo V
che gli rinnovò le investiture in un
a quella di Carpi, altro feudo dell'im-
pero, colla fortezza di Novi, borgo del
ducato di Modena e capoluogo di
cantone, ricevendo da Alfonso I
sessanlamila scudi. D'allora in poi
Carpi restò sempre nella casa di
Este, che già ne possedeva la me-
tà : in questo tempo era generale
delle milìzie pontificie il conte Gui-
do Rangone modenese, e tenne die-
tro all'esercito di Borbone quando
si condusse alla capitale del cri-
stianesimo. Pel memorabile saccheg-
gio di Roma, operato dagl'impe-
riali di detto esercito nel iSay,
il duca profittò della trista condi-
zione di Clemente VII e s'irapadio-
nì di Modena e di Finale a'5 giu-
gno. Per guadagnare il duca alla
lega contro Carlo V, gli si promi-
se la rinunzia del Papa ad ogni
pretesa su Modena, Reggio, e sul
Castello di Novi o Castel Nuovo ,
oltre altri vantaggi ; ma Clemente
VII fuggito da Roma non volle
ciò ratificare, e si pacificò in vece
3oi MOD
con Carlo V : nel tratlalo che per-
ciò ebbe luogo in Barcellona, l'im-
peratore si obbligò eli rimettere il
Papa in possesso di Modena, Reg-
gio e Rnbbiera , salve le ragio-
ni dell'impero, e di aiutarlo per
levar Ferrara all'Estense. Portan-
dosi nel ìSiCf Carlo V in Bologna
per abboccaisi con Clemente VII, il
duca splendidamente lo fece trattare
in Reggio ed in Modena, ed ottenne
la sua mediazione col Papa. Si
convenne pertanto in un compro-
messo del giudizio di Carlo V sul-
le vicendevoli pretese , e Modena
gli fu data in deposilo, e collo
sborso di centomila ducati d'oro
Alfonso r conseguì l'investitura di
Carpi. Fatto in Modena il pro-
cesso delle ragioni d'ambo le paiti,
Carlo V l'eljbe in Gand, altri di-
cono in Colonia, e si mostrò favo-
revole nella decisione al duca, me-
diante il dover invocar perdoni; e
pagare una somma, onde il Papa
non volle accetinria. Il duca munì
delle sue terribili artiglierie Car-
pi , Reggio e Modena, la quale
dall' imperatore gli fu consegnata
nel i53i. Sebbene passassero tra
il duca e il Papa dimostrazioni
amichevoli , il secondo comprese
nella bolla in Coena Domini Al-
fonso I quale iisurpalore di Mo-
dena e Reggio alla santa S&àe. Nel
dicembre Carlo V fu accolto in
Modena dal duca con ogni distin-
zione e splendore, nel secondo con-
gresso clie andava a tenere in Bolo-
gna con Clemente VII, che con-
cesse a di lui istanza il salvacon-
dotto per recorsi a Bologna; ivi
gli accordò per interposizione del-
l' in)peralore una tregua, riceven-
do egli in deposito Modena , e
"*i diede per governatore d. Pie-
tro Zappata di Cardenas, lascian-
MOD
done il governo che ne avea Pio
Enea di Carpi. Carlo V ritornamlo
a Modena ebbe altro sontuoso e
magnilico ricevimento da Alfonso
I. Frattanto prima che terminasse
la tregua il Pontefice morì, seguen-
dolo poco dopo nel sepolcro anco
il duca, cui nel trono successe il
primogenito Ercole li, il primo
novembre i534-
Portandosi in Roma Carlo V
da Paolo IH, trattò ancora degli
affari Estensi, senza alcuna conclu-
sione, solo ciò avendo luogo nel
i53q, previo compensi; laonde quan-
do nel 1543 il l'apa si portò a
Busseto, passò per Modena e per
Reggio trattato a spese del duca,
dal quale si recò a Ferrara son-
tuosamente ricevuto e festeggiato;
e nel ritorno da Busseto, Paolo
III fu pure servito regiamente iiegli
stati ducali. Nel i548 Ercole II
ampliò il circuito di Modena, la
quale avendo (jualtro borghi cor-
rispondenti alle sue porte principa-
li, popolati con chiese, monasteri e
palazzi , muniti di mura e fosse,
in caso d'assedio potevano grande-
mente nuocere alla città. Con in-
dulto pontifìcio pei luoghi sacri,
il duca demolì i boi^ghi, onde gli
abitanti passarono a Modena, e di-
verse famiglie a Bologna. In com-
penso ingrandì la città con nuovo
circondario, e molti edilìzi, chiese
e monasteri. Ercole 11 seguì sem-
pre le parti di Carlo V sino alla
famosa sua abdicazione; poi si die-
de ai francesi contro la Spagna,
ma fu presto obbligato ad una
pace umiliante il 22 aprile i558,
terminando i suoi giorni nel iSSp.
Alfonso II principe ereditario gli
successe . Sotto di lui insorsero
guerre coi lucchesi pei confini del-
la Garfagnana, che nel 1579 ^^^^
Gregorio XIII.
MOD
Vedendosi Alfonso
II senza prole, cominciò seiiamente
a pensare sulla scelta dei successo-
re, essendo ristrette le investiture
ponliiflcie pel ducato di Ferrara
ai soli suoi discendenti legiltinii e
naturali . Rimanevano due linee
Estensi, quella cioè di Sigismondo
di Nicolò III, che fu della dei
inarcliesi di s. Martino in Rio, e
quella di Alfonso nato da Alfonso
I, ch'ebbe pure Alfonsino altro fi-
glio, ambedue naturali di quel duca
e della bellissima Laura Euslochia.
Di questa seconda linea Alfonso
ebbe dal padre Montecchio castel-
lo del Reggiano, capoluogo di can-
tone, presso la riva destra della
Lenza; ed Alfonsino Castel Nuovo
fra Reggio e Brescello, detto Ca-
stel Novo di sotto, cantone di Bre-
scello sul canale del suo nome.
Questi due figli si dicono legitti-
mati al modo espresso a Ferrara,
e dal Muratori nelle jénticìutà
Estensi, lo che venendo impugnato
per ia successione del Ferrarese ,
ne fu conseguenza lunga e stre-
pitosa scritturazione prò e cantra.
Alfonso marchese di Montecchio
venne in fama per valore militare,
e nel 1.587 lasi'iò due figli d. Ce-
sare e d. Alessandro , nati dalla
consorte d. Giulia delia Rovere,
figlia del duca d' Urbino; Alfonso
]I designò per erede de'suoi sta-
ti il cugino d. Cesare, che sposan-
do Virginia de Medici sorella del
granduca di Toscana, n' ebbe sei
figli, e fecepremuie alla santa Sede
perchè l'altro cugino d. Alessandro
fosse creato cardinale. Per quanto Al-
fonso li facesse onde i Papi ricono-
scessero d. Cesare successore suo an-
che nel ducato di Ferrara, non potè
conseguirlo, contrariato dai potenti
protettori del marchese di s. Mar-
MOD 3o3
tino d. Filippo di Sigismondo di
Esie aspirante alla successione. In-
tanto d. Cesare sposò le sorelle al
principe di Venosa ed a Federico
Pico piincipe di Mirandola , ed
Alfonso lì lo ammise ai segreti di
gabinetto ; indi riportò da Ridol-
fo 11 il diploma imperiale degli
8 agosto 159'f, per 1' investiture
di Modena, Reggio, Carpi, Este
e Rovigo per persona da nomi-
narsi , collo sborso di trecentomi-
la scudi ; quindi nel testamento
che il duca fece a' 17 luglio i^gS
nominò successore ed eiede d. Ce-
sare d' Este suo cugino marchese
di Alonfecchio. Nel t^gj Alfonso
li pubblicò formalmente l'erede, e
morì a'27 ottobre. Cesare fu ricono-
sciuto duca di Ferrara dal popolo,
ed inviò il fratello d. Alessandro a
prendere in suo nome possesso
di Modena e Reggio, Il Papa
Clemente Vili, veilendo ricadu-
to alla santa Sede il ducato di
Ferrara, non volle riconoscere Ce-
sare per duca, e gl'intimo paitir-
ne; furono inutili le negoziazioni,
onde d. Cesare al modo descritto
a Ferrara, dopo l'accordo conchi li-
so col Papa Q'28 gennaio i5f)8,
partì co' suoi per Modena , ove
mandò l'archivio, la biblioteca,
il museo, la metà delle artiglierie,
ed i mobili di sua pertinenza. Re-
candosi Clemente Vili nell'istesso
anno a prendere possesso del duca-
to di Ferrara , in Rimini furono
ad ossequiarlo Cesare duca di Mo-
dena col fratello d. Alessandro, e
li tenne alla sua tavola ; dipoi a'3
marzo 'Sgq Clemente Vili creò
cardinale d. Alessandro, e poscia
governatoi-e di Tivoli, al quale ar-
ticolo parleremo della magnifica
Filla (VEste tuttora proprietà dei
duchi di Modena. Il cardinale A-
3o4 MOD MOD
lessandro divenne poi vescovo di di Savoia, Tavea perduta nel 162G.
Reggio, e per Ini furono introdotti Questo principe, di temperamento
i teatini in Modena. violento e collerico, faceva temere
Marco Pio signore di Sassuolo, ai sudditi un governo duro e ti-
per le sue fellonie contro la casa rannico ; ma tal indole fu cangiata
d'Esle, fu ucciso in Modena; in- alla morte della moglie che ama-
sorla lite per Sassuolo l'ebbe il du- va con passione, e dopo sei mesi
ca Cesare, con Formigine e So- di regno cede il ducato di Mode-
llerà, collo sborso di duecento quin- na e Reggio a'24 luglio 1629 a
dicimila scudi ; indi applicò l'ani- Francesco 1 suo primogenito, prov-
mo alle cose di Modena , Reggio vide d' appannaggio gli altri quat-»
e Carpi. Indire il duca Cesare ri- tro figli, e si ritirò in un convento
cevetle da Ridolfo li la rinnova- del Tirolo, col nome dì fra Gio.
zione delle investiture di Modena, Ballista da Modena. Ivi col suo
Reggio ed altri luoghi che vicono- amore per la contemplazione e per
sceva dall'impero, ma i lucchesi gli la penitenza fece stupire tultij mo-
dispntarono la Garfagnana, laonde rendo santamente nel i644' Quan-
dovette sostenere due guerre nel do giunse l'ultimo istante, si mo-
1602 e nel 161 3, che furono ter- strò tranquillo, pieno di gioia, u-
minate per arbitrio delia corte di millà e rassegnazione, ed infiam-
Spagna, ristabilendo gli antichi con- mato di un desiderio sì ardente di
fini. Urbano Vili nel 1628 ad i- riunirsi a Dio, e di avvampante
stanza del duca concesse a tutti i carità, che le stesse persone mon-
suoi dominii l'uffìzio di s. Contar- dane lo invidiarono, e riguardaro-
do Pellegrino d' Este, morto nel no per un nulla il sagrillzio da
1249 : le lezioni proprie di que- lui fatto. Il duca Francesco I ab-
sto uffizio conjposte dal can. Pietro braccio nel principio del suo re-
Maiia Campi piacentino, le avea gno gl'interessi della monarchia spa-
approvate nel 1609 la congrega- gnuola, e quantunque avesse spo-
zione de'riti, a relazione del cardi- sato nel i63i Maria Farnese so-
nai Bellarmino. Immensi vantaggi rella di Odoardo duca di Parma
derivarono a Modena colla stabile e Piacenza, fece nel i635 la guer-
residenza de' loro principi, che ne ra ad esso per compiacere il re di
accrebbero il lustro con ingrandir- Spagna. Questi per compenso cede
la, con edifizi e stabilimenti. Le al duca di Modena il principato
arti e le scienze fiorirono, la pò- di Correggio nel i636. JXel 1639
polazione si aumentò, e lo splen- trovandosi Francesco I armato per
dorè della magnifica corte Estense la guerra che ardeva tra il cogna-
cagionò ai modenesi infiniti beni to e Urbano Vili, gli venne de-
ed onori. Cesare mori agli 11 siderio di* conquistar Ferrara; ma
dicembre 1628, lodato per dol- il legato pontificio ne deluse le
cezza e clemenza , e per l'amore mire di un colpo di mano , e il
dalla pace che lo rese caro a^suoi duca alTacciò con scritture altre
sudditi, ma mancante di risolutez- pretensioni. Il Papa domandò il
xa e vigore negli alFari. Alfonso passaggio di sue milizie per occu-
III primogenito gli successe, che pare Parma e Piacenza, onde far-
aveoik) nel 1G08 sposato Isabella gli conoscere che non solo poleval
MOD
difendere FeiTara, ma anche aggre-
dire, ed ebbero luogo alcune inva-
sioni del territorio modenese, per-
chè il duca con denaro e truppe
spalleggiava il Farnese. Inoltre Ur-
bano Vili fortificò i confini e pre-
se altre provvidenze, sebbene nel
dicembre i64i creò cardinale Ri-
naldo d'Està il fratello, ad istanza
dell'imperatore; fu vescovo di Reg-
gio, e morendo nel 1672 fu sepol-
to nella chiesa de'cappuccini. Nel
1644 f*^ conchiusa la pace tra
Urbano Vili e il duca Odoardo
Farnese in Venezia, sottoscrivendo-
la pel duca di Modena il marche-
se Tassoni, laonde i forti eretti
dai papalini, dai veneti e dal du-
ca di Modena ne'confini, si dovet-
tero distruggere, tranne Forte Urba-
no dal Papa ristabilito, e posto
tra Bologna e Modena, di cui fa-
cemmo cenno a Milizia Pontificia.
In seguito Francesco I cessò di
tenere le parti della casa d'Austria
per farsi partigiano della Francia,
per cui quando il fratello cardinal
Rinaldo richiese a Ferdinando III
la protezione dell'impero presso la
santa Sede, n'ebbe ripulsa, ed ot-
tenne in vece quella di Francia,
come dicemmo nel voi. XXXVI,
p. i5 del Dizionario, ove ripor-
tammo la gravissima vertenza tra
il cardinale e 1' ambasciatore di
Spagna, troncata da Innocenzo X.
Malgrado alle avversità cui sog-
giacque Francesco I nel 1649 per
mostrarsi contrario alle due case
d'Austria, restò fedele ai francesi
sino al termine di sua vita, pas-
sando nel 1654 a terze nozze con
d. Lucrezia figlia di d. Taddeo
Barberini pronipote d'Urbano Vili,
cui Innocenzo X fece magnifici
doni, insieme alla iosa d'oro be-
nedetta. Il duca quindi fece spo-
VOL. XLV.
MOD 3o5
sare nel i655 a suo figlio Alfon-
so IV la contessa Laura Marti-
nozzi di Fano, nipote del celebre
cardinal Mazzarini, onnipotente nel-
la corte di Francia, e si dichiarò
apertamente nella guerra tra quel-
la potenza e casa d'Austria allea-
to della prima e della casa di Sa-
voia, Creato generalissimo degli e-
serciti francesi in Italia, prese Va-
lenza agli spagnuoli nel i656, e
Mortara nel i658. Devastò il du-
cato di Mantova ed il Milanese,
e sah in riputazione di buon capi-
tano; in pari tempo si fece ama-
re da' suoi sudditi, e sviluppò per
l'amministrazione come per la guer-
ra talenti che per lungo tempo
erano rimasti occulti. Mori a' i4
ottobre i658 in conseguenza del-
la malattia contratta all'assedio di
Mortara, d'anni 48, lasciando tre
figli, il cui primogenito Alfonso IV
gli successe.
Ereditò il duca anche il coraan»
do degli eserciti francesi in Italia,
ma quando il cardinal Mazzarini
previde vicina la pace tra la Fran-
cia e la Spagna, consigliò segreta-
mente Alfonso IV di trattarla pel
primo. Il duca obbedì e sottoscris-
se a' 4 niarzo 1 659 una pace par-
ticolare colla Spagna, che fu con-
fermata dal trattato de' Pirenei del
7 novembre, nella quale s' innesta-
rono le pretese del duca sulle val-
li di Comacchio [Fedi), indi nel
i66o accadde in Roma grave tram-
busto, in cui vi fu compromesso il
cardinal Rinaldo ed i nipoti di
Alessandro VII, cioè de'birri e corsi
contro r ambasciatore di Francia
[Fedi), Il fratello del duca, Almeri-
co d'Este, cui il cardinal Mazzari-
ni destinava sua nipote la famosa
Ortensia Mancini, e l' eredità delle
immense sue ricchezze, fu rapito a
20
3o6 MOD
Paio da una malaltia nel 1660,
meolre faceva la guerra a' tuiclii.
Alfonso IV non gli sopravvisse due
anni, e morì a' 16 luglio i66a di
anni 28 di gotta, lasciando due fi-
gli, Francesco 11 che gli successe,
e Maria Beatrice poi sposa di Gia-
como li re d' highilterx'a. La so-
rella del defunto , principessa E-
leonora, chiarita delle vanità del
mondo, nel 1674 si fece monaca
in Modena nel monastero delle car-
melitane scalze, poco prima fabbri-
cato dall'insigne pietà di d. Matil-
de Bcnlivoglio; prese il nome di
suor Mai'ia Francesca, e poi nel
1689 fondò in Reggio un monastero
dell'ordine suo, morendo in Modena
nel I 722 in odore tale di santità che
ne fu formato processo. Francesco
II rimase sino al 1676 sotto la tu-
tela e reggenza di sua madre Lau-
ra Martinozzi, il cui governo saggio
e mite la fece prediligere dai suoi
popoli. Dimostrò un animo più che
virile, assunse ministri capaci e lea-
li, e informò alla religione e alla
bontà de' costumi il figlio. Questa
principessa fu sul punto di rompe-
re guerra alla duchessa reggente di
Mantova per assicurare i suoi di-
ritti sopra alcune isole del Po, tra i
due stati, ma solo ebbero luogo al-
cune energiche dimostrazioni. Nella
pace di Pisa del 1664 si fecero di-
versi accordi tra il duca e Alessan-
dro VII su Comacchio, riportali al-
l' articolo Ferrara, Ira'quali la ca-
mera apostolica cede in Roma un
jialazzo al duca, e assunse il mon-
te Estense formato a carico de'du-
clii di Modena. La duchessa edifi-
cò basiliche, palazzi, baluardi. Tra
le istituzioni religiose la più cele-
bre si fu il monastero della Visita-
zione da lei fondato alle Salesiane
uel 1670, e dotalo largamente, e
MOD
r erezione del non meno sontuoso
tempio di s. Francesco di Sales, o-
ve fu solita raccogliersi in lervoro-
se orazioni per implorar pace al-
l'anima del marito, e prosperità al
figliuolo. Essendo in Modena fieris-
sirae discordie tra la nobiltà e il
popoloj la duchessa ripurgò la città
e lo stato d'ogni feccia d'uomini;
infrenò pure la prepotenza de'feu-
datari che straziavano i vassalli, per
cui tra le lodi che giustamente gli
furono tributate, venne tacciata di
indole troppo fiera e inesorabile in
chi avesse osato oIFendere la mae-
stà del governo, ola suprema au-
torità, di cui fu gelosa custode.
Francesco II non volendo più ri-
conoscere la reggenza della madre,
questa si ritirò in Roma per viver-
vi ritirata e quieta a' 19 luglio
1687. Tra le opere di pietà ivi e-
sercitate nomineremo la scuola fon-
data da lei per le fanciulle nel mo-
nastero delle Orsoline coU'approva-
zione d' Innocenzo XI, e tutt' ora
esistente : questo Papa la chiamò
in un breve, idea delle cristiane
eroine, e il predecessore Clemente
X, specchio delle principesse dii'ote.
Il duca Francesco II visitò in Roma
la madre prima della di lei morte, e
poscia onorò con titolo di duca e be-
neficò i Martinozzi suoi parenti, ed
altrettanto fecero la suddetta regi-
na d'Inghilterra e Giacomo III ;
ed eslinlasi l'illustre famiglia in
Fano nel 1756, successe per testa-
mento la nobilissima de' conti di
Montevecchio di s. Croce, sì nei ti-
toli che nei beni, in un al bellissi-
mo palazzo Martinozzi in Fano. Il
duca Francesco li di temperamen-
to debole e malaticcio, che gì' im-
pediva applicarsi agli affari, uscito
che fu di tutela dalla madre affidò
la sua autorità pressoché intera a
MOD
suo fratello naturale d. Cesare, il
quale per tenerlo meglio nella
sua dipendenza, Io trattenne lungo
tempo dall' ammogliarsi : alla line
Francesco li nel 1692 sposò Mar-
gherita Farnese figlia di Ranuccio
Il duca di Parma, e mori senza
prole a' 6 settembre 1694.
Per l'estinzione del ramo primo-
genito della tlimiglia Estense, fu cliia-
iiiato al trono ducale di Modena il
cardinal Rinaldo d' Esle dell'ordine
de'diaconi, zio del defunto, che col-
r autorità del Cardelia chiamammo
alla sua biografia fratello di Fran-
cesco IIj e con quella del Novaes,
nipote dell'altro cardinale di tal
nome, e cognato di Giacomo II re
d' Inghilterra; ma piuttosto sembra-
ti hutello di Alfonso IV, e figlio
di Francesco I e di Lucrezia Barbe-
rini, come lo afferma il Muratori,
il quale dice che Innocenzo XI gli
inandò la berretta rossa in Mode-
na pel marchese Pietro Isimbardi.
Il cardinale non essendo iniziato
negli ordini sacri, rinunziò la sacra
porpora, sposando poscia Carlotta
Felicita di Rruiiswick figlia del du-
ca d' Annover ; in tal modo i due
rami della casa d'Este, separati fi-
no dal 1070, furono riuniti per tal
matrimonio. Avendo poi Amalia
Guglielmina sorella della duchessa
sposalo in Modena per procura
Giusc]ipe I re de'romani, Innocen-
zo XII spedi a Modena per le-
gato il cardinal Jacopo Roncompa-
gni arcivescovo di Bologna, per pre-
sentarle la rosa d'oro benedetta
ed altri cospicui doni. Il duca Ri-
naldo the celebrò lo sposalizio en-
trò nell'alleanza della casa d'Au-
stria durante la guerra della suc-
cessione di Spagna ; ma ben to-
sto tutti j suoi stati -vennero in-
vasi dai francesi, ed egli riparò a
MOD 307
Bologna per attendere l'esito d'una
guerra alla quale non prendeva
parte. Nel 1708 Clemente XI, neu-
trale a tal guerra, s'interpose a fa-
vore del duca Rinaldo con Luigi
XIV re di Francia, e con Filippo
V re di Spagna, con qualche suc-
cesso, benché poi ebbe motivi di
lagnarsi di Rinaldo. Nel 1704 il
duca si portò in Roma sotto il no-
me di conte di Sassuolo, distinta
terra del ducato motlenese, ceduta
da Ercole I alla famiglia Pio in
compenso d'una parte della contea
di Carpi, mentre il castello da
Francesco I era slato ridotto a mae-
stoso palazzo con giardini. (iVel 1784
fu stampata la Sposizione delle
pitture in muro del ducale palazzo
di Sassuolo, villa de^ principi Esten-
si di Modena). Rinaldo fu allog-
giato nel palazzo Barberini, e que-
sta casa s' interpose col Papa per
le dilfereoze da qualche tempo in-
sorte tra loro. In seguito Clemen'
te XI ammise il duca piìi volte al-
la sua udienza, e questi parli da
Roma soddisfallo.
JModena eh' era stata presa nel
1 702 pel re di Spagna dai france-
si, questi dovettero abbandonarla
nel novembre 1706 per le forze
imperiali che \i ristabilirono il du-
ca, il quale acquistò poi il ducato
di Mirandola. L' imperatore tentò
fargli restituire da Clemente XI la
contea di Comacchio, per le ragio-
ni delle investiture imperiali the
aveano gli Estensi, anzi il duca Ri-
naldo giudicò propizia 1' occasione
per riacquistare ancora il ducato
di Ferrara, e persuase il cognato
Giuseppe I ad impadronirsi di Co-
macchio e suo contado, ciò che si
efFetluò a tenore de' racconti fatti
altrove, massimamente a quell'arti-
colo, ed a quello di Ferrara. Cle-
3o8 MOD
mente XI si Vide coslretlo a soste-
«ere le ragioni della camera apo-
stolica, colle armi e colia penna ;
tutto si accomodò con trattati, ma
Comacchio restò in deposito agl'im-
periali, con poca soddisfazione del
duca di Modena. Non potendosi
differire dagl'imperiali la restituzio-
ne di Comacchio e suo territorio
alla santa Sede, per le rimostranze
fatte pure da Innocenzo XIII e
Benedetto XllI, a questo nel 1725
ne ordinò la restituzione Cario VI,
dichiarando però di non intendere
pregiudicare il duca di Modena, per
le ragioni che potesse avervi. Una
nuova guerra avendo ricondollo nel
I734gli eserciti francesi in Italia per
regolare la successione Fainese al
ducato di Parma e Piacenza, e rista-
bilire il regno di Napoli, reputando-
si il duca favorevole all'imperatore,
gli stati di Modena e Reggio furo-
no con loro danno di nuovo occu-
pati dai francesi per capitolazione nel
mesedi luglio, ed il duca colla sua fa-
miglia tornò per diie anni al suo
asilo di Bologna. Rientrato nella
sua capitale nel maggio lySG, vi.
morì a'26 ottobre 1737 d'anni 82.
È da notarsi tra le altre sue belle
azioni la fondazione dell'ospizio dei
poveri d' ambo i sessi, eh' ebbe o-
rigine nel 1695, Essendo vacata la
contea di Novellara e Bagnolo, l'im-
peratore Carlo VI, in contempla-
zione delle sue benemerenze, gliene
die l'investitura gratuitamente. Suo fi-
glio Francesco III gli successe, la
di cui nascita , tra le altre feste ,
era stata celebrata con un insigne
carosello di armeggiamento a ca-
vallo : delle sue tre figlie una so-
la era stata maritata, ed era vedo-
Ta del defunto duca di Parma.
Francesco IH avea sposato Carlotta
Agiae figlia del duca d' Orleans
MOD
Filippo, e ne avea avuto già due
figli e quattro figlie. Era a Vien-
na quando mori il padre, ed avea
fatta una campagna contro i tur-
chi. Appena tornato in Modena si
sforzò di ristabilire le finanze dello
stato, rovinate dalle precedenti guer-
re, di cui la Lombardia era slata
il teatro, e fece nel 1741 sposare
a suo figlio Ercole III Rinaldo,
Maria Teresa Cibo duchessa di Mas-
sa e Carrara, estendendo per tale
parentela gli stali della casa d' E-
ste fino al mare Mediterraneo. Ma-
ria Teresa era primogenita di Al-
derano Cibo duca di IMassa e prin-
cipe di Carrara, e di Ricciarda Gon-
zaga figlia -di Camillo III conte di
Novellara e Bagnolo: una delle due
sue sorelle, Marianna Melilde Cibo
Malaspina, nel 164.8 sposò il prin-
cipe d. Orazio Albani pronipote
di Clemente XI.
La guerra che poco dopo si
accese in Europa contro Maria
Teresa d'Austria , per la succes-
sione austriaca, espose lo stalo di
Modena a nuovi guasti ; la capi-
tale fu occupata nel giugno 1747
dai savoiardi, ed il sovrano venne
obbligato allontanarsene. Francesco
MI accettò il comando degli eserci-
ti spagnuoli in Italia; fece con es-
si valorosamente la guerra nello
stato pontificio, nel regno di Napo-
li, nel Milanese, nella Liguria, e
nel Piemonte; ma frattanto i suoi
stati vennero occupati dagli eserci-
ti, o da quelli del re di Sardegna;
e quando vi rientrò in virli^i del
trattato d'Aquisgrana nel 1748, li
trovò rovinati , impoveriti e spo-
polati pel lungo soggiorno de' ne-
mici, e per le frequenti contribu-
zioni che imposero. Nel 1752 Fran-
cesco III conchiuse un tralliilo
coli' imperatrice Maria Teresa d'Au-
i
M OD
stria come ducliessa di Mantova, in
cui si convenne che le isole del
Po, dove questo fiume forma con-
fine fra i due stali, dovessero ap-
partenere a quella delle due sovra-
nità, al continente della quale si
trovassero di tempo in tempo più
\icine in conseguenza delle varia-
zioni del corso del fiume : verifica-
tasi tale circostanza di ffitlo nel
i847j le due isole di s. Simeone
e Vialardi furono aggregale al ter-
ritorio di Mantova. Nel 1758 U
duca 111 fallo governatore di Mila-
no, con Carlo conte di Firmian per
ministro plenipotenziario. Tra i be-
ni allodiali che gli Estensi possede-
vano nel Ferrarese, in primo luogo
figurava la Mesola, ma Francesco
III la vendette a Francesco I im-
peratoi'e nel lySp, il quale v'in-
nalzò coir imperatrice sua moglie
Maria Teresa magnifica chiesa, la
quale per la sua bellezza e archi-
teltura è la meraviglia de'foraslie-
ri, compila poi e perfezionata da
Pio Yl quando acquistò la Mesola: di
tutto parlammo nel voi. XXIV, p.
44 e i63 del Dizionario . Nel
1768 il duca di Modena^ incomin-
ciò a far segreti preparativi per ten-
tar la ricupera di Ferrara, ma
Clemente XI li ne accrebbe i presi-
dii, e col mezzo di della impera-
trice fece cangiar pensiero a Fran-
cesco III. Con questi il Papa si
querelò colla lettera Jam dia filius,
de' 24 sellembre, presso il Guerra,
Epit. Bull. t. II , p. 397, perchè
in un suoeditlo de'7 giugno avea in-
famato il capo^della Chiesa per non
avergli approvato alcuni dazi impo-
sti agli ecclesiastici de'suoi stali, sop-
primendo ancora alcuni conventi
senza la pontificia facoltà'. Doman-
dò quindi il duca tale licenza, col-
r esempio della bolla Jnstaurandae
MOD 309
d' Innocenzo X, in cui si ordinò
nel i652 la soppressione di alcuni
piccoli conventi, ma non gli fu ac-
cordala pel modo dell'inchiesta. Va-
riala che fu, si accordò al duca la
coticessione, in vigore della quale
nel ducato di Modena vennero sop-
presse alcune case religiose, com-
presa la celebre abbazia di Nonan-
tola de'monaci cistcrciensi. France-
sco HI meritò alcuna gloria per
la prolezione che accordò ai lette-
rati, fra' quali Muratori e Tirabo-
schi sommi nell'italiana erudizione^
lullavolta si taccia d'aver arresta-
to la prosperità rinascente de'suoi
sfati per la gravezza delle contri-
buzioni che impose, e pel cattivo
sistema di sue finanze. Morì d' an-
ni 82 a' 23 febbraio 1780.
Ercole IH Rinaldo suo figlio gli
successe in età avanzata, e dal suo
matrimonio con la duchessa di Mas-
sa non avea avuto che la sola fi-
glia Maria Beatrice, che a' «4 ot-
tobft 177 1 erasi sposala all'arci-
duca Ferdinando d'Austria, eletto
in quella occasione governatore e
capitano generale de'ducali di Mi-
lano e di Mantova, dalla sua ma-
dre Maria Teresa di cui era terzo-
genito. Ercole HI ammassò tesori
considerabili, ma tal gusto d'accu-
mulare alienò l'animo de' sudditi,
e forse li dispose a desiderare mia
rivoluzione, sebbene non mancasse
di erigere magnifici edifizi, utili o-
pere e benefici stabilimenti. I fran-
cesi profittarono del malcontento con
macchinazioni, laonde il duca Ercole
III agli 8 maggio 1 796 comparve
in E'errara, avendo inviato il suo
tesoro pel Po a Venezia, ove si po-
se in salvo, giacché i commissari
francesi in Reggio ed in Modena
aveano intimalo una contribuzione
a que'popoli. Frattanto il a5 ago-
3io MOD
$to 1796 il popolo di Reggio ope-
rò uiì primo movimento insiin-e-
zionale, che il debole e mal ani-
mato presidio non fu in istalo di
reprimere, e si compose un reggi-
mento temporaneo con forma re-
pubblicana. Egual tentativo si cer-
cò di operare in Modena, ma i sol-
dati poterono sostenere il nome du-
cale ; questo avvenimento ravvivò
le speranze di Ercole III, Ma il
general Bonaparte non tardò a Irar
partito dal turbamento, e dichia-
rando di prendere sotto la sua pro-
tezione e delle armi francesi gli a-
bitanli degli stati Estensi, ne invase i
dominii e la capitale, ove. si recò
personalmente a rovesciare il trono
ducale, nel qual trambusto la bella
statua equestre dell' esule sovrano
fu dalla plebe abbattuta. Quindi
appresso i congressi-, di Modena dei
16 ottobre, e de'27 dicembre 1796
di Reggio, si organizzò la repubbli-
ca Cispadana, della quale i paesi
del Modenese fecero parte, inctnpo-
rati poscia alla Cisalpina.
Nel 1799 il deironizzalo Pio VI
venendo condotto prigione in Francia,
avendo pernottato a Bologna il 3i
marzo, procedette per Modena mal
ricevuto, al modo che narra il Bal-
dassarri, Relazione de palimend di
Pio VI, t. II, p. 9.8 e seg., e dovette
smontare dopo mezzodì al gi'ande al-
bergo presso la porla della città ve-
nendo da Bologna, cioè di peso fu
levato dalla carrozza, e portalo a
braccia d'uomini nella sua stanza. Ivi
il modenese cardinal Livizzani avea
fililo apparecchiare l'occorrenle pel
Papa e famiglia ; e venne ad os-
sequiare r infelice sovrano, facendo
altrettanto il vescovo di Modena
Cortese che gli baciò la mano pian-
gendo. 11 cardinale era vestito di
i:tirto da prete, senza calze e berret-
MOD
tino rosso, per divieto della mtini-
cipalità. Mentre il Pontefice dormi-
va, dagli urli svegliatosi, ne restò
tuibatissimo; ma alenili buoni mo-
denesi assicurarono subito che il
tumulto proveniva da cosa teatra-
le. Monsignor d' Esle vescovo di
Reggio avea preparato il suo epi-
scopio per ricevervi il santo Padre;
ma temendosi in quella città catti-
va accoglienza dai fanatici repubbli-
cani, il Papa uscì di buon'ora da
Modena il primo di aprile alla vol-
ta di Parn)a, con pioggia forte. Il
vescovo di Reggio si fece trovare
nella cospicua sua pieve di Modelo-
na, supplicando il Papa di onorare
quella canonica e ristorarsi ; 1' in-
vito fu accettato, l'accoglienza non
poteva essere più cordiale e rive-
rente, e Pio VI dopo due ore di
grato riposo e rifocillamento, be-
nedetto il popolo, proseguì il viag-
gio sempre piovendo. Nello stesso
anno «799 1' esercito francese di
Macdonald reduce da Napoli, sboccò
nella Lunigiana Toscana nella Val
di Taro per battere i corpi austria-
ci di Hohenzollern e Klenau, e do-
po le scararauccie del io e i r mag-
gio, avvenne nel 17. giugno la san-
guinosa battaglia del Panaro, ove
il primo de' due generali tedeschi
resi?) interamente sconfitto, e Itilto
sarebbe stato per gli alleati perdu-
to, se non avesse il secondo soste-
nulo con rara intrepidezza la lotta
perigliosa. Gli emigrati francesi, de-
nominati i cacciatori di'Bussy, circon-
dali per ogni banda dai repubblicani,
in numero di cinquanta con disperato
sforzo vollero aprirsi un varco, fe-
cero prodigi di valore, e giunsero a
ferire lo stesso generale Macdonald
colto alla sprovvista, ma soli sette di
quel numero giunsero vivi ai pri-
mi posti austriaci delia Mirandola.
MOD
Avendo gli austro russi occupalo
Modena e Reggio, cacciandone i
galli-cisalpini, dopo la battaglia di
MarengOj de' i4 giugno 1800, i
francesi ricuperarono questi dominii.
Ercole III era stato spogliato dei
suoi stati pel trattato di Campo-
formio de' ij ottobre 1 797 ; nm
per quello di Luneville degli 8 feb-
braio 1801, la Brisgovia e V Or-
tenait furono promessi dall' Austria
ni duca in compenso, secondo il
precedente tratlalo. La Brisgovia
o Brisgnu è un antico territorio di
Germania, nella parte meridionale
della Svevia, fra la foresta Nera ed
il Reno, con Friburgo [Vedi) per
capitale, e prima lo era Brisacco,
comprendendo Limburgo ove nac-
que il progenitore della casa d'Au-
stria Rodolfo d' Absburgo. Paese
fertile che con titolo di langraviato
appartenne ai primi duchi di Zali-
ringen, indi ai conti di Hochberg,
e poi ai conti di Fiirstemberg. U-
go nel iSGy la vendè ad Alberto
e Leopoldo duchi d'Austria, Cedu-
ta a Ercole 111, pel trattato di Pres-
burgo de'26 dicembre i8o5 fu an-
nessa al granducato di Baden, e sof-
frì varie divisioni. h'Ortenan, un tem-
po Mortenaii, fertile paese di Ger-
mania nell'antico circolo di Svevia,
fra il Reno e la Selva Nera, l'UlF-
gau e la Brisgovia. Separato in can-
toni e baliaggi, era diviso fra l'im-
peratore, i margravi di Baden, i
principi di Fiirstemberg ed i conti
di Leyen. Dopo aver fatto parte
alle indennizzazioni accordate al du-
ca di Modena, fu poi compreso nel
ducato di Baden : Ortenberg era
il capoluogo della parte posseduta
dall'imperatore, con castello poi ro-
■vinato, ed Offenburg è la città ca-
pitale del presente circolo Rintzig.
Intanto i dominii Estensi formarono
MOD 3ii
parte delle repubbliche Cisalpina e
Italiana, e formato il regno italico,
cogli stati ducali si formarono i
due dipartimenti deL Panaro e del
Crostolo. Ercole III morì nel 1799
in Trieste, prima di godere della
sovranità di Brisgovia ; ne divenne
però duca il genero Ferdinando ar-
ciduca d* Austria, zio dell' impera»
tor Francesco I, morto a'24 dicem-
bre 1806. La vedova Maria Bea-
trice d'Este, dopo la rovina di sua
famiglia si ritirò a Vienna, ove la
figlia Maria Luisa Beatrice sposò il
detto imperatore suo cugino, e morì
ai 7 aprile 1816. Altri figli di Fer-
dinando e Beatrice Vittoria furono:
Maria Teresa regina di Sardegna;
r arciduchessa Maria Leopoldina
maritata all'elettore palatino; Fran-
cesco IV poi duca di Modena; Fer-
dinando arciduca feld- maresciallo di
Austria, proprietario del reggimen-
to d' ussari n. 3. e del reggimento
imperiale russo d'Isum, già gover-
natore civile e militare di Galizia e
Lodomiria; e Massimiliano arciduca
generale d' artiglieria d' Austria,
proprietario del reggimento d' in-
fanteria n. 4> e gran maestro dell'or-
dine Teutonico nell'impero d'Austria.
Maritatosi Francesco IV nel 1812
a Maria Beatrice figlia di Vittorio
Emanuele re di Sardegna, nacque-
ro r arciduchessa Maria Teresa ;
Francesco V regnante duca di Mo-
dena, che nel 1842 si sposò alla
duchessa Aldegonda regnante, figlia
dell'odierno re di Bavieia ; Ferdi-
nando arciduca, maggiore generale
al servizio dell'Austria, brigadiere
d'artiglieria, proprietario del reggi-
mento d' infanteria n.° 26 ed an-
cora del battaglione de' cacciatori
del Frignano; e l'arciduchessa Ma-
ria Beatrice.
Riprendendo la cronologica nar-
3ia MOD
razione , allorché Pio VII si re-
cò nel i8o4 a Parigi, onorò di
sua presenza Modena : a Pieve,
Pelago o Pievelago fu ossequiato
dal marchese Stampa di Sonci*
no prefetto del palazzo, a Panilo da
monsignor Cortese vescovo. di Mo»
dena e dal conte Giuliano Marchi-
sio deputato del Panaro. A' 9 no-
vembre entrò in Modena, incontra-
to un miglio avanti dalle autorità,
da immenso popolo, al suono delle
campane, tra le salve dell'attiglieria
e gli evviva, scortato da usseri mo-
denesi. Nel duomo ricevè la bene-
dizione col ss. Sagramento ; nell'e-
piscopio desinò e poi ammise al
bacio del piede, partendo per Reg-
gio alle due pomeridiane, recando-
si a pernottare a Parma. Reduce
da Parigi nel i8o5, Pio VII a' 3
maggio da Reggio ritornò a Mode-
na, incontrato lunge un miglio dal-
la primaria nobiltà, dalle autorità,
avendo guarnito la truppa tutte le
strade sino all'episcopio ov'era pre-
pai'ato r alloggio. Il Papa ricevè
nella cattedrale dal vescovo Corte-
se la benedizione col ss. Sagramen-
to, indi saPi al suo appartamento,
ossequiato dal popolo modenese in
modo inesprimibile. Nelle due sere
che vi restò la città fu illuminata
magnifìcamenle. La mattina seguen-
te celebrò messa alia cattedrale, be-
nedl solennemente il popolo dalla
loggia dell' episcopio, indi ammise
al bacio del piede le dame. Dome*
nica 5 maggio dopo aver celebrata
e ascoltata la messa. Pio YII parti
da Modena verso le 8 antimeridiane,
corteggialo dalle autorità, ed accla-
mato da tutti, pernottando a Loiano
nel casino Massa, dirigendosi nella
seguente mattina per Firenze. Tan-
to si legge nei numeri 92 e 89 dei
Diari dì Roma del i8o4 e i8o5.
MOD
Distmtta nei primi del 18 r4 la
potenza di Napoleone, gli ecclesia-
stici ed i sudditi degli stati romani,
esiliati e deportali per la fedeltà
al loro sovrano e alla Chiesa, si ac-
cinsero a ritornare in Roma ed al-
tri dominii pontificii. Pel loro pas-
saggio per Modena ivi si formò una
società, onde procurar loro allog-
gio, mantenimento, elemosine per
la messa, soccorsi di medici e chi-
rurghi, e carrozze sino a Bologna.
Questa generosa pietà de'modenesi ,
esercitata da essi con commovente
gara, la storia ha registrato con pa-
role di edificazione e d' indelebile
gratitudine. Jl re di Napoli Murai
occupò gli stati Estensi iu nome dei
collegati colie truppe napoletane, al-
le quali successero le austriache ,
sotto il governamenlo del conte
Stubenberg pel duca Francesco IV.
11 ducato di Massa-Carrara che Na-
poleone aveva eretto nel 1806 in
feudo fniperiale, coli' assegnarne la
amministrazione governativa (per la
quale fu riunito a quella della Gar-
fagnana tranne Barga) alla princi-
pessa di Lucca di lui sorella, ritor-
nò a casa d' Este, prendendone pos-
sesso per l' arciduchessa Maria Bea-
trice il conte Ccccopieri ne* primi
di maggio 1 8 1 4 ; quindi l' arcidu-
chessa sostenne nel congresso di
Vienna i diritti di sua famiglia, ed
acconsenll che il ducato di Modena
si dasse all' arciduca Francesco IV
suo figlio. Laonde dopo l' abolizio-
ne del regno italico, per atti di
quel congresso a' 9 giugno 181 5 fu
restituito all'arciduchessa il ducato
di Massa-Carrara, e coli' articolo 98
riconosciuto in duca di Modena
Francesco IV, ed erede dell' altro
ducato che poi consegui quando
colla morte dell'arciduchessa si e-
stinse la celebre e nobilissima prò-
MOD
sapia Estense. Fu inoltre convenu-
to che quando i principi regnanti
di Lucca ricupereranno il duca-
to di Parma, quello di Lucca sa-
rà incorporato alla Toscana, salvo
alcuni dislrelli che si aggiungeran-
no al ducato di Modena, al quale
da ultimo fu ceduto il territorio di
Castiglione in Garfagnaua, circon-
dato dagli stati Estensi.
RestituendosiPio Vllnel i8i4alla
sua sede, passò negli ultimi di marzo
per Modena, ed ornate le strade di
tappezzerie e di fiori, i modenesi ne
guidarono la carrozza alla catte-
drale ove fu cantato il Te Deurn.
11 vescovo Cortese V ebbe ospi-
te nell' episcopio diversi giorni ,
dal cui balcone il Papa spesso be-
nedì il popolo, e poscia seguitò
il, viaggio per Bologna, ove giun-
se a' 3 1 marzo. Il ritorno poi del
duca Francesco IV in Modena fu
un vero trionfo, perchè i figliuo-
li riacquistarono il padre, ed uno
de' più illuminati, religiosi e bene-
fici sovrani. Nel i8i5Pio VII par-
li da Roma, quando il re Murai
domandava il passaggio delle sue
truppe, e si recò a Genova ed a
Torino. Di ritorno da quest'ultima
capitale, giunse a Modena a'24 mag-
gio, alloggiato nel palazzo ducale
splendidamente, e nel di seguente
intervenne alla solenne processione
del Corpus Domini, incedendo con
torcia, presso il Venerabile portato
dal vescovo Cortese, in mezzo ai
cardinali Litta e Pacca. Questo
cardinale nella Relazione di tal viag-
gio a p. 120 descrive così il sog-
giorno del Papa in Modena. » Nel-
la festa del Corpus Domini il Pa-
pa ch'era giunto a Modena il gior-
no innanzij intervenne alla solenne
[»rocessione del Corpus Domini, an-
dando a piedi dietro il Venerabile,
Il OD
3i3
seguito dal duca Francesco IV e
dalla duchessa sua moglie con tutta
la corte. Que' pii ed amabili sovra-
ni, dopo essere rientrati nella chie-
sa colla processione, prevennero il
santo Padre nel ritorno al palazzo
ducale, e trovatisi a'piedi delle sca-
le vollero essi stessi aprire lo spor-
tello della carrozza, e accompagna-
re sua Santità all' appartamento
ove dimorava. Nel breve soggiorno
fatto in quella città diedero quei
principi al Papa tutti gli attestati
di venerazione, di rispetto e di fi-
liale ajQfezione. Io ebbi in quella
circostanza la sorte di abboccarmi
col duca, e sentii dalla sua bocca
savissimi discorsi sulla condotta po-
litica da tenersi in que'difficili tempi
da tutti i sovrani d'Italia, che mi
fecero concepire alto concetto della
sua augusta persona, e fin d' allo-
ra previdi che sarebbe egli stato
quel gran principe, cui ora l'Italia
applaude ed ammira nel ^governo
de' fortunati suoi dominii. Neil' ot-
tava della festa era il Papa a Fi-
renze ". Pio VII a'27 maggio par-
tì da Modena, pernottò in Pistoia,
e passò a Firenze.
Francesco IV, principe polente
per accorgimento e per fortezza di
animo, modello de' principi saggi
e religiosi, padre benefico e vigi-
lante de' suoi popoli, la storia ne
registrerà le gesta a caratteri in-
delebili siccome ministra imparzia-
le della verità. Questa per quanto
vogliasi oscurare per l' influenza
d'interessati pregiudizi, più presto
o più tardi trova immancabilmen-
ta la via per giungere alla pubblica
luce, e si presenta ne' suoi veri co-
lori all'estimazione dei giusti e dis-
appassionati, con iscorno e confu-
sione de'maligni detrattori. Lascian-
do dunque ad altre penne tal glo-
3i4 MOD
via, solo per debito di profonda
gratitudine per essersi degnalo gra-
ziosamente accettare la dedica di
questo mio Dizionario con porlo
sotto i suoi validissimi auspicii, ciò
clie vanto a mio grand' onore e
confusione ; ed eziandio per indis-
pensabile omaggio alle sue rare
virtù e sublimi qualità, accennerò
brevemente le cose principali che
distinsero un principe, che più va-
sto impero meritava onde felici-
tarne i fortunati sudditi, poiché fu
più padre che sovrano. Francesco
IV dopo le severe lezioni avute
alla scuola delle avversità durante
il dominio Napoleonico, al ristabi-
limento della pace generale assunse
il governo de' suoi stati. Dopo aver
regolate tutte le materie concer-
nenti il buon governo del suo po-
polo con saggie e provvide leggi o
disposizioni, egli rivolse le sue pri-
me cure al riprislinamento delle
comunità religiose , e a ridonare
al divin culto la maggior parte
delle chiese convertite ad uso pro-
fano, restaurandole a proprie spese.
Laonde ben presto ne' suoi domi-
tiii si videro monasteri e conventi
d'ambo i sessi degli ordini di s. Be-
nedetto, di s. Ignazio, di S.Francesco
d'Asisi, di s. Domenico, di s. Fran-
cesco di Sales, di s. Vincenzo de Pao-
li, e di s. Alfonso de Liguori : (juindi
i monasteri di monache si occuparo-
no neir educazione delle giovinette,
essendo una delle principali solle-
citudini del duca la religiosa e
morale educazione. A tale effetto
riapri i collegi de' gesuiti a Mode-
na e in Reggio, e due case di e-
ducazione dai medesimi dirette; e
perchè a Modena non era capace
che di ottanta convittori, fece fab-
bricar dalle fondamenta il magni-
fico collegio coavilto di s. Chiara
MOD
di «no prirato peculio, col qnale
mantenne molti convittori della clas-
se media. Nel convitto però di Reg-
gio si ammettono nobili degli stali
Estensi e forastieri. A Massa Ducale
fu aperto altro collegio di gesuiti ;
e nel collegio de' nobili di Modena
parecchi alunni furono mantenuti
dalla munificenza di Francesco IV.
Qui noteremo che negli stati Estensi
sonovi parecchi convitti per gli stu-
denti di legge, medicina e matemati-
ca, e seminari vescovili; che in Mo-
dena evvi r accademia de' paggi pei
giovani nobili alti al servigio pub-
blico e del sovrano, ed una celebre
scuola di matematica, i quali due
stabilimenti sono sotto la protezio-
ne dell'arciduca Massimiliano, il
quale insieme col fratello arciduca
Ferdinando, ha speso grandi somme
per molti pubblici stabilimenti degli
stali di Modena, come di quelli del-
l'Austria: questi due principi, de-
gni germani di Francesco IV, in
diversi tempi resero grandi servigi
alla Chiesa ed allo sialo. Nell'eccel-
lente scuola di veterinaria di Mo-
dena, con gabinetto o museo zoo-
logico, si vede lo scheletro del de-
striero cavalcato diiU' arciduca Fer-
dinando lodato, quando alla batta-
glia d' Dima, il prode principe col-
la spada alla mano ed alla testa
di alcuni squadroni di cavalleria
austriaca^ si apri la strada attra-
verso le iuimense forze di Bona-
parle che avea del tutto circondale
le truppe tedesche.
Fra i pubblici stabilimenti che e-
sistono negli stati Estensi, e che deb-
bono la loro istituzione a France-
sco IV, ricorderemo i seguenti ap-
partenenti alle classi di beneficen-
za e carità. 11 bellissimo spedale
delle suore di carità in Modena ,
che furono pure poste ia quello di
MOD
Reggio aomenlalo d'una gran stila
a spese del duca. La casa di edu-
cazione di s. Paolo, ove sono edu-
cate e mantenute le zitelle povere
e abbandonate. L' istituto delie sor-
do mute, ove le alunne sono per-
fettamente istruite. Le pubbliche
scuole di carità dirette dalle figlie
di Gesù, per le fanciulle delle clas-
si più basse, venendo mantenute di
vitto le più povere e abbandonate.
L' orfanotrofio di s. Bernardino, i
cui fanciulli erano nella più parte
educati a spese del duca nelle arti
meccaniche ed anco liberali , ed
appartengono alla congregazione di
s. Filippo Neri, la quale esiste in
diversi luoghi de' dominii Estensi.
Mantenne Francesco IV poveri o-
perai ne'Iavori pubblici, anzi la sua
beneficenza si estese pure co'fora-
stieri, avendo periodicamente soc-
corso portoghesi , spagnuoli , fran-
cesi, ec, emigrati da' loro paesi in
conseguenza delle ultime rivoluzio-
ni che hanno afflitto l'Europa. A
suo conto fece costruire un Caio
boario, con magnifico e bel por-
lieo e vaste sale, pel bestiame
cornuto condotto nel mercato set-
timanale in Modena, di gran van-
taggio per l'agricoltura e commer-
cio; altio simile foro boario edi-
ficò in Reggio. E qui non è a di-
re le periodiche limnsìne e mine-
stre fatte distribuire a' poveri, e le
provvidenze prese a prevenire l'o-
ziosità; come le pensioni assegnate
a molte famiglie cadute in miseria,
distribuendo soccorsi eolle sue ma-
ni nelle pubbliche udienze de'gio-
ved"i e domeniche. Dichiarò perpe-
tuo il monte annonario, dove pel
ben essere de'sudditi sono conser-
vati pei tempi di carestia, ne'de-
positi di diversi capoluoghi degli
Stati Estensi più di 18,000 sacca di
MOD 3 1 5
frumento ; aooo di maiz ; 8000
di riso; i a, 000 di castagne, e 1000
di fagiuoli; i quali magazzini fu-
rono comprati di privata moneta
del duca per impedire nionopolii:
da essi ricevono i sudditi senza
interesse, tutto il grano che chie-
dono , restituendolo dopo il rac-
colto. Protesse singolarmente l'a-
gricoltura, e fece immense pianta-
gioni nelle montagne di sua pro-
prietà, per supplire alla m.Micanza
di boschi e combustibili. Diminuì
i dazi, e fu largo per tultociò che
riguardò il decoro del cullo divi-
no. La sua generosità Francesco
IV non la restrinse ai suoi stati:
tu munifico colla casa di novizia-
to de'gesuili di Verona ; nell'Un-
gheria , a Vienna, a Venezia, e
principalmente nelle vicinanze del-
la sua villeggiatura del Catiijo nel
rci^no Londiardo - Veneto, molte
famiglie riceverono o stabili pen-
sioni , o considerabili caiità dalla
sua illimitata pietà. Il Catnjo o
Caltaggio è un villaggio della pro-
vincia di Padova, distretto di Bat-
taglia , ov'è celebre il luogo di
delizia appartenente già alla famì-
glia Obizzi, ed oggidì ai duchi di
Modena, ridotto da Francesco IV
più ameno e sontuoso, degna vil-
leggiatura di qualunque monarca.
Le arti liberali e le scienze furo-
no egualmente protette e incorag-
gile, anco con visitare i pubblici
stabilimenti ove sono insegnale, e
quando uno studente o un artista
di belle speranze e di buona con-
dotta gli era presentato, il prin-
cipe da mecenate lo mandava, ter-
minati gli studi, a viaggiare nelle
principali città d'Europa per me-
glio perfezionarsi a sue spese. Nel
vói. XXIX, p. 288 del Dizionario
riportamiuo il decreto con cui il
3i6 MOD
duca ammettendo l'oi'dlnc geroso-
limitano ne'vsuoi stati fondò due
comuieude, una nella provincia di
Modena, l'altra in quella di Reg-
gio.
Francesco IV , principe pieno
d'ingegno e di erudizione, dotato
d'incomparabile fermezza di carat-
tere, sempre disposto ad atti di
magnanima e caritatevole bene-
volenza, giusto, intrepido, patrono
della buona causa e della vera re-
ligione, si rese altamente rispettato
pe' suoi meriti personali, come per
le prerogative dello splendor de'na-
tali. Semplice e frugale godette
nella sua veramente patriarcale fa-
miglia un' invidiabile pace e con-
cordia, e restò inconsolabile quan-
do la ben degna archiduchessa sua
consorte Maria Beatrice Vittoria mo-
rì a' i5 settembre i84o. Questa in-
comparabile sovrana seppe ispirare
agli esemplari suoi figli i sentimenti
della più pura e sincera pietà.
Francesco IV terminò i suoi gior-
ni in Modena a'2 r gennaio 1846,
e fu pianto qual propugnacolo
della quiete d'Italia. Gli successe il
primogenito regnante duca France-
sco V, dotato di eccellenti qualità
di cuore e di mente , degno figlio
di SI glorioso sovrano, sotto i cui
auspicii fin dal i845 venne isti-
tuita in Modena una società di
incoraggimento per gli artisti del-
lo stato anche domiciliati ali' e-
stero. Dipoi a' 7 novembre 1846
l'arciduchessa Maria Teresa sorella
del duca, si congiunse in matri-
monio col serenissimo real conte
di Chambord, ossia il principe En-
rico Carlo di Borbone duca di
Bordeaux, in favore del quale ri-
nunziarono la corona di Francia
Carlo X e il suo figlio Delfino,
indi nel 1847 a'6 febbraio eguaU
MOD
mente si celebrò il matrimonio
dell'altra sorella del duca, l'arci-
duchessa Maria Beatrice, col real
infante di Spagna d. Giovanni di
Borbone, fratello del conte di Mon-
temolin, a cui il padre l'infante
d. Carlos conte di Molino cedette
i suoi diritti alla corona di Spa-
gna : il duca regnante festeggiò gli
sponsali con eseguire un brillante
torneo con alcuni cavalieri , alla
presenza del genitore dello sposo e
sua reale consorte.
La fede cristiana fu predicata a
Modena da s. Dionigi l'Areopagita
e suoi discepoli, l'anno 93, o se-
condo altri da s. Apollinare apo-
stolo di tutta r Emilia, come ri-
porta r Ughelli , Italici sacra to-
mo II, pag. 78; quindi poco do-
po fu eretta la sede vescovile suf-
fraganea di Milano, indi, per volere
di Valeriano, di Ravenna, da cui la
sottrasse Gregorio Xlll per sotto-
porla nel 1.582 a Bologna sua pa-
tria, quando l'elevò a' io dicembre
al grado di metropoli, di cui è
tuttora sutfraganea , ciò che con-
fermò Pio VII nel i8o3, nel con-
cordato che conchiuse colle repub-
bliche italiane. Il primo vescovo
di Modena fu Cleto romano di
nascita , destinatovi da s. Dionigi
verso l'anno io3: consacrò e de-
dicò al principe degli apostoli s.
Pietro un antico tempio di Giove, e
mori dopo aver condotto una vita
santa e laboriosa. Ignoransi i nomi
de'suoi successori fino al SSg, nel
quale anno governava la chiesa di
Modena Dionigi prelato zelantissi-
mo per la gloria di Dio e per la
conversione del suo popolo, essen-
dovi ripullulata 1' idolatria sotto
l'impero di Costante fautore degli
ariani. Antonio di lui successore
nel 358, ordinò diacono Geminia-
MOD MOD 3i7
Mo, che alcuni scriltori dicono na- ta, o per Una cecità di cui furono
to in Modena, e precisamente nel colpiti i nenaici, onde uscirono su-
castello di Cognento, siccome do- bito dalla città: questo fatto viene
tato della più ingenua umiltà e contrastato da quelli che asseri-
sublimi virtù, esercitato nelle ec- scono che nel 4^^ s, Geminiano
clesiastiche discipline j e carissimo era già divenuto cittadino del eie-
ai suoi concittadini. Jl novello dia- lo. La liberazione però di Modena
cono con zelo servi il vescovo nel- da tanto infortunio, se non fu nel
la predicazione e nel sacro ministe- tempo che Geminiano viveva, certo
ro dell'altare. Morto il buon servo è che fu per la sua intercessione s
di Dio, l'esimio Antonio, convoca- innanzi al trono di Dio, e lo af-
ronsi clero e popolo per eleggerne ferma l'annalisla Rinaldi. Per gra-
il successore, e tutti gli occhi e titudine i modenesi al loro santo
voti furono rivolli verso di Gemi- vescovo, rinnovano ogni anno la
niano, che se ne fuggì a nascon- festiva memoria di tal liberazione,
dersi ne'boschi di Cadiana; ma sco- chiamandola festa della vittoria di
perto da alcuni pastori, ne fu da- s. Geminiano. Intanto l'ariano Au-
to avviso a' modenesi, i quali vi senzio di Milano seminando i suoi
accorsero lieti, e lo ricondussero, errori per quasi tutta la Gallia
benché ripugnante, alla città, do- Cisalpina, energicamente adoperossi
ve fu ricevuto fra mille applausi. Geminiano, perchè l'eresia non con-
Assoggettossi al gran peso dell'e- laminasse i suoi fedeli, e col divi-
piscopato, venne confermato dal no aiuto vi riuscì. Pieno di meri-
sommo Pontefice, e consecrato dal- ti s. Geminiano volò in paradiso
l'arcivescovo di Ilavenna, Prima a'3i gennaio 887 circa, tenendo
cura di Geminiano fu quella di deposto nella cattedrale. Tutta la
purgare la città dai superstiti a- città fin d'allora l'invocò per suo
vanzi dell'idolatria, e con virtuosa protettore e principale patrono, a-
pazienza ne conseguì l'intento; vendo Dio onorato la tomba del
governò la sua chiesa con assidua santo con frequenti miracoli. Dal-
vigilanza ed esemplarità , e fu il la vecchia rovinosa basilica, furo-
padre de' poveri. Opinano diversi no poi da Dodone sup successore
storici , che verso questo tempo trasportate le venerabili sue ceneri
accadesse la funesta invasione di l'anno 11 06 nella nuova cattedra-
Attila re degli unni in Italia, e le li 3o aprile. Il vescovo di Mo-
che movendo quel re verso Mode- dena Silingardo lasciò scritta una
na, gli andasse incontro il vescovo lunga leggenda di s. Geminiano,
Geminiano, ad implorar la salvez- riportan<k>ne altre notizie il Ve-
za del suo popolo ; e che all'aspra driani nella Storia di Modenaj il
risposta del barbaro Attila , retro- Tiraboschi nelle Memorie storiche
cedendo il vescovo, ordinasse che modenesìj l' Ughelli che lo dice di
si aprissero le porte della città, e Govella, Rascharinae gcntis alu-
che si lasciasse entrare col suo e- mnits; ed alili, come i Bollandisti,
sercito. Piamente credesi ancora, che ai 3i maggio riportano la
che passando il re per le contrade sua vita d'un anonimo dell' Vili
di Modena non vi facesse alcun secolo,
male, o per foltissima nebbia insor- Teodoro, allievo di s. Ambro'
3i8 MOD MOD
gio, succedelte a s. Geminiano, de- alla chiesa di Modena. Solto di lui
dico la chiesa cattedrale al «no s. Anseitno duca del Friuli presso
santo predecessore, e njorì nel 897, Fananuin nel pago di Persicelo,
tenendo sepolto in detta basilica, che territorio del contado e distretto
fu poi arriccliita di preziosi doni, di di Modena, edificò un monastero, vi
beni, di privilegi, immunità e giù- -si fece monaco e ne fu fatto abba-
risdi/ioni per munificenza de'Papi, te, e dopo due anni divenne la ce-
imperalori ed altri principi. Gè- lebre abbazia di Nonantola, cinque
miniano II fiori verso l'anno 4-^2, o sei miglia distante da Rlodena.
.laonde a suo tempo si attribuisce Geminiano HI divenne vescovo nel
1 aggressione di Aitila su Modena. 7^5, alle cui istanze confermaro-
]Nel 477 divenne vescovo Gregorio no i privilegi e ne concessero alla
ordinalo da Giovanni arcivescovo chiesa modenese. Desiderio ultimo
di Ravenna , che morì santamente ve de' longobardi, e Carlo Magno,
nel 5oo. Bassiano o Cassiano gli H vescovo Gisio tivea nell'Soo, mo-
fu surrogato nel 5o 1 , ornato di rendo nell' 8 1 2 circa. Adeodato dei-
profonda erudizione e di eminente l'S 1 4 ottenne da Lodovico I il Pio la
santità; si oppose fortemente con lalifica delle grazie che godeva la sua
altri vescovi dell'Emilia al re Teo- chiesa. Giona fiorì nell' 85o; Erni-
dorico, il quale ardì convocare un do neU'SGi, cui Lodovico II con-
concilio a Roma contro Papa s. fermò le precedenti donazioni e pri-
Siujmaco, al quale e ad altri in- vilegi; Leodoindo o Liudoino in-
tervenne Bassiano. Non si conosco- tervenne al sinodo romano deir876,
no i vescovi che gli successero fino e l'imperatore Guido nell' 892 con
al 680, in cui occupava la sede diploma ratificò le dette concessio-
di Modena Pietro, il quale solto- ni. Anche Gamenulfo deir898 con-
scrisse al sinodo tenulo allora in seguì altrettanto da Lamberto e da
Boma dal Pontefice s. Agatone. Berengario 1, il quale spedì altro
Flavio Cuniberto re de'Iongobardi diploma nel 902 al vescovo Goffre-
gli concesse amplissimi privilegi nel do che fu testimonio delle devasla-
693. Giovanni fatto vescovo nel zioni cagionale a Modena e suo
743 ottenne da Ildebrando re dei territorio dagli ungari: Berengario 1
longobardi la chiesa di s. Pietro risarcì i danni falli dai barbari,
di Città Nuova , quarto ab uibe e per l' intercessione di Pietro ve-
Miuina lììilliario, scrive l'UgheHij scovo di Reggio concesse a Gofire-
nohile quondam oppiiliim, quo post do il pubblico mercato e piena giu-
excisani vctcrtm Mulinatn transfu- risdizione del castello da lui edifi-
gerant cives , come notammo su- calo presso Città Nuova nel lerri-
periormenle. Giovanni ottenne mol- torio di Alodena. Artlingo vescovo
li privilegi da Rachis re de' longo- nel 94^ ricevè da Ugo e Lotario
bardi, e terminò le lunghe liti che re d' Italia in dono una corte nel
per la diocesi erano col vescovo di confine del contado piacentino. Nel
Bologna. 11 vescovo Lupicino nel 749, 94^ 3'''"' p'ivilegi ottenne il ve-
in considerazione de'sommi suoi me- scovo Guido con la corte di Vi-
viti, ebbe confermati da Astolfo re taliana colle saline, nel contado di
de' longobardi lutti i privilegi che Comacchio; e da Berengario 11 ed
i suoi predecessori aveano accordali Adalberto, ad istanza del marchese
MOD
Oclelbeilo e del conte Manfredo, il
territorio di Avereto o Rovereto, o
Città Nuova; Ottone I gli confermò
altre possessioni, e vuoisi che eser-
citasse eziandio su Modena il domi-
nio temporale. Gli successe Ildebran-
do del 969, a cui detto imperatore
concedè un privilegio. Nel 978 fu
tenuto un concilio in Modena presie-
duta dall'arcivescovo di Ravenna
che vi ristabilì la pace tra Pietro
e Lamberto, personaggi distinti di
Germania. Reg. t. XXV ; Labbé t.
IX ; Arduino t. VI. Giovanni ar-
cidiacono di Parma diventò vesco-
vo di Modena nel 998 ; fu prela-
to piissimo e generoso, particolar-
mente verso gli ordini religiosi ;
fondò in Modena ai monaci bene-
dt'ltini il celebre monastero di s.
Pietro, tuttora fiorente, cui assegnò
col consenso del clero una gran
parte delle rendite del suo vesco-
vato, riportandone i documenti l'U-
ghelli a p. 106 e 107. Il p. Lu-
bin, ^bbatianim Ilaliae, liferisce
a p. 24'>, the il vescovo Giovanni
nei 996 fondò presso la chiesa di
s. Pietro nel suburbio di Modena
il monastero, il quale Federico I nel
1159 prese sotto la sua prolezione;
e che Urbano 111 nel i r86 conces-
se all' abbate l'uso della mitra, dei
sandali e guanti, quindi il mona-
stero venne da Eugenio IV nel
1433 unito alla congregazione di s.
Giustina di Padova^ laonde passò
alla cassinese.
Varino già primicerio della cat-
tedrale di Modena fu eletto vescovo
nel ioo3 ; nel ioo5 confermò e
aumentò i beni del monastero di s.
Pietro, e nel 1016 vi aggiunse la
corte di Savignano, che il re Pi-
pino avea donato a s. Geminiano.
P«r un contagio che faceva strage
nella diocesi e in quella di Bolo-
MOD 819
gna, furono da Nonantola piesi i
corpi de' ss. Teopompo e Genesio,
e portati per esse, ed il morbo ces-
sò. Varino Ingone diventò vescovo
nel 1023, confermò le donazioni
del monastero di s. Pietro, e Cor-
rado II accordò amplissimo privi-
legio alla chiesa di Modena, ne di*
chiaro conte della città il vescovo,
e ratificò quelli che godeva; altre
donazioni fecero Bonifacio marche-
se 4' Toscanaj e Ricciarda sua mo-
glie. Viberto nel io38 venne de-
stinato a questa sede: col consenso
de' canonici e di detto marchese
die in enfiteusi varie possessioni ai
monaci di s. Pietro. Eriberto di
Modena gli successe nel io54, il
quale col permesso dell'imperatore
Enrico IH nel secondo anno del
suo vescovato incominciò a rifab-
bricare la città quasi distrutta: si
unì poi col di lui figlio Enrico
IV contro s. Gregorio VII, e con-
sacrò coi vescovi di Bologna e di
Treviso l'antipapa Giberto o Gni-
berto Correggia col nome di Cle-
mente 111, del quale molto parlam-
mo alla biogiafia di quel gran pon-
tefice e ne' luoghi analoghi. Morì
Eriberto nel 1094, ma s' ignora se
riconciliato colla Chiesa o scismati-
co. IN' ci 1095 fu vescovo Benedetto,
benefico col monastero di s. Pietro;
morto nel 1097, gli fu surrogato
Egidio che visse due anni. In sede
vacante e nel 1099 per l' architet-
to Lanfranco s' incominciò la riedi-
ficazione della cattedrale, la quale fu
terminata sotto il vescovo Dodo o
Dodone, che vi trasferì dalla vecchia
il corpo di s. Geminiano alla pre-
senza della contessa Matilde signo-
ra di Modena, la quale donò alla
chiesa il castello di Rocca s. Maria
nel 1008 prò mercede, et reinedio
aniniae suaej ed il vcscoto eoo-
320 MOD
cesse !a PLOCca in enfiteusi per cu-
stodirla a Raniero Avvocali: perle
preci di quest' ottimo vescovo, nel
1122 Papa Calisto II spedì una
bolla riguardante i confini della
diocesi, prendendo sotto la sua pro-
tezione e di s. Pietro la chiesa di
Modena, per la sua pace e stabi-
lità, in un al vescovo e successori.
Mori nel 1 135, e nell' anno seguen-
te Ribaldo ne occupò il luogo; ma
nel II 46 Eugenio HI privò Mo-
dena della sede episcopale, perchè
i cittadini in onta della pontificia
autorità vessavano l'abbazia di No-
nantola. Pentiti i modenesi di tali
colpe, il Papa li reintegrò del seg-
gio vescovile. L' arcivescovo Mosè
di Ravenna confermò la chiesa di
s, Agnese, che il predecessore avea
dato a Dodone. Anastasio IV nel
li 54 nominò vescovo il cardinal
Ildebrando Grassi bolognese, che
pacificò co' suoi concittadini i mo-
denesi ; siccome i cardinali hanno
biografie nel Dizionario, così in
esse parliamo delie notizie de' car-
dinali che furono vescovi di Mo-
dena. Nel ii57 era vescovo Enri-
co, che ottenne da Federico I un
privilegio per la sua chiesa e dal
Papa Alessandro III la conferma
de' suoi beni: morì nel iiyS e gli
successe Ugo; a questi nel 1778
altro Enrico, e nel 1 1 79 Ardizio
o Ardigone che fu al concilio La-
teranense III: sotto di lui Lucio
Hi consacrò la cattedrale, e verso
il 1188 Modena venne ampliata
e circuita di mura. Nel iigS era
vescovo Egidio, che invesùvit caiio-
nicos de septem conviviis in uno-
quoque anno , rpiscopus consuevit
praeslarc cuni omnibus aliis j'uri-
biin consuelis: Innocenzo III nel
1202 lo trasferì a Ravenna, Indi
nel 1207 fu dicliiaralo vescovo
MOD
Martino, cui scrisse detto Papa, e
Federico II concesse privilegi. Va-
cata la sede, il capitolo parte eles-
se Orlandino Gumbula, e parte
Manfredo Pio: Onorio III riprovò
siffatte elezioni, e nel 1222 gli so-
stituì il suo vice-cancelliere Gu-
glielmo di Savoia o Piemonte da
lui consacrato. Il vescovo Gugliel-
mo ricusò ai canonici dare il' ca-
vallo che avea cavalcato, tornando
in città dopo la sua consagrazione,
onde vi fu grave controversia, per-
chè ledeva la consuetudine ; come
pure ricusò imbandire nell'episco-
pio ai canonici i sette annui con-
viti, ma dagli eletti arbitri per la
questione fu deciso in favore dei
canonici. Onorio III concesse a Gu-
glielmo facoltà d' assolvere gli sco-
lari studenti di Modena, qici se le-
viter, et sine livore percusserint^
donde ricavasi esservi a quel tem-
po già studio pubblico in Modena.
Federico II ratificò il privilegio
da Enrico VI suo genitore accor-
dato al vescovo di Modena, il qua-
le ottenne dall'imperatore di rie-
dificare il castello di Ponteduce
nella diocesi di sua pertinenza, ed
investì della Rocca di s. Maria i
nobili di Balugola. Guglielmo ri-
nunziò nel 1233, e chiaro per le-
gazioni apostoliche fu poi creato
cardinale.
Nel J2 34 dal clero e popolo di
Modena fu acclamato vescovo Al-
berto Boschetti domenicano, nobi-
le modenese, e confermato da Gre-
gorio IX. Straziando la diocesi i
guelfi ed i ghibellini protetti da
Federico lì, l'ottimo pastore fu co-
stretto uscir da Modena, e rifu-
giarsi in Bologna, ed il Papa punì
la città coir interdetto. Terminati
i disordini e le civili discordie,
Alberto ri patrio, dopo che Modena
MOD
era stata assoluta dalle censure.
Reduce Innocenzo IV dal concilio
di Lione II, il vescovo gli die ma-
gnifico ospizio; introdusse Alberto
in Modena i suoi domenicani, i fran-
cescani e gli eremitani agostiniani.
Fiori al suo tempo il b. Gerardo
Eangoni francescano ; pili templi
restaurò, stabili oblazioni a s. Ge-
miniano, e compianto morì in o-
dore di santità nel 1264. Gli suc-
cesse Matteo della nobile famiglia
Pio, canonico della cattedrale, ch'e-
mulo delle sue virtù governò la
chiesa con sommo zelo e procurò
estingueie il fuoco delle ostinate
dissensioni de' guelfi e ghibellini
di nuovo ravvivate. Fondò l' ospe-
dale di s. Pietra in Isola, e morì
santamente nel 1280. li capito-
lo elesse a succederlo Ugolino Bo-
schetti, altri Manfredo arciprete di
Baiona diocesi di Modena; questi
rinunziò, V altro poco dopo morì.
Nicolò III commise il governo del-
la chiesa al vescovo di Fermo, in-
di Martino IV di sua autorità nel
1281 nominò Ardizio Conti mila-
nese, peritissimo, primicerio in pa-
tria, difensore della ecclesiastica li-
bertà; morì in Milano nel 1286
lasciando la mitra preziosa e il ba-
colo alla sua chiesa. Breve fu il
vescovato di Bartolomeo Boschetti
nobile modenese. Nel 1287 diven-
ne vescovo fr. Filippo Boschetti
francescano, erudito nelle divine e
umane lettere : sotto di lui Mode-
na si die agli Estensi, e morì nel
1290. Giacomo da Ferrara, che il
Marini chiama medico, fiorì nel
1290, e morì nel i3ii: combinò
la controversia col feudatario de
Balugola super palafreno episcopi,
et super equo, et armis facientis
duellum j e confermò le istituzioni
degli spedali della diocest Ne occu-
VOI,. XLV.
MOD 321
pò la sede il modenese Bonadamo
Boschetti canonico della cattedrale,
con plauso comune per la sua pro-
bità. Fu al concilio generale di Vien-
na, e ripatriando a cagione de'ghi-
bellini dovette ritirarsi da Modena
colpita dalle censure di Clemente
V, e polvi morì nel i3i4- Nel se-
guente anno divenne vescovo Bo»
nincontro di Floriano della diocesi,
arciprete della cattedrale, insigne
per dottrina ; introdusse i carmeli-
tani e morì nel i3i8. Divisi i ca-
nonici nel sostiturgli Matteo di
Gorsano e Guido de Guisci, que-
sto riconobbe Giovanni XXII ; ri-
nomato giureconsulto, celebrò nel
i320 il sinodo e vi statuì salutife-
re leggi, aumentando il Papa la
mensa vescovile con unirvi la par-
rocchia di s. Pancrazio; traslato nel
1337 a Concordia, gli successe Bo-
nifazio da Modena canonico di Vi-
cenza. Nel 1 340 passò a Como, on-
de venne surrogato fr. Alamanno
Donati nobile fiorentino, dottissimo
teologo, già vescovo di Soana, che
morì nel f352. Aldobrandino figlio
del marchese Rinaldo III d' Este,
da Adria fu traslocato a Modena :
costrusse in cattedrale la cuppella
di s. Tarasio, ove Amedeo VI con-
te di Savoia offrì una lampada di
argento alla Madonna della Colon-
na con fondo pel lume. Al suo
tempo Filesio eresse sopra la por-
ta maggiore la statua di s. Gemi-
niano, e al campanile fu aggiun-
ta la quarta campana. Passato alla
sede di Ferrara, nel i38o gli suc-
cesse Guido de Baisio canonico del-
la cattedrale, uditore di rota e le-
gato dell'I nsubria, perito nelle leg-
gi. Morì nel i382, e fu nomina-
to l'agostiniano fr. Dionisio Resta-
ni modenese, dotto, probo ed esem-
plare d'ogni virtù, che cessò di viveie
21
Saa MOD
nel i4oo. Successivamente vennero
falli vescovi: Pietro Boiardo ferra-
rese, traslato alla patria ; nel i4oi
Nicola Boiardi proposito della cat-
tedrale di Ferrara, che fece utili
costituzioni pel clero, morto nel
i4i4 5 Carlo Boiardi che interven-
ne al concilio di Firenze ; nel i436
Scipione de Mainenti ferrarese, dot-
tissimo in erudizione, ch'eresse nuo-
vamente nel capitolo la dignità di
maestro delle scuole, morto nel
i444 > Giacomo Antonio della Tor-
re della diocesi di Modena, ma me-
glio noi col Marini lo chiameremo
Gio. Antonio de Masolini vescovo
di Reggio nel 1439, dottore in ar-
ti e in medicina, hic comitis priti-
cipisque muiinensis tilulo condeco-
ratits est; intervenne al congresso
di Mantova adunato da Pio II ;
nel 146 3 passò a Parma, e nel
1476 a Cremona.
Neil' anno i463 da Parma fu
qui trasferito Delfino di Pergola,
che morto nel i465, gli successe
Nicola Sandonnini lucchese, già se-
gretario di Paolo li e suo vicario
nell'abbazia di Monte Cassino; per
cinque anni gliene impedii il possesso
come lucchese il duca Borse ; ce-
lebrò il sinodo con ottime costitu-
zionij e riedificò dai fondamenti
r episcopio. Sisto IV lo fece nunzio
in Francia, trasferito a Lucca nel
i479- Venne sostituito Gio. Andrea
Bociaci di Reggio, ornalo di virtù
e singoiar dottrina ; fu legato di
Sisto IV in Sicilia e Savoia, e di
Ercole I ad Innocenzo Vili ed A-
lessandro VI. Benemerito e pruden-
te pastore, al palazzo vescovile ag-
giuse la parte aquilonare. Morto nel
1497, venne eletto Gio. Battista
Ferrari di Modena, canonico della
cattedrale, datario e reggente di
caocelleria, crealo caiUioale da A-
MOD
lessandro VI di cui era stato fa-
migliare ; per sua morte nel i5o2
il fratello Francesco occupò il suo
luogo, lodato per pietà e per quan-
to fece allorché la patria solTrì con-
tagio, fame e terremoto. Nel ì5oj
ebbe questa chiesa in commenda
coli' abbazia di Nonantola il cardi-
nal Ippolito ù'Este I, sino al iSig
o i520 in cui mori : ne fu sulFra-
ganeo il modenese Tommaso For-
no vescovo titolare. Leone X grato
air ospitalità ricevuta in casa Ran-
goni, nel iScy creò cardinale Er-
cole Rangoni, e nel iSig vescovo
della patria. Fatto nel iSay Pirro
Gonzaga vescovo di Modena, e
cardinale da Clemente VII, ebbe a
suffraganeo F. Vincenzo Cevola ve-
scovo di Gerapoli; indi nel 1529
gli sostituì Giovanni dei conti Mo-
roni milanese, in età giovanile; ma
il cardinal Ippolito (VEsleU, al quale
era stato promesso dal Papa questo
vescovato, ne prese possesso e occu-
pò i beni ; finché lì Moroni paci-
ficamente l'occupò nel i532, po-
scia creato cardinale da Paolo III
pei suoi grandi meriti. Sollecito ed
ottimo pastore, celebrò tre sinodi,
eresse il seminario, e il monastero
per le convertite, introducendo in
Modena i gesuiti ed i cappuccini.
Occupato nelle principali legazioni,
due volte rinunziò con regresso la
sede; s. Carlo Borromeo lo volea
Papa, ma morì decano del sacro
collegio nel i58o. Fr. Egidio An-
drea de Foscarari nobile bolognese,
domenicano e maestro del sacro
palazzo, per cessione del cardinal
Moroni nel i55o fu fatto vescovo:
fondò il monte di pietà ed eresse
un conservatorio di donzelle. Inter-
venne al concilio di Trento, e per
la sua profonda dottrina fu detto
arca di scieu^a, corresse il mc&sulc
M OD
e breviario rotnano, e concorse al-
la compilazione del catechismo ro-
mano ; morì lotlatissirao per pru-
denza e candore di costumi nel
i564. Fr. Sisto Visconti nobile di
Como, domenicano assai dotto, per
nuova cessione del cardinal Moro-
ni, nel 1 57 1 ebbe questa chiesa
che prudentemente amministrò. Nel
i58i il duca Alfonso II lo spedi
in Ispagna, nel qual tempo presso
la parrocchia di s. Barnaba fu eret-
to il convento ai minimi di s. Fran-
cesco di Paola, morendo nel i5go.
Keir anno seguente gli successe il
cardinal Giulio Cannili ferrarese :
restaurò la cattedrale demolendo il
coro che la deformava, e morì nel
1592. Clemente Vili nel i5g3 vi
traslalò da Piipatransone Gaspare
Silingardo modenese, che poi spedì
nunzio ad Enrico IV : pubblicò il
catalogo de' vescovi, e quanto ad
essi appartiene. Morto nel 1607,
Paolo V gli sostituì fr. Lazzaro Pel-
lizzari di Borgo s. Donnino, dome-
nicano, teologo del duca, traslato
da Nusco, di souima pietà. Gli suc-
cessero, nel 1610 Pellegrino Ber-
tacchi modenese ; nel 1628 Ales-
sandro de' conti Rangoni modenese,
referendario e virtuoso ; nel 1640
Opizo d' Este figlio di Alfonso III
duca di Modena ; nel 1640 Rober-
to Fontana modenese ; nel i655
Ettore Molza nobile modenese, ar-
ciprete della cattedrale; nel 1679
Carlo Molza nobile modenese, ab-
bate benedettino; nel 1691 Lodo-
vico Masdoni nobile modenese, na-
to in Finale, governatore di Rieti;
nel 1717 Stefano Fogliani nobile
modenese, nato nella diocesi di
Reggio, canonico della cattedrale e
■vicario generale di Modena, col
quale neir Italia sacra si termina
la serie de'vescovi di Modena, che
MOD 323
noi proseguiremo colle annuali Nò-
tizie di Roma, ij^'ò Ettore Molza
modenese, de' marchesi di Fellina
e conti di Mondra. 1745' Giuliano
Sabbatini delle scuole pie, di Fana-
no abbazia di JXonanlola nullius,
traslato da Apollonia in parlihiis.
f/Sj Giuseppe Maria Fogliani del-
la diocesi di Reggio. 1786 Tibur-
zio de' marchesi Cortese modenese,
che per circa otto lustri con som-
mo zelo governò questa illustre
chiesa, con quelle splendide bene-
merenze e virtù, che il eh. d. Gae-
tano Monfagnani celebrò con Elo-
gio storico, Modena i836 per G.
Vincenzi e compagno . Nei due
anni e più che monsignor d' E-
ste vescovo di Reggio e abbate di
Nonantola dovette esentarsi dalle
due diocesi, al prelato ne affidò la
cura, e quando l'abbazia fu unita
in perpetuo a' vescovi di Modena,
egli fu il primo perpetuo abbate
commendatario di Nonantola. Pub-
blicò colle slampe varie omelie, ap-
partenne all'accademia de Dissonan-
ti, ed arricchì colla sua privata bi-
blioteca il seminario. 1824 Giusep-
pe de* marchesi Sommariva di Lo-
di. i83o Adeodato Caleflì abbate
benedettino, patrizio di Modena e
di Carpi ove nacque, dalla qual
chiesa fu traslato. Per sua morte
Gregorio XVI, nel concistoro dei
12 febbraio i838, dichiarò l'odier-
no vescovo monsignor Luigi Reg-
gianini di Modena, già rettore del
seminario, che provvidamente e con
lode governa.
La cattedrale, di gotica struttu-
ra, è dedicata a Dio ed alla Beata
Vergine Assunta, sotto l' invocazio-
ne di s. Geminiano, con fonte bat-
tesimale. Il capitolo si compone di
due dignità, prima essendo l' arci-
prete, cui è aUìdata la cura delle
3^4 MOD
anime, die si esercita da un cap-
pellano curalo, coadiuvato da Ire
preti; di sedici canonici, comprese
le prebende del teologo e del peni-
tenziere ; di nove mansionari e di
altri preti e chierici addetti al ser-
vigio divino. L'episcopio è prossi-
mo alla cattedrale. Wella città vi
sono altre sette chiese parrocchiali
col ballislerio, e la chiesa di s.
Maria in s. Agostino è pure col-
legiata. Vi sono cinque case reli-
giose, quattro monasteri di mona-
jiache, tre conservatorii, un orfa-
notrofio, la pia casa delle figlie del-
la carità per gì' infermi, due ospe-
dali, il monte di pietà, ed il semi-
nario cogli alunni. La diocesi si e-
fitende in circa i5o miglia, con
172 parrocchie. Ogni nuovo ve-
scovo è tassato ne' libri della ca-
mera apostolica in fiorini i5o, es-
sendo le rendite della mensa circa
3ooo scudi. Questo è lo stato se-
condo r ultima proposizione conci-
storiale. Il p. Lubin citato, regi-
strò a p. 244 f^ seg. le seguenti
abbazie o monasteri della diocesi
di Modena. S. Maria della Miseri-
cordia nel suburbio, di monache
già esistenti nel 1479, in cui Ales-
sandro VI nel i5oo pose i cistcr-
ciensi. S. Girolamo de' canonici re-
golari di s. Agostino, della congre-
gazione di s. Salvatore di Jlologna,
esisteva nel i49^' SS. Trinità nel
suburbio, priorato antico de' cano-
nici lateranensi del i5i7, traslato
in città in s. Maria d' Asseribus
nel i53o, fatta abbazia nel i56G
da 8. Pio V. S. Andrea di Mode-
na de* benedettini. S. Ruffino nel
suburbio de'beuedellini. S. Maria di
Valle Verde delle monache del-
l' ordine di s. Benedetto, congrega-
zione delle serve di Maria, mona-
stero fondato nei 1268 dalla b.
MOD
Santuccia Terrabotti di Gubbio.
S. Maria de Mutino o Mutinis, o
s. Angelo di Sasso. S. Maria de Mu-
toro. Abbazia di Mirti to. Di quel-
la celebralissima di Nonantola, il
p. Lubin ne tratta a p. 2^9, e
noi ne diamo il seguente breve
cenno.
Nonantola. Terra murata del du-
cato di Modena, da cui è lontana
circa sei miglia, presso il territo-
rio bolognese, capoluogo di cantone
sulla destra del Panaro, in vicinan-
za della Muzza che vi forma un'i-
sola, che credesi fosse la famosa
detta del Triumvirato. Conia circa
1800 abitanti. La fondò s. Ansel-
mo duca del Friuli, che abbrac-
ciato lo stalo monastico, l' eresse
sotto il titolo di s. Silvestro I Papa
e la regola di s. Benedetto, la cui
chiesa consagrò Sergio arcivescovo
di Ravenna in onore di Dio e de'ss.
Pietro e Paolo: questa fondazione nel
753 la stabili Astolfo re de'longobar-
di, cognato del santo, che ne diven-
ne primo abbate di millecentosetle
monaci. Successivamente Papi, im-
peratori ed altri principi 1' arric-
chirono di privilegi e di beni; fu
dichiarata l'abbazia immediatamen-
te soggetta alla santa Sede, e nul-
liiis dioecesis. Venne chiamala au-
gusta e reale abbazia, ed antica-
mente dipendeva dai soli imperato-
ri o re. Nel territorio di Modena
e ne' circostanti luoghi vicini più
castella divennero signorie dell'ab-
bazia, sulle quali gli abbati eserci-
tarono dominio temporale e spiri-
tuale, il quale ultimo solo restò
coir andare de' secoli. Molli furono
quindi i monasteri che gli abbati
di Nonantola fabbricarono in pa-
recchi luoghi con abbazie loro sog-
gette. Il castello anticamente fu
soggetto ai bolognesi. L* Uglielli
MOD
confuta Leandro Alberti, che nella
Descrizione cV Italia scrisse che vi
fu sepolto Adriano I, mentre que-
sti fu tumulato nella basilica vati-
cana. Scrisse il p. Giacobbe nella
sua Bibl. de Pont. p. 21 3, che
il corpo di s. Silvestro I fu da Ser-
gio Il donato alla chiesa de' ss.
Silvestro e Martino ai Monti ; ma
bensì s. Paolo I lo collocò nella
Chiesa dì s. Silvestro in Capite
[Vedi). Altri sostennero che il Pa-
pa Stefano II detto III donasse nel
753 il corpo di Silvestro I ad A-
stolfo re de' longobardi ed a s.
Anselmo, e lo afferma il Muratori,
Dissert. t. Ili, diss. 58; e nell'o-
puscolo della fondazione del mo-
nastero di Wonantola, da lui inse-
rito nel t. I, par. II, Rer. Ital., se
ne legge la bolla di donazione.
Forse qui s* intenderanno per cor-
po alcune reliquie, ed in tal ma-
niera si possono accordare le di-
verse opinioni. Per la singoiar pie-
tà de* monaci, questo insigne mo-
nastero divenne anche per la sua
ricchezza uno de' primi d'Italia;
ma la gran copia de' beni fu ca-
gione di sua rovina, e talvolta gli
imperatori conferirono l'abbazia a
degli illegìttimi abbati. Passando
in Francia Adriano III per abboc-
carsi con Carlo il Grosso, morì a
s. Cesario agli 8 luglio 885, e fu
sepolto nel monastero di Nonan-
tola, come riporta il Muratori, y4n'
nali all' an. 885: veggansi i Bollan-
disti agli 8 luglio, § 3, p. (>47' Aven-
do Adelardo vescovo di Verona otte-
nuto da Carlo il Calvo la ricca ab-
bazia, Giovanni Vili lo scomunicò
ncir877. L'abbazia nell' 899 fu
da un incendio devastata, ed i suoi
monaci si resero assai benemeriti
per averla riedificala, come aveano
ridotto a coltivazione il palustre
MOD 3i5
terreno, e per la propagazione del-
le scienze. La preziosa collezione
de' manoscritti antichi, e la sua
iicchissima biblioteca, sebbene sof-
frirono grave guasto nell'invasione
ungarica, furono poi riordinate ed
accresciute di codici rarissimi^ ma
alcuni abbati commendatari dila-
pidarono r archivio. Ugo re d' Ita-
lia concesse l' abbazia a Manasse
suo figlio o parente di pessime qua-
lità. L' ottenne pure da tale re il
vescovo di Modena Guido del 94^1,
vinto dalla cupidigia di possederla,
e gli fu confermata nel 963 da
Ottone I. Occupò poi l' abbazia
Uberto vescovo di Parma. Giovan'
ni XVI detto XVIII (Vedi), che
nel 997 divenne per la sua ipo-
crisia antipapa, era stato abbate
di Nonantola e vescovo di Piacen-
za, conferitagli nel 982 da Ottone
lì. Dipoi Alessandro II ad istanza
dell'abbate Landolfo concesse al-
l'abbazia amplissimi privilegi. La
contessa Matilde signora di Nonan-
tola, fece copiosi e preziosi doni al
monastero, pure vide gli abitanti
ribellarsi al suo dominio; ed i beni
allodiali che possedeva nel Ferrare-
se, con pontificio beneplacito li la-
sciò air abbazia. Divenula Nonan-
tola signoria di casa d' Este, ed es-
sendo venula iu potere de' bologne-
si, al marchese Nicolò III fu resti-
tuita dopo il 141 !• Garone suo
abbate, fratello e ambasciatore di
Corso d'Este, si recò al congresso
di Mantova, ed esibì a Pio li per
la guerra contro il turco trecento-
mila fiorini d'oro. Nel i5i3 nel-
r abbazia vi furono introdotti i ci-
slerciensi, e ridotta in commenda,
quale fu conferita a molti cardi-
nali ed a molti della famiglia d'E-
ste. Allorché Clemente Vili ricu-
però il ducato di Ferrara, si con-
3a6 MOD
venne cogli Estensi, che i beni pre-
cariali dell' abbazia Nonantolana il
Papa li cedesse alla città di Mode-
na, e a quei di Nonanlola, conforme
alla Bonifaciana, concesse il Ponte-
fice poterli appropriare come be-
ni liberi al cinque per cento. Per
la guerra di Urbano Vili con-
tro il duca di Parma, a' 19 luglio
1643 il cardinal Antonio Barberi-
ni fece assediare Nonantola dalle
milizie pontificie; ed a fronte del
valore del porporato, l'esei'cito du-
cale le sbaragliò. Ad istanza del
duca di Modena Francesco 111, nel
1768 Clemente XI li soppresse que-
sta celeberrima abbazia. Dipoi per
un accordo fatto nel i8o3 tra Na-
poleone ed il Papa Pio VII, alla
morte del suo abbate commenda-
tario Francesco Maria d'Este ve-
scovo di Reggio, dovea rimanere
l'abbazia in perpetuo abolita. A ta-
le pericolo soccorse provvidamente
il duca Francesco IV, il quale ot-
tenne dallo stesso Pontefice nel
1821 la revoca di tal soppressio-
ne, e che fosse in perpetuo sogget-
ta ai vescovi di Modena^ colla co-
stituzione Componendis ecclesìasù'
cis rehus^ de' 2 3 gennaio. Morto il
MOD
commendatario d'Este, nel 182-2
il vescovo Cortese pel primo lu
vescovo di Modena, e insieme ab-
bate di Nonantola, che perciò l'ab-
bazia e diocesi rinacque a nuova
vita. I nonantolani ne furono lie-
tissimi, ed accolsero con splendide
feste il vescovo, quando si recò a
prendere possesso dell'abbazia e dio-
cesi, della quale poi intraprese la
visita. Richiamò monsignor Cortese
alla sua aulica istituzione il semi-
nario di Nonantola, lo forni di scuo-
le filosofiche e teologiche, e ricbia-
mò in vigore uno statuto del car-
dinal Alessandro Albani abbate com-
mendatario, pel quale tutti i chier
rici dell'abbazia di buone speranze,
almeno un anno prima di essere
promossi al suddiaconato, debbono
entrare alunni nel seminario della
propria diocesi, come praticasi in
molte chiese singolarmente di Fran-
cia. Girolamo Tiraboschi ci diede:
Storia dell'augusta badia di s. Sil-
vestro di Nonantola, aggiuntovi il
codice diplomatico della medesima
illustrato con note, Modena 1784-
Se ne legge un estratto nel Gior-
nale ecclesiastico di Roma, tom. II,
pag. 2o5.
FINE DEL VOLUME QUADRIGESIMOQUINTO.
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286092
XL
1 BX 841 .n67
1840
sncR
Moronl, Gaet
ano.
1802-1883.
Di z ionar i o d
i erud
Izione
storico-ecc
les i as
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AFK-9455 (awsk)